VARIA

DONNE NELLA SCIENZA: RITA LEVI MONTALCINI
di Anna Marra Barone

I contributi delle donne alla Scienza ieri e oggi
Fino alla finedell’Ottocento e in gran parte ancora fino alla metà del Novecento, la storia delle donne nella cultura e nella vita civile è stata una storia piuttosto di emarginazione, almeno nei paesi industrializzati. E’ un dato di fatto che per secoli le donne che potevano avere accesso all’istruzione erano quelle che frequentavano i conventi e, forse proprio per questo, le donne che sono emerse nel passato erano soprattutto umaniste, pittrici, scrittici, poetesse, e molto più raramente scienziate.
Indubbiamente, chi ha attitudini letterarie o artistiche può emergere anche se non possiede una preparazione specifica, mentre nelle scienze e, soprattutto nel campo della matematica, della chimica, della fisica, della medicina, per emergere è indispensabile una nutrita preparazione di base senza la quale non si può progredire.
Nell’anno 2001 si è celebrato il centenario dell’assegnazione dei premi Nobel. La prima premiazione avvenne infatti il 10 Dicembre 1901 a Stoccolma e ogni anno le premiazioni si ripetono sempre alla stessa data (anniversario della morte di Alfred Nobel) e nello stesso luogo, fatta eccezione per il premio della pace che viene assegnato ad Oslo, per esplicita volontà di Nobel, da un comitato di cinque persone eletto direttamente dal parlamento norvegese.
L’ambito premio è stato conferito alle donne molto di rado e, a 100 anni esatti dalla sua nascita, solo 29 di esse lo hanno vinto contro 650 uomini. In ambito scientifico, poi, dei 469 premi assegnati alla data predetta, solo 11 sono stati assegnati a donne di cui due alla polacca Maria Sklodoska, più conosciuta col nome di Madame Curie ( premio Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1011).Nel 1986 il premio Nobel per la medicina fu assegnato a Rita Levi Montalcini per le sue ricerche sul sistema nervoso che culminarono con la scoperta di una particolare proteina (GNF)
in grado di stimolare la crescita delle fibre nervose.
Un'ampia e interessante rassegna sulla storia delle donne nella scienza ci viene offerta da Liliana Moro e Sara Sesti nel volumeDonne di scienza. 50 biografie dall'antichità al duemila” (Milano, Eleusi, 1999). L'idea nasce dalla mostra “Scienziate d'occidente: due secoli di storia”, realizzata nel 1997 dal Centro Eleusi-Pristem dell'Università “Bocconi” di Milano
Il merito del predetto volume è stato quello di aver portato alla luce anche studiose che si sono dedicate a discipline meno "visibili", come le matematiche Maria Gaetana Agnesi, Emmy Noether e Sophie Germain, o come Rosa Luxemburg, la cui fama politica tende a oscurare l'importanza dei suoi scritti economici. Ampio spazio è dedicato nel testo, ovviamente, alle scienziate italiane, da Laura Bassi - prima italiana a ottenere una cattedra universitaria nella Bologna del Settecento - a Rita Levi- Montalcini che fu insignita del premi Nobel nel 1986. In una seconda edizione il testo è stato arricchito con le biografie di Elena Cornaro Piscopia, prima donna al mondo ad ottenere una laurea, di Florence Nightingale, matematica conosciuta ai più per essere stata una delle fondatrici della Croce Rossa Internazionale, di Maria Montessori, laureata in medicina e pedagogia e di Margherita Hack, astronoma e grande divulgatrice”.
Spesso ai margini della scienza ufficiale, le donne sono comunque riuscite a dare un notevole contributo al progresso scientifico. A fianco di uomini famosi ( mariti, padri o fratelli), si sono dedicate alla ricerca con forza e tenacia, sfidando leggi e pregiudizi che imprigionavano la donna nei ruoli di moglie e madre, ma hanno visto, purtroppo, il proprio lavoro ignorato e sminuito a favore degli uomini che avevano accanto: da Sophie Brahe (sorella dell'astronomo Tycho) a Gabrielle du Chatelet (compagna di Voltaire), a Marie Paulze Lavoisier (moglie e collaboratrice del noto chimico). Emblematici risultano indubbiamente iseguenti casi. Il primo caso riguarda la Biologa Rosalind Franklin, il cui contributo sperimentale (aveva fotografato e messo nel suo cassetto i singoli filamenti del DNA)consentì ai colleghi Watson e Crick di elaborare il modello della struttura dei DNA e di ottenere il premio Nobel nel 1962 (lei era morta e non fu nemmeno citata nel discorso di ringraziamento). Solo con la pubblicazione del libro “La doppia elica” nel 1968 la verità venne allo scoperto. Il secondo caso riguarda Mileva Maric Einstein, bravissima fisica e moglie dell'illustre Albert Einstein (da cui poi si separò), che si suppone abbia dato un importante contributo alle ricerche del marito sulla teoria della relatività. Si cita addirittura una frase di Einstein del 1903: "Ho bisogno di mia moglie. Lei risolve tutti i miei problemi matematici." Molte donne, contrariamente alle opinioni più comuni, furono anche valide ricercatrici in grado di inventare ingegnosi strumenti in tutti i campi del sapere scientifico ( matematica, fisica,chimica, medicina) e di saperli anche costruire: alcune privilegiarono l'aspetto teorico, altre curarono maggiormente l’aspetto pratico..” E più volte”, affermano le autrici del predetto libro, "abbiamo trovato donne attive in campi del tutto nuovi, dove hanno raggiunto risultati di rilievo ma da cui si sono, o sono state, emarginate non appena questi settori si sono organizzati in strutture accademiche o istituzionali." Si ricorda in proposito che Laura Bassi fu la prima donna a ottenere una cattedra universitaria per l'insegnamento della fisica e questo accadde in Italia, a Bologna, presso la Facoltà di Medicina verso il 1680.

Rita Levi Montalcini : una vita per la Scienza
Il 22 gennaio 2008, in un´aula magna gremita di studenti, il premio Nobel Rita Levi Montalcini ha ricevuto la laurea honoris causa in “Biotecnologie industriali” dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca.In un discorso ironico e appassionato, applaudito da centinaia di giovani, la senatrice a vita ha invitato gli studenti ” ad avere fiducia, credere nel proprio lavoro e guardare la vita con ottimismo» ed ha aggiunto inoltre:«Il mio unico merito è stato l´impegno e l´ottimismo, non certo l´intelligenza che è più che mediocre».
Nell’autobiografia/biografiascritta in occasione della concessione e successivamente pubblicata nel libro “Les serie Premio Nobel /Nobel lectures- Premio Nobel 1986” si legge:
” La sorella gemella Paola e io siamonate a Torino il 22 aprile del 1909 ed eravamo i più giovani di quattro figli. I nostri genitori, di origine ebraica, erano Adamo Levi, un ingegnere elettrico e dotato matematico, e Adele Montalcini, pittore di talento e donna dotata di grande umanità. Il fratello Gino , morto dodici anni fa per un improvviso attacco di cuore, è stato uno dei più noti architetti italiani e professore presso l’Università di Torino. Nostra sorella Anna, di cinque anni più grandi di Paola e della sottoscritta, vive a Torino con i suoi figli e nipoti. Fin dall’adolescenza, Anna è stata una grande ammiratrice della grande scrittrice svedese Selma Lagerlof, premio Nobel nel 1909, e lei mi ha tanto contaminato con il suo entusiasmo che avevo deciso di diventare uno scrittore, ma le cose presero una piega diversa.
Tutti e quattro i fratelli abbiamo goduto di una meravigliosa atmosfera familiare, piena di amore e di dedizione reciproca. Entrambi i genitori, molto colti, hanno instillato in noi il loro alto apprezzamento per l’esercizio intellettuale. E’ stato, comunque, un tipico stile vittoriano di vita in cui tutte le decisioni come padre e come marito, venivano prese dal capo famiglia. Nostro padre ci ha amato molto ed ha avuto sempre un gran rispetto per le donne, ma egliera convinto che una carriera professionale non poteva interferire con i doveri di una moglie e di una madre. Egli quindi ha deciso che Anna, Paola ed io non potevamo impegnarci in studi che aprissero la strada ad una carriera professionale e che non avremmo dovuto iscriverci all’Università.
Paola, fin dalla fanciullezza, aveva mostrato uno straordinario talento artistico e nostro padre non ha impedito la sua dedizione a tempo pieno alla pittura tanto che è diventata uno dei più importanti pittori donne in Italia. Io invece ho attraversato momenti più difficili. A venti anni, infatti, ho capito che non potevo eventualmente adeguarmi ad un ruolo femminile come concepito da mio padre, e gli chiesi pertanto il permesso di intraprendere una carriera professionale. In otto mesi ho riempito le mie lacune in latino, greco e matematica, ho conseguito il diploma di scuola superiore, e mi sono iscritta alla scuola medica di Torino.
Due dei miei colleghi universitari e intimi amici, Salvador Luria e Renato Dulbecco hanno vinto entrambi il premio Nobel: il primo nel 1969 in fisiologia e medicina per i suoi studi sui virus batterici, e il secondo nel 1975 in medicina per i suoi studi sulle cellule tumorali (rispettivamente diciassette e undici anni prima che ricevessi anche io il premio Nobel nel 1986). Tutti e tre siamo stati studenti del famoso istologo italiano Giuseppe Levi verso il quale siamo in debito per una superba formazione in scienze biologiche e per aver imparato come affrontare i problemi in un modo più rigoroso in un momento in cui tale approccio era del tutto inusuale”.
Rita Levi Montalcini si laureò in Medicina e Chirurgia nel 1936e, successivamente, si specializzò in neurologia e psichiatria fino a che le leggi antisemite non interruppero la sua carriera di medico e di assistente universitaria. Infatti, nel 1936 Mussolini pubblicò il “Manifesto per la difesa della razza” firmato da dieci scienziati italiani cui fece seguito la promulgazione di leggi di blocco delle carriere accademiche e professionali a cittadini italiani non ariani. Per questo motivo, la Montalcini accettò nel 1939un posto di ricercatrice a Bruxelles in un istituto neurologico,mal’anno successivo, quando l’esercito tedesco occupò anche il Belgio, dovette nuovamente fuggire. Tornata a Torino dalla famiglia, allestì nella sua camera da letto un laboratorio di fortuna dove poter continuare le ricerche neurobiologiche.
Nel 1944, dopo la liberazione della città, lavorò come medico in un campo profughi di Firenze. Qui si rese però conto che quel lavoro non era adatto a lei, in quanto non riusciva a trovare il sufficiente distacco dal dolore dei pazienti. Finita la guerra, riprese quindi la sua attività di ricercatrice presso l’Università di Torino e si occupò dello sviluppo del sistema nervoso nell’embrione di pollo e della differenziazione dei centri nervosi (su questi argomenti pubblicò numerose Memorie con il professor Giuseppe Levi).
Nel 1947 si recò negli Stati Uniti su invito del professor Victor Hamburger, alla cui opera si era ispirata durante le sue “ricerche casalinghe”. Lavorò nel laboratorio della Washington University di St. Louis, dove per quasi trent’anni si interessò degli studi riguardanti lo sviluppo del sistema nervoso. Insieme alla ricercatrice tedesca Herta Mayer dimostrò biologicamente l’esistenza di un “fattore di accrescimento” delle fibre nervose, il cosiddetto NGF (nerve growth factor) e nel 1954, in collaborazione con il biochimico Stanley Cohen, arrivò all’isolamento e all’identificazione di tale sostanza che risultò essere una proteina che viene sintetizzata da quasi tutti i tessuti e, in particolare, dalle ghiandole esocrine.
Le sue ricerche pionieristiche furono il punto di partenza per la scoperta di numerosi altri fattori di accrescimento che giocano un ruolo importante nello sviluppo degli organi e dei tumori(oggi si sta considerando la possibilità di impiegare l’ NGF nella cura delle malattie neurologiche).
Nel 1958 la scienziata ottenne una cattedra presso la Washington University di St. Louis e, nonostante volesse rimanere in quella città soltanto per un anno, vi lavorò e vi insegnò fino al suo pensionamento avvenuto nel 1977.
Dal 1962 si spostò continuamente tra gli Stati Uniti e l’Italia, dove diresse l Istituto di Biologia Cellulare dell’Università di Roma per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e dove ha ricoperto il ruolo di professore dal 1979 in poi. Il Premio Nobel per la medicina, che ottenne nel 1986insieme a Stanley Cohen per la scoperta dell’ NGF, fu per lei una grande soddisfazione. La scienziata devolse una parte del premio alla comunità ebraica per la costruzione di una nuova sinagoga a Roma.
Rita Levi Montalcini ha sempre avuto molto a cuore la questione della parità dei diritti delle donne in ambito scientifico e si è sempre prodigata intensamente in attività di ricerca nel campo medico e di divulgazione attraverso numerose pubblicazioni. E' socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle Scienze Fisiche e nel 2001 è stata eletta senatrice a vita dall'allora Presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Nonostante la sua età e i gravi problemi accusati agli occhi, Rita Levi Montalcini è ancora attiva non solo in campo scientifico ma anche in quello politico dove esprime e sostiene con coraggio e autorevolezza il suo pensiero autenticamente laico e anticonformista su temi scottanti quali il testamento biologico, l’eutanasia, la clonazione a scopo terapeutico, l’ingegneria genetica.
La sua produzione scientifica è molto intensa. Negli ultimi anni ha pubblicato tra l’altro: Il tuo futuro (1993), Senz’olio contro vento (1996), L’asso nella manica a brandelli (1998). La galassia mente (2001);Un universo inquieto. Vita e opere di Paola Levi Montalcini (2001);Tempo di mutamenti (2002); Abbi il coraggio di conoscere (2004);   Tempo di azione (2004); Lungo le vie della conoscenza (2005);  Eva era africana (2005), Tempo di revisione e I nuovi magellani nell'era digitale (2006), pubblicazioni prodotte in collaborazione con Giuseppina Tripodi.
Trai libri che maggiormente mettono in evidenzala ricca personalità della Montalcinisi annoverano senza dubbio“ Elogio dell’imperfezione“ scritto nel 1987e “Cantico di una vita” scritto nel 2000.
Nell “Elogio dell’imperfezione”, dedicatoalla sorella Paola e alla memoria del padre che la sorella ha adorato in vita e che lei invece ha amato e venerato dopo la morte, Rita Levi Montalcini narra la sua vicenda umana e scientifica. Quest’ultima viene definitacome una“ affascinante avventura nella giungla del sistema nervoso coni suoi miliardi di cellule aggregate in popolazioni le une diverse dalle altre e rinserrate nel viluppo apparentemente inestricabile dei circuiti nervosi che si intersecano in tutte le direzioni nell’asse cerebro-spinale. Si aggiungeva al piacere che pregustavo, quello di attuare il progetto nelle condizioni proibitive create intorno a noi dalle leggi razziali”.
Il “Cantico di una vita” è un libro autobiografico in cui la Montalcini offre un ritratto del suo percorso esistenziale e scientifico attraverso le lettere scritte ai familiari, soprattutto alla madre e alla sorella gemella, la pittrice e scultrice Paola scomparsa nel 1987. Il libro è dedicato proprio alla sorella Paola con le seguenti parole: “ A Paola, che con acuta sensibilità e straordinario talento artistico, in condizioni ben meno favorevoli delle mie, è riuscita ad addentrarsi in un mondo chimerico, libero da imposizioni di leggi, che sono una costante dell’universo inorganico e organico nel quale viviamo”.
Nella pagina iniziale del suo libro la Montalcini riporta una bellissima frase desunta dal “Cantico dei Cantici” (incluso nei libri sacri della Bibbia ed attribuito a Salomone) che recita testualmente:.“Ho trovato quello che il mio cuore desiderava di trovare, l’ho afferrato e non me lo lascerò andare”. La Montalcini fa anche presenteche è risaputoche “Il cantico delle creature” è opera di S. Francesco, e che il termine “cantico” è stato in genere usato per indicare brani di versi o canti che descrivono eventi o episodi ispirati ad una visione glorificante della vita. Ma nel prologo ci tiene a precisare che il termine “cantico” da lei usato non va interpretato come un “inno alla mia vita”, né può essere paragonato alla universalità e grandiosità dei Cantici sopra citati. Molto semplicemente, si tratta di un epistolario in cui sono raccolte circa 200 lettere selezionate, ad opera della sorella Paola, tra le 1500 lettere scritte dalla Montalcini ai suoi cari ein cui vengono descritti,in sequenza temporale e spaziale, gli eventi più significativi che si sono susseguiti nei lunghi anni trascorsi all’estero.
Nel prologo all'epistolario l’autrice cita una frase di Primo Levi alla quale ella ha dato un grandissimo valore tanto che ha ispirato la sua stessa vita: “Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
Nell’epilogo, infine, sempre del “Cantico di una vita” la Montalcini riporta la seguente frase di Bertrand Russell “Tre passioni, semplici ed irresistibili, hanno governato la mia vita: la ricerca della conoscenza, la sete d’amore e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità”. Ispirandosi al pensiero del Russell, la Montalcini riconosce che dalle sue lettere scritte ai familiari traspaiono tre passioni che sostanzialmente non differiscono da quelle del filosofo e che riassume così: “La prima concerne la passione per la ricerca scientifica, la seconda l’affetto smisurato per le persone a me care e la terza il piacere di prodigare tutta me stessa nell’aiuto del prossimo”.
E termina il suo libro, rivolgendosi ai giovani, con il seguente monito:” La consapevolezza che ognuno dovrebbe sempre tenere presente è che la vita è una esperienza che va vissuta in profondità traendo da questa gli elementi positivi. L’impegno, la fiducia in se stessi, la serenità e il coraggio sono la più potente molla che permette di superare difficoltà di qualunque natura, presenti, di norma, in tutti i percorsi umani”.

18 luglio 2008

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