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DIFFICOLTA’ DEL FARE SCUOLA OGGI di Virginia Mariani
Relazione narrata di un giorno qualsiasi di lezione, o quasi
… quasi perché è un sabato, l’ultimo di ottobre. Quasi perché mi chiedo se di lezione si sia trattato e per chi. Sicuramente per molti/e.
La mia giornata lavorativa inizia alle 9.15 e, naturalmente, mi reco a scuola con un margine di anticipo per trovare parcheggio, per firmare il registro delle presenze, per vedere che si dice.
Entro dall’ingresso principale e in fondo al corridoio, prima di prendere le scale sulla sinistra per andare al primo piano, dietro a una scrivania e dietro a occhialini da presbiope lo sguardo del collaboratore scolastico è intento a leggere… no, ha una penna in mano: parole crociate. Lo guardo cercando di incrociare una parola di saluto, un buongiorno (e Dio soltanto sa di quanto ne ho bisogno ogni giorno di questo anno scolastico!), lo riguardo, faccio segni anche per vedere fino a che punto possa spingersi la tanto fondamentale e auspicata attenzione… niente. E’ attento, anzi attentissimo, ma non a svolgere la sua funzione e il suo dovere. Lo guardo anche di spalle, rischiando di cadere come qualche sera prima in paese facendomi tanto male da dover prendere tre giorni di malattia, fino al quinto scalino, niente: non mi ha vista, non mi ha sentita, non mi ha salutata. E se fosse entrato o passato qualcun altro? E la collega pochi giorni fa si è permessa di affidargli momentaneamente la famosa IC perché chiamata in segreteria: come poteva non succedere nulla con un attento osservatore come lui? Abbiamo o stiamo rischiando ancora una denuncia da parte dei genitori!
Al piano superiore due collaboratori scolastici chiacchierano con un collega: ci scambiamo finalmente il buongiorno; mi precisano che il signor “parole crociate” è ormai storia vecchia e di tutti i giorni.
Entro in IA e tutta la classe mi accoglie contenta, mi chiede perché sono mancata, se ho portato i compiti, se possono andare in bagno, se facciamo subito i cartelloni, mi fanno rivedere le ricerche su Halloween e sulla Riforma protestante che capitano lo stesso giorno, chiedono ancora se possono uscire… con un brusio caotico e una calca da apette impazzite in un favo. Mi dà gioia la loro gioia nel rivedermi, ma mi dico che sarà un’altra giornata dura anche perché ho recuperato da poco la voce e non sarà facile non urlare oltre che parlare tanto (e devo fare una visita: spray e simili non possono più niente ormai).
Un’ora la dedichiamo all’appello ‘ragionato’, cioè al racconto di sé e all’ascolto dell’altro/a, approfondendo tutti gli spunti possibili e probabili dalle discipline scolastiche all’attualità; prima ancora, scherzando sulla mia caduta, spiego il modo di dire dialettale mottolese “Prendere una lepre” . Di lì a poco una mia alunna mi avrebbe dato un disegno colorato con i pastelli realizzato durante la mia assenza raffigurante, indovinate un po’?, un leprotto! Casi…
Dopo la ricreazione, consegno i compiti e fornisco nuovamente tutti i chiarimenti, compresi quelli grammaticali. Individualmente, e sono 26. Mi accorgo che ormai non conta la qualità dell’errore ma la quantità (e d’altronde pure io uso soltanto la penna scarlatta): confrontano fra di loro il numero delle volte che compare il segno rosso e “Come mai, pressorè, a me sono 12 e a lui 22 e il voto…?”
Finalmente ci prepariamo per i cartelloni su questo 31 ottobre ormai alle porte fra feste e ricorrenze storiche, ma dividersi in gruppi non è così semplice: mi avevano detto di volersi dividere come con la prof di matematica, ma evidentemente così non è anche perché mi accorgo che i gruppi erano poco equilibrati. Devo intervenire e non è semplice: i maschietti e le femminucce vogliono stare separati; nessuno vuole quell’alunno (che a sua volta forse non vuole neanche alcuno/a); cinque decidono di non voler fare nulla: due perché poco prima erano stati puniti con l’avviso a casa, due perché vogliono lavorare da soli che è meglio, uno perché… boh! Non l’ho capito neanche dopo la mezz’ora di tentativo di conversazione, difatti un monologo.
A trenta minuti dalla fine delle mie tre ore, però, mentre continuo a girare come una trottola con piede e ginocchio ancora gonfi, fra i quattro gruppi e i singoli, precisando chiarendo persuadendo approvando e pensando che pochi giorni prima una collega mi chiese di fare un’ora in una classe nell’altro plesso “… tanto non dovresti nemmeno parlare…!” …, insomma, alla fine si sono formati solo e soltanto quattro bei grandi e laboriosi gruppi!
Ma ora c’è la quinta ora e è in IC, la famosa IC che già ci ha fatto fare due Consigli straordinari e l’ultimo con i genitori.
Entro e attendo un po’ perché tutti/e e 28 si alzino per salutarmi (non lo farei, ma ho capito che è un modo perché loro si accorgano che c’è un altro insegnate in classe e che si cambia disciplina). Vorrei conversare con loro, ma ho verificato più e più volte che non è possibile purtroppo e, allora, subito libro e quaderno. Nel frattempo le uniche domande sono quelle relative all’andata in bagno e… ancora purtroppo il solito alunno comincia lo show “…giornata no, pressorè: è da stamattina che sta così!).
Standogli dietro, proprio fisicamente, come faccio sempre e urlando autorevole di tanto in tanto ottenendo di volta in volta i soliti classici 45 secondi di silenzio, riusciamo a verificare collettivamente le domande e le conoscenze apprese finora, a chiarire come ricercare le informazioni e addirittura a interrogare quattro di loro. Continuo a seguire e inseguire l’alunno, ma la classe si distrae in continuazione perché interessata ai suoi movimenti e alle sua parole; nel frattempo anche l’altro alunno, che non ha mai fatto nulla se non disegnare o farmi sgolare per prendere un quaderno e scrivere qualcosa, si è dato, come ormai da qualche tempo, alla sgradevole messaggeria su pezzettini di carta e al fastidio continuo. Tutta la classe continua a distrarsi e di volta in volta si erge una voce di denuncia che mi informa che c’è chi incita questi comportamenti di disturbo.
Sta per finire questa quinta ora e tutto sommato non è andata, poi, tanto male: ho riperso la voce, la testa è intontita (a volte sento di perdere i sensi!), qualcosa l’abbiamo fatta e, accidenti!, stiamo andando avanti anche con il programma di geografia. E poi, cosa più importante, non è successo nulla di grave: niente incontro straordinario con i genitori, quindi.
Suona la campanella, escono tutti/e e ci diamo man mano il buon appetito e il buon relax per questi prossimi giorni di ponte, ma trattengo i due protagonisti della classe: perché vi comportate così? perché dare fastidio ai compagni? perché fare del male alle compagne? perché farmi urlare? non sarebbe meglio…
Mi guardano non posso e non so dire come (non ho le competenze: io sono un’insegnante laureata soltanto in Lettere!) e in men che non si dica per salutare i compagni che stanno passando dal cortile (e se ne accorge perché per l’ennesima volta hanno staccato le tendine) il primo si precipita contro il vetro a mani tese: il vetro si infrange come un sottilissimo strato di ghiaccio e faccio in tempo a raggiungerlo perché non si muova ulteriormente ferendosi gravemente. Lui è sorpreso e impietrito, io non sento più battere il cuore e forse anche funzionare il cervello dato che gli dico sommessa “Hai visto?! Hai visto?!...”. Gli prendo le mani e fortunatamente ha un piccolo graffietto; mi giro, l’altro è scomparso; esco, informo il collaboratore; mando l’alunno su a medicarsi; confido alle colleghe che stanno uscendo che quest’anno poco ci manca che mi metta a piangere per le situazioni difficili che ho in entrambe le prime; l’alunno riscende con il dito incerottato e le colleghe rimaste a consolarmi gli consigliano di ascoltare sempre la professoressa… va be’, “Buona domenica!”.
Intanto per l’ennesima volta sono già le 13.35 e avvilita ritorno in classe per compilare il registro (almeno quello di classe perché di completare il mio non se ne parla! e, fra l’altro, devo ancora capire come…). Entra il collaboratore crociato: controlla pigramente il danno, si appresta lento a pulire e “… pressorè, non bisogna perderlo d’occhio, bisogna stare attenti!...” .
“A ME QUESTO?! TU?!” Sono tendenzialmente gentile e, ormai dopo anni di letture e esercizi spirituali compresa la preghiera, sono riuscita a controllarmi ma con il filo di voce rauca e baritonale che mi è rimasto avrei potuto…