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L’esplosione demografica del XXI secolo: problemi e prospettive di Antonina Plutino
Uno dei maggiori problemi del XXI secolo è rappresentato dall’esplosione demografica: oggi nel mondo si contano più di 6 miliardi di persone di cui il maggior numero vive nei paesi più poveri[1]. L’aumento della popolazione mondiale è tale da registrare ogni anno la nascita di circa 77 milioni di persone (tasso di 1,3% annuo), con una netta prevalenza della popolazione femminile su quella maschile, che induce ad un elevato potenziale di nuove madri (CASSI, 2003, p. 270). Le cause di questa crescita esponenziale sono dovute essenzialmente alla diminuzione dei tassi di mortalità e all’aumento dell’arco di vita della popolazione. Altri fattori causali sono: il miglioramento delle condizioni dell’igiene, della sanità e della vita quotidiana; l’incremento della popolazione urbana rispetto a quella rurale; l’intensificarsi dei flussi migratori dai paesi più poveri e popolati della Terra alle aree più sviluppate dell’Occidente; e infine la fecondità che è l’ultimo anello della catena che porta all’incremento demografico[2]. La fecondità, nel quinquennio 1990-1995, è oramai vicina ai due figli per donna in Cina e nei paesi dell’Asia orientale; aumenta fino al massimo di 4 figli nel Medio Oriente; in America Latina è pari a 2,9 figli per donna; in Africa si attesta al 5,7, e si va ben oltre 6 figli nell’Africa tropicale, dove il controllo delle nascite resta in sostanza mai sperimentato[3]. La Geografia della fecondità riflette, invertita, la Geografia della sopravvivenza: dove la fecondità è bassa, la speranza di vita è alta (in Cina 2 figli per donna e 70 anni di speranza di vita alla nascita); dove la fecondità è alta, la speranza di vita è bassa (in Africa orientale rispettivamente 6,4 figli e 48 anni). In Europa e soprattutto in Italia, invece, vi è una situazione di “crescita zero” e un processo di costante invecchiamento della popolazione[4].
Il pianeta presenta due poli opposti: di rarefazione e di addensamento demografico, debolmente popolate sono le zone artiche, antartiche e i deserti caldi, mentre l’Asia concentra oltre il 60% della popolazione mondiale su meno di ¼ della superficie emersa complessiva.
Duemila anni fa la densità si distribuiva lungo l’area del Nilo, Siria litoranea, Grecia, impero romano, Cina, Asia sud-occidentale e meridionale; nel resto del globo la popolazione (tranne che per le aree americane), era addensata irregolarmente e nelle linee generali risultava simile a quella dei nostri giorni (CASSI, 2003, p. 277).
Le attuali fasce di alta densità (100 ab/km²) si concentrano, per lo più, dove sorsero le antiche civiltà, da cui sono derivate quelle moderne. Il 90% della popolazione mondiale si trova insediata nell’emisfero settentrionale, dove vi è la maggior parte delle terre emerse. Nell’emisfero sud le maggiori densità si riscontrano fra Equatore e Tropico del Capricorno. Vi è una concentrazione di popolazione nelle pianure costiere, nelle regioni deltizie, nei bacini intermontani, nelle valli alluvionali e nelle isole[5]. Una buona parte della popolazione si ammassa nell’Asia orientale e meridionale (Cina, India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, ecc.), tanto da concentrare 3,5 miliardi di persone sul continente esterno che iniziando dal mare del Giappone arriva a quello arabico di Oman.
Un secondo raggruppamento, che raccoglie 1,5 miliardi di persone, interessa i paesi industrializzati: Giappone, Russia, Europa occidentale, America settentrionale. Un terzo blocco si raccoglie in Africa (800 milioni di persone), e presenta altissime densità lungo i fianchi del Nilo, nei paesi del golfo di Guinea, nel Magreb, nell’altopiano etiopico e in Nigeria, anche se in tali aree vi sono massicci esodi a causa delle continue guerre civili e per le periodiche siccità. Anche l’area nord-americana della Manifacturing belt (vasta superficie tra i Grandi Laghi, il fiume Ohio e la costa atlantica) è ampiamente popolata, così pure l’America latina e caraibica con i suoi 530 milioni d’abitanti.
Il processo di evoluzione della popolazione si ascrive al concetto di “transizione demografica”. Si potrebbe affermare che la rivoluzione demografica in Europa, America, Australia e tutti i paesi di colonizzazione europea, fu di natura endogena, mentre quella dei paesi in via di sviluppo è stata di natura esogena[6], derivata da un innesto tecnologico parziale e non integrato in un processo di sviluppo totale (GOLINI, 2003, p. 20).
Stando così le cose, si pone il problema di quale sarà lo sviluppo della popolazione mondiale nei prossimi decenni. Le Nazioni Unite attraverso il “World Population Prospect”[7], hanno previsto la consistenza media della popolazione in 8,5 miliardi per il 2025 e di 12 miliardi per il 2050. Le stime rilevano che India, Cina, Pakistan, Nigeria, Bangladesh e Indonesia, singolarmente, rappresenteranno la metà della popolazione mondiale nel 2025.
Attualmente l’India è il secondo paese del mondo con oltre un miliardo di abitanti, preceduto dalla Cina con 1,3 miliardi di abitanti e se proseguiranno le attuali tendenze, la popolazione indiana dovrebbe superare quella della Cina tra circa 45 anni. La densità demografica indiana è aumentata da 274 abitanti per km² nel 1991 a circa 312,5 nel 2000: un livello che supera di una volta e mezza quello dell'Italia, ciò comporta che nelle zone con alta densità demografica aumenta la pressione antropica sull'ambiente[8] (M. Dinucci, 2004). Con l'intento di rallentare la crescita demografica, il governo ha lanciato negli ultimi decenni varie campagne per il contenimento delle nascite, ma con scarsi risultati[9]. All'origine della forte crescita demografica vi è la struttura stessa della società indiana che nonostante i notevoli progressi compiuti in vari settori economici (dopo gli Stati Uniti, è il secondo paese esportatore mondiale di software per computer, tanto che l’area circostante le città di Hyderabad e Bangalore, nell'India meridionale, è stata definita "la Silicon Valley indiana" e l’industria cinematografica, tra le prime al mondo per il numero di film prodotti, ha il suo centro a Mumbai), la maggioranza della popolazione (45%) vive in condizioni di povertà e il 20% (più di 200 milioni di persone) è affetto da sottoalimentazione cronica[10].
Nei prossimi cinquant’anni anche Canada, Australia e Stati Uniti subiranno un sicuro aumento demografico. La crescita più notevole si profila nei paesi più poveri dell’Africa (Somalia, Gabon e Rwanda), dove s’ipotizza che la popolazione potrebbe triplicarsi alla metà di questo secolo anche per effetto d’immigrazioni causate dalle guerre civili e dagli scontri tribali (occorre, però tener presente l’impatto demografico prolungato dell’epidemia di Aids, che paradossalmente allevierebbe la gravità dell’iperpopolazione!)[11]. L’America meridionale, che vede il Brasile quale paese più popoloso, potrebbe probabilmente frenare la propria crescita demografica. Circa il 98% dei 2,3 miliardi d’incremento della popolazione mondiale, nel trentennio in questione, sarà dovuto all’apporto dei paesi in via di sviluppo, poiché nei paesi con economia avanzata si prevede una sostanziale stabilità: l’incremento che si verificherà nel nord-america compenserà la diminuzione dell’Europa e del Giappone. Molto evidenti sono i mutamenti nella distribuzione della popolazione: i paesi oggi definiti sviluppati contenevano il 32,1% della popolazione del mondo nel 1950, il 18,5% nel 1996 e appena il 14,8% nel 2025. Il peso dell’Africa, che era pari all’8,9% nel 1950 e al 12,8% nel 1996, salirà al 18,1% nel 2025, invertendo la traiettoria dell’Europa (21,7% nel 1950, 12,6% nel 1996 e 8,7% nel 2025). L’Asia perderebbe, tra il 1996 e il 2025, un punto percentuale e l’America del Nord meno di un punto; stazionarie (beninteso in termini di peso relativo) America Latina e Oceania.
Un indice globalmente negativo invece permane in Europa e un aspetto significante è costituito dall’aumento della popolazione senile: nelle regioni industrializzate gli ultrasessantenni (che oggi rappresentano il 20% della popolazione totale) raggiungeranno il 33% a metà di questo secolo, quando ci saranno due anziani per ogni bambino; ciò darà luogo ad un ulteriore invecchiamento della popolazione, conseguente alla riduzione della fertilità e alla riduzione della mortalità (CASSI, 2003, p. 298). Com’è noto, il gran numero di anziani provoca problemi sul piano socio-economico perché implica la necessità di prelevare forti somme dal reddito nazionale per pagare i vitalizi e per le strutture sanitarie che garantiscono migliori condizioni di vita. Inoltre una popolazione anziana produce meno risorse e indebolisce il ciclo economico di produzione-consumo.
Non è solo questa, tuttavia, la ripercussione più grave del generale incremento demografico della terra. La crescita esponenziale della popolazione risulta tale da far paventare quei limiti del popolamento teorizzati da Malthus, oltrepassati i quali l’umanità sarà costretta a pagare prezzi catastrofici, e recentemente lo studioso americano Joel Cohen ha teorizzato che la capacità di popolamento della Terra si attesta intorno ai 10 miliardi. (COHEN, 1998). Già da oggi si possono imputare all’aumento demografico le grandi emergenze nell’ambiente mondiale: alterazioni climatiche dovute al disboscamento, erosione dei suoli per effetto delle coltivazioni su terreni sub-aridi; salinizzazione delle terre coltivate; desertificazione per eccesso di colture e di pascoli; assottigliamento delle disponibilità idriche (ricordiamo che il 97% dell’acqua del pianeta è salata, solo il 3% è dolce, e di questa una grossa percentuale è imprigionata nelle calotte polari); infine intensificazione dell’effetto serra col fenomeno preoccupante delle piogge acide[12] e il possibile esaurimento delle risorse rinnovabili. Tutte queste emergenze determinano sugli ecosistemi gravi impatti che interessano tutti i Paesi del globo. Altri effetti potenzialmente negativi della crescita demografica, riguardano la concentrazione della popolazione nelle fragili aree costiere, la sproporzionata cementificazione degli spazi, gli insediamenti in aree marginali o in habitat preziosi per gli equilibri ecologici, come le foreste tropicali, ecc.
Il malessere contemporaneo, poi, vede la contrapposizione economica tra Nord e Sud del mondo: insufficienti risorse alimentari e fame in Africa, mentre nei paesi tecnologicamente avanzati vengono distrutte le eccedenze alimentari. Tra il 1970 e il 2001 i consumi nei paesi più ricchi sono raddoppiati, ma metà della popolazione del globo vive giornalmente con meno di 2 dollari (CASSI, 2003, p. 272). L’Europa produce più di quanto consuma e i contadini dell’America del Nord ricevono sussidi per non produrre. E’ stato calcolato che un bambino, nato negli Stati Uniti nel 1999, consumerà nell’arco della sua vita 250 volte più energia rispetto ad un bambino nato nel Bangladesh nel corso dello stesso periodo di esistenza.
La crescita demografica di questi anni, essendo stata determinata – come s’è già detto - anche dal massiccio trasferimento della popolazione in città, ha dato luogo a forti squilibri: l’immigrazione selvaggia dalle campagne in America latina ha provocato il noto fenomeno delle bidonvilles, delle favelas, dei cosiddetti “informal settlements", affastellamenti di malsane catapecchie con densità elevatissime di persone. L’attuale mega-città è Tokio (26 milioni di persone – quasi la metà della popolazione italiana) seguita da Città del Messico, Bombay e San Paolo (tutte sui 18 milioni); a seguire New York (16 milioni), Lagos (13 milioni), Buenos Aires, Dacca e Delhi (tutte con 12 milioni) e infine Karachi e Giacarta[13].
Le negative conseguenze socio-economiche nell’attuale andamento demografico, per i paesi sovrappopolati, sono rappresentate dalla necessità di prelevare una fetta del reddito nazionale per destinarla all’investimento demografico anziché allo sviluppo, creando così un maggiore potenziale d’arretratezza tecnologica ed economica. Altra conseguenza è rappresentata da un grosso squilibrio nei consumi, tanto da far prevedere problemi di scarsezza di materie prime con conseguenti aumenti di prezzo e crisi del sistema economico mondiale.
Nelle recenti conferenze mondiali della popolazione (tenutesi a Rio de Janeiro, Città del Messico, Il Cairo, ecc..) è stato stabilito quale strumento di politica demografica internazionale la pianificazione familiare e, insieme, il controllo delle migrazioni internazionali, mentre nei paesi con invecchiamento della popolazione è stato deciso di accogliere l’immigrazione, selezionando il flusso in base alla disponibilità di occupazione. Nel corso degli anni Ottanta, in Indonesia, sono state intraprese azioni volte a frenare l’esodo rurale e contemporaneamente a ridistribuire la popolazione, avviando un progetto di ripopolamento delle isole meno abitate, come Sumatra (CASSI, 2003). I diversi tentativi di riequilibrare la crescita attraverso politiche di "controllo delle nascite" ha avuto buon esito in Giappone, Cina, (il tasso di natalità è sceso, tra il 1965 e il 1990, del 60%)[14], Indonesia, Thailandia, Corea, Tunisia, Messico e Brasile, ma in altri casi i ritmi di crescita della popolazione sono ancora molto elevati: in Tanzania (3,7%), nel Congo ex-Zaire (3,2%), Nepal e Kenya (4,1%). In questi casi un grosso ostacolo viene dalla cultura e, nelle regioni del mondo islamico (Pakistan 2,9%), dalla religione. In Italia, invece, sull’esempio della Francia il governo ha avviato l’iniziativa di offrire incentivi economici alle coppie che decidono di avere il terzo figlio. Altra possibile soluzione ai problemi demografici, propugnata da intellettuali e demografi, è una politica di abbattimento delle tariffe doganali a favore dei paesi del Terzo mondo, nonché di agevolazioni delle esportazioni e cancellazione del debito sui capitali prestati[15].
Recentemente, sulle pagine del Corriere della Sera, molti intellettuali hanno ripreso le idee del vertice di Johannesburg (2002) finalizzato al rafforzamento dell’impegno politico a favore dello sviluppo sostenibile. Essi hanno sottolineato l’urgenza di abbandonare il “vangelo dello sviluppo senza termine”, ridurre e razionalizzare i consumi e gli sprechi nel nord del mondo per nutrire quelli del sud: la necessità, in definitiva, di raggiungere una sorta di “giustizia alimentare” che distribuisca in modo diverso le risorse mondiali.
Da queste considerazioni emerge una morale: associati alla crescita demografica vi sono pericoli ambientali reali, anche se incerti nella loro portata; ciò consiglia comportamenti prudenti che, in demografia, si traducono in un rallentamento della crescita (peraltro già in corso), ma vanno sostenute quelle politiche che, rispettose degli individui e dei loro diritti, contribuiscono a rallentare ulteriormente la traiettoria della crescita. Inoltre, in quest’epoca in cui i movimenti delle persone da un paese all’altro, da una regione all’altra, hanno conosciuto un’alta intensità e problematicità, il fenomeno migratorio (vecchio quanto l’umanità stessa) è andato assumendo, nel corso degli ultimi decenni (soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino), caratteristiche e tendenze nuove. L’Europa sarà un continente multirazziale, e con essa, l’Italia si porrà in un quadro di crescente multiculturalità, con il quale bisogna prepararsi al confronto. Nella realtà sociale italiana, infatti, convivono modelli e stili di vita molto diversi che contribuiscono a modificare la struttura del sistema scolastico e formativo per la presenza sempre più consistente e significativa di alunni stranieri. La loro presenza supera, infatti, il 4% della popolazione scolastica complessiva e rappresenta un elemento potenzialmente in grado di modificare e condizionare l’interazione e le dinamiche interne alla vita sociale e nella scuola[16]. Occorre pensare e tratteggiare il paesaggio multiculturale della scuola italiana, ridisegnando la mappatura della geografia della distribuzione scolastica con progetti mirati all’integrazione culturale e finalizzati a rispondere a specifiche esigenze territoriali, facendo diventare le nuove istanze sociali, istanze educative.
BIBLIOGRAFIA
CASSI L., Il problema della popolazione all’inizio del XXI secolo, in G. BARBIERI – F. CANIGIANI, L. CASSI, Geografia e cambiamento globale. Le sfide del XXI secolo, Torino, UTET, 2003.
M. LIVI BACCI, Storia minima della popolazione del mondo, Torino, Loescher, 1989.
A. GOLINI, La popolazione del pianeta, Bologna, Il Mulino, 2003.
P. EHRLICH, The population Bomb, New York, Ballantine Books, 1968.
DONELLA H. MEADOWS ET AL., I limiti dello sviluppo: Rapporto del System Dynamics Group Massachussets Institute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell'umanita, - Milano, Mondadori, 1974.
M. DINUCCI, Il sistema globale. Geografia del sistema globale, Bologna, Zanichelli, 2004 (seconda edizione)
JOEL E. COHEN, Quante persone possono vivere sulla Terra? Bologna, Il Mulino, 1998.
SITOGRAFIA
http://www.istat.it/dati/catalogo/asi2005/PDF/Cap2.pdf
http://www.un.ro/prospect.html
http://www.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2005/nonita_05.shtml
http://www.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2000/stranieri2000.pdf
[2] L’attuale tasso medio d’incremento della popolazione, rappresenta un fenomeno recente nella storia dell’uomo, poiché per millenni la popolazione è cresciuta con un ritmo molto lento. Fino alla fine del Seicento l’incremento non raggiungeva nemmeno lo 0,1% e solo alla metà dell’Ottocento è stato raggiunto il primo miliardo di persone.
[3] All’origine del tasso di fecondità vi è la struttura sociale del clan, tipica dell’Africa subsahariana, caratterizzata dal ruolo basilare della donna (importante perché svolge la maggior parte del lavoro agricolo e provvede al sostentamento dei figli) e dalla poliginia che affonda le sue radici nel sistema rurale tradizionale fondato sulla proprietà collettiva della terra. Inoltre, in queste realtà territoriali, il ricorso ai metodi contraccettivi trova molti ostacoli per la presenza di radicati stereotipi, come ad esempio, l’associare la virilità maschile al numero di figli procreati o la convinzione che per garantire una ulteriore vita ai defunti vi debbano essere numerosi figli per accoglierne l’anima. Per sradicare tali stereotipi occorre un mutamento culturale, processo lento e difficile (GOLINI, 2003, p. 23-24).
[5] Nel 1840 più della metà della popolazione totale affollava la fascia d’altitudine inferiore ai 200 m., mentre le fasce poste tra i 200 e i 500 m. erano meno popolate. Attualmente tutti i valori si sono accresciuti, anche se alcune pianure costiere risultano disabitate (a causa di aridità e alte temperature) e vi sono delle montagne con un’alta densità demografica come Città del Messico (posta a 2200 m, con 18 milioni di abitanti ), e altre città nella Cordigliera delle Ande (CASSI, 2003, p. 282).
[6] Mentre la prima è stata determinata dal processo di privatizzazione delle terre e conseguente intensificazione delle colture, dallo sviluppo delle industrie, dai progressi della medicina e dell’igiene; quella esogena è stata determinata dal trasferimento delle tecnologie mediche e sanitarie, dal risanamento delle regioni insalubri e dalla distribuzione dei viveri nelle regioni interessate dalla carestia.
[7] Rapporto che la Divisione Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite produce, riguardo alle stime demografiche globali e alle previsioni della popolazione nel futuro. Cfr. sito, http://www.un.ro/prospect.html
[8] Il fiume Gange, già inquinato da pesticidi e fertilizzanti, vedrebbe raddoppiare la quantità delle sostanze inquinanti, nocive all’ambiente e all’uomo.
[9] Particolarmente evidente è stato il fallimento del programma di sterilizzazione di massa varato negli anni '70, che è stato rifiutato in particolare dagli uomini a cui veniva proposta la vasectomia gratuita.
[11] Si calcola che in Africa vi siano 28,5 milioni di persone affette da Aids e si stima che il suo impatto è destinato ad aumentare, riducendo la vita media da 61 anni a 44 in presenza della malattia. In Botswana 1 adulto su 3 è sieropositivo e la speranza di vita nel quinquennio 2010-2015, secondo le stime delle Nazioni Unite, si attesta intorno ai 31 anni contro i 70, qualora non insorgesse la malattia (GOLINI, 2003, p. 25).
[12] Le piogge acide derivano dalla trasformazione dell’anidride solforosa (SO2) e degli ossidi di azoto (NOX) presenti nell’atmosfera inquinata, rispettivamente in acido solforico e acido nitrico. Esse, spinte dal vento, possono spostarsi per centinaia di km fino a cadere su foreste e campagne di regioni incontaminate.
[13] I demografi prevedono che nel 2015 la città di Tokio sarà sempre la più popolosa, mentre le città di Dakar, Bombay, San Paolo, Delhi e Città del Messico raggiungeranno oltre 20 milioni di persone. (CASSI, 2003, p. 320).
[16] Dei 400.000 alunni stranieri presenti in Italia circa il 40% si riscontra nella scuola primaria e l’area geografica di loro residenza si colloca nel nord-est d’Italia (9,6%); la regione con l’incidenza più alta è l’Emilia Romagna (8,4%), tra i comuni capoluogo vi è Milano ad avere l’incidenza più alta (11,6%). Per quanto riguarda i paesi di provenienza degli scolari (187 stati su 194) si attestano i gruppi provenienti da Albania, Marocco, Romania, Cina, Ecuador e Jugoslavia (Serbia e Montenegro). Sito, http://www.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/2005/nonita_05.shtml