VARIA

TARANTELLA DANCE: QUANDO ERAVAMO FELLAS E MACARUNI’
di Rosa De Luca

L’emigrazione da Napoli a New York, da Roma alla Francia (1850 – 1950)

Al nonno mai conosciuto,
Gennaro Piccolo, emigrante al contrario:
nato a Manaus, tornato a Napoli,
direttore della compagnia di emigrazione
”Colombo” negli anni ‘50

“And hunger is the patrimony of the emigrant;
Hunger, desolate and squalid -
For the fatherland,
For bread and for women, both dear.
America, you gather the hungry poeple
And give them new hungers for the old ones.”

EMANUEL CARNEVALI,
poeta italoamericano contemporaneo

SOMMARIO

Parte II
Da Napoli a New York, da Roma alla Francia 1850 – 1950

  • “Partono i bastimenti”: l’emigrazione dal Meridione d’Italia versoNew York e la Francia
  • Le procedure per le partenze. Documenti Archivio di Stato di Napoli
  • Il lavoro delle compagnie di emigrazione e i documenti richiesti per il viaggio verso il Mondo Nuovo
  • 4. Da Napoli ad Ellis Island, New York: le rotte dell’emigrazione italiana
  • Good fellas : gli italiani emigranti in America: le condizioni di vita e di lavoro
  • Dall’Italia alla Francia: quando eravamo chiamati Ritals e Macarunì
  • L’adattamento e le politiche di educazione interculturale seguite in USA e in Francia nei confronti degli emigranti italiani
  • Mio nonno,un“macarunì”
  • Letteratura dell’emigrazione italiana in Francia e USA
  • Bibliografia

1. “Partono i bastimenti”: l’emigrazione dal Meridione d’Italia versoNew York e la Francia

Partono 'e bastimente
p' 'e terre assaje luntane,
cantano a buordo e so' napulitane!

Come il testo della canzone suggerisce, le rotte degli emigranti partivano prevalentemente dal Sud d’Italia. Napoli, in particolare, insieme a Genova e a Palermo, costituiva un porto importante, punto di partenza per i piroscafi diretti verso l’Atlantico e quindi ritrovo per tutti gli emigrati provenienti dal Meridione e dal Centro Italia. In circa un secolo, dal 1870 al 1970, circa ventisette milioni di migranti lasciarono l'Italia per lavorare e vivere all’estero(1). Le mete erano prevalentemente Stati Uniti, Francia, Australia e Argentina.
In questi paesi gli immigrati – gli italiani tra loro – costituirono dal dieci al trenta per cento delle popolazioni locali durante gli anni caldi dell'immigrazione.
Oggi le persone di origine italiana rappresentano il dieci per cento della popolazione francese, il 21 per cento di quella Argentina e circa il 5 per cento di quella statunitense.(2)
Le cause della grande migrazione italiana erano costituite in parte da “push factors” ed in parte da “pull factors” Tra i primi, come fattori di respingimento annoveriamo sicuramente le precarie condizioni economiche in cui larga parte della popolazione versava, ma anche, specialmente per i giovani maschi, il fenomeno della coscrizione obbligatoria, cui cercavano di sottrarsi, che spesso obbligava a condurre una vita clandestina e sovente sfociava nel brigantaggio.
Tra i “push factors”, fattori di attrazione, andavano considerati la speranza di arricchirsi e l’idea di diventare cittadini di un grande paese costituito completamente da immigranti. Nel periodo del fascismo, inoltre, molti tra gli immigrati erano antifascisti perseguitati dal regime o dissidenti che decisero di trasferirsi in America anziché essere perseguitatiin una patria divenuta inospitale.
Secondo Bruno Roselli, autore di un saggio parte della vasta opera di Fairchild , “Immigrant Backgrounds”(3), c’ erano due flussi principali degli emigranti,uno provenientedalla sezione nordoccidentale del paese (dalla Liguria ed il Riviera italiano fra San Remo e La Spezia mentre la seconda ondata di immigrati italiani proveniva dal sud-ovest :Napoli, Calabria, Basilicata e Sicilia. Come in molti altri posti nel mondo, gli italiani in America si sono distinti in gruppi legati alla loro origine. Gli italiani del Sud sonovenutiin America dopo quelli del nord e si sono insediati prevalentemente a New York, Boston, Filadelfia e New Orleans. Riunitisi dopo qualche anno alle loro mogli e alla famiglia,hanno generato il cosiddetto "little Italy".
Gli Italiani del Nord, invece, si sono dapprima spostati verso il Sud America, mentrein seguito sono stati costretti a venire negli Stati Uniti perché le condizioni economiche trovate al Sud non erano così convenienti. Molti settentrionali si sono insediati nelle regioni industriali meno avanzate nell'estremo ovest, particolarmente in California.
Gli italiani presto si sono assimilati ad altri gruppidi immigrati, come, gli Irlandesi, gli ebrei, i tedeschi ed i polacchi.Osservava Roselli, iSiciliani hanno riseduto per lo più a New Orleans, i napoletani e i calabresi nel Minnesota e principalmente italiani del nord, come detto prima,nella California. La maggior parte degli italiani si èconcentrata, tuttavia,nella parteatlantica, per esempio nel 1910 erano presenti in numero di 472.000 a New York e quasi 200.000 in Pennsylvania.(4)

Tabella 1
Emigrazione italiana per regione 1876-1900, 1901-1915(5)

Piemonte

709.076

13,5

831.088

9,5

Lombardia

519.100

9,9

823.695

9,4

Veneto

940.711

17,9

882.082

10,1

Friuli V.G.

847.072

16,1

560.721

6,4

Liguria

117.941

2,2

105.215

1,2

Emilia

220.745

4,2

469.430

5,4

Toscana

290.111

5,5

473.045

5.4

Umbria

8.866

0,15

155.674

1,8

Marche

70.050

1,3

320.107

3,7

Lazio

15.830

0,3

189.225

2,2

Abruzzo

109.038

2,1

486.518

5,5

Molise

136.355

2,6

171.680

2,0

Campania

520.791

9,9

955.188

10,9

Puglia

50.282

1,0

332.615

3,8

Basilicata

191.433

3,6

194.260

2,2

Calabria

275.926

5,2

603.105

6,9

Sicilia

226.449

4,3

1.126.513

12,8

Totale espatri

5.257.911

100,0

8.769.749

100,0

Tabella 2
Principali paesi di emigrazione italiana 1876-19764

Europa

Americhe

Francia

4.117.394

Stati Uniti

5.691.404

Svizzera

3.989.813

Argentina

2.969.402

Germania

2.452.587

Brasile

1.456.914

Belgio

535.031

Canada

650.358

Gran Bretagna

263.598

Australia

428.289

Altri

1.188.135

Venezuela

285.014

Totale

12.546.558

11.481.381

  • Le procedure per le partenze. Da Napoli a New York, da Roma alla Francia

Il fenomeno migratorio in Italia tra la fine del 1800 e i primi anni del ‘900 assunse dimensioni notevoli e crescenti, e fu così che il governo italiano appena nato cercò di frenarlo ponendo limitazioni alla libertà di emigrare. La prima legge del 30 dicembre del 1888 fu seguita da un’altra, approvata nel 1901 che istituì un'amministrazione speciale dipendente dal Ministero degli affari esteri e incentrata sul Commissariato generale per l'emigrazione. Diretto soprattutto verso l'Europa e verso l'America, il flusso demografico fu frenato e contenuto dal regime fascista, ma prese nuova forza dopo la seconda guerra mondiale.Presso l'Archivio di Stato di Napoli si possono trovare informazioni sugli operatori economici che curavano la partenza e il viaggio degli emigranti: gli agenti e i subagenti,le compagnie ( che all’epoca erano chiamatevettori di navigazione) e i loro rappresentanti. E’ possibile consultare alcune fonti scritte presso l’Archivio di Stato di Napoli, che offrono testimonianze della vita degli emigrati italiani e delle condizioni di viaggio verso le rotte degli Stati Uniti e della Francia.
Dall’esame dei documenti si ricavano informazioni importanti relative alla concessione dei passaporti per l’estero, ma anche notizie sui raggiri, abusi e soprusi compiuti nei confronti degli emigranti. Per esempio, la più comune infrazione alla legge era la truffa ai danni delle compagnie di navigazione attribuita a coloro che tentavano di emigrare clandestinamente, imbarcandosi senza biglietto, a volte con la complicità di vari faccendieri e perfino del personale di bordo.

  • Il lavoro delle compagnie di emigrazione e i documenti richiesti per il viaggio verso il Mondo Nuovo

L'esibizione del contratto d'imbarco verso gli Stati Uniti doveva attestare l'effettiva possibilità per l'emigrante di partire per la destinazione richiesta. Sul contratto venivano annotati: il piroscafo, la destinazione del viaggio, il numero dei posti assegnati, l'importo del biglietto e il nome dell'agente di emigrazione. Oltre a questo documento, nel fascicolo intestato all'aspirante alla concessione del passaporto, vi erano conservati altri tipi di atti, fra cui il nulla osta del sindaco del Comune di appartenenza, l'istanza dell'interessato, i rapporti delle autorità di polizia. Fino alla legge sull'emigrazione del 1901,che abolì i subagenti, l'organizzazione del viaggio dell'emigrante era affidata a mediatori, che percepivano provvigioni difficilmente controllabili. Le licenze ai subagenti di emigrazione designati dalle agenzie erano rilasciate dalla Prefettura, previa la presentazione di una tabella delle tariffe dei servizi offerti all'emigrante. Ecco un esempio di contratto d’imbarco, consultabile presso l’archivio di Stato di Napoli::

CARATTERI DEL DOCUMENTO D’IMBARCO(8)

Denominazione: Contratto d'imbarco per New York di Antonio Liotta con laCompagnia generale italiana di emigrazione.
Denominazione breve: Contratto d'imbarco per New York
Natura materiale: carta
Data secolo: XIX
Estremi cronologici: 8 aprile 1892
Consistenza:
Soggetto produttore: Regno d´Italia; Repubblica Italiana. Questura di Napoli(1860 - )
Livello di descrizione: ASNA.0000017412
Denominazione unità: Passaporti. Liotta Antonio
Localizzazione: sede centrale
Segnatura: Questura di Napoli. Archivio generale. 1888-1932, 3153

Le liste dei passeggeri erano compilate dalle autorità del Porto e, successivamente alla legge del 1901, dall'Ispettorato per l'emigrazione e non più dalla polizia. Per il rilascio del passaporto, valido per tre anni, era necessario il nulla osta del sindaco del Comune di appartenenza, dal quale risultavano i dati anagrafici, i connotati e la professione dell'emigrante e la destinazione del viaggio. Questo passaporto richiesto da Giosuè Acampa era per New York.(9)

4. Da Napoli ad Ellis Island, New York: le rotte dell’emigrazione italiana

Ellis Island è un isolotto situato alla foce del fiume Hudson, nei pressi del porto di New York City. E’ comunemente ritenuto il simbolo del patrimonio culturale degli immigrati provenienti da tutti i paesi europei e diretti negli Stati Uniti. Dal 1892 fino al 1954 in quest’isola transitarono circa venti milioni di emigranti, in cerca di libertà e di opportunità economiche.(10) All’arrivo al centro di accoglienza, ciascun immigrato doveva esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva condotti in America, mentre dei medici del servizio immigrazione visitavano i nuovi arrivati, contrassegnando con la schiena con un gessetto coloro che dovevano essere sottoposti ad esami più approfonditi.Chi superava il primo esame, veniva poi accompagnato nella sala dei Registri, in cui venivano registrati dati quali le generalità dell’immigrato, la destinazione, la disponibilità di denaro e le attitudini lavorative, per essere successivamente sbarcato a Manhattan. Chi veniva sottoposto alla successiva visita e fosse giudicato non idoneo, veniva reimbarcato sulla stessa nave che lo aveva portato negli Stati Uniti, la quale aveva l’obbligo di riportare in patria gli “scartati”.(11)
Nel secolo tra il 1876 e il 1976 gli Italiani costituirono uno dei più folti gruppi tra gli emigrati sbarcati ad Ellis Island.(12) Se nel1850 a New York vi erano meno di 4000 italiani, nel 1880, soltanto trent’ anni dopo, la popolazione era salita a 44.000 ed entro il 1900 a484.027. Tra il 1880 e il1900, gli immigranti italiani del sud rappresentarono la fattispecie tipica dell’l'immigrantee così rimasero durante l'espansione totale. Nel 1927, secondo Francesco Coletti, il governo italiano stimò che gli italiani emigrati in America fossero intorno ai 3 milioni e mezzo, nonostante l’introduzione nel 1921 e nel 1927, di leggi restrittive sull’emigrazione. Tuttavia, malgrado l’incremento numerico, gli italiani non rappresentavano il più grande gruppo di origine straniera in terra americana, contando solol’ 1.5% della popolazione degli Stati Uniti.(13)
Come in molti altri posti nel mondo, gli italiani in America si sono raggruppati nelle zone degli Stati Uniti in base al loro luogo di origine.. Per esempio, i napoletani e i siciliani si insediarono inparti differenti di New York, fondando le loro Little Italy.(14)
Altri immigranti si sono insediati inregioni differenti degli Stati Uniti , molti gruppi provenienti dalla Sicilia hanno risieduto a New Orleans, mentre ancora napoletani e calabresi nel Minnesota e principalmente italiani provenienti dal Nord nella California.(15)

  • Good fellas : gli italiani emigranti in America: le condizioni di vita e di lavoro

Negli Stati Uniti in cui l'abbondanza di terra poco costosa era un fattore allettante, gli italiani – chiamati fellas, termine che nel gergo significava“ ragazzi”,si distinguevano per svolgere principalmente lavori agricoli, anche se successivamente sono stati impiegati in lavoriprincipalmente urbani. Gli italiani sono stati notati e apprezzati ancheper la loro diligenza. Hanno lavorato come macellai, raccoglitori di stracci, addetti alle pulizie della fogna e in tutti queilavori duri, sporchi, pericolosi che gli autoctoni non desideravano. Anche i bambini immigrati hanno lavorato fin dalla più tenera età, come del resto avveniva in Italia, spesso a scapito della loro educazione scolastica. Gli italiani emigrati in America erano apprezzatiper il loro rifiuto di accettare la carità o di ricorrere alla prostituzione per soldi.
Le condizionidi vita in cui gli italiani immigrati a New York vivevano erano spesso drammatiche e ai limiti dell’indigenza. Erano famosi per la loro sobrietà, ma venivano spessoosservati comportamenti tipici, come la sporcizia delle loro abitazioni e la tendenza a risparmiare sugli alimenti in un tentativo disperato di accumulare soldi. Tuttavia, dopo il primo periodo migratorio, conle nuove generazioni degli italiani, la sporciziadelle loro sedi è scomparsa e così la caratteristica degliitaliani deboli da mancanza di nutrizione.
Verso la fine del secolo diciannovesimo e l’inizio del ventesimo,gli italiani si sono impiegati spesso come pescatori, calzolai, camerieri, venditori di frutta e commercianti. La maggior parte di essi erano lavoratori non qualificati comunque, lavorando nelle miniere e nei settori della costruzione. Nel corso degli anni, gli italiani hanno progredito sulla scala economica più per l'acquisizione delle abilità di lavoro nel lavoro manuale piuttosto che per l’acquisizione di specifica istruzione professionale.

  • Dall’Italia alla Francia: quando eravamo chiamati Ritals e Macarunì

La Francia è stata, dopo gli Stati Uniti e l’Argentina, la destinazione più frequente degli italiani, e non solo degli italiani del Sud, ma anche di quelli del Nord, con un grande afflusso di popolazioni frontaliere, specialmente provenienti dal Piemonte e dalla Liguria. L’emigrazione verso la Francia del Sud e centrale, fino ad arrivare alla capitale e, ancora più al nord industrializzato si concretizzò con un flusso in crescente aumento a partire dalla fine del 1800 fino alla seconda metà del ‘900(17). In Francia gli italiani – specialmente quelli provenienti dall’alta Italia - sono andati a lavorare molto spesso come “sans papier”, operai clandestini nelle fabbriche o nelle miniere(18). La condizione di clandestino era spesso dettata dall’alto costo che era richiesto per avere tutti i documenti necessari per la regolarizzazione. In più, l’elevato tasso di analfabetismo e la scarsa pratica con uffici e richieste burocratiche favorivano il clandestinismo lavorativo. Per lavorare regolarmente, occorreva una “carte de travaille”, che doveva essere approvata dal consolato italiano nelle città francesi di destinazione e successivamente inoltrata alla sottoprefettura territoriale competente. Per passare la frontiera, era sufficiente il regolare passaporto, ma senza la carta lavorativa era difficile ottenere un lavoro regolarmente retribuito.Molti lavoratori si recavano in Francia per lavorare come stagionali, attratti dalle paghe più alte di quelle praticate in Italia. Spesso lasciavano una famiglia che doveva sobbarcarsi il lavoro dei campi al posto dei suoi membri partiti in cerca di fortuna.
Il fenomeno della repressione dell’emigrazione clandestina fra l’Italia e la Francia costituì spesso materia di accordi bilaterali tra i due paesi, fino a portare a partire dal 1920, ad una seria politica restrittiva in Francia, adottata anche in Italia con decreti governativi volti ad una seria regolamentazione di tutte le forme emigratorie, anche quelle oltreoceano(19).
Chiamati ritals” o “macarunì” dalla popolazione indigena (Rital (al plurale ritals) è un termine dell'argot popolare franceseche indica una persona italiana o di origini italiane , con connotazione peggiorativa e ingiuriosa), gli italiani emigrati in Francia si consideravano solo di passaggio nel paese straniero, specialmente se provenienti dalle zone frontaliere o dall’Italia nordoccidentale. Tuttavia, molti di essi, finiti a lavorare nei campi o nelle miniere del Sud, o nella zona industriale del Nord, rimasero molti anni, fino ad integrarsi con le comunità locali. La maggior parte non possedeva specializzazioni professionali e dunque poteva esercitare qualunque attività manuale (sterratori, scaricatori, manovali, lavoratori agricoli stagionali, metallurgici nei cantieri navali….). Tantifinirono per impiegarsi, regolarmente o no, nell’industria edile. Le condizioni di vita erano spesso penose, al punto che era una diceria comune tra i francesi che gli italiani, venuti per costruire le ville altrui, fossero costretti ad occupare alloggi insalubri nelle bidonville o nei quartieri più degradati delle città.(20)

  • L’adattamento e le politiche di educazione interculturale seguite in USA e in Francia nei confronti degli emigranti italiani

Negli Stati Uniti, fin dai tempi più antichi dellaloro nascita come Stato, il modello educativo si è basato sulla multiculturalità e sulla libertà dell’individuo. Già ai tempi della rivoluzione americana Jefferson e i suoi seguaci ribadivano la centralità di una libera educazione come pari opportunità per raggiungere l’obiettivo dell’eguaglianza tra tutti i cittadini. La piena applicazione di questo principio, tuttavia è stata raggiunta solo dopo alcuni secoli, in cuisi è assisitito alla segregazione razziale verso i neri e delle altre persone di colore, abolite formalmente solo nel 1954, quando la suprema corte dichiara incostituzionali le scuole segregazioniste. Il modello pluralista americano va inteso principalmente come pluralismo aggiuntivo e accettazione delle diverse provenienze e relative culture dei vari immigrati che compongono lo Stato. In ciascuno degli Stati Uniti, poi, sono state elaborate varianti educative diverse, sempre, tuttavia, controllate da una legge – quadrofederale uniforme per tutti e monitorata a livello locale.(21)
In Francia, invece, fino agli anni ’70 non si può parlare di una vera e propria educazione interculturale, ma solo di tentativi di scolarizzazione dei figli degli immigrati e di insegnamento della lingua francese ai non francofoni, per rendere loro più agevole l’inserimento nelle classi normali.(22)
Più che di educazione multiculturale o interculturale si può parlare di modello assimilazionista, basato, come scrive G. Campani, “ sull’integrazione di tutti nel corpo sociale, con l’uniformizzazione dei valori morali, delle conoscenze, delle categorie intellettuali nella prospettiva dell’eguaglianza.”(23) Altro principio fondante il modello educativo francese è quello della laicità dello Stato, che afferma la neutralità dell’insegnamento pubblico in materia di coscienza e che considera il diritto alla differenza come subordinato ad un principio superiore, l’eguaglianza. Eguaglianza quindi, vista, come fine e come mezzo del sistema educativo.

  • Intervista ad un anziano emigrante in Francia :mio nonno,un“macarunì”

La presente intervista è stata tratta da un lavoro interculturale diventato un sito webweb diretto dall’Autrice erealizzato nell’Istituto Commerciale Tecnico “Enrico Fermi” di Tivoli durante l ’anno scolastico2003/2004sui temi della cittadinanza attiva e dell’intercultura. L’intervista, scritta sotto forma di articolo di giornale, è stata realizzata dallo studente Daniele Mezzaroma, allievo dell’autrice. Il lavoro completo, vincitore del Premio Nazionale “Igino Giordani” indetto dal Comune di Tivoli, è visibile al link http://www.fermitivoli.it/dida/porteaperte/menu.htm

QUANDO GLI ITALIANI ERANO" MACARUNI' "

Mio nonno ,emigrante in Francia.
di Daniele Mezzaroma

Sono milioni, una storia che è parte della storia del mio paese, e che ora che viviamo queste vicende dalla parte opposta sembriamo dimenticare, sempre pronti ad additare allo straniero di rubarci il lavoro, ma quanti di noi andrebbero a vendere cd o a lavare i vetri? Proprio come successe a mio nonno, dove i minatori erano di tutte le provenienze tranne che francesi.
Negli anni ’50 l’Italia visse un periodo di crisi, e come in tutti paesi in cui la crisi economica si abbatte, i posti di lavoro divennero scarsi:per colmare questa lacuna molti italiani furono costretti a lasciare tutto, per cercare fortuna fuori il proprio paese.Tra questa carovana di lavoratori si trovo', nel 1950 anche mio nonno che andò fino in Francia, piu' precisamente nella città di Saint Etiennes, per impiegare le sue fatiche dentro una miniera di carbon fossile. Di solito l’aggancio per lavorare all’estero avveniva tramite un concittadino già inserito nella nazione, e quindi tramite per fornire posti di lavoro. Mio nonno mi racconta che essendosi lasciata da pochi decenni la guerra dietro le spalle, i rapporti tra italiani e francesi, che vedevano le due popolazioni schierate su due opposti fronti, erano rimasti un po’ laceri da questo conflitto bellico.Difatti gli italiani non venivano molto a contatto con la popolazione francese, bensì fuori dal lavoro si frequentavano tra italiani, andando a formare così delle piccole comunità. Compreso nel contratto lavorativo c’era anche l’alloggio, sito in un ex campo di concentramento, dove in ogni camerata, che ospitava tre o quattro minatori, gli immigrati potevano riposare.
Mio nonno dal canto suo, era impiegato nella sezione dei picconatori, i quali scendevano in miniera a volte anche fino alla profondità di 1000 metri sotto terra, spaccavano la roccia con i picconi e dalle lastre estraevano il carbon fossile, e dopo averlo caricato su carrelli veniva riportato in superficie. I pericoli nella miniera erano davvero tantissimi, le lastre estratte facevano partire delle schegge che tagliavano il corpo lasciando ferite e cicatrici sul corpo, era talmente pericoloso che quasi ogni giorno si riscontrava un morto e molti feriti su 2000 operai, il problema più grande a quelle profondità è che la lastra pressata dalla forza di gravità, si staccava e difficilmente si riusciva a non esserne schiacciati.
I francesi erano soliti chiamare gli italiani "macarunì" per la loro abitudine di mangiare i maccheroni, per controparte gli italiani chiamavano i francesi "pomiditè" storpiando il nome con cui si chiamano le patate in francese ovvero pommes de terre, pietanza di cui erano soliti cibarsi i francesi.
Mio nonno, nonostante i disagi che ha dovuto sopportare, l’essere relegato in una comunità, e quindi essere ghettizzato dai francesi, non si sbilancia dicendo che i francesi lì trattavano male, lo fa per gratitudine, mi spiega che lui era andato per lavorare, "e li capoccia so tutti capoccia e li lavoraturi so tutti lavoraturi" ha trovato lavoro, un buono stipendio per mantenere la sua famiglia, e mia nonna, aveva un cappotto lungo capo d’abbigliamento che qui non avrebbe potuto indossare, quindi non si sbilancia con giudizi esageratamente negativi, perché come lui stesso mi ha detto "Se no pare che vogghjo criticane". Lo capisco, lui era andato per lavorare, non se ne curava dell’integrazione, se qualcuno lo insultava lui lo mandava a quel paese, perché come adesso i cretini che offendono ci sono, ma lui li ignorava, voleva solo lavorare per portare i soldi a casa, per assicurare un futuro solido alla sua famiglia, nonostante questo gli abbia causato malattie come il "verme della miniera" un verme che succhia il sangue dall’intestino e porta all’anemia, nonostante le polveri della miniera gli abbiamo lasciato striature nere sottocutanee e perforato un timpano, nonostante ammetta che le esalazioni portarono tantissimi casi di silicosi.
Questa è l’esperienza di mio nonno come emigrato, uno dei tanti, una storia come ce ne sono milioni, una storia che è parte della storia del mio paese, e che ora che viviamo queste vicende dalla parte opposta sembriamo dimenticare, sempre pronti ad additare allo straniero di rubarci il lavoro, ma quanti di noi andrebbero a vendere cd o a lavare i vetri? Proprio come successe a mio nonno, dove i minatori erano di tutte le provenienze tranne che francesi.

  • Qualche esempio di letteratura dell’emigrazione italiana inUSA

Vi sonomolti esempi di letteratura italiana dell’emigrazione, intendendo con questo termine la produzione letteraria degli italiani emigrati nel mondo scritta nella lingua del paese di adozione.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’esempio più eclatante è costituito da John Fante, il qualeviene definito “ il più italiano tra gli scrittori americani”. Figlio di immigrati abruzzesi, dopo la morte della madre, avvenuta quando era poco più di un ragazzo, non parlò più la lingua italiana, costringendosi ad imparare l’inglese. Tuttavia c’è molto di italiano nei suoi personaggi, anche in quelli americani, nella coloritura delle espressioni, nello stile vivace e nel voluto cinismo disincantato di alcuni indimenticabili personaggi dei suoi libri più famosi, come per esempio il Bandini di “Chiedi alla polvere”, che tuttavia dice: “Suo padre e sua madre erano italiani, ma lui avrebbe preferito essere americano”.
Di diverso avviso è Joseph Tusiani, nato in Puglia ed ormai cittadino americano dal 1976, il quale scrive dei versi per rievocare le sofferenze dei suoi antenati emigranti: “Sono il presente perché sono il passato / di quanti per il loro futuro son giunti, / umili e innocenti eppure scacciati. // Io sono il sogno del loro giorno eterno, / il sogno sognato in miniere senza luce; / io sono il loro buio e il loro raggio supremo, // il loro silenzio e la lor voce: parlo e scrivo / perché loro sognarono ch'io scrivessi e parlassi / della lor morte in nessun registro notata. // O gloria! Sono il pane ch'essi vennero a cercare, / il tralcio piantato per la loro unica estasi, / il loro più solenne picco duraturo.
Ferdinando Alfonsi in “Quandocambiai nome” rievoca invece l’esperienza fatta a scuola dai bambini italiani degli immigrati a spese del proprio nome di battesimo, spesso cambiato per renderlo più comprensibile agli americani:

In Italy a man’s name, here a woman’s,
transliterated so I went to school
for seven years, and no one told me different.
The teachers hardly cared, and in the class
Italian boys who knew me said Felice,
although outside they called me fee-LEE-tcahay.

I might have lived, my noun so neutralized,
Another seven years, except one day
I broke a window like nobody’s girl,
and the old lady called a cop, whose sass
was wonderful when all the neighbors smiled
and said that there was no boy named Felice.
And then it was it came on me, my shame,
and I stepped up, and told him, and he grinned.
My father paid a quarter for my sin,
called me inside to look up in a book
that Felix was American for me.
A Roman name, I read. And what he said
was that no Roman broke a widow’s glass,
and fanned my little Neapolitan ass.

In Italia è nome per maschi, qui per femmine.
Così traslitterato frequentai la scuola elementare
per sette anni, e nessuno mi chiamò in altro modo.
Poco importava ai miei insegnanti, e in classe
i compagni italiani mi chiamavano Felice,
anche se poi fuori dicevano Fehlichei.

Con un nome così neutralizzato avrei potuto vivere
altri sette anni, se un giorno non avessi spaccato
un vetro, come una ragazzetta qualunque.
La vecchia incazzata chiamò un pizzardone che ci mise
il resto del sugo... mentre tutto il vicinato sghignazzando
disse che nessun ragazzo si chiamava Felice.
Fino a quando la vergogna non mi coprì tutto,
gli dissi che Felice ero io, e lui sghignazzò pure.
Mio padre pagò il dovuto per il mio peccato.
Mi portò dentro e mi fece vedere in un libro
che Felix era il mio nuovo nome americano.
Nome romano, lessi. E lui mi disse
che mai nessun romano aveva spaccato
il vetro di una vecchia vedova, e strigliò
a dovere il mio culetto napoletano.

Come dice Giuliano Manacorda, “Questa America non ha bisogno di Colombo, essa è scoperta dentro di noi, ... con la stessa speranza e la stessa fiducia dei primi emigranti e di chiunque”.

BIBLIOGRAFIA
Donna Rae Gabaccia (University of North Carolina at Charlotte) –Louise I. Gerdes, Immigration, 2005,Thomson Gale
ALTREITALIE, N.16 - luglio-dicembre 1997
Henry Pratt Fairchild, Immigrant Backgrounds, Wiley Social Science Series, London 1927
Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Roma, Cser, 1978.
Archivio Stato Napoli,FONDO La grande emigrazione meridionale
:S:A: National Archives ,http://www.archives.gov
Ellis Island Museum Acts, Arrivals
Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, in Cinquant’anni di storia italiana – 1860/1910 –, III, a cura dell’Accademia dei Lincei, Milano, Accademia dei Lincei, 1911
Jerome Krase, The present/Future of Little Italies, City of New York University of Brooklyn,1999
R. Sori , L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, il Mulino, 1979
A cura di Bevilacqua, Storia dell’emigrazione italiana, Arrivi e partenze, Donzelli, 2002
.P.Corti, L’emigrazione italiana in Francia, Univ. di Torino,in Altreitalie,aprile 2003
Bernard Langlois, Le Monde Citoyen,2006
Kenneth Cushner,International Perspectives on Intercultural Education,Lawrence Erlbaum Associates, 1998
G. Campani, L’educazione interculturale nei sistemi educativi europei, Università degli Studi Roma Tre, 1999
A Fig Tree in America, 1970, citato nel lavoro di L. Fontanella, Ibridazioni, New York, 2005
John Fante, Ask the dust, Harper Perennial, rist. 2005
Tivoli, 10 gennaio 2007

---------
(1) Donna Rae Gabaccia (University of North Carolina at Charlotte) – Louise I. Gerdes, Immigration, 2005 Thomson Gale, MI
(2) da ALTREITALIE, N. 16 - luglio-dicembre 1997
(3) - Henry Pratt Fairchild, Immigrant Backgrounds, Wiley Social Science Series, London 1927
(4) - Henry Pratt Fairchild, op. cit.
(5) Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Roma, Cser, 1978.
(6) Cfr. Sito Web Archivio Stato Napoli, Album, Itinerari tematici, La grande emigrazione meridionale
(7) Documento conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, e consultabile online presso il relativo sito
(8) Cfr. Sito Web Archivio Stato Napoli, Album, Itinerari tematici, La grande emigrazione meridionale
(9) Cfr. Sito Web Archivio Stato Napoli, Album, Itinerari tematici, La grande emigrazione meridionale, Documenti di viaggio
(10) U:S:A: National Archives ,http://www.archives.gov/genealogy/immigration/passenger-arrival.html
(11) Da Wikipedia, voce “Ellis Island”
(12) A cura di Bevilacqua, Storia dell’emigrazione italiana, Arrivi e partenze, Donzelli, 2002
(13) Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, in Cinquant’anni di storia italiana – 1860/1910 –, III, a cura dell’Accademia dei Lincei, Milano, Accademia dei Lincei, 1911: 1-284.
(14) Jerome Krase, The present/Future of Little Italies, City of New York University of Brooklyn,1999
(15) Sori , L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, il Mulino, 1979
(16) tratto da Henry Pratt Fairchild, Immigrant Backgrounds, Wiley Social Science Series, London 1927
(17) P. Corti, L’emigrazione italiana in Francia, Univ. di Torino,in Altreitalie,aprile 2003
(18) Osservazioni tratte dal lavoro dell’IC “Marro” di Villar Perosa, visitabile al sito web “PASSI DI EMIGRANTE”
(19) Articolo da L'Eco del Chisone, “Emigrazione… Clandestina”,Torre Pellice,25 settembre 1920 in Passi di emigrante, link: http://www.scuolamarro.it/passidiemigrante/
(20) Bernard Langlois, Le Monde Citoyen, 2006
(21) Kenneth Cushner; International Perspectives on Intercultural Education, Lawrence Erlbaum Associates, 1998
(22) G. Campani, L’educazione interculturale nei sistemi educativi europei, Università degli Studi Roma Tre, 1999
(23) G. Campani, op. cit, p. 51
(24) dal volume A Fig Tree in America, 1970, citato nel lavoro di L. Fontanella, Ibridazioni, New York, 2005

28 gennaio 2008