VARIA

LIBERAZIONE
di Virginia Mariani

Noi, come quello ebraico, popolo di passaggio ma liberato

TESTI: Matteo 27, 21-26; Esodo 11-12; Luca 24,1-6; Esodo 15,1-13.

E’ quasi estate, finalmente!
Giorni di vacanza e di riposo ci attendono! Tempo per stare con la famiglia, per dedicarsi alla casa, ai passatempi, alle amicizie; per scrivere, leggere, meditare…un tempo che il Signore ci chiede di trovare ogni settimana, in verità, quando durante il giorno a Lui dedicato chiede a noi, sue creature a sua immagine, di fare tutto questo per la sua lode.
Ma ora possiamo andare anche al mare che con il suo incanto, la sua storia e la sua simbologia rapisce la mente cullando con le sue acque il corpo.
Da millenni il nostro mare, il Mediterraneo (mare in mezzo alle terre), è luogo di viaggi, scambi, incontri, anche di scontri purtroppo, e la nostra Europa è la terra che fra occidente e oriente accoglie ora ben 27 Paesi all’insegna anche dell’unione nel comune cammino verso la Pace. Pace che nel Mondo da sempre non c’è, sebbene gli uomini importanti di turno ci provino come ultimamente, il 3 maggio per l’esattezza, a Sharm el Sheik, località turistica (ancora mare!) nella quale si è svolta la più grande conferenza per la Pace e in particolare per l’Iraq, Stato del vicino oriente vessato da quotidiani attentati mortiferi.
Dunque, nonostante sia contraria a che le radici cristiane siano citate nella Costituzione europea, anche perché non le uniche presenti nella terra della nostra variegata e ricca cultura, pensando alla Pace non posso non pensare alla festa biblica che più la celebre e, cioè, la Pasqua.
È anacronistico parlare della Pasqua in questo periodo dell’anno, ma è pur vero che il cristianesimo non può assolutamente prescindere da questo momento del ministero di Gesù che, come hanno affermato anche K. Barth commentando Gv 1,14, H. Gollwitzer e D. Bonhoeffer, fu un uomo giudeo. E, proprio perchè non possiamo fare a meno dell’Antico Testamento che ci parla di quel Dio che si è fatto carne nel Nuovo, vi propongo un breve studio che legge insieme i due Testamenti: entrambi testimoniano dell’unico Dio che elegge, promette, libera e vincola a sé.
Cosa s’intende per Pasqua?
Con questo termine, in verità, sono indicati due momenti della nostra storia di credenti: quello della Pasqua ebraica e quello della Pasqua cristiana, che non esisterebbe senza la prima.
Ma dove mette radici la parola “Pasqua”?
Deriva dall’ebraico pesah che, essendo il verbo passare, viene associato unicamente al passaggio del Mar Rosso. Questo movimento esterno, però, corrisponde a una dinamica interiore: quando il popolo attraversa il mare il verbo utilizzato è ‘abor , quello stesso che costituisce l’etimo del nome “ebrei”. Gli ebrei sono “umani di passaggio” e per questo la loro storia riguarda tutti i popoli, dato che tutti gli esseri umani sono di passaggio.
Il verbo pasoah, invece, sta al centro dell’ultima piaga d’Egitto, la decima, l’unica a essere chiamata non “prodigio” o “segno”, ma appunto “piaga”. Dopo le nove, come in una gestazione, dopo aver acquisito progressivamente la forza di nascere, con Mosè (il cui nome in ebraico, oltre che “salvato da”, rovesciato significa “il Nome” e analizzato più profondamente può essere letto come “colui che viene dall’agnello”), il decimo prodigio chiamato piaga determina l’uscita dal paese d’ Egitto, passaggio dall’incompiuto al compiuto.
Tutti i primogeniti vengono uccisi, ma la piaga “oltrepassa” la porta delle famiglie ebree: “oltrepassare, risparmiare” è pesah, la Pasqua. Queste cose le ha fatte il Signore e nel Salmo 135 viene chiamato il distruttore, ha mašehit, che come si nota dalla fonetica è simile al nome del Mašiah, il Messia.
Ritornando al “segno” viene in mente quello posto su Caino, come sigillo della misericordia divina, e quello segnato sui centoventiquattromila servi di Dio che troviamo nell’Apocalisse nel momento di entrare nella Gerusalemme celeste. Questo segno, ‘ot, è quello della croce simbolo di morte e resurrezione, centro di ogni vita.
Da Abramo con suo figlio Isacco, attraverso Mosè con il suo popolo, fino a Gesù troviamo il simbolo dell’agnello che nella Pasqua ebraica è già più di un segno: è la Presenza stessa di Colui che è presente in ogni istante della storia. Alla domanda di Isacco “Padre, dov’è l’agnello?” sarà data risposta molto più tardi, quando Giovanni Battista indicherà Gesù e dirà “Ecco l’agnello di Dio”.
Gesù è l’agnello di Dio, è amore, dono e sacrificio totale, e libera Barabba, bar ‘abbah, e cioè “il Figlio del Padre” prigioniero e legato mani e piedi. Isacco era legato per il sacrificio e il suo scioglimento annunciava la liberazione d’Israele anch’esso incatenato e schiavo in Egitto. In Bar’abbah noi raccogliamo la liberazione dell’umanità intera incatenata nell’incoscienza delle sue tenebre. Ogni essere umano può recuperare la sua natura originaria: è la resurrezione della “carne”, baśar, è la buona novella, baśorah!

BIBLIOGRAFIA

· Corso di cultura ebraica, Fondazione Serughetti Centro Studi e Documentazione La Porta, I° ciclo, 1994

· Annick de Souzenelle, Risonanze bibliche, Servitium editrice, 2005

Sitografia:

· www.ucei.it, UCEI, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

· www.morashà.it

9 maggio 2007

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