VARIA

LA SETA: UN FILO PER LA MEMORIA
di Francesca Bandinelli

Da una vecchia cassa da corredo tirò fuori una camicia da notte di leggera seta color avorio e iniziò a raccontare:
“Era la camicia della biancheria nuziale di mia nonna Concetta. È in più parti sciupata dall’uso e dagli anni, ma la conservo con cura perché intessuta di memorie, non solo familiari. Quando, alla fine dell’Ottocento, attendeva, giovane promessa sposa, alle cure del proprio corredo, la seta che utilizzava, tessuti e filati, era prodotta nella nostra Penisola. Fino ai primi decenni del Novecento la nostra terra era rinomata per la seta, di gran pregio perché di altissima qualità.
Se tu, allora, avessi passeggiato per le nostre strade, non il verde intenso degli agrumi ti avrebbe colpita, ma quello più chiaro e delicato dei gelsi; se tu, allora, avessi fatto shopping, ti saresti portata nella tua Toscana una vivace sciarpa di seta o un prezioso ed impalpabile paio di calze.
Nonna Concetta stessa, da ragazzina, aveva fatto girare la ruota di una macchina, con ingranaggi di legno, per il primo avvolgimento dei fili di seta. Rievocando quei tempi lontani, mi mostrava “quadri” di vita a me ignoti: stanze delle case che “ospitavano” voraci bachi, telai in movimento, forni accesi, mazzi di rametti per rimestare nei pentoloni fumanti,ragazze che portavano in dote "due telara di zagarelle" e "spase di agnulilli" ossia bachi …
Questi quadri, dei quali ancora non percepivo l’importanza, rimasero sepolti nella mia memoria e riaffiorarono, inaspettatamente, molti anni dopo.
Divenuta, intanto, consapevole che il patrimonio delle memorie a trasmissione orale corre il rischio di dissolversi, più o meno rapidamente, quando l’ultima generazione che “ricorda” cessa di raccontare e di tramandare, pensai di raccogliere nuovo materiale.
Supportando le notizie di fonte orale con quelle di fonte scritta ( presso il Museo Correale è depositata una tesi molto interessante: - Origine, sviluppi e decadenza di una manifattura: la seta a Sorrento di Maria Esposito -) mi sono costruita una piccola griglia di lavoro, nella speranza di futuri approfondimenti, miei o altrui.
Te la faccio leggere:
Già nel Medio Evo l’allevamento del baco e la lavorazione del suo filo erano molto sviluppati in Penisola: nel XIII secolo non solo i nobili, ma anche i popolani portavano usualmente abiti ed accessori di seta.
Per rinvenire, però, una vera e propria industria della seta, dobbiamo arrivare al XVI secolo durante il quale si diffonde la manifattura casalinga della tessitura con piccoli telai, che appagava in parte il fabbisogno locale ed in parte le richieste dei negozianti napoletani.
Nel 1700 molti fondi erano coltivati a gelso: le donne delle famiglie contadine si occupavano della sua coltura e della raccolta delle foglie e, duranteilperiododi incubazione del seme-bachi, lo conservavano spesso in seno o sotto i cuscini dei loro neonati.
I semi venivano portati in zone fresche (Faito o Agerola) quando non erano disponibili le foglie, per questo la Penisola era anche molto famosa per i suoi bachi "tardivi", fatti nascere nel mese di luglio, che venivano esportati soprattutto nel Nolano.
In ogni casa c’era un telaio e le madri insegnavano alle figlie i delicati accorgimenti per una perfetta filatura e tessitura, in particolare delle fettucce ("zagarelle"); erano gli uomini, poiché i mangani erano pesantissimi, che attendevano alla trattura. La trattura è la fase in cui si dipana il filo dal bozzolo che viene immerso in acqua calda per ammorbidire la sericina, cercati i capifila se ne fa una rosa e si inizia a tirare (da cui trattura) tenendo ben unito il mazzetto delle bave
La “trattura alla sorrentina” era molto rinomata perchè rendeva il tessuto finissimo e senza difetti, particolarmente apprezzato.
Grandi e piccoli forni, ancora esistenti, testimoniano la larga diffusione della manifattura domestica.
Gli strumenti della filatura e della tessitura erano molto semplici ma tecnicamente essenziali. La presenza di "votatori di filatoio" induce a pensare alla "ruota”.
Il filo serico, di grande pregio e fama, non era impiegato solo per la manifattura di abiti ed accessori, ma anche per realizzare lenze e reti da pesca molto richieste, soprattutto dai pescatori procidani ed ischitani che venivano fin qui per acquistarle.
La dinastia borbonica innescò una ripresa di tutte le attività produttive del Regno: la Penisola trasse profitto dalla favorevole condizione dei mercatie aumentò la sua produzione serica che nel 1789 ammontava a 16000 libbre annue.
In questo secolo emersero delle significative figure di mercanti–armatori come i Cafiero, i Maresca ed i Castellano che, accresciuta l’entità dei loro d'affari, stimarono utile avere a disposizione navi per un commercio più veloce e controllabile.
Le prime fabbriche nacquero nel 1800. Il primo a Sorrento fu Francesco Antonio Casola che, nel 1835, iniziò col produrre nastri di seta usati per decorare i berretti dei marinai dell'armata borbonica e nel 1843 impiantò i primi telai per realizzare sciarpe rigate a più colori.
Tra le fabbriche più affermate ci fu anche quella dei fratelli Maresca, che, da piccola azienda a conduzione familiare, era già assurta a vera e propria dignità industriale al tempo di Ferdinando II di Borbone. Vi erano in funzione ben 60 telai di ferro, modernissimi per quei tempi, e vi lavorava un numero corrispondente di operai. Vi si tessevano seta e lana e al lavoro degli operai si affiancava quello di decine di ricamatrici, cucitrici, stiratrici che completavano e rifinivano i tessuti o erano impegnate ai filatoi e all’annaspamento dei filati sui rocchetti.
Specialità della fabbrica era la seta per vesti e paramenti ecclesiastici, in particolare calze e guanti nei colori prescritti per ogni singola cerimonia o gerarchia. Da notare che quei telai conferivano ai guanti l’esatta e giusta forma della mano facendo ingegnosamente risaltare il “monte di Venere”, cosa che nessun’altra industria analoga era mai riuscita a fare.
Cliente del Maresca per i costumi teatrali fu il San Carlo di Napoli, ed è in proposito da ricordare una calzamaglia rosa che il capo operaio Russo lavorò per la celebre Adelina Patti. Si trattava di un capo di seta comprendente guanti e calze con le misure precisissime fino alle dita delle mani e dei piedi e particolari correzioni anatomiche nel busto.
In seguito l’avvento di macchine più semplici, che richiedevano minor impegno nella lavorazione, ma dalle quali non c’era da aspettarsi la stessa finezza e precisione, la difficoltà di reperire nuova mano d’opera specializzata da sostituire alla vecchia, la nuova moda delle calze da donna senza cuciture longitudinali, la fine della richiesta dei berretti di seta per il ballo della tarantella, delle sciarpe, delle borsette ecc. inflissero un duro colpo all’industria locale, che per qualche tempo tentò, ma inutilmente, di mettersi al passo con i nuovi tempi: con l’unità d’Italia venne facilmente sopraffatta dalle grandi industrie del nord.
Se a ciò aggiungiamo l'infezione di pebrina che colpì i bachi e l'emergere di colture più redditizie, come quella degli agrumi, delle noci e dell'olivo, si capisce come mai un’attività così ricca e produttiva finì nel dimenticatoio.
Ai primi del 1900 i telai erano ridotti a poche decine. A tale periodo risale il tentativo della moglie dell'armatore Cafiero di Meta, di reimpiantare la coltura del gelso in penisola escogitando un metodo di coltivazione alternativo, basato sulla convivenza del gelso con le altre colture più redditizie come gli agrumi e l'olivo. Fu per tale motivo che acquistò le terre dei principi Lanza a Meta che furono divise in tanti appezzamenti con un albero di gelso al centro.
Ancora per qualche decennio l’industria della seta sopravvisse, soprattutto per opera dell’ex capo operaio della fabbrica Maresca, Gaetano Russo, che ancora nel 1925 riceveva riconoscimenti da Papa Pio XI per la sua produzione di guanti e calze per tutte le gerarchie ecclesiastiche. d
L’inizio di questo declino coincise, fortunatamente, con lo sviluppo di un’intensa attività di ricamo, che permise alle donne dell’epoca di esprimere e affermare la propria personalità e di lasciare compiute  testimonianze “dell’arte paziente e gentile”.
Della nostra industria serica, di antichissima tradizione e rinomata nel mondo, rimane soltanto il ricordo.

10 settembre 2007

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