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TELEVISIONE: EDUCARE ALLA TELEVISIONE[1] di Laura Tussi     
Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa

 

A differenza di un tempo, in cui il divertimento diventava un evento sociale e comunitario, attraverso le feste religiose e civili e gli spettacoli collettivi, comunicando sempre agli spettatori un messaggio morale come modello degno di imitazione, nella società attuale il tempo di ricreazione e svago si è trasformato in un fenomeno privato, che non si palesa più attraverso la celebrazione della festa, ma nell’ascolto e nella visione individuali,  percezioni caratterizzate da distacco e indifferenza, anche se ricevute accanto ad altre persone, poiché non sono vissute in comunione con gli altri. “Ma moltissimi giovani manifestano la loro voglia di comunità con tutta una gamma di comportamenti, che vanno dalla crescita del volontariato, fino magari allo scatenarsi dei fans e dei tifosi negli stadi che ospitano di tempo in tempo cantanti rock e squadre di calcio. Anche qui si manifesta il bisogno di comunità, pur se in forma ambigua, lasciando spesso insoddisfatti i giovani riuniti, proprio per questa incapacità di raggiungere nel puro consumo il soddisfacimento del bisogno che solo la produzione di cultura e di socialità può dare” [2]. 

La presenza massiccia, fin dai primi anni di vita, di una persona, della trasmissione audiovisiva, determina una serie di conseguenze sulle nuove generazioni.

La visione continua di programmi televisivi in cui le scene si susseguono incessantemente, accavallandosi, in cui si assiste ad un mutare travolgente di immagini, viene rielaborata ed interiorizzata dall’individuo fin da bambino, influenzando le sue modalità comunicative che consistono in una struttura espressiva paratattica, caratterizzata da frasi in sequenza, piuttosto che, normalmente, sintattica. I bambini odierni sono contenitori pieni di informazioni e dati. Di conseguenza, si presentano bisognosi di ordine ed orientamento. Sul piano psicologico si determinano dei cambiamenti. Il bambino, usufruendo dello strumento televisivo, senza una discriminazione adeguata dei programmi, si trova in balia di esso. Vive una dimensione distorta del suo essere, in conseguenza delle informazioni che percepisce, dettate da un certo tipo di cultura adulta. Pertanto si ritrova ad assumere una concezione di sé, degli altri, dell’ambiente, mediata da influenze negative di un mondo adulto ormai lontano dalla comunità delle corti di paese o del borgo cittadino da occupare con i coetanei. Questo ha ripercussione anche sul piano relazionale perché il vivere lunghi momenti di ricezione passiva, davanti ad un teleschermo, riduce il rapporto interattivo tipico della comunicazione. Tale aspetto può trasformarsi in una intensificazione delle modalità introspettive, riducendo, invece, le capacità di comunicazione interagente, caratteristica di un rapporto vivo di socializzazione. Il vivere a contatto con un mondo fatto di immagini e segni, comporta, a livello operativo, una dissociazione tra corpo e immaginario, implicando un potenziamento delle capacità creative e il depauperamento nell’ambito del rapporto critico con il proprio corpo, con la realtà materiale “Un’educazione attraverso il libro e la parola è prevalentemente critica e discorsiva; abitua a compiere i diversi passaggi, ad approssimarsi, gradualmente, alla realtà, mediante la costante verifica delle proprie affermazioni, l’esibizione delle prove, la confutazione delle argomentazioni contrarie. Un’educazione affidata alla sola immagine è tendenzialmente incapace di condurre all’esibizione delle prove, alla valutazione delle ragioni e al giudizio dei nostri discorsi”.[3].

Questa condizione pone problemi del tutto nuovi alle istituzioni scolastiche, richiedendo una grande opera di aggiornamento di metodologie didattiche e di tecniche di intervento, e soprattutto l’abolizione dell’atteggiamento di chiusura ad altre realtà educative e culturali, così da creare un continuum formativo nella vita dell’individuo che lo accompagni dall’infanzia e dall’adolescenza fino all’età adulta. Una società che non si interessa dei soggetti fin dall’infanzia è una realtà decadente, che sprofonda nell’opportunismo del presente e non sa progettare il dopo, il futuro, per il bene dell’intera collettività, preparando le basi ad un contesto in cui la socializzazione rischia di ridursi in massificazione subalterna o solitudine ghettizzata, nell’emarginazione “dell’altro” e del diverso.

Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, si assiste, comunque, ad una democratizzazione dello strumento culturale, poiché l’informazione è diffusa tramite la parola parlata e l’immagine, fornendo il canale comunicativo di una immediatezza di linguaggio comprensibile indistintamente da tutti.

“Si dice che grazie ai media il mondo è ormai diventato come un villaggio dove tutti sanno tutto di tutti, un ‘villaggio globale’. Liberati dall’ignoranza e sempre più informati, dovremmo ritrovarci in un universo sempre più comprensivo. Ma l’immagine del ‘villaggio’ creata dai media è ingannevole: essi, pur creando un’informazione sempre più vasta, non hanno favorito la comunicazione. (...) Dovremmo teoricamente trovarci in un universo molto comprensivo perché informato, molto aperto all’interazione, e disponibile perché liberato dai legami dell’ignoranza o dalla conoscenza imperfetta; in realtà viviamo una progressiva chiusura difensiva nel nostro habitat psicoaffettivo. (...) Se il filtro prevalente di tutte le notizie sulla società è negativo, non dobbiamo stupirci dell’aumento di sfiducia generalizzata dei cittadini nei confronti della società e delle sue istituzioni. Non è infondato supporre un legame tra la caduta progressiva di fiducia in tutte le istituzioni pubbliche e private, osservato a partire dagli anni ‘60, in numerosi Paesi, compreso il nostro, e questo stile della comunicazione mediale” [4].

In base a queste constatazioni, il Cardinale Martini, nella sua lettera pastorale, afferma che il pubblico, tramite la facoltà di scelta, detiene il controllo nei confronti dei media, la cui programmazione di palinsesti risulta sottoposta alla legge ferrea degli indici di ascolto, e che se usati bene, permettono l’acquisizione di una coscienza critica, cioè la capacità di discernere il vero dal falso, di essere obiettivi, di non demonizzare i media né idolatrarli, crescendo nella libertà interiore e nel distacco dalle sensazioni troppo immediate e coinvolgenti.

Ma la commercializzazione del tempo libero ha trovato impreparate le masse, incapaci di fruire in modo intelligente delle risorse della tecnica e di selezionare le offerte sul piano culturale, presupponendo un diffuso fenomeno di analfabetismo ludico che favorisce, a discapito e ad insaputa delle masse stesse, l’industria dello spettacolo e della cultura, che forniscono divertimento e informazione a fini economici, anche con l’aiuto degli spots pubblicitari, condizionanti gravemente la libertà di scelta e di discernimento degli individui.

“I mass-media si presentano quindi come lo stumento educativo tipico di una società a sfondo paternalistico, in superficie individualistica e democratica, sostanzialmente tendente a produrre modelli umani etero-diretti. Visti più a fondo appaiono una tipica ‘sovrastruttura di un regime capitalistico’ usata a fini di controllo e di pianificazione coatta delle coscienze. Infatti mettono apparentemente a disposizione i portati della cultura superiore, ma svuotati dell’ideologia e della critica che li animava. Assumono i modi esteriori di una cultura popolare, ma anziché crescere spontaneamente dal basso vengono imposti dall’alto (...). Come controllo delle masse svolgono una funzione che in certe circostanze storiche avrebbero svolto le ideologie religiose. Mascherano questa loro funzione di classe manifestandosi invece sotto l’aspetto positivo della cultura tipica di una società del benessere dove tutti hanno le stesse occasioni di cultura in condizioni di perfetta eguaglianza” [5].

Inoltre, i mass-media hanno provocato un processo di urbanizzazione psicologica, per il fatto che le loro trasmissioni sono indirizzate e predisposte per una determinata tipologia di soggetto: il cittadino. Le masse contadine ed i nuclei di comunità montane entrano, improvvisamente, a contatto con un tipo di civiltà estranea.

“Ne consegue una specie di accelerazione storica. Gente che vive in un tipo di civiltà primaria, fondata sulla vita agreste, viene a contatto improvviso con la civiltà industriale. La fuga dalle montagne e dalle campagne non è solo dovuta alla ricerca di maggiori occasioni di guadagno; essa dipende da un nuovo atteggiamento psicologico, che esclude il desiderio del ritorno, e nel quale opera anche il desiderio di maggiori possibilità di divertimento. E l’emigrazione, non adeguatamente preparata, di queste popolazioni verso la città suscita così nuovi problemi, soprattutto di adattamento dei nuovi arrivati al tipo di vita cittadino e, in esso, anche quelli di un’organizzazione del tempo libero” [6].  

 

L’approccio educativo e pedagogico alla televisione

Il tema dei mezzi di comunicazione di massa ed in particolare della televisione ha sempre suscitato importanti discussioni e prese di posizione, si è posto sempre come argomento scottante di polemica e di confronto in ambito sociologico, politico e culturale in genere.

La televisione rappresenta un appuntamento quotidiano per la maggior parte della popolazione e nel mondo occidentale è lo specchio della società, dove sono venuti meno punti di riferimento etici, morali, politici e culturali condivisi e di riferimento.

Si è creato e si sta creando un continuo circolo vizioso perché il vuoto etico della cultura e della filosofia contemporanee rafforza le vacuità delle trasmissioni televisive ed in generale della cultura legittimata.

Popper sosteneva l’esigenza di una “patente” qualificante per coloro che realizzano trasmissioni e palinsesti televisivi. Popper, teorico della società liberale, era giunto a pensare di utilizzare la censura per controllare i messaggi televisivi che educano alla violenza e non al rispetto di determinati principi etici. In seguito arrivò a sostenere la necessità di una “patente”, per tutti coloro che producono trasmissioni televisive, in seguito alla frequenza di corsi molto approfonditi ed altamente specializzati per mettere in condizione di comprendere gli effetti che la televisione esercita sul pubblico.

Occorre anche rafforzare i telespettatori che dovrebbero essere posti in grado di acquisire strumenti critici per trasmettere a figli e allievi dei pensieri e messaggi chiari, espliciti, costruttivi e di creare consapevolezza e dirigere scelte ponderate rispetto ai programmi che attualmente vengono proposti o imposti.

Inoltre si potrebbe realizzare una rete televisiva libera e di qualità, finanziata dai cittadini in base ad un coinvolgimento di azionariato popolare, quindi una televisione che non dipenda dalla pubblicità e nella quale non si inneschi il perverso ed onnipervasivo circolo vizioso dell’auditel, e che quindi possa scegliere e proporre trasmissioni di qualità sotto tutti i punti di vista.

Abbiamo il dovere di comprendere meglio i generi televisivi ed i palinsesti dei programmi, per poter comprendere meglio e decodificare i messaggi anche per trasmettere le informazioni ricavate a figli ed allievi, attraverso un’interpretazione ed una decodificazione dettagliate e peculiari anche degli aspetti negativi o aberranti che vengono imposti e veicolati capillarmente da un costituito”pensiero unico” di Stato.

In questi ultimi anni sono emersi alcuni studi che analizzano il rapporto tra le varie forme e modalità espressive tramite cui si comunica il sapere e le strutture cognitive e mentali delle persone che utilizzano determinati canali per trasmettere il sapere: Havelock, Ong e altri si sono occupati di questi rapporti.

Il nostro modo di pensare è mutato proprio nel cambiamento e nella trasformazione dalla trasmissione orale originaria all’oralità secondaria. Nell’oralità originaria, prima dell’avvento della scrittura, i messaggi venivano trasmessi da persona a persona, per mezzo di una parola viva che si rifaceva ad un ordine condiviso dell’esistente, ossia ad un insieme di regole e valori che a loro volta rimandavano ad un contenuto comune. Quindi ogni gruppo sociale condivideva un’impostazione culturale di massima e la parola trasmessa da persona a persona si rifaceva a quest’ordine complessivo. Naturalmente la memoria era una facoltà molto sviluppata, infatti, per esempio, l’Iliade e l’Odissea venivano trasmesse oralmente da aedi che ne conoscevano la struttura paratattica. La condivisione dei significati era essenziale.

In seguito, si è passati alle prime forme di scrittura dai pittogrammi ai geroglifici, fino all’alfabeto sillabico. Questa evoluzione comunicativa ha cambiato le modalità di trasmissione della cultura e la parola è stata fissata in un suo spazio semantico, di senso e significato non più individuabile nel dialogo vivo e nel confronto reale.. Infatti Socrate rifiutò di fare ricorso alla scrittura per tutta la sua vita, sostenendo che gli scritti erano come le statue nei templi: le si interrogava e loro non rispondevano.

Si apre, con la scrittura, lo spazio alla riflessione, all’introspezione, ad una ricerca interiore, ad un ripiegamento intimistico sul pensiero.

Ma durante l’era di Gutemberg (1450/1500) con la stampa si presentano altre trasformazioni delle strutture cognitive ed altri cambiamenti del sapere. Nasce la lettura silenziosa in un ambiente appartato e spesso isolato dal mondo esterno. Infatti i manoscritti venivano letti ad alta voce e pubblicamente, mentre il libro stampato, che non è più così pregiato e raro, viene letto in uno spazio privato, appartato, in silenzio, attribuendo così una valenza individualistica all’approccio alla lettura e soprattutto alla cultura.

Il sapere quindi diventa sempre più accessibile e comincia a svilupparsi la riflessione critica relativamente alle pagine del testo.

Con l’avvento dei media elettronici la trasmissione del sapere sembra essere tornata ad una “nuova oralità” che non è più basata soltanto sulla parola, ma ha caratteristiche diverse perché si basa anche sulle immagini che spesso sono difficilmente decodificabili. Di fronte alle immagini siamo tutti aniconisti, ossia analfabeti, perché non conosciamo le diverse modalità e caratteristiche di impostazione del messaggio televisivo e cinematografico. La televisione, in particolare, a differenza del testo scritto, ci presenta un flusso unidirezionale di messaggi e non vi è più la presenza viva e concreta di chi trasmette le informazioni, che può essere o interrogato o interrotto, ma si comunica sostanzialmente ed esclusivamente con un simulacro elettronico, per cui non sussiste un vero scambio dialogico, anche se attualmente si pensa già ad una televisione interattiva, in realtà già pregiudicata in partenza.

Quindi "tutto scorre", panta rei, come sosteneva Eraclito, nel senso che l’accelerazione del tempo nei nuovi media rende effimero ogni contenuto. Lo spazio per la memoria è quasi completamente vanificato. Dal momento che l’attività rimemorativa, del ricordo o anche più meccanicamente mnemonica dell’assimilazione, perde importanza nell’epoca dei new media, la televisione non consente un reale apprendimento.

Perché sussista un processo apprenditivo reale, le informazioni devono essere incasellate nelle strutture cognitive e in un dispositivo di sapere già esistente. Inoltre occorre ripetere, riflettere sui contenuti ed assimilare, ricordare, per poter veramente apprendere e studiare.

La nuova oralità per le sue caratteristiche si inserisce nel relativismo complessivo culturale della seconda metà del ‘900, in cui Einstein ha sostenuto che spazio e tempo non sono più come nella fisica classica ed il principio di indeterminazione di Heisemberg ha spiegato che dove sussiste un osservatore cambiano le leggi anche fisiche, per cui non possiamo essere certi di quanto diciamo. Così anche moralmente mancano i valori etici condivisi.

L’attuale società è priva di una riflessione generale sull’intenzionalità e responsabilità. I nuovi media rispecchiano e rafforzano l’assenza di responsabilità anche perché ci sentiamo tutti come un insieme collettivo in cui la responsabilità è parcellizzata. Sono stati attuati studi e ricerche in psicologia sociale che hanno dimostrato quanto la responsabilità è parcellizzata per cui sempre meno l’individuo se ne addossa l’onere. Vi sono ricadute sulle nuove generazioni a livello conoscitivo, educativo ed etico.

Per quanto riguarda le differenze conoscitive, i giovani presentano diverse strutture cognitive. Ad esempio, per loro lo spazio ed il tempo sono sostanzialmente differenti rispetto ai parametri del passato. Le precedenti generazioni erano abituate ad una visione del tempo sequenziale, lineare, con "un prima"”ed "un dopo"” Attualmente i ragazzi si spostano verso un tempo definito simultaneo, passando da un argomento all’altro all’interno delle trasmissioni o dei siti telematici, con dei flashback privi di linearità e di collegamenti analogici e temporali. Questo provoca una minore capacità di attenzione e di concentrazione perché la televisione cambia molto rapidamente le inquadrature, con conseguenze rilevanti sulle capacità percettive e cognitive. Dal punto di vista pedagogico, si è passati da un’educazione autoritaria a metodi più permissivi a cui la televisione ha contribuito, sia per il tipo di trasmissioni, ma soprattutto come sostiene Postman, ha in qualche modo permesso che l’infanzia sia scomparsa. Attualmente i bambini hanno accesso a tutti i segreti degli adulti, quindi non sussiste separazione tra mondo infantile e adulto: sono venute meno le distanze generazionali.

Sicuramente la televisione ha notevolmente contribuito ad annullare le differenze tra realtà e finzione. Baudrillard ha dedicato un intero testo a questo argomento “il delitto perfetto”: la televisione ha ucciso la realtà. Tutto diventa spettacolo. Le corde emotive vengono sollecitate, cercando di attirare l’attenzione dello spettatore, influenzandone i sentimenti, l’emotività. La televisione, così come è impostata, non solleva il giudizio critico dello spettatore, i problemi vengono vanificati su modelli che si basano su personaggi strani, bizzarri e aleatori che vengono divizzati.. La televisione attuale presenta un mondo di vacuo estetismo ed i telespettatori sono trasformati in superficiali consumatori, spregiudicatamente sfruttati dal sistema.

Manca così senso di responsabilità etica e morale. Risulta necessario aiutare i giovani a capire la storia della nostra televisione perché dalla veterotelevisione che fino agli anni’70 aveva almeno intenti pedagogici, dagli anni ’70 in avanti, con l’avvento delle reti commerciali, si è passati alla totale mercificazione del messaggio televisivo in fatuo consumismo edonistico ed esasperato, influenzando le dinamiche sociali a livello interpersonale basate sulla sfrenata competitività, sugli interessi del sesso, del potere, del dio denaro e della mercificazione della cultura, in vacuo e mero interesse individualistico, nell’accezione negativa ed egoistica del termine, in cui si riflettono i modelli della gestione pubblica del potere, della ragione di stato. Le masse vivono la psiconevrosi dell’arrivismo esasperato a scapito della relazione umana autentica basata sull’amore disinteressato, su sentimenti di onestà e pulizia morale.

L’azione congiunta della famiglia e della scuola può innescare un processo educativo che funga da filtro rispetto ai messaggi commerciali e pateticamente consumistici, agli episodi di efferata e gratuita violenza che in continuazione provengono dai palinsesti televisivi. Le nozioni critiche che i genitori e gli insegnanti possono trasmettere, tramite il dialogo proficuo, il confronto disinteressato e onesto, con figli e allievi, potranno aiutare a frapporre un filtro a queste bieche manovre impositive di modelli fasulli, vacui, inconsistenti che spingono alla disonestà a tutti i livelli sociali, all’assenza di responsabilità in quanto linea etica di senso e significato da attribuire a tutto l’arco dell’esistenza.

21 febbraio 2005 



[1]Educare alla televisione”, convegno promosso dal CENTRO NUOVO UMANESIMO di Milano, 5 aprile 2003 presso la libreria Tikkun. Sito internet: www.cnu.it  Telefono: 02/29522624 e-mail: segreteria@cnu.it

[2] Bernardi U., Comunità come bisogno. Identità e sviluppo dell’uomo nelle culture locali, Jaka Book, Milano 1981, pag. 17. Come si dirà più avanti, la scuola ha le sue responsabilità, perché non dedica parte del suo tempo per restituire ai giovani l’idea di comunità mediante l’insegnamento della storia e della cultura locale, come insieme di fatti riscontrabili materialmente e spiritualmente, che generazioni su generazioni si sono venuti accumulando in una specifica comunità, con sue capacità di integrazione e di sostegno nell’acculturazione.

[3] Card. C.M. Martini, Il lembo del mantello. Per un incontro tra Chiesa e massmedia,Centro Ambrosiano, Milano, 1991 pag. 37

[4] Card. C.M. Martini , op. cit.,  pag. 28.

[5] Eco U., Valori estetici e cultura di massa, in Nardi P. (a c. di), Op. cit., pag. 199.

[6] Viotto P., Pedagogia e politica del tempo libero, La Scuola, Brescia 1973, pag. 23. Nella società pluriforme in cui viviamo gli istituti educativi tradizionali non sono più sufficienti a garantire il pieno ed armonico sviluppo della personalità. La loro influenza educativa è spesso contrastata dalle suggestioni dei mezzi audiovisivi della comunicazione sociale. Gli uomini di oggi hanno più tempo libero rispetto a quelli del passato, ma non sanno usufruirne in modo intelligente: l’aumento della ricchezza, del benessere non si accompagna all’aumento dell’educazione e della cultura, così che il tempo libero finisce per essere un ‘tempo sprecato’.

 

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