TERREMOTO IN ABRUZZO
di Laura Alberico

I rischi naturali, riflessioni sul terremoto in Abruzzo

Gli eventi naturali, in passato di modesta entità, sono diventati più frequenti e catastrofici, spesso a causa di comportamenti umani poco rispettosi dell’ambiente. Ai fenomeni di dissesto idrogeologico hanno contribuito gli interventi dell’uomo sul territorio spesso impoverito dal disboscamento, dalla deviazione del corso dei fiumi, dal prelievo continuo nel sottosuolo di materiali vari e dall’edilizia spesso selvaggia perché si continua a costruire in zone critiche esoggette a rischio ambientale. E’ indispensabilerispettare il territorio e per fare questo è necessario conoscerei concetti di pericolosità, vulnerabilità e rischio ambientale. La pericolosità rappresenta la probabilità che un evento naturale pericoloso si verifichi, la vulnerabilità è l’entità delle perdite prodotte da un evento naturale mentre il rischio è rappresentato dai danni prevedibili agli uomini e alle cose per il verificarsi, con una determinata probabilità, di un particolare fenomeno naturale. Mentre non si può modificare lo stato di pericolosità perché è un dato oggettivo si dovrebbero ridurre i rischi e la vulnerabilità di un territorio vietando le costruzioni in zone particolarmente critiche come ad esempio le falde del Vesuvio. Il terremoto che ha recentemente colpito l’Abruzzo non poteva essere sicuramente evitato perché il sisma è una naturale manifestazione dell’energia interna della terra che in particolari zone viene liberata a causa dello scontro delle placche o zolle. Queste sono in continuo movimento e possono allontanarsi, avvicinarsi o slittare l’una rispetto all’altra (subduzione ) In particolare la nostra nazione risulta compressa tra due fronti, quello euro-asiatico ed africano che tendono a comprimere le masse rocciose determinando un crescente aumentodi pressione e tensione. Questa energia con il tempo si accumula e in corrispondenza di un punto interno alla litosfera (ipocentro) si manifesta la tensione massima e il punto di rottura con conseguente movimento della litosfera. L’epicentro del terremoto è il punto in cui la verticale condotta per l’ipocentro incontra la superficie terrestre ed è quello in cui si manifestano i danni maggiori. Secondo le credenze popolari i segni premonitori del sisma si manifestano conuna particolare inquietudine degli animali domestici, mentre per alcuni studiosi i segni rivelatori sono sia l’innalzamento dell’acqua nei pozzi che l’emissione del gas radon provocata dall’attrito delle rocce.
Ascoltando i recenti fatti di cronaca tutti siamo portati a riflettere. Per molti il terremoto è un disastro annunciato mentre i tecnici continuano ad affermare l’impossibilità di prevedere i fenomeni sismici. In ambito scolastico le varie educazioni sono spesse collegate a progetti che prevedono attività operative utili ad interiorizzare concretamente i contenuti proposti. Spesso si organizzano simulazioni di fenomeni sismici per abituare i ragazzi a comportamenti corretti in situazioni di pericolo imminente ma, come sempre accade in Italia, la prevenzione è relegata ad occasioni limitate che quasi mai trovano applicazioni nella realtà vera. Le conoscenze e le leggi ci sono, come spesso ripetono gli organi istituzionali, ma il salto qualitativo tra il sapere e il fare non esiste, come non esiste una corrispondenza tra ciò che si impara a scuola e ciò che si dovrà fare dopo la scuola. Questa situazione non si evidenzia solo in ambito scolastico ma in tutti i campi sociali e lavorativi in cui si dovrebbero utilizzare risorse umane e disponibilità economiche per migliorare il livello di vita, la cultura e la formazione dei cittadini. Educazione e prevenzione rappresentano un costrutto fondamentale per la crescita individuale e collettiva ma gli strumenti utili per il raggiungimento del ben-essere sono spesso parole che rimangono sulla carta e l’applicazione pratica non viene mai esercitata quando le necessità, spesso gravi, lo richiedono. Informazione e formazione non bastano come non bastano le leggi che ci sono ma non vengono applicate. Imparare dai disastri spesso annunciati serve solo a tacitare la coscienza collettiva e a far credere che lo Stato esiste ed è vicino al cittadino. Nei disastri ambientali la morte non semina speranze né riesce a colmare la solitudine immensa di chi resta senza più riferimenti concreti ed affettivi.
Acqua, terra, fuoco, elementi naturali che hanno dato origine a diverse teorie filosofiche antiche e che testimoniano ancora laforza della natura, la sua indomita irruenza. Un cavallo bianco che non si riesce a domare perché non vuole padroni né redini che possano indirizzare la sua corsa. Una energia sconosciuta, non prevedibile quella della furia degli elementi che ci trova spesso impreparati e sgomenti di fronte alle catastrofi naturali. Gli occhi di tutti e le telecamere fissano i momenti più crudi del disastro, macerie e parole, unite dal senso di impotenza e di ineluttabilità. La terra fa sentire che il suo è un dormiveglia, un gigante che ogni tanto muove il corpo per comunicare ai comuni mortali la grandezza e la potenza di ciò che non si conosce. La notte del 6 aprileha seminato terrore e distruzione, attimi che per un gioco assurdo del destino, hanno rimescolato le carte della vita e della morte in una casualità che muove i fili del dolore e della gioia. Le radici del dolore sono troppo profonde e le storie, quelle che sentiamo e sentiremo, possono solo farci sentire impotenti di fronte alla solitudine immensa che recide improvvisamente i legami più cari. L’augurio migliore per il futuro è quello di riscoprire la vita oltre la morte e la distruzione, uno sguardo al cielo per continuare a camminare su una terra fragile e indifesa.

Bibliografia: Di Donna V., VallarioA,Conoscere e conservare l’ambiente, 2: Suolo e Energia Liguori, Napoli, 1007.

20 aprile 2009

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