VARIA

DIASPORA DANCE: EMIGRAZIONE A RITMO DI REGGAE
di Rosa De Luca
(1)

Dai Caraibi a Londra, New York , Londra,Milano, Europa.
Dal 1948 ai giorni nostri

SOMMARIO

  • Brevi cennigeografici, storici ed economici sulla regione dei Caraibi
  • L’orgoglio di essere “Black”: Marcus Garvey, Hailè Selassié e le origini del Rastafarianesimo
  • Il concetto di diasporanella letteratura e nella musica caraibica. Bob Marley : “ One love”
  • Dalle West Indies all’Europa: la diaspora giamaicana verso Londra e l’Europa dal caso Empire Windrush in poi
  • Politiche di educazione interculturale nelle comunità inglesi ospitanti le comunitàcaraibiche
  • La diaspora nei racconti degli immigrati caraibici: Una vita migliore, novella di Ezra Winston
  • La diaspora vissuta. Io, un giamaicano in Italia: intervista a Stevert McKenzie, tra New York e Milano
  • Letteratura dell’emigrazione giamaicana: Miss Lou Bennett “Noh a lickle twang”
  • Appendici
  • Bibliografia

L’emigrazione caraibica verso l’Europa e soprattutto verso il Regno Unito ha ispirato a Louise Bennett, una delle più famose poetesse giamaicane,questi celebri versi scritti in dialettolocale detto patois, intitolati “Colonizzazione di ritorno”, L’autrice tratteggiò una satira leggera ma che involontariamente presagì la reazione violenta contro l’immigrazione da parte di politici di estrema destra come Enoch Powell. La Jamaica è scherzosamente definita come confine d’Inghilterra:

What a joyful news, Miss Mattie
Ah feel like me heart gwine burs’
Jamaica people colonizin’
Englan’ in reverse
By de hundred, by de tousan
From country and from town
By de shipload, by de planeload
Jamaica is Englan’ bound

Che bella notizia, Miss Mattie,
sento il mio cuore bruciare di gioia
perché il popolo della Jamaica stacolonizzando
l’Inghilterra al contrario.
A centinaia, a migliaia
Dalla campagna o dalla città
A frotte per nave o per aereo
La Jamaica è attaccata all’Inghilterra

  • Brevi cennigeografici, storici ed economici sulla regione dei Caraibi

La regione dei Caraibisi estende nella zona dell’America Centrale, completamente circondata dal Mar dei Carabi, ed è costituita dai duearcipelaghi delle Grandi Antille e delle Piccole Antille. Le isole formano una sorta di arco naturale che parte dalle coste meridionali della Florida e si estendono finoalle coste settentrionali del Sud America. Il clima è di tipo tropicale, con temperature mitigate dalla brezza dell’oceano, ma le isole sono spesso soggette a tifoni od uragani improvvisi e a fenomeni sismici. La superficie delle isole della zona è prevalentemente pianeggiante, tuttavia sono presenti picchi elevati, come in Jamaica le Blue Mountains e in Domenica le Morne Diablotin. La parte pianeggiante è caratterizzata da foreste pluviali e da vegetazione di tipo prevalentemente palmizio.
La regione delle Antille fu abitata da tribù di Arauchi e Caribi, fino alla scoperta delle Americhe da parte di Colombo e dei successivi esploratori, L'occupazione da parte degli spagnoli causò la rapida scomparsa degli Arauchi mentre i Caribi rimasero più a lungo, fino al XVII secolo, quando anche gli ultimi sopravvissuti vennero deportati. Divennero presto uso il rifugio di bucanieri anglo-francesi e poi di filibustieri per cadere successivamente nelle mani dei governi occidentali. Il più famoso di essi è il corsaro Henry Morgan, che a Port Royal, nella parte meridionale della Giamaica, istituì un dominio capace di tener testa agli inglesi, per poi successivamente diventare– perdonato di tutti i misfatti compiuti - governatore della Giamaica per conto della corona britannica.
Attualmente su queste isole sono presenti neri, mulatti e bianchi e le lingue riflettono questa varietà. Le lingue predominanti sono l’inglese, lo spagnolo, e nella parte orientale dell’Arcipelago, il francese. In qualche isola, ad esempio a Sint – Marteen, si parla ancora l’olandese, come testimonianza del recente passato coloniale.
L’economia dei paesi appartenenti alla regione caraibica è prevalentemente basata sull’agricoltura : canna da zucchero,banane, caffè, palme, arance, olio di alloro ele esportazioni riguardano soprattutto prodotti della terra. Vi sono alcune industrie (sapone, olio di noce di cocco, copra, mobili, cemento, calzature), mentre il turismo costituisce un’importante risorsa per quasi tutti gli Stati dell’area.
Fertile e ricca di risorse, quindi, la terra delle isole antillesi fin dall’insediamento da parte degli spagnoli prima, e poi dagli inglesi successivamente, venne popolata da molti coloni, che diedero un forte impulso alla coltura sistematica di canna da zucchero, che presto divenne una delle risorse principali della regione.Dal secolo XVIIIla coltivazione della canna raggiunse tali livelli che l’Inghilterra, per far fronte alla richiesta in costante aumento, prese a trasportare dall’Africa migliaia di schiavi neri. La tratta degli schiavi proseguì senza sosta dalla Giamaica, che divenne il centro di smistamento degli africani nelle altre isole caraibiche, fino al secolo XIX in cui la popolazione nera diventò l’80% a fronte di una minoranza bianca, costituita, tuttavia dai proprietari terrieri, che , per mantenere il predominio, uccidevano senza alcuna pietà e torturavano gli schiavi, cui peraltro erano imposte penose condizioni di lavoro.
In Jamaica la situazione cominciò a farsi difficile per i proprietari nel momento in cui alcuni free coloured, chiamati maroons – derivazione dallo spagnolo cimarròn, che significa indomito -, uomini liberi già figli degli schiavi e armati dagli Spagnoli prima della loro partenza organizzarono alcune rivolte e guerre di indipendenza. Tra le prime rivolte ricordiamo quelle del 1739 e del 1795, sedate dagli inglesi, mentre l’insurrezione del 1831, guidata da Sam Sharpe, pastore battista, fu addirittura soffocata nel sangue. Sebbene la vittoria fosse ancora in mano agli inglesi, la crudeltà dimostrata dal vincitore portò un asso nella manica degli abolizionisti. Infatti nel 1838 il governo di Londra decretò la fine della schiavitù. Nel corso di pochi anni l’abolizione della schiavitù venne gradualmente applicata in tutti i paesi delle Antille.

  • L’orgoglio di essere “Black”: Marcus Garvey, Hailè Selassié e le origini del Rastafarianesimo

Dalla dichiarazione di abolizionismo alla reale indipendenza economica correva una enorme differenza per i popoli dell’area che stiamo esaminando. I neri, nonostante costituissero una forte maggioranza, non possedevano istruzione né rappresentatività economica e addirittura politica, poichéalla vasta comunità di discendenza africana era di fatto impedito dalle leggi vigenti di partecipare attivamente al governo del paese. Molti di loro erano costretti addirittura ad emigrare all’estero, e a lavorare nelle fabbriche e nelle officine degli Stati Uniti in condizioni simili alla schiavitù. Fu Marcus Garvey, un sindacalista di origini giamaicane ed emigrato negli Stati Uniti ad opporsi a questo stato di fatto.Garvey auspicò il ritorno in Africa di parte di tutti i neri del mondo, che non dovevano né sentirsi né chiamarsi cittadini dei paesi in cui risiedevano, ma africani. Predicò inoltre una profezia contenuta nella Bibbia aramaica, ovvero l'incoronazione in Africa di un re nero, che avrebbe cacciato il colonialismo e preparato il continente nero al ritorno della sua gente.
In effetti l’Etiopia, sulla quale regnava dal 1930 col nome di Hailè Selassiè I,Ras Tafari Makonnen, fu l'ultimo stato africano ad essere conquistato da una potenza coloniale europea (l'Italia fascista, con la seconda guerra italo-abissina del 1935-1936).
La novità del pensiero di Garvey consistette nel rappresentare l' incontro tra due tradizioni politiche e socioeconomiche altamente sviluppate: quella fondata sul concetto di consapevolezza sociale dei contadini giamaicani e quella imperniata sulla coscienza di razza della comunità afroamericana. Alla soggezione economica e sociale Garvey sostituì l’idea di orgoglio nero; alla predominanza, anche culturale, del saper parlare un inglese perfetto senza inflessioni, tipico della razza padrona, sistituì l’idea che il patois, l’idioma locale creolo, nato dalla corruzione delle diverse lingue stratificatesi nel corso dei secoli di dominazioni straniere, fosse una lingua da coltivare e non un semplice dialetto; al processo di conversione, operato dai missionari, più o meno interessati a manipolare masse delle popolazioni , sostituì l’idea di un nuovo messia nero, il Ras Tafari: era nata una nuova religione, che successivamente vide in Hailè Selassiè, il Ras etiope, il Messia. Il Rastafarianesimo auspica il ritorno in patria: l'Africa. E per definizione tutti i neri sono rasta. L’Africa è dunque identificata con Sion, la terra promessa, mentre ci si riferisce al sistema che perpetua il dominio dei bianchi con il termine "Babilonia". Paradossalmente, come nota StuartHall(3), nonostante le diverse influenze, africane, anglosassoni e francofone nella regione caraibiche,è stato proprio lo sradicamento della schiavitù e della deportazione, e l'innesto nell'economia della piantagione, come pure nell'economia simbolica del mondo occidentale, che ha “unificato” questi popoli attraverso le loro differenze, nello stesso momento in cui li ha tagliati fuori dall'accesso diretto al loro passato.
Il Nuovo Mondo significa gli infiniti modi in cui i popoli caraibici sono stati destinati a “migrare”; è il significante della migrazione stessa – del viaggio, della partenza e del ritorno come fato, come destino; degli/le antillani/e come il prototipo del nomade moderno e postmoderno del Nuovo Mondo, in continuo movimento tra il centro e la periferia. Ne sono un esempio gli slogan coniati in quegli anni: Africa for Africans; One God, one aim, one destiny; Africa sì, Inghilterra no; i giornali : Negro World, Voice of Ethiopia.
Questa filosofia si è diffusa anche grazie a tre predicatori "etiopisti" che hanno avuto un ruolo primario nella nascita di questo credo: Leonard Howell, H. Archibald Dunkley, e Joseph Nathaniel Hibbert. A partire dagli anni Ottanta la religione rasta è presente anche negli Stati Uniti e nel resto del mondo, soprattutto grazie a Bob Marley e alla diffusione della musica reggae che ne veicola i contenuti. Il reggae non è l’unico ritmo dei Caraibi, ma sicuramente esso costituisce quello più conosciuto all’estero.

  • Il concetto di diaspora nella letteratura e nella musica caraibica. Bob Marley :“ One love”

La musica che caratterizza l’area caraibica è unmisto delle diverse tradizioni locali: si va dal reggae allo zouk, dalla bachata, al calypso :tutti i ritmi affondano le loro radici nella storia coloniale, nei canti e nei ritmi africani, unici ricordi che gli schiavi potevano conservare della loro terra di origine. In Giamaica, in particolare, il reggae è diventato, grazie a musicisti comeBob Marley, Peter Tosh e Jimmy Cliff, la musica simbolo della Giamaica nel mondo intero. Attraverso i testi del reggae , tuttavia, si diffonde la filosofia principale della religione rastafariana, il “One Love”, l’amore universale e l’utopia di essere in sintonia con la natura e tutte le sue componenti.
Le radici del movimento rastafari, quindi,risalgono al concetto che i veri discendenti delle tribù ebraiche disperse siano i neri. La diaspora ebraica, iniziata con la deportazione di Babilonia è la prima, mentre i rastafariani chiamano seconda Babilonia la deportazione degli schiavi in Jamaica e nei Caraibi, mentre la terza Babilonia rappresenta il destino dei giamaicani in Europa, costretti ad emigrare a causa della povertà del loro paese. Il concetto di emigrazione, quindi, assume anche una connotazione di tipo religioso oltre che culturale. Per gli Antillani, scrive Hall,il “ Nuovo Mondo significa gli infiniti modi in cui i popoli caraibici sono stati destinati a “migrare”; è il significante della migrazione stessa – del viaggio, della partenza e del ritorno come fato, come destino; degli/le antillani/e come il prototipo del nomade moderno e postmoderno del Nuovo Mondo, in continuo movimento tra il centro e la periferia”.(4) Il senso della perdita, della necessità di trasferirsiè spesso al centro delle parole di molti brani reggae,musica che quasi mai cede al sentimentalismo, a differenza dei testi europei e statunitensi, ma che spesso analizza le situazioni politiche e sociali, proponendo talvolta la soluzione dei problemi nell’esortazione e nella coesione. Nella famosa “Redemption song” , Bob Marley incita i suoi connazionali ad emanciparsi dalla schiavitù mentale, perché “Solo noi stessi possiamo liberare le nostre menti, Perché tutto ciò che ho mai avuto sono canti di Redenzione”.In “One love” si dice “Give thanks and praises to the Lord And I will feel alright .Let's get together and feel alright” : E ancora, in “Concrete Jungle”, Marley scrive: “No chains around my feet, But I’m not free! I know I am bound here in captivity, I’ve never known happiness”
Nei testi letterari diautori originari dei Caraibi, nei romanzi di Dionne Brand(5), scrittrice trasferitasi in Canada all’età dei sedici anni,nei versi di Derek Walcott(6) e nei romanzi di V.S. Naipaul,(7) nato a Trinidad e premio Nobel per la letteratura nel 2001, il tema dell’emigrazione costituisce un leit motif, uno sfondo a tutte le vicende.Alecia McKenzie, autrice di “Racconti giamaicani”(8), nata e cresciuta a Kingston, che ha lasciato per andare a vivere in America e successivamente trasferitasi in Belgio e a Singapore, dove attualmente risiede, in uno dei suoi racconti più belli, “Diaspora dance” descrive la condizione degli immigrati giamaicani, i quali, spesso, di fronte alle difficoltà della nuova condizione, si isolano dal mondo dandosi al fumo di ganya e così rinnovando lo spiacevole stereotipo sui loro connazionali.”Non c’è passaporto per il successo per la gente dello yard, ma solo una diaspora dance, ”, conclude amaramente l’autrice nel citato racconto, in cui la danza è l’emblema della lotta per la sopravvivenza di chi emigra in Europa o in America, rinunciando all’aroma di sugar cane e alla brezza dell’oceano tipica della propria terra.

  • Dalle West Indies all’Europa: la diaspora giamaicana verso Londra e l’Europa dal caso Empire Windrush in poi

Per convenzione si fa risalire la data d'inizio dell'immigrazione West Indian in Gran Bretagna al 22 giugno 1948, giorno in cui al porto di Tilbury approdò per la prima volta il transatlantico Empire Windrush, con a bordo 492immigrati giamaicani, che costituirono il primo sbarco di massa di caraibici in Inghilterra,anche se già ai tempi della seconda guerra mondiale molti nativi caraibici avevano fatto parte dell’esercito britannico.
Nel dopoguerra, una serie di fattori spinse la popolazione West Indian alla diaspora verso l’Europa, e la destinazione privilegiata era proprio la Gran Bretagna, capitale del Commonwealth: le cause della forzata emigrazione erano lepeggiorate condizioni economiche delle colonie, la riduzione della domanda di prodotti grezzi nell'immediato dopoguerra, come la canna da zucchero, su cui si fondava quasiinteramente l'economia coloniale delle isole.I Caraibi inglesi si trovarono così, nell'immediato dopoguerra, a dipendere ancora dal Regno Unito per quanto riguarda l'importazione di cibo e generi di prima necessità, il che causò un impoverimento generale delle condizioni di vita delle colonie a seguito del crollo del valore dello zucchero sul mercato internazionale.


Tabella 3: Grafico sull'immigrazione caraibica in Gran Bretagna, 1948-1988(9)

Quasi l'80% del totale degli immigrati caraibici si stabilì infatti in quattro principali aree metropolitane: Greater London (che da sola ospita il 58% della popolazione Black Caribbean), concentrandosi nei quartieri di Notting Hill e Notting Dale , nel West Midlands (nei pressi di Birmingham, nel Greater Manchester e West Yorkshire (Leeds, Bradford).(10)

  • Politiche di educazione interculturale nelle comunità inglesi ospitanti le comunitàcaraibiche

L’integrazione dei giamaicani e delle popolazioni provenienti dalle West Indies non è stata semplice, specialmente in Gran Bretagna, chealla fine degli anni ’50 sperimentò le rivolte di Notting Dale, dovute ad un rigurgito di tipo razzista da parte di alcune fasce della popolazione indigena nei confronti della massa di immigranti caraibici, criticati per le loro abitudini e comportamenti vivaci. “The West Indians live too high and live like pigs.” era la frase spesso ripetuta dai nativi bianchi, mentre i neri caraibici da parte loro sperimentavano la disillusione della utopia di essere del tutto uguali ai britannici in diritti e in aspirazioni, idea che aveva alimentato il loro rapporto e il sistema politico su cui si basa il Commonwealth. “ …what seems to have bothered whites most about working alongside blacks was having to share amenities.They disliked having to sit on the same benches, drink out of the same cups, or use the same lavatories”(11) Gli inglesi, come riporta questa frase, tratta da uno dei primi studi effettuati sull’interazione tra giamaicani o caraibici nelle comunità inglesi ospitanti, erano sconcertati dai folkloristici costumi e dalle colorite abitudini dei loro ex coloni, e ritenevano di essere superiori ad essi in educazione e in dignità.
Del resto, in Gran Bretagna i cittadini delle West Indies inglesi erano cittadini a tutti gli effetti dell’ex impero e quindi non potevano essereemessi provvedimenti fortemente restrittivi verso questo tipo di emigrazione. Ciò nonostante, negli anni ’60-61 fu approvata una policy più restrittiva, il Commonwealth Immigrants Act, che tuttavia, come dimostra la seguente tabella, non ridusse l’afflusso dei nativi caraibici verso il Regno Unito.

Year
Caribbean Birthplace(12)
1951
17.218
1961
173.659
1966
269.300
1971
304.070
Tabella 2: La popolazione caraibica in Gran Bretagna 1951-1971(13)

Nel 1968, in seguito al famoso discorso del predicatore razzista Enoch Powell, intitolato “Fiumi di sangue”, in cui minacciò il paese con lo spettro della rivolta e del conflitto razziale, l’opinione pubblica dimostrò preoccupazione verso l’afflusso di nuovi immigrati “black”, e nel1971 fu approvato il National Act che bloccò la principale immigrazione nera verso la Gran Bretagna, mentre, nella decade successiva, caratterizzata dai governi conservatori della Thatcher e dallo smantellamento del welfare state, si inasprirono ulteriormente i rapporti tra popolazioni immigrate nere e forze dell’ordine, giungendo spesso a conflitti e incidenti. Gli anni ’80 divennero un vero campo di battaglia per i neri immigrati britannici, ma segnarono anche nuovi sviluppi nel loro percorso diautoconsapevolezza, ampliando ed approfondendo il dibattito su razza, etnicità ed anche estetica e collegando il discorso degli studi culturali neri a quelli del post-colonialismo.(14)
La soluzione del problema dell’integrazione fudemandata al sistema educativo inglese,in cui ha sempre assunto un ruolo preponderante il modello multiculturale, basato sull’assunzione di un concetto di coesistenza contemporanea di più culture. In altre parole, la multiculturalità nel caso del Regno Unito era caratterizzata dall’impostazione differenzialista e dal governo indiretto. I britannici ammettevano che i colonizzati conservassero, se lo volevano, le loro tradizioni e le loro strutture sociali e politiche purché riconoscessero, al di sopra di loro, l’autorità del viceré o del governatore britannico. Questa politica è poi proseguita, con le necessarie modifiche, nel Commonwealth che, non a caso, è riuscito a sopravvivere alla decolonizzazione. nel Regno Unito l’arrivo degli stranieri non ha mai svolto una funzione demografica importante, ed è stato anche assai meno motivato da una reale domanda di lavoro. Possiamo, secondo Natale Iosi(15), individuare quattro fasi dell’immigrazione in Gran Bretagna:
- la prima, contraddistinta dalla presenza di immigrati giunti con l’intenzione di restare per poco, per poter guadagnare quel tanto necessario da poter avviare un’attività una volta tornati in patria. Pian piano la Gran Bretagna però vide molti di loro decidere di rimanere sul suo territorio, richiamando anche la famiglia.
- la seconda fase è connotata da persone che migrarono per motivi diversi rispetto a quelli della prima fase: non erano più giovani e celibi, ma persone già qualificate nel proprio paese che si spostarono in Gran Bretagna con l’intenzione di trovare un lavoro stabile tale da permettere il trasferimento anche della famiglia. E’ di questa fase la legge del 1962, il Commonwealth Act,(16) che cercò di frenare l’ondata migratoria, anche se non fermò i ricongiungimenti familiari, e precorrendo le misure di stop che si sono viste poco dopo in tutt’Europa.
- la terza fase fu connotata dalla presenza di comunità abbastanza forti e strutturate, che reclamavano diritti e aiuti statali quali il diritto ad ottenere una casa, l’opportunità di mandare i propri figli a scuola, la possibilità di avere l’assistenza sanitaria.
- la quarta fase infine, fu caratterizzata dalla presenza di intere comunità etniche che riflettevano la struttura sociale del paese d’origine, costituendosi come vere e proprie minoranze etniche strutturate nei loro quartieri, nelle periferie delle grandi città. Quest’ultima era la situazione dei Black West Indians rispetto ai nativi britannici.
Una così grande distanza culturale tra “maggioranza” e “minoranza” rese più difficoltosa l’integrazione socioculturale, proprio nel paese in cui l’integrazione legale è stata, per molti anni, particolarmente favorevole. Esiste infatti tutta una gamma di situazioni intermedie date dalla presenza degli originari del Commonwealth, a sua volta differenziate secondo il paese di provenienza, la data di arrivo nel Regno Unito, l’eventuale ascendenza britannica (la cosiddetta patriality), le eventuali pregresse prestazioni di lavoro a favore dell’amministrazione britannica.
Guardando le strategie scolastiche di integrazione dei figli degli immigrati negli anni ’60, possiamo vedere come la scuola abbia cercato di non considerare in un primo momento le differenze di razza, religione e lingua, con scelte di sostanziale negazione delle differenze. Ma presto ci si rese conto di come questa politica fosse di difficile attuazione, anche per la grande distanza culturale tra la società accogliente e le comunità presenti sul territorio. Solo in seguito alla richiesta di parte del governo di riconoscere e valorizzare le identità culturali, nella scuola si moltiplicarono i programmi di supporto per l’apprendimento della lingua inglese, e di valorizzazione delle minoranze presso gli studenti britannici.
Negli anni ’70 invece, sia la scuola che la società hanno cercato di aprirsi alle diverse culture esistenti nel paese, inaugurando delle iniziative di accoglienza fatte nel nome del rispetto della cultura di origine, come per esempio. Nel 1976 fu istituita la Commissione per l’Uguaglianza Razziale (Commission for Racial Equality) con il compito di coordinare le istituzioni locali per l’uguaglianza e di denunciare qualsiasi forma di discriminazione e di promuovere progetti per l’integrazione; dello stesso anno è la terza delle leggi in difesa della razza(17) che introducono norme che vietano qualsiasi tipo di discriminazione (nella pubblicità ad esempio), e per ciò che riguarda il campo educativo definiscono come discriminatori quei comportamenti di non utilizzazione delle opportunità che la legge offre a tutti i ragazzi in età scolare e che non garantiscono il pieno esercizio del diritto allo studio sulla base di fattori quali razza, sesso, religione, colore della pelle, classe sociale. Ma andando a vedere l’ambito d’applicazione della legge, si ha che sia il livello culturale che quello pedagogico favoriscono sì la tolleranza della diversità, ma in cui le attività scolastiche non rientrano in una più organica pedagogia interculturale, rimanendo slegate tra loro e vanificando i propositi della legge stessa.
Per ciò che concerne gli anni ‘80, importante è ricordare il Children Act del 1989, una legge che tutela la vita dei bambini, ai quali la società e la famiglia devono garantire la migliore qualità possibile dell’esistenza. In questa legge, i bambini con carenze legate al loro essere di una cultura diversa, sono esplicitamente annoverati tra i bambini bisognosi, insieme ai portatori di handicap fisico o psichico, e a quelli con carenze affettive. Inoltre vi è l’invito a rivedere i parametri secondo i quali, troppo spesso, i figli degli immigrati sono stati definiti bambini difficili o disadattati.
Questa legge del 1989, arriva in risposta all’inchiesta durata sei anni e conosciuta come Rapporto Swann (1985), che ha come oggetto proprio la situazione scolastica dei bambini delle minoranze etniche. Dal documento si evince la necessità di apprezzare e rispettare la diversità, cercando di sviluppare un atteggiamento culturale privo di etnocentrismo. La situazione che il Rapporto delinea, è una situazione che richiede intereventi nell’ambito scolastico, soprattutto in determinate aree ad alta densità di stranieri, in cui l’esclusione scolastica è altissima se paragonata a quella dei bambini autoctoni. Le misure che questo documento chiede che siano prese in considerazione, sono il potenziamento delle iniziative delle comunità etniche riguardo all’insegnamento della lingua e cultura d’origine, mentre sono rigettate fermamente le proposte di creazione di classi e scuole separate in cui insegnare l’inglese come lingua seconda e professare liberamente la propria fede religiosa.
L’Education Reform Act del 1988 costituisce un importante passo della legislazione scolastica: tramite questo provvedimento, viene ridimensionata l’autonomia delle autorità locali, e vengono suddivise le scuole nel modo in cui le conosciamo ancora oggi, ovvero:
- Maintained schools , scuole mantenute dalle autorità locali con i fondi statali;

  • Voluntary schools, scuole parzialmente finanziate dallo Stato, costituite e sostenute da associazioni religiose o culturali;
  • Grant Maintained schools, scuole completamente mantenute dallo Stato.

Nel Regno Unito in questi ultimi anni vi è stato un notevole aumento del numero di espulsioni dalla scuola: solo una piccola minoranza di alunni esclusi dalla scuola secondaria rientra nel sistema educativo e in tal modo l’esclusione dalla scuola risulta un’esclusione sociale a lungo termine(18). Questi alunni, denominati Black Carribean, benché costituiscano solo l'1,1% del totale della popolazione scolastica, rappresentano il 7,3% degli esclusi in modo permanente dalla scuola. Ciò significa che essi hanno maggiore probabilità rispetto ai loro coetanei bianchi (in rapporto di circa sei a uno) di venire espulsi dalla scuola. Il problema è particolarmente evidente per gli alunni di sesso maschile: quattro alunni maschi restano esclusi per ogni alunno femmina. Però, in termini percentuali la posizione delle alunne è persino peggiore di quella degli alunni: la probabilità di essere escluse è di circa otto volte maggiore, nei confronti della controparte bianca. Questo ad avvalorare la tesi di diversi ricercatori, come Gundara(19), ad esempio, che vedono il modello inglese ancora fondamentalmente integrazionista, di matrice anglocentrica, malgrado le diverse aperture pedagogiche. Le minoranze non hanno alternativa all’adattamento alla società maggioritaria; non a caso, infatti, le minoranze etniche richiedono la possibilità di avere scuole separate secondo le diverse confessioni religiose. Gundara ricorda che non basta “celebrare la diversità” per dimenticare i risultati scolastici e l’emarginazione a cui questi portano di molti bambini e giovani provenienti dalle minoranze.

  • La diaspora nei racconti: Una vita migliore, racconto di Ezra Winston

La short story ivi riportata è stata scrittanel 2006 da Ezra Winston, giornalista 43enne nato in Dominica, trasferitosi da ragazzodapprima aNew York, e successivamente stabilitosi a Bordeaux e Parigi dove ha acquisito anche lacittadinanza francese. Scritto e pubblicato per la City of New York University in Brooklyn, il racconto, in parte autobiografico,rappresenta in modo significativo l’esperienza della diaspora e le difficoltà degli emigranti che dai Caraibi si trasferiscono negli Stati Uniti alla ricerca di una migliore sistemazione, alla ricerca, come suggerisce il titolo, di una vita migliore.

A BETTER LIFE(20)
di Ezra Winston (per gentile concessione dell’Autore)

traduzione dall’inglese di R. de Luca

Veniva da una piccola isola dei Caraibi in cui molti ragazzi sognavano di andare in America e vivere una vita migliore, magari di fare proprio il sogno Americano. Alcunidi essi desideravano di vivere come gli americani che vedevano nella tv via cavo, alcuni di avere una buona educazione o di fare soldi.
La vita sull’isola non era tra le peggiori, ma lui voleva conoscere il resto del mondo, indossare quelle sneakers dal marchio famoso e mangiare al fast food. Sognava di vestire nell’ultimo stile e alla moda e di essere in grado di guadagnare un buon salario per aiutare i suoi poveri genitori una volta tornato a casa. Nonostante fosse il secondo figlio di una famiglia di sette fratelli mostrava le qualità del capofamiglia ed era ammirato come un dono prezioso dai suoi genitori, dai suoi tre fratelli e dalle tre sorelle.
Nonostante avesse un diploma di scuola superiore, per lui era molto difficile trovare un lavoro ben retribuito, così passava il suo tempo facendo quel che poteva e lavorando come insegnante supplente nel suo piccolo villaggio. I suoi genitori erano poveri e come molti adulti non avevano avuto la possibilità di andare a scuola da bambini così dipendevano dall’agricoltura per vivere. Con le cose che prendevano al mercato vicino essi producevano il necessario per il proprio giardino.
Jessy non perdeva mai la speranza di andare in America, ma soprattutto voleva andare a New York. Per ragazzi come lui, New York rappresentava tutta l’America. Finalmente il sogno di Jessy si avverò e lui partì per New York. I suoi genitori furono contenti perché per loro questo significava una vita migliore e meno miseria. Lui restò sbalordito quando arrivò all’aeroporto. Sbalordito perché arrivò a New York una notte fredda e scura di dicembre. Provenendo da un’ isola dei Caraibi in cui il tempo era sempre bello, persino se pioveva, ebbe un brusco risveglio. Non aveva mai indossato vestiti invernali o una sciarpa e mai aveva fatto esperienza di una temperatura al disotto dello zero con più di cinque piedi di neve per terra.
Riuscì a trovare un lavoro di muratore grazie ad un cugino con cui divideva l’abitazione. Erano in 5 in una piccola stanza, con in comune bagno e cucina e altri coinquilini che non aveva mai incontrato prima. Ebbe difficoltà a svegliarsi lamattina presto perché non era abituato a quelle condizioni di vita, come anche alle gelide temperature. Le condizioni di riscaldamento in quella piccola stanza erano orribili ma nessuno dei coinquilini aveva potere sulla caldaia. Chiedevano ogni volta al proprietario di aggiustarla, quando veniva a prendere l’affitto settimanale, e lui ogni voltase ne andava con la stessa promessa di fare leriparazioni. Jess, come lo chiamavano gli amici intimi e i familiari, spesso pensava di tornare indietro al suo villaggio e di restare a oziare sulla spiaggia, ma altre volte pensava che aveva una missione da compiere.
Stavano rinnovando una villetta trifamiliare nelle colline che circondavano Brooklyn ma nonostantelavorassero la maggior parte del tempo all’interno, non c’era riscaldamento. Dita insensibilie piedi che bruciavano come fuoco erano sensazioni di cui non aveva mai sognato, non lo aveva certo immaginato, ma decise di affrontare la tempesta. C’era sempre una voce interna dentro di lui che gli ricordava che aveva una missione da compiere. Trovava soddisfazione a mandare il denaro a Grenada perché qualunque somma inviasse valeva doppio col cambio locale.
Jessy lanciava occhiate agli impiegati che incrociava nelle sue due ore di percorso in treno che doveva trascorrere per andare al lavoro. Spesso si sentiva respinto e desiderava di lasciare tutto. Sognava di sentirsi un giorno un “vero cittadino” e di non vergognarsi perché i suoi jeans erano tutti macchiati di pittura per via del suo lavoro della duratadi 12 o 15 ore al giorno. Non aveva mai viaggiato su un treno prima di allora, così, nonostante si sentisse respinto dagli sguardi, passava il tempo ammirando le meraviglie del sistema metropolitano. Pensava di diventare architetto un giorno, di porre il suo marchio su questa grande città in cui le costruzioni sembravano essere sempre in cantiere. Era creativo e aveva buone idee, come quando costruiva castelli di sabbia lungo le sponde del Mar dei Caraibi che costeggiavano il suo villaggio.
Dopo molto lavoro duro e sacrificio nell’affrontare il suo primo inverno,decise di iscriversi al college. Subito realizzò che poteva solo permettersi di pagare per quel poco che aveva guadagnato come aiutante. Ricordò una conversazione che aveva avuto con un il proprietario di un negozio di alimentari all’angolo in Queens, figlio di emigrati italiani che gli raccontò la storia di suo padre venuto in America solo con un piccolo commercio.
Sammy lo incoraggiò a tenere duro e a combattere per inseguire I suoi sogni. Anche per Jessy fu difficile spiegare al cugino che voleva tornare a scuola e che aveva difficoltà nel viaggiare due ore, talvolta di più, per andare al lavoro. Continuò a tenere duro e a fare sacrifici finchè un giorno a scuola i suoi occhi incontrarono quelli di Rosy mentre lei stava facendo il suo consueto snack nel caffè della scuola.
Lui venneverso di lei, dimenticando che era senpre stato quel ragazzo riservato che a stento riusciva a parlare alle ragazze al liceo, e disse: “Per favore, posso avere un po’ della tua barretta al cioccolato?” Nonostante lei non rispondesseper niente, lui tornò al caffè ogni mercoledì alla stessa ora, sperando di ricevere uno sguardo da Rosy, forse alla fine una parola o un sorriso, finchè questo avvenne una fredda mattina d’inverno. La volta successiva che si incontrarono lui portò la sua barretta al cioccolato preferita e la invitò a prendere un caffè. Alcuni anni dopo erano sposati e si trasferirono in North Carolina per iniziare una nuova famiglia e una nuova vita.

La seguente intervista è stata rilasciata in inglese e tradottadall’Autrice dall’amico Stevert McKenzie, un imprenditore trentanovenne originario di Montego Bay, Jamaica, emigrato dapprima a New York e successivamente stabilitosi nel nostro paese, ove conduce un’attività economica di e-commerce in Nord Italia.(21)
De Luca:Prima domanda: dove sei nato? Raccontami della tua terra natale
Stevert: Sono nato in Jamaica, a Montego Bay, nellaparte occidentale della mia isola
De Luca: Cosa ti manca di più della Jamaica?
Stevert: Bene, mi manca il clima, la musica, la frutta, la tranquillità, il cibo…l’intera atmosfera…anche la gente.
De Luca: Da bambino, quando ancora vivevi in Jamaica, come era la tua condizione economica familiare?
Stevert:Eravamo poveri ma non poverissimi
De Luca: Che tipo di vita conducevi in Jamaica prima di andare a lavorare all’estero?
Stevert: Quando sono partito nel 1995 ( all’età di 27 anni, n. d. r.) avevo lavorato per un periodo come tour operator e così potevo godermi i bei posti della Jamaica mentre guadagnavo denaro
De Luca:Che cosa ti ha spinto a lasciare il tuo paese?
Stevert: Nono solo la povertà, ma anche la possibilità di vedere tanti bei posti e di tentare una nuova sfida
De Luca: Sei stato il primo nella famiglia a lavorare all’estero?
Stevert : No, ho una sorella che vive e lavora a Londra da anni, e molti cugini sparsi per il mondo. Ma nel mio caso non era solo una questione lavorativa, il fatto è che la Jamaica era diventata troppo piccola per me.
De Luca: Che significa?
Stevert: Bene, la Jamaica ha 2 milioni e mezzo di abitanti, ed io sono sempre stato un tipo interessato a viaggiare e ad incontrare altri popoli. Io dovevo viaggiare oltre la Jamaica e avevo bisogno di conoscere di più del mondo.
De Luca: Come è stato il tuo primo impatto con il nuovo paese in cui ti trasferisti, gli Stati Uniti, e la città di New York?
Stevert : Più o meno come me lo aspettavo… beh, fui anche un po’ sorpreso di vedere come ci fossero tanti poveri lì…gente che mendicava, che viveva sulla strada senza nessuno che badasse a loro,
De Luca: In quali zone sei andato a vivere in America?
Stevert: A New York ho vissuto a Queen (un quartiere largamente popolato da giamaicani, n.d.r.) e a Long Island (Hempstead, Uniondale, Massapequa), poi mi sono spostato per un periodo a Miami e Hallandale in Florida
De Luca:Ti piaceva vivere con gente della tua terra?
Stevert: Dipende…c’era di tutto…ma la maggior parte delle persone che vivevano lì erano principalmente americani, e per la maggior parte poveri, ciò mi sorprese, perché molti degli emigranti vivevano meglio dei nativi.
De Luca:Senti di essere mai stato discriminato nel tuo lavoro e nella vitadi ogni giorno per via delle tue origini?
Stevert: Lì in America?
De Luca:Si
Stevert: Non sono sicuro, la gente tende ad amare i giamaicani, quindi di solito io non ho avuto problemi. Anche perché ho molta sicurezza in me stesso che non avrei visto in ogni caso le discriminazioni…forse sono stato io a discriminare gli altri (ride)
De Luca: Che intendi dire?
Stevert: Ti spiego: io so bene che i neri sono spesso discriminate eprchè sono neri: l’unica ragione per cui I bianchi non amano i neri è per via del colore nero…nessun altro motivo
De Luca: Dici perchè sono razzisti?
Stevert: No, perchè ai neri nel corso della storia è stato insegnato ad amare tutti…ascolta…gli stessi che non amano i neri sono quelli che vengono in Jamaica e vanno a stare al sole per diventare …neri (sorride)
De Luca: Forse è vero.
Stevert:Allora, dimmi se questa non è gelosia, invidia….
De Luca: Vedo che sei orgoglioso di essere un fiero giamaicano
Stevert:Ho sempre avuto fiducia in me. Ho tante cose che i cosiddetti bianchi vorrebbero. Loro pensano che i ragazzi neri abbiano un grosso pene, ed è anche per questo che vorrebbero essere neri, inconsciamente amano il colore nero. Io sono bello, vengo dalla Jamaica, sono abbastanza intelligente e ho bei denti bianchi. Anche se sono stato discriminato, non me ne sono reso conto.
De Luca: Dagli Stati Uniti all’Italia, una nuova sfida. Cosa ti piace di più del mio paese?
Stevert: E’ una fase diversa della mia vita, non è facile da dirsi: qui però la vita è diversa, più serena…più noiosa…si, io credo che l’Italia sia un posto noioso. La gente in Italia è sempre occupata tra lavoro, tradizione e cibo .
De Luca: L’Italia ti sembra accogliente verso gli immigrati extracomunitari?
Stevert Credo che in Italia ci sia un problema di classi e pregiudizi razziali. Molte volte mi accorgo che la gente non risponde al saluto perché pensano che io sia africano, mentre le cose cambiano quando vengono a sapere che sono giamaicano. A me non importa, però,perché non cerco questo tipo di amicizia.
De Luca: Quale paese sceglieresti tra gli USA e l’Italia?
Stevert: Per sempre? E’ difficile decidere, entrambi hanno I loro lati positivi e negativi. E’ più facile fare affari in America, qui è molto più burocratizzato. E comunque per uno straniero qui in Utalia arrivare al top è molto difficile. Non come in America, in cui una persona, anche immigrata, dopo sei mesi può possedere una casa.
De Luca: Prendi o hai mai preso parte alla vita sociale e politica dei paesi in cui sei stato come immigrato?
Stevert: Certo
De Luca: Veniamo alle domande difficili: conosci il nome del Presidente della Repubblica italiano?
Stevert: Prodi
De Luca: Beh, no, Prodi è il Primo ministro, Napolitano è il Presidente
Stevert: Non preoccuparti, take it easy (ride)
De Luca: Al tuo paese voti?
Stevert: Si
De Luca: Ti piacerebbe poter votare in Italia?
Stevert: Si, certo
De Luca: Domanda più frivola: ascolti le radio italiane e vedi la tv nazionale?
Stevert: Si, anche se durante i weekend sono costantemente sintonizzato su Irie Radio, la radio giamaicana, così mi sembra di essere ancora al mio paese
De Luca: Ti senti un po’ italiano ora?
Stevert: No
De Luca: Quando finirà la tua esperienza lavorativa qui, tornerai in Jamaica? O ti piacerebbe restare a vivere in Italia?
Stevert: Jamaica è la mia terra, the island in the sun

  • Un esempio di letteratura dell’emigrazione caraibica : Miss Lou Bennett “Noh a lickle twang”

NOH LICKLE TWANG! (Neppure un lieve accento!)

In questa poesia si lamenta scherzosamente il fatto che un recente rimpatriato giamaicano sia tornato dagli Stati Uniti senza riportare nella sua parlata nessuna traccia – twang – di accento statunitense. Il poemetto è scritto in patois, il dialetto comunemente parlato in Giamaica,e con ironia tratta dei cambiamenti che negli emigrati si creano dopo un periodo più o meno lungo di diaspora nel paese ospitante. Miss Lou Bennett, (22) recentemente deceduta ad 86 anni, è la poetessa contemporanea più importante della Jamaica, e ha volutamente usato il dialetto patois, parlato dai neri schiavi delle piantagioni e compostoda un misto di inglese corrotto e parole di reminiscenza africana, come lingua poetica(23), al fine specifico di infondere nei suoi connazionali l’orgoglio della lingua locale.

NEPPURE UN LIEVE ACCENTO!(24)

Sono contenta che tu sia tornato a casa, figlio,
Ma lasciami dire una cosa,
che vergogna, il mio orgoglio per te sta calando.
Vuoi dire forse che sei andato in America,
Che hai passato lì ben sei mesi,
E non sei neppure tornato un po’ migliorato,
Com’è questa cosa?
Ragazzo, non ti vergogni? E’ così che sei tornato?
Dopo tutto quel tempo e neppure un lieve accento
Neppure una piccola traccia?
Eppure tua sorella che è andata a lavorare
Appenada una settimana dagli Americani
Parla così bene che dobbiamo faticare a comprenderla,
Ragazzo, tu davvero non vuoi migliorarti!
E dici che vieni ben pagato?
Tu trascorri sei mesi all’estero ,
e torni brutto e grezzo come prima?
Supponi che io voglia presentarti
A degli estranei e vantarmi
Che mio figlio è appena tornato dall’America,
beh, ti dico, loro non mi crederebbero,
penseranno che io menta.
E se vuoi che credano,
tu porta a casa qualcosa di nuovo,
per esempio,hai sempre chiamato tuo padre “Pa’”,
da ora in poi, chiamalo “Poo” (in slang: Cacca)

APPENDICI

Appendice 1
Testo originale di“A better life” by Ezra Winston

He came from a small Caribbean island where many young children dreamt of going to America and living a better life and living the American dream. Some dreamt of living like the American portrayed on cable television, some dreamt of having a good education and or making money. Life on his island was not the worse but he wanted to see the rest of the world, wear those brand name sneakers and eat fast food. He dreamt of dressing in the latest style and fashion and be able to make a proper wage to help his poor parents back home. Although he was the second of a family of seven children he showed the qualities of a father and was looked upon as an inspiration by both of his parents, his other three brothers and three sisters. Although he had a high school diploma it was very difficult for him to find gainful employment back home so he spent his time doing the odd ones and working as a substitute teacher in his little village. His parents were poor and like most adults their age didn’t have a chance to go to school when they were kids so they depended on agriculture for a living. With livestock that they took to the market along produce from their garden. Jessy never lost hope of coming to America, but more particularly he wanted to go to New York. For kids like him, New York represented all that America was about. Finally Jessy’s dream came true and he was on his way to New York. His parents were also happy because for them it meant a better life and less misery. He was stunned when he arrived at the airport. Stunned because he arrived in New York one cold and dark December night. Coming from a Caribbean island where the weather is always nice, even if it rains, he had a very rude awakening. He had never worn a winter coat or a scarf and had never experienced below zero temperatures with more than 5 inches of snow on the ground. He managed to find a construction job with his cousin with whom he shared a room. They were 5 in a small room sharing bathroom and kitchen with other tenants that they had never met before.He had difficulty waking up in the morning because he was not used to the living conditions, coupled with freezing temperatures. Heating conditions were terrible in the small room but they had no power over the heater. They only saw their landlord when he came to collect his weekly rent with the same promise each time that he would do some repairs. They were renovating a three family house in the crown heights section of Brooklyn but although they worked most of the time inside there was no heating. Numb fingers and toes feeling like they were on fire was a feeling he had never dreamt of, couldn’t imagine but decided to weather the storm. There was always an inner voice reminding him of his mission. He found satisfaction sending money back home to Grenada because whatever amount he sent was double in local currency. Jessy would gaze at white collar workers he crossed on the two hour train ride he had to endure on his way to work. He often felt rejected and longed to get out of this predicament. He dreamt of feeling one day like a ‘real citizen’ and not looked down upon because his jeans were all stained with paint from his sometimes 12 and 15 hour days. He had never been on a train before so although he felt rejected he spent time contemplating the mystery of the subway system. He thought of one day becoming architect to make his mark of this big city where construction seemed to be an ongoing process. He was creative and had good ideas, like when he built sand castles back home along the Caribbean seashore boarding his village. After enduring much hardship and making it through the first winter he decided to enroll in a college. But he quickly realized that he could only afford to pay for one credit from the little that he made as a laborer helper. He remembered a conversation he had with the owner a corner deli in Queens, the son of Italian immigrants himself who told him the story of his father who came to America with only a trade. Sammy encouraged him to hang in there and fight hard to chase his dreams. Jessie also had difficulty explaining to his cousin why he wanted to go back to school and why he had difficulty traveling two hours, sometimes more, to work. He hung in there and pursued until one day in school his eyes met those of Rosy just as she was munching on his favorite snack in the school’s café. He walked up to her, forgetting he was always the shy reserved guy who hardly spoke to girls back in high school, and said, “Can I please have some of your chocolate bar?” Although she refused he came back to the café every Wednesday at the same time hoping to get a glimpse of Rosy, maybe eventually a word or a smile, until it finally happened one cold winter morning. The next time they met he brought her favorite chocolate bar and invited her for coffee. A few years later they were married and moved to North Carolina to start a family and start a new life.

Appendice 2
Testo originale dell’intervista “Io, un giamaicano in diaspora”

De Luca:So, first question: where were you born? Tell me something about your native country, too
Stevert: I was born in Jamaica, Montego Bay, in the west coast of my island
De Luca: What do you miss more about Jamaica?
Stevert: Well,i miss the weather the music, the fruits, thetranquillity, the food and the whole atmosphere…also the people…
De Luca: When you were a child, how did you live in jamdung were you poor or not?
Stevert:poor but not the worst.
De Luca: What lifestyle you had in jamaica before you left it for working abroad?
Stevert: when i left Jamaica in 1995 i worked as a tour operator, and so i was able to visit lots of nice places and enjoy the best of Jamaica while making money.
De Luca:how old were you when you left Jamaicathe 1st time?
Stevert: the first time i left Jamaica i was 23, however when i leave to stay in America for a while i was 27.
De Luca: were you the 1st person of your family to look for job abroad?
Stevert:no. but in my case it was not a matter of looking for jobs abroad. It was that Jamaica became too small for me.
De Luca: Why?
Stevert: well Jamaica has only 2.5 million people, and i was the type who always interested in travelling and meeting new people, so i had travel Jamaica to its ends and i needed to know more of the world.
De Luca: what was the 1st impact with the new country you went to, USA, New York?
Stevert:it was more of less what i had expected… I was also a bit surprise sometimes to see how poor some people were living there
De Luca:in which way?
Stevert: well people was begging, living on the streets with no one to care for them?
De Luca: In which areas of new york did you live?
Stevert:I livedin Queen, Long Island ( Hempstead, Uniondale, Massapequa) then I lived in Miami and Hallandale in Florida.
De Luca: are these areas usually peopled only by people from jamaica or not?
Stevert: It depends…it is a mixture…but the people who were living poor where mainly Americans, and so that was what made me surprise…people from other country go to America and living better than the ones who were born there
De Luca:have you ever been discriminated in jobs or in your everyday life for your origins?
Stevert: there in america?
De Luca:si
Stevert: I'm not sure, people tends to like Jamaicans so normally I don’t have problems
however, I have lots of confident in myself that i would not see any discrimination anyway…maybe I was the one who discriminated against others
De Luca: What do you mean with this?
Stevert: I will explain. I know very well that black people are being discriminated against because they are black;the only reason why white people don't like blacks people is because of the colour black…no other reason
De Luca: because they are racists…
Stevert: No…because black people in history was thought to love all, listen
De Luca: Tell me.
Stevert: the same white people who doesn’t like black people come to Jamaica and goes to stay in the sun to get black
De Luca: It is true…
Stevert: so it tells me that it is jelousy
De Luca:So, you are proud of being a fierce Jamaican
Stevert: So I'm always confident of me. I have lots of things that white men would want they think that black guy has big dick, they want to be black, they love the colour, i'm hansome, I come from jamaica, I'm a little intelligent, and i have white nice teeht teeth…so even if i was discriminated against, i could not see i
De Luca: After Usa, you tried a new challenge. Now you work in Italy: what do you like more in this country?
Stevert: it is a different stage of my life so it is not so easy to say; the life here is different, more serene
De Luca: why is it different?
Stevert: well in Italy people are caught up with work, tradition and food
De Luca:What do you think about Italy? Stevert i think in italia there is a class issue class and some race prejudice lots of time i see wherepeople don't say hello to me because they think I'm from Africa, but as soon as they found out that I'm jamaican everything changes but for me i don't really care because it is not like i want their friendship
De Luca: if you could choose, which country would you choose between USAand Italy?
Stevert: forever?
De Luca: no, until you have to work abroad
Stevert:It is really hard to decide because both countries have their good and bad it is easier for anyone to make it on their own in america italy is much harder that way, it is very beauracratic here and so I think for a foreigner to make it to the top here is very difficult unlike America a guy goes to America today in 6 months he could own a house
De Luca: do you take part of the social and politic life of the countries you have been?
Stevert:sure
De Luca: do you know the name of the Italian president of the republic?
Stevert: Prodi
De Luca: prodi is the 1st minister napolitano is the new president
Stevert:no worries
De Luca: do you vote at your country?
Stevert:yes
De Luca: would you like to vote in italy?
Stevert: yes
De Luca: do you listen italian radios?
Stevert:yes
De Luca: do you feel you like an italian now?
Stevert:no
De Luca: when you finish your job experience, do you want to come back to Jamaica?
Stevert:Jamaica is my home, my island in the sun

Appendice 3
Testo originale di “Noh a lickle twang” di Lou Bennett Cowerley

Me glad fe se's you come back bwoy,
But lawd yuh let me dung,
Me shame o' yuh soh till all o'
Me proudness drop a grung.
Yuh mean yuh goh dah 'Merica
An spen six whole mont' deh,
An come back not a piece betta
Dan how yuh did goh wey?
Bwoy yuh noh shame? Is soh you come?
Afta yuh tan soh lang!
Not even lickle language bwoy?
Not even little twang?
An yuh sista wat work ongle
One week wid 'Merican
She talk so nice now dat we have
De jooce fe undastan?
Bwoy yuh couldn' improve yuhself!
An yuh get soh much pay?
Yuh spen six mont' a foreign, an
Come back ugly same way?
Suppose me las' rne pass go introjooce
Yuh to a stranga
As me lamented son wat lately
Come from 'Merica!
Dem hooda laugh afta me, bwoy
Me could'n tell dem soh!
Dem hooda sey me lie, yuh was
A-spen time back a Mocho.
Ef yuh want please him meck him tink
Yuh bring back someting new.
Yuh always call him "Pa" dis evenin'
Wen him come sey "Poo".

BIBLIOGRAFIA

A. Castelli, M. Carla Gullotta, Africa Unite. Il sogno di Bob Marley. Arcana, 2005
Stuart Hall,Cultural Identity and Diaspora , in J. Rutherford (a cura di), Identity: Community, culture, difference, Lawrence & Wishart, Londra, 1990, pp. 222-37.
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Guida alla Giamaica, Giunti, Le guide del Gabbiano, 1999
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GUNDARA, J, Il caso della Gran Bretagna, in Scuola democratica, sett. 1995, Le Monnier, Firenze.
Complete Lyrics of Bob Marley: Songs of Freedom,Paperback, 2001
James Henke,Marley Legend, An Illustrated Life of Bob Marley
Chronicle Books, 2006
Ezra Winston, A better life, short story,Brooklyn City of New York University Acts, 2006
F. Susi, L’educazione interculturale in Italia: tra teoria e pratica, ed. Armando, Roma, 1999
G. Campani, I sistemi educativi europei, Univ. Roma Tre, 1999
FIORUCCI M. (a cura di), Incontri. Spazi e luoghi della mediazione interculturale, Armando, Roma 2004.

----------
(1) docente di discipline giuridiche ed economiche, specializzata in educazione interculturale
(2) A. Castelli, M. Carla Gullotta, Africa Unite. Il sogno di Bob Marley. Arcana, 2005
(3) Stuart Hall,Cultural Identity and Diaspora è stato pubblicato per la prima volta in J. Rutherford (a cura di), Identity: Community, culture, difference, Lawrence & Wishart, Londra, 1990, pp. 222-37.
(4) Stuart Hall,Cultural Identity and Diaspora è stato pubblicato per la prima volta in J. Rutherford (a cura di), Identity: Community, culture, difference, Lawrence & Wishart, Londra, 1990, pp. 222-37.
(5) Dionne Brand, Il libro dei desideri, Giunti, Firenze, 2005
(6) Derek Walcott, Prima luce, Adelphi, 1997
(7) Alle radici africane è ispirato V:S: Naipaul, A bend in the river, Penguin, London, 1979
(8) Alecia McKenzie, Racconti giamaicani, ed. Tufani, 2001
(9)Tratto da D. Rurale, Presenze caraibiche in Gran Bretagna, Milano, 2004
(10) D. Rurale, Presenze caraibiche in Gran Bretagna, Milano, 2004
(11) Frasi riportate da interviste in The Notting Hill Riots and British National Identit.y,Tim Helbing, at Indiana University, 2006
(12)
(13) C. Peach, "Trends in levels of Caribbean segregation, Great Britain, 1961-91", in M. Chamberlain ed., Caribbean migration: globalised identities, Routledge, London, 1998, pag. 204
(14)
(15) Il saggio di N. IOSI è parte del più vasto saffio di GIROMINI, M. Il conflitto organizzato: educazione interculturale eantirazzista in Gran Bretagna in DAMIANO, E.(a cura di) La sala degli specchi, Franco Angeli, Milano, 1999, cit., p.118.
(16) Per ciò che riguarda le leggi inglesi sulle minoranze etniche, consultare http://www.ukc.ac.uk/law/undergraduate/modules/ethnic_minorities/
(17) Per chiarimenti riguardo ai Race Relations Acts, cfr. il link http://www.opsi.gov.uk/ACTS/acts2000/20000034.htm
(18) BRACANLENTI, R. Integrazione e identità dei minori immigrati. Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali IPRS - dossier del Convegno Internazionale Migrazioni Scenari per il XXI secolo, Roma, 12-14 Luglio 2000
(19) GUNDARA, J.Il caso della Gran Bretagna, in Scuola democratica, sett. 1995, Le Monnier, Firenze.
(20) Ezra Winston, A better life, Brooklyn City of New York University Acts, 2006. Il testo originale del racconto è in Appendice 1
(21) Il testo originale dell’intervista è in Appendice 2
(22) Per maggiori particolari su Louise Bennett v. Jamaica Labrish, Coverley, 1965
(23) Per un lavoro interculturale con la Jamaica cfr. il sito “Tivoli – Jamaica: One love”, diretto dall’Autrice nell’anno scol. 2004/05, al link :http://www.fermitivoli.it/dida/ScuolaIncontraScuola_2004_2005/index.htm
(24) Testo originale in Appendice 3. Traduzione dal patois locale a cura di R. De Luca

25 gennaio 2008

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