UNITA' DI APPRENDIMENTO: SCUOLA SECONDARIA 1°

LA DIDATTICA DELLA GEOGRAFIA NELLA SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO di Alberto Mirabella[1]

1. Introduzione

1.1. L’insegnamento della geografia nel terzo millennio.1.2. 

L’insegnamento scolastico della geografia offre vari spunti di riflessione. Questa disciplina, infatti, comincia spontaneamente con la conoscenza della nostra ubicazione e si conclude con l’intelligenza delle relazioni che si strutturano con gli altri uomini.

Il fatto di occupare uno spazio - occupazione che avviene nel momento in cui si nasce - non chiude nell’egocentrismo lo sviluppo intellettuale del ragazzo, ma lo stimola ad ampliare i rapporti con altri spazi, con necessità ed insistenza di onde di risonanza.

L’immagine del mondo è una realtà esterna, che il ragazzo è condotto a scoprire con mezzi sempre più perspicaci ed approfonditi. E’ una realtà nella quale egli acquisisce il senso della sua presenza e la misura della sua partecipazione. L’organizzazione sociale è il prodotto immediato di tale realtà nella quale il ragazzo si trova inserito con tutti gli elementi ottimali o negativi, di costrizione o liberazione.

Appare subito evidente, ad una lettura del capitolo “integrato” Storia, Geografia, Studi sociali, come il testo del Nuovi Programmi della Scuola Elementare abbia recepito e fatto proprie le riflessioni della moderna storiografia e della più recente ricerca geografica. Notiamo in particolare i seguenti punti:

a) la concezione della storia e del rapporto presente-passato. «Ogni società costruisce la memoria della propria storia in funzione dei problemi che il presente le propone e la ricerca dello storico è sempre motivata dalle domande che la società in cui vive pone al passato»;
b) connessione con le altre aree disciplinari. Considerazione della storia come studio degli uomini e delle società umane in rapporto all’intero campo delle scienze sociali (fatto geografici e ambientali, fatti sociali);
c) il rapporto uomo-ambiente, la concezione dello spazio geografico «come campo e oggetto dell’esperienza sociale», come «spazio d relazioni»; d) una concezione dell’apprendimento della storia ( e della geografia) che si fonda, in una prima fase, sullo sviluppo di argomenti legati all’esperienza diretta del bambino, al suo tempo vissuto, agli eventi del suo recente passato.

Quindi la definizione di «alcun grandi passaggi»1 della storia delle società umane, la costruzione di grandi «quadri di riferimento storico» attraverso l’analisi dei sistemi sociali.

Infine lo studio dei vari tipi di società attraverso la ricostruzione dei caratteri strutturali essenziali (insediamenti, organizzazione della vita quotidiana, quadri culturali, rapporti sociali di produzione, istituzione): sia come possibile co-esistenza di diversi sistemi sociali.

Oggi si considera ormai superato il concetto di geografia come insieme di nozioni da imparare a memoria e come semplice descrizione della superficie terrestre, ma si intende la materia come studio esplicativo dell’organizzazione dello spazio[2] da parte degli uomini e dei problemi che ne scaturiscono, anche se, come attestano le interminabili discussioni sulle definizioni di geografia e sull’autonomia e specificità della ricerca geografica, il problema epistemologico non è ancora del tutto risolto, tanto è vero che permane tuttora il pregiudizio di una geografa enciclopedica e tuttologica senza una sua specifica individualità, che si limita a raccogliere e a ordinare i materiali provenienti dalle altre discipline.

La geografia vede la Terra quale sede dell’umanità ed esamina «i fenomeni e i sistemi antropofisici in una associazione di elementi che interagiscono tra d loro e che tendono ad organizzarsi secondo rapporti di equilibrio non statico, ma dinamico»[3].

Così intesa, la geografia diventa una disciplina volta alla lettura della globalità spaziale, all’interno della quale tutti i fenomeni sopra ricordati si manifestano e si relazionano.

1.2. Una disciplina che “colloca nel mondo

Sebbene gli attuali programmi continuino a basarsi su alcune nozioni[4] che definiscono la materia, tuttavia queste ultime servono a prospettare gli obiettivi specifici e generali e le metodologie giuste per attuare una ricerca[5] geografica scientificamente corretta, che contribuisca a sollecitare l’osservazione, a conferire il senso dello spazio, a sviluppare le capacità descrittive, ad arricchire il patrimonio culturale e a promuovere lo spirito critico.

Tutto ciò stimola l’alunno ad una attiva partecipazione alla realtà culturale, sociale ed economica e contribuisce a preparalo a scelte ragionate e responsabili anche in vista del suo inserimento nel mondo del lavoro. La geografia assolve in tal modo al proprio impegno formativo nei confronti dell’alunno promuovendo l’elaborazione e la organizzazione di ipotesi, secondo un metodo scientifico[6].

Se l’insegnamento della geografia fosse riuscito a dare l’immagine vera di questa disciplina, oggi non ci troveremmo in difficoltà nel farne capire il valore formativo e scientifico.

Con un’impostazione moderna dal punto di vista epistemologico, grazie alla quale si può dire che «la geografia nasce quando alla conquista dell’ambiente l’uomo unisce la coscienza dei rapporti che lo collegano all’ambiente stesso», e con una sensibilizzazione dell’opinione pubblica ad una nuova concezione di geografa, consistente nell’eliminare il pregiudizio di una geografa essenzialmente fisica, astronomica, derivante soprattutto dall’insegnamento dell’ultimo anno dei licei e degli istituti magistrali, la geografia acquisterebbe una nuova identità e non sarebbe più vista come un doppione di altre scienze, quali l’economia, l’etnologia, la geologia.

In realtà per dirla con J. Dewey, «l’unità di tutte le scienze è trovata nella geografia. Il significato della geografia è che essa presenta la Terra come la sede duratura delle occupazioni dell’uomo. Il mondo all’infuori della sua relazione con l’attività umana non è mondo. L’operosità e l’azione dell’uomo, se si astrae dalle loro radici nella terra, non sono ancora un sentimento, sono appena un nome[7].

Influenzata dagli stimoli di rinnovamento provenienti dalle cosiddette scienze ausiliarie, la geografia sembra destinata a ripensare continuamente i risultati della sua indagine, a modificare le sue metodologie, rivelando così tutta la sua vitalità.

Da qui la necessità della nascita di una New Geography i cui contenuti siano adeguati al terzo millennio e che tenga conto della crescente domanda di geografia che proviene dalla società, delle potenzialità educative di questa disciplina e che si prefigga come obiettivo da raggiungere l’insegnamento la conoscenza del mondo nei suoi aspetti formali e funzionali. Infatti nella Premessa[8] ai Programmi di insegnamento per la Scuola Media del ‘79 si legge: «Scuola che colloca nel mondo», frase che si può collegare alla scopo dell’insegnamento scolastico della geografia, la quale ci fa prima di tutto conoscere la nostra collocazione, il cui concetto rimanda al fatto di occupare uno spazio non chiuso, ma aperto alle relazioni con altri spazi e quindi inteso in senso dinamico e poi ci fa comprendere il mondo, non inteso come pianeta Terra in senso astronomico, ma come mondo in cui la natura è stata alterata e sofisticata in vario modo[9].

1.3. Promuovere lo spirito di comprensione Grazie al tramite della geografia i ragazzi imparano a conoscere l’ambiente distinguendone le varie caratteristiche, gli interventi dell’uomo sul territorio, e ritrovando le memorie storiche della loro terra. Ma ciò si realizza solo con processi attivi di conoscenza, nei quali l’alunno diventa protagonista d una metodologia didattica esperienziale, basata sullo studio dal vivo dell’ambiente consistente in escursioni, ricerche sul territorio ed esame di documenti materiali, tutte cose che possono suscitare curiosità, desiderio di sapere e di ampliare gli orizzonti culturali[10]. Comprendere culturalmente il mondo non vuol dire solo conoscerlo, ma soprattutto rendersi conto delle esigenze di ciascun popolo sulla base delle loro risorse materiali e spirituali, che sono quelle che poi scatenano guerre e rivoluzioni. Gli allievi di oggi devono essere consapevoli del fatto che stanno crescendo in un mondo percorso da tensioni fra gruppi etnici all’interno degli Stati e da conflitti internazionali e anche dal valore della qualità dell’ambiente e dei fattori che la influenzano. A tal proposito il ruolo degli insegnanti di geografia è fondamentale, proprio in virtù della loro formazione e della consuetudine che essi hanno con i problemi dell’educazione ambientale. Per conservare e migliorare la qualità dell’ambiente, è necessario sviluppare conoscenze e atteggiamenti adeguati. Infatti l’insegnante di geografia può aiutare le nuove generazioni a sviluppare un atteggiamento che può alleviare la tensione di alcune situazioni e portare a rifiutare l’idea per la quale gli esseri umani che vivono in parti diverse del mondo siano così diversi da non poter dialogare[11]. Lo studio dei problemi dell’umanità, per un equilibrato apprezzamento degli stessi, e la promozione nei giovani di uno spirito geografico, sono quindi i termini essenziali di un moderno insegnamento della geografia. Quest’ultima può essere, infatti, considerata un fattore di pace per lo spirito di comprensione internazionale che produce tra i giovani; di conseguenza, il suo insegnamento ha un ruolo fondamentale nel processo formativo di una coscienza europeistica ed universale. In un quadro caratterizzato dalla mondializzazione dell’economia, diremmo meglio globalizzazione, e da un’esasperata concorrenza internazionale, il fondamento più sicuro su cui basare la costruzione europea è proprio la qualità delle risorse umane: l’istruzione e la formazione professionale sono ormai le premesse irrinunciabili di crescita e competitività. 1.4. Una nuova immagine di geografia In questo quadro l’insegnamento della geografia risulta fondamentale ed efficace, ma solo nel momento in cui si avvale del supporto di una didattica, intesa come scienza dell’educazione e tecnologia dell’apprendimento. Con il supporto della didattica la geografia può raggiungere obiettivi formativi ed informativi, che le permetterebbero di uscire dalla condizione di marginalità e talvolta addirittura di inferiorità nei confronti delle altre discipline e del loro insegnamento. A questo proposito i Programmi di geografia per la scuola media dell’istruzione obbligatoria del ‘79 possono essere considerati importanti del cambiamento didattico. In realtà i principali cambiamenti verificatisi nel modo di insegnare e di far apprendere geografia riguardano i metodi e le tecniche dell’apprendimento, che mettono da parte la lezione frontale e lasciano spazio alla partecipazione dell’alunno, considerando la classe come un laboratorio di ricerca, aperto alle attività esterne. Anche se in questi programmi rimane la tripartizione tradizionale Italia-Europa-Mondo, l’insegnamento della geografia continua a basarsi sulle conoscenze e le esperienze acquisite nella propria regione e nello studio dell’Italia, che è il punto di riferimento e di comparazione per successivi ampliamenti. Compare l’orientamento ad abbandonare lo studio sistematico della geografia regionale per scegliere argomenti più significativi, secondo itinerari didattici personalizzati dall’insegnante tenendo conto dell’ambiente socio-culturale della classe e in armonia con i progressi delle scienze geografiche e delle scienze dell’educazione. Nei contenuti compaiono temi nuovi, come la struttura complessa del paesaggio, la dinamica dei rapporti uomo-ambiente, le funzioni e le relazioni territoriali. Le nozioni di astronomia e lo studio degli aspetti geofisici sono affidati all’insegnante d scienze con cui è previsto un collegamento interdisciplinare privilegiato, che si propone di salvaguardare la tipica funzione della geografa di ponte fra le scienze umane e quelle naturali. Ciò non toglie che in questi programmi si rompa la tradizionale unità della geografia, con conseguenze che sono ancora da verificare. I Programmi del ‘79 hanno avuto una pronta risposta nei libri di testo, alcuni de quali sono stati completamente rinnovati, fornendo utili tracce per una nuova didattica. Una didattica “nuova” nel senso che occorre considerare l’importanza della creatività in una concezione della disciplina geografica e del suo insegnamento, ma anche “continua”, poiché propugna un processo di insegnamento-apprendimento senza interruzione dalla scuola primaria all’università, nel quale si utilizzino convenientemente le valenze formative della disciplina nei vari momenti dell’evoluzione psicologica e intellettuale dei discenti[12]. Di conseguenza sono gli insegnanti i primi a dover acquisire una nuova immagine di geografia e del suo nuovo significato, per poi adottare nuove tecniche didattiche e nuovi metodi. 3. IL RUOLO DELL’INSEGNAMENTO NEL TRIENNIO DELLA SCUOLA MEDIA 3.1. Dai "Principi e fini generali della scuola media 3.1.1. Il privilegio della geografia «L'unità di tutte le scienze è trovata nella geografia. Il significato della geografia è che essa presenta la Terra come la sede duratura delle occupazioni dell'uomo. Il mondo all'infuori della sua relazione con l'attività umana non è mondo. L'operosità e l'azione dell'uomo, se si astrae dalle loro radici nella Terra, non sono ancora un sentimento, sono appena un nome»[13]. Un posto di privilegio, senza alcuna richiesta da parte dei geografi, è stato assegnato alla geografia nella Premessa ai programmi, in quel capitolo n. 3 relativo ai «principi e fini generali della Scuola Media». Nel paragrafo b si legge testualmente : «Scuola che colloca nel mondo»[14]. Questo titolo esprime tutto l'arco dello scopo dell'insegnamento scolastico della geografia. Questa, infatti comincia spontaneamente con la conoscenza della nostra ubicazione e si conclude con l'intelligenza delle relazioni che si strutturano con gli altri uomini, i quali conducono la loro esistenza in altri spazi tellurici[15]. 3.1.2. La collocazione nel mondo Dalla Premessa (par. 3b): «la scuola media aiuta altresì il ragazzo ad acquisire progressivamente una immagine del mondo in cui vive, a capirne l'organizzazione sociale, a riconoscere le attività con cui l'uomo provvede alla propria sopravvivenza e trasforma le proprie condizioni di vita, a comprendere il rapporto che intercorre fra le vicende storiche ed economiche, le strutture, le aggregazioni sociali e la vita e le decisioni dei singoli». L'immagine del mondo è una realtà esterna, che il ragazzo è condotto a scoprire con mezzi sempre più perspicaci ed approfonditi. E' una realtà nella quale egli acquisisce il senso della sua presenza e la misura della sua partecipazione. Molto importante e di robusta incentivazione educativa è il razionale riconoscimento della industriosità umana, che, basandosi sulla necessità della sopravvivenza, trasforma, con il preciso intento di migliorarle, quelle condizioni che lo accompagnano nella sua crescita materiale e morale. 3. 1.3. La comprensione del mondo Per quanto è immediato e trasparente il rapporto uomo-natura che informa le altre proposizioni, altrettanto mediato e vincolante è il rapporto uomo-cultura che permeerà la proposizione finale. La comprensione del mondo non è solo conoscenza di fatti e di dati di una precostituita realtà esterna, bensì anche di una soggettiva penetrazione dei fenomeni, fruendo delle motivazioni che la storia dell'uomo ha suscitate nella vicenda di ogni generazione. Il mondo che ciascuno di noi eredita non è il pianeta Terra, in senso astronomico, ma è già un mondo in cui la natura è stata alterata e sofisticata in vario modo, in bene e in male. Non vorrei essere frainteso, perché non alludo affatto ai problemi ecologici, ma a quelli socioeconomici, per i quali oggi non si parla di un solo mondo, ma di più mondi. Comprendere culturalmente il mondo non vuol dire soltanto conoscerlo, ma soprattutto rendersi conto delle giuste esigenze di ciascun popolo sulla base delle loro risorse materiali e spirituali. Nella insoddisfazione di queste ultime si nasconde il più delle volte la causa fondamentale di rivoluzioni e di guerre, che ancora insanguinano questo mondo diviso in più mondi. 3.2. Le discipline come educazione 3.2.1. L'educazione geografica. Il paragrafo b del secondo capitolo della parte IV della Premessa generale è intitolato: «Educazione storica, civica, geografica». E' sin troppo facile la solita ironia di intendere: educazione storica, civica e anche geografica, attribuendo a quell'anche una superfluità spesso lamentata proprio nell'insegnamento scolastico. 3.2.2. La geografia nella scuola «L'insegnamento della geografia è volto a far conoscere la dinamica uomo-ambiente». Più di un collega rimane sconcertato di fronte a questa meta di apprendimento, perché fino ad oggi si è parlato di rapporti fra uomo e ambiente, mentre il termine "dinamica" può suonare come un'astrazione o addirittura come un'astrusità. I rapporti causati finora invocati costituivano elementi statici di una immota realtà, che è invece continuamente diversa per la variabilità parametrica dei rapporti stessi, e cioè per i flussi di energia che ne derivano. E' su questa dinamica che il nuovo insegnamento deve insistere, proponendo e suscitando confronti. Il Nilo ieri fertilizzava esclusivamente; oggi produce anche energia elettrica. Questi flussi di energia spiegano l'odierno volto fisico e politico della Terra, in quanto Paesi motorizzati e meccanizzati ad alto livello tecnicistico, hanno strutturato un mondo diverso rispetto a quello ancora attardato in sole attività primarie o solo agricole. Volto fisico e politico della Terra, sono strettamente collegati, tanto più ora che, in Paesi sia capitalisti che socialisti, le trasformazioni e le utilizzazioni avvengono mediante programmazioni globali. L'operatività degli uomini sviluppatasi attraverso i secoli, vuole significare che il volto umano della Terra non è risultato di improvvisazione e che l'intervento coinvolge e impegna il lavoro delle generazioni, senza consentire soste. Tale dinamismo provoca esuberanza di paesaggio e concentrazioni di ricchezza, all'opposto, si formano aree depresse e di sottosviluppo: sono nati così i mondi oggi in contrasto! Molto opportunamente, pertanto, si richiama l'attenzione sulla solidarietà mondiale. 3.2.3. Interdisciplinarità della geografia La struttura della geografia richiede, a chi la insegna, una preparazione pluridisciplinare, in quanto la numerosità degli elementi da considerare in un fatto antropogeografico ricade il più delle volte in materie diverse. Alle conoscenze geologiche, bisogna aggiungere quelle biologiche, demografiche, sociali, statistiche, storiche, antropologiche per essere in grado di svolgere un'interpretazione di necessario equilibrio tra i fattori fisici e quelli umani, presenti e convergenti nel fenomeno geografico. Questo è a sua volta interdisciplinare, in quanto la molteplicità dei suoi aspetti si definisce nella fusione di più punti di vista, ciascuno dei quali si configura in diversi canali dello scibile. Le anzidette considerazioni si riflettono nel fatto che la geografia compare anche nel gruppo di materie della educazione matematica, scientifica e sanitaria, in quanto "scienza della Terra". Ma la interdisciplinarità della geografia ha indotto i redattori a raccomandare all'insegnante di lettere «un costante collegamento con l'insegnante di scienze» ( Indicazioni programmatiche ). 3.3. Finalità e obiettivi 3.3.1. Il compito della geografia Iniziando il discorso sulle «finalità e obiettivi», i programmi aprono il rapporto uomo-natura come elemento fondamentale: qui si mettono in luce, implicitamente, alcune chiavi di lettura e di approfondimento che non possiamo trascurare: mentre l’uomo vene visto attraverso i termini socio-culturali di aspirazioni, necessità, strategie, tecnologie, la natura viene vista attraverso i termini più passivi di «risorse e leggi». I «fenomeni e sistemi antropofisici» di cui si parla all’inizio del paragrafo non rappresentano dunque il risultato di un’interazione paritaria tra uomo e ambiente, ma rappresentano al contrario il risultato degli sforzi umani, mediati e limitati ‘eventualmente) dal dato naturale. Uomo e Natura non sono termini paritetici, poiché nel primo vi è un dato di volontà incommensurabilmente superiore alla staticità insita nel secondo. Si tratterà di verificare da luogo a luogo, se l’uomo è riuscito a sottomettere la natura o se ne è ancora sottomesso. L’indicazione secondo cui non è necessario «fare tutto» mette per la prima volta, programmaticamente l’insegnante nelle condizioni di operare scelte di qualità, se crediamo che i contenuti non siano indifferenti e che la scelta rappresenti sempre l’atto finale di un processo culturale. La geografia nei programmi è intesa come analisi dell’organizzazione dello spazio territoriale, prodotto di un lavoro delle società umane organizzate, un lavoro di pochi anni o di millenni; la geografia è studio di uno spazio umanizzato, per cui le leggi “naturali” altro non rappresentano che un limite contro cui non già si scontra l’Uomo ma determinate civiltà in determinati periodi e in determinate fasi della loro evoluzione. E queste analisi, compiute con le interrelazioni che il metodo scientifico prevede, portate avanti come problemi - domande aperte - ipotesi, ci permettono d cogliere nella progressiva umanizzazione del territorio, il senso di un profondo antideterminismo. I sistemi antropofisici sono sì il risultato di un’interazione, ma rappresentano un’interazione che ha, come variabile, le conoscenze tecnico-scientfico-culturali, le concezioni politico-economico-religiose di una società determinata, in una determinata fase evolutiva: i sistemi antropofisici sono dunque il risultato non del caso, o della natura, o, peggio, della fatalità, ma di precise e volontarie scelte politiche. Due modelli culturali, di notevole validità democratica, scaturiscono da questo approccio: la capacità di mettere in luce come in situazioni naturali simili, società umane diverse abbiano dato risposte sostanzialmente divergenti, strutturando in modo diverso il loro territorio e mettendo in luce in modo diverso potenzialità particolari (e viceversa si può mettere come in situazioni ambientali anche diverse, società umane abbiano saputo dare strutture territoriali che convergono); la capacità di porsi in prospettiva aperta, predittiva, rivolta al futuro; l’alunno, avendo constatato che il prodotto (lo spazio territoriale organizzato) dipende da una serie di scelte e di cofattori, comprende e si fa propria la concezione di una perenne modificabilità del territorio, se si modificano le aspirazioni, le strategie, le tecnologie, in una parola le scelte sociali nei confronti di una natura, non più benigna/matrigna, ma elemento plasmabile se la si conosce e se su di essa convergono sforzi congiunti volontà politica e tecniche conoscitive scientificamente impostate. E, sul piano delle modifiche della natura per interventi massicci della volontà e delle tecnologie umane, le «realizzazioni» odierne sono tali che gli esempi sembrano superflui: metterà conto piuttosto riportare, come capacità di lettura, quest’umanizzazione al concreto-quotidano. Occorre che l’alunno si renda conto che tutto il territorio in cui vive, il campo, la strada, sono un risultato, non esistevano «prima», così come sono e li vediamo, né con quel profilo, né con quella forma, né con quella dimensione, né esisteva alcun riferimento oggettivo che potesse far minimamente pensare ad una sua preesistenza, «prima» appunto che l’uomo, la società cogliessero in quel territorio una dimensione, «campo» o «strada» non importa, che valorizzassero quel luogo. Ed è questa un’apertura culturale sconvolgente per chi, fino ad ora, ha descritto i fiumi e i monti come se fossero intoccati e naturali, ha caricato sul clima tutti i contenuti positivi o negativi di un luogo, non considerando mai le preesistenze naturali, come elementi specifici che, da soli, non servono a nulla se non interviene l’uomo a mettere in luce quel concetto particolare che dà il volto ad un territorio. Particolarmente ricca di significati è la proposizione che spiega quale sia la finalità dell'insegnamento della geografia nella scuola media. Ci si trova di fronte all'uso di termini molto specifici e nuovi, che rendono il linguaggio di difficile comunicabilità. La geografia ha come proprio oggetto di indagine il fatto antropofisico, e non più i termini di un rapporto da identificare o un rapporto da qualificare. Fatto antropofisico è un qualsiasi prodotto dell'attività uomo-natura sensibilmente oggettivato sulla superficie terrestre. Un vulcano, in quanto montagna e in quanto prodotto spontaneo di una causa endogena esclusivamente naturale, non fa geografia, e viene perciò studiato dalle scienze della Terra, quali la geomorfologia, la geofisica e la vulcanologia. Ma il Vesuvio, che ai precedenti attributi aggiunge le manifestazioni di una operosità umana particolarmente intensa (centri abitati di varia entità alle sue falde, utilizzazione agraria del suolo, viabilità, turismo) costituisce un fatto antropofisico. 3.3.2. L'assetto del territorio «Territorio» è un altro termine che compare per la prima volta nei programmi di geografia, e che richiede, pertanto, una spiegazione adeguata. Possiamo cominciare da una definizione, che però non ha la pretesa di essere esaustiva: il territorio è uno spazio tellurico che manifesta un programmato intervento di semplice suddivisione fondiaria, o di riabilitazione dei suoli o addirittura di trasformazione dei medesimi a beneficio dell'uomo. "Assetto" è la fisionomia che ha assunto, insieme con la funzione fisiologica che ha espletato e espleta il territorio, distinguendosi in tal modo dal contesto più ampio in cui può essere inserito. L'assetto del territorio è in relazione all'impiego più o meno intenso dei mezzi che il progresso tecnico e la civiltà pongono a disposizione dell'uomo. Nelle indicazioni programmatiche (cfr. par. II della Premessa al programma ministeriale) si parla di paesaggio come complesso più vasto di spazi in cui la Terra si esprime con più largo margine di spontaneità. Si privilegia però il territorio e il suo concetto in quanto il nostro ragazzo frequenta una scuola inserita in aree radicalmente umanizzate: 1) fino ai limiti non più tollerabile di industrializzazione, di inquinamento dei suoi, delle acque, dell'aria; 2) fino a carichi di rottura di affollamenti insediativi che rendono precarie le condizioni di abitabilità; 3) fino all'insorgenza di nuove malattie epidemiche. 3.3..3. Una corretta prassi di ricerca geografica Con queste parole inizia il secondo capoverso di «Finalità e obiettivi», e mi sembra opportuno il richiamo per seguire lo sviluppo di pensiero dei redattori del programma, secondo i quali il procedimento è corretto quando prima si analizza e poi si sintetizza. Le avvertenze esortano a fare uso di una certa problematicità che stimola e ravviva la partecipazione personale, suscitando interessi. Non dobbiamo disconoscere il lato informativo della disciplina e trascurare la nozione, che deve essere chiaramente dettata e recepita. 3.4. Indicazioni programmatiche 3.4.1. Il tipo di ricerca Anche la nozione va collocata in un contesto, nel quale trovi il motivo della sua presenza, della sua individualità e della sua coesistenza. La singola informazione non può essere avulsa dal suo insieme, perché perde gli elementi di vitalità, che si manifestano non tanto nella descrizione oggettiva quanto nella interpretazione funzionale. Il primo argomento di ricerca è quello più importante per la località in cui cresce culturalmente il nostro ragazzo; la successione degli altri è ordinata e scandita dal parametro della importanza, in collegamento con la situazione di fatto. A Genova comincerei a trattare l'argomento mare; a Milano l'argomento industria; a Foggia, l'argomento agricoltura; a Catania l'argomento Etna; a Nuoro, l'argomento pastorizia... Le «indicazioni programmatiche», nel richiamare l’uso insostituibile della «osservazione diretta» e di «fotografie e illustrazioni» (sgombrando il campo, e non è acquisizione di poco conto, delle fotografie e illustrazioni edulcorate, che nulla hanno a che spartire con la lettura geografica di un territorio, e che troppo spesso compaiono sui manuali), rinviano implicitamente a quella lettura geografica dello spazio, a proposito di un obiettivo sottaciuto dai nuovi programmi che è quello di conoscere «il proprio territorio». Qui le «Indicazioni», individuando nell’analogia e nella divergenza un criterio di accostamento regionale, nello studio dell’Italia, a partire dalla propria regione, paiono suggerire un taglio, in verità assai generico. In primo luogo il «vicino» reale non è assimilabile ad un «vicino» psicologico e culturale, commisurato sulla classe (nel nostro caso la prima), e rappresentante una minor complessità di struttura; in secondo luogo individuando il parametro regionale sulla scorta di una divisione amministrativa (e non ponendo l’accento piuttosto sulla regione geografica che ha funzione e strutture precisate e sopra le quali si è imposta la volontà politica, senza alcun rispetto della realtà socio-economica racchiuse nei limiti amministrativi). In definitiva il programma pare aprirsi verso soluzioni validamente innovative: dove si parla esplicitamente di «campi d’indagine» e di «problemi», che «costituiscono oggetto specifico di approfondimento»: per la prima volta all’interno di una metodologia, per tante parti analoga a quella di altre discipline della media, si cerca di identificare un ambito specifico alla disciplina geografica, e le si riconosce la presenza di «problemi». 3.4.2. Il lontano e il diverso Le situazioni geografiche presenti e locali sono opportuni denominatori comuni di conoscenze di situazioni lontane e diverse nel tempo e nello spazio. La situazione locale offre già elementi di somiglianza o di contrasto con situazioni che si riscontrano in altre parti del mondo. In altri termini gli argomenti non vanno trattati come singole voci di enciclopedia fra loro disgiunte, ma come fatti di integrazione reciproca, anche se di collocazione e di dimensioni diverse. 3.5. Indicazioni metodologiche 3.5.1. Tipologia degli argomenti Gli elementi in sinergesi e in coordinazione per avviare un discorso geografico (di reciprocità uomo-natura) sono offerti dalle indicazioni ministeriali a titolo di esempio metodologico e qui rispettiamo il primo per una precisa lettura: suolo e risorse. IL suolo condiziona le risorse innanzi tutto con la sua natura, con la sua stabilità, con la sua età geologica, con la sua morfologia. Una relazione più complessa si stabilisce con l'intervento dell'uomo, che può utilizzare a settentrione o a mezzogiorno. Una relazione più complessa si stabilisce con l'intervento dell'uomo, che può utilizzare quelle rocce - a seconda della natura - per l'estrazione di minerali, per ricavarne pietrisco, per formarne terreno agrario opportunamente concimando e rettificando. L'uomo interviene con opere di ingegneria per difendere i versanti collinari dalle frane o per scavare idonee gallerie in aree di scarsa stabilità e repulsive per la viabilità. La trasformazione della classe in «laboratorio» appare come il risultato, da un lato di una giusta istanza innovativa, dall’altro di un procedimento più tradizionale: così, le indicazioni operative che seguono (bussola, pluviometro, plastici, fino ai documenti, filmine, diapositive) da un lato non tengono adeguatamente conto della situazione reale della classe (spazi, numero alunni, tempo a disposizione) con cui al contrario dobbiamo fare conti, e rischiano di diventare generiche; dall’altro sottolineano l’importanza di problematizzare l’acquisizione, ed è questa la parte più innovativa.

4. FATTORI UMANI E NATURALI INTERAGENTI GLI ASPETTI DIDATTICI DEL RAPPORTO UOMO-AMBIENTE 4.1. Il rapporto uomo-ambiente Tutta gli esseri viventi contribuiscono in modo determinante alla trasformazione del paesaggio: vegetali e animali agiscono in continuazione sul territorio modificandolo in modo più o meno evidente. Tra tutti, quello che è stato capace di cambiare in modo radicale e in un tempo relativamente breve la faccia del nostro pianeta è stato l'uomo. Egli disbosca le foreste trasformandole in campi coltivati che forniscono cibo per sé e per gli animali che alleva. Utilizza le risorse naturali come i minerali, aprendo miniere e scavando gallerie nel sottosuolo. Costruisce dighe e canali per poter meglio utilizzare l'acqua. Edifica abitazioni, negozi, fabbriche dove poter svolgere tutte le proprie attività. Traccia strade e ferrovie per meglio potersi muovere da un punto all'altro della Terra; Costruisce, infine, strutture per lo svago e il tempo libero come piscine, campi da tennis, piste da sci. In questa sua incessante azione l'uomo non solo ha sconvolto molti aspetti del pianeta, ma col tempo ha anche imparato a conoscere meglio la natura e a contrastare alcun fenomeni che si rivelavano pericolosi. Ha arginato i fiumi, ha prosciugato le paludi, ha costruito sbarramenti per trattenere le frane, ha eretto case antisismiche resistenti ai terremoti. Non sempre la sua azione ha ottenuto i risultati sperati, ma certamente quello che ha fatto è stupefacente. A volte, tuttavia, l'intervento umano sull'ambiente lascia profonde ferite che, col tempo, si ripercuotono contro l'uomo stesso. Coltivando, costruendo, industrializzando, l'uomo ha anche inquinato e deteriorato l'ambiente, deturpato i paesaggi, contaminato ed esaurito le risorse naturali. Suolo, aria, acqua: tutto è stato intaccato, compromettendo in modo spesso grave quegli equilibri delicatissimi che la natura ha saputo creare ma che l'uomo non è in grado di riprodurre. Solo negli ultimi anni ci si è resi conto di come non si possa più continuare a sfruttare l'ambiente senza tenerne in considerazione le caratteristiche e i limiti. Fenomeni ormai tristemente di attualità come il "buco" nell'ozono, l'inaridimento dei suoli e l'avanzata dei deserti, l'estinzione di specie animali, la "asfissia" dei mari per l'invasione delle alghe rosse, ce lo dimostrano. Nel cambiamento del volto della terra l'uomo ha avuto e continua ad avere una parte molto importante. Ha cominciato a disboscare le grandi pianure e le colline per coltivare cereali, costruire villaggi e città. Ha scavato canali artificiali per rendere fertili ambiente sterili. Ha costruito dighe per prosciugare e bonificare terreni paludosi. ha spianato colline e forato montagne per sfruttarne i materiali. Con l'aumentare della popolazione strade, industrie e case hanno ricoperto sempre più il verde della Terra, modificando l'ambiente naturale e riducendo le aree incontaminate. La Terra del Duemila è abitata da 6 miliardi di persone, che per vivere sfruttano senza criterio le risorse limitate del pianeta, lo riempiono di rifiuti e rischiano di farlo morire. 4.2. Un tipo di collegamento con le scienze naturali La geografia si serve di varie scienze ausiliarie come possiamo verificare. Per capire bene il rapporto tra l'uomo e l'ambiente, quanto esso sia mutato nel corso di secoli e quali conseguenze abbia provocato sia nel bene che nel male, dobbiamo acquisire alcune nozioni basilari circa l'ambiente e le leggi che lo regolano. La scienza che studia tutti gli ambienti della Terra, sviluppattisi solo in questo secolo, si chiama ecologia[16]. Essa studia i rapporti che esistono tra gli esseri viventi e tra questi e il luogo in cui si trovano. L'ecologia ha sostituito la parola "ambiente" con il termine preciso di ecosistema[17]. Ogni ecosistema è formato da due componenti: 1. gli organismi che in esso vivono; 2. tutti quei fattori che non dipendono dagli esseri viventi, ma che su di essi hanno una grande influenza, come il clima, il tipo di roccia e di suolo, la posizione geografica. Per capirci meglio facciamo un esempio osservando l'ecosistema stagno. Innanzitutto non si può parlare in generale di ecosistema stagno, ma è necessario riferirsi a un determinato stagno che si trova in un ben preciso punto della Terra. Cambiando la posizione muta infatti uno dei fattori fondamentali: il clima. Uno stagno che si trovi, per esempio, in alta montagna è ghiacciato in superficie per buona parte dell'anno e l'acqua rimane sempre molto fredda: pochi organismi, sia animali che vegetali, sono in grado di sopportare condizioni ambientali tanto sfavorevoli. Intorno allo stagno la vegetazione è scarsa e presente solo nei mesi estivi, anche gli animali sono quindi pochissimi. Uno stagno situato invece nella Pianura Padana è un ecosistema completamente diverso. Durante la primavera, l'estate e l'autunno il clima è favorevole allo sviluppo di una vegetazione molto rigogliosa sia ai bordi, dove si formano canneti, sia nell'acqua. In questa situazione trovano abbondanza di nutrimento non solo animali terrestri come uccelli, rane, bisce d'acqua, piccoli mammiferi, insetti. Durante l'inverno, quando la temperatura si abbassa, la vegetazione sulle rive scompare ma le condizioni ambientali consentono ancora la vita in molti organismi. 4.3. Interventi negativi Da sempre l'uomo ha sfruttato le risorse del suo pianeta, in modo spesso dannoso. Intere foreste sono state tagliate per ricavare legna da ardere, carta, mobili. E gli alberi distrutti non sono stati quasi mai sostituiti. Il fenomeno è noto con il nome di diboscamento. In Italia, così come ella maggior parte dei Paesi industrializzati, i boschi, che nei secoli passati ricoprivano vaste zone di territorio, si sono ridotti a piccole aree limitate soprattutto alle zone montane. Gli alberi sono stati abbattuti per far posto a prati, pascoli, campi coltivati, case, palazzi e fabbriche. Tra le varie cause del diboscamento (procurarsi legname per mobili e costruzioni, aumentare lo spazio per le coltivazioni e così via) una delle più gravi oggi è la produzione della carta, ricavata dal legno. Per far fronte a questo problema si ricorre alla carta riciclata, recuperando quella che ogni giorno rimane inutilizzata (per esempio quella dei vecchi giornali). Purtroppo questo sistema non è ancora diffuso per gli alti costi di produzione. Alcune grandi cartiere utilizzano un metodo ciclico di rimpiazzamento delle piante abbattute, per cui il numero di alberi rimane invariato nel tempo. Oltre che deturpare il paesaggio, il diboscamento ha facilitato anche l'erosione superficiale, aumentando il pericolo di frane. Gli insediamenti dell'uomo sul territorio incidono sempre in modo rilevante sul paesaggio, modificando l'ambiente naturale preesistente. Per far posto ai nuovi insediamenti si deviano corsi naturali dei fiumi, si scavano e si modificano i fianchi delle montagne, senza, però, prevedere con cura i rischi che derivano dalla nuova sistemazione del territorio. Osservata dall'alto , la superficie terrestre e l'Italia non fa eccezione, presenta ampie ferite: sono le cave, con le quali l'uomo danneggia l'ambiente naturale per estrarre le materie prime che alimentano le industrie. Così come le miniere che, anche se non producono effetti visibili, spesso rendono il territorio instabile e franoso. Il danno maggiore è però dovuto all'inquinamento. Produciamo, infatti, sostanze altamente dannose, che scarichiamo senza precauzione, con gravi conseguenze non solo per la natura, ma anche per la nostra stessa vita. Aria, acqua e terra, particolarmente nei Paesi industrializzati, sono soggette a un generale degrado che, se non sarà fronteggiato entro breve tempo, porterà a un cambiamento nelle specie viventi, preoccupante per la conservazione delle forme di vita attuali del nostro pianeta. Scarichi industriali, fumi prodotti dal riscaldamento, emissioni di veicoli e fertilizzanti inquinano le acque dei fiumi e del mare, l'aria e i terreni. L'inquinamento dell'aria potrebbe provocare un riscaldamento dell'atmosfera che avrebbe come conseguenza estrema la fusione del ghiaccio delle calotte polari. Così ci troveremo con enormi pianure allagate, città sommerse. Il volto della Terra sta profondamente cambiando a causa dell'uomo. 4.4. Interventi positivi Già nell'antichità l'uomo cercava di trasformare l'ambiente in cui viveva, bonificando paludi e acquitrini e irrigando le zone più aride mediante la costruzione di canali e acquedotti. Oggi, per esempio in Italia le zone paludose sono quasi scomparse, mentre gli acquedotti rendono fertili aree sempre più ampie. la necessità di recuperare nuova terra all'agricoltura, il bisogno di proteggersi dalle alluvioni e inondazioni causate dallo straripamento dei fiumi hanno reso necessaria la costruzioni di argini e di dighe di sbarramento. Si sono creati laghi artificiali nelle conche alpine e sono stati deviati i corsi di alcuni fiumi sia per proteggere i terreni dall'alluvione sia per rendere fertili zone desertiche. Inoltre per l'istituzione di parchi sono proibite la caccia e la pesca delle specie in pericolo. Per studiare l'ambiente naturale e cercare di preservarlo dai gravi problemi cui è soggetto è sorta una nuova scienza l'ecologia, che analizza il rapporto tra l'ambiente stesso e le specie viventi. L'uomo cerca di rimediare ai danni fatti e di salvare il suo pianeta[18]. Oggi si parla molto del buco nell'ozono , lo strato di atmosfera che trattiene i raggi ultravioletti dannosi al corpo umano. Questo buco si starebbe allargando e i raggi ultravioletti sarebbero liberi di passare. Principali accusati di questo problema sono certi gas (clorofluocarburi utilizzati nei frigoriferi e nei condizionatori d'aria e le bombolette spray). Oggi si sta cercando di sostituire questi materiali con altri meno dannosi. Per diminuire lo smog nei paesi sono state abbattute le vecchie ciminiere a carbone (fortemente utilizzate dalle fonderie, sostituite da forni elettrici. Il metano ha preso il posto del più inquinante gasolio nel riscaldamento delle case. Si stanno dotando tutte le automobili di marmitte catalitiche che abbattono le emissioni di ossido di carbonio (uno degli elementi che provocano l'effetto sera). Inoltre gli scarichi delle industrie e delle case inquinano i nostri fiumi e i nostri mari facendo morire la fauna ittica e distruggendo l'ambiente naturale. Oggi con l'adozione di numerosi depuratori e di prodotti meno inquinanti si è fatto rivivere qualche corso d'acqua e ritornare l'azzurro del mare in molte località del litorale. Il problema più difficile da affrontare, però, è forse quello dei rifiuti perché la nostra civiltà dei consumi produce scarti a una velocità sempre maggiore e se non si trova una soluzione un giorno il nostro pianeta sarà ricoperto in gran parte da montagne di immondizie[19]. Che fare? Le industrie oggi sono particolarmente impegnate nello studio della salvaguardia dell'ambiente. Oltre allo smaltimento attraverso bruciatori, una delle soluzioni in cui ci si sta impegnando maggiormente è il riutilizzo dei materiali degli oggetti giunti al termine della loro vita: il riciclaggio[20]. Prendiamo l'esempio dell'automobile. Dal momento del progetto si studiano materiali che possono essere riutilizzati dalla stessa industria per produrre nuove automobili. le part in ferro saranno fuse per produrre nuove lamiere, certi particolari in plastica come cruscotti, portelloni o paraurti possono essere rigenerati in elementi meno importanti come tappetini e rivestimenti dei cavi elettrici. Altre parti meno "nobili" possono servire come combustibile nelle fusioni dei metalli. Così le "vecchie carcasse" non si accumuleranno più nei cimiteri di automobili, ma rinasceranno in un nuovo modello.

15 giugno 2005


[1] Saggista, Formatore docenti I.R.R.E., Cultore alle Cattedre di Pedagogia generale, Storia della Pedagogia, Pedagogia Sociale  presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno.

[2]  S. MANNELLA ( a cura di ),  Rassegna bibliografica sulla didattica della Geografia in Italia (1946-1980),  C.N.R. - Gruppo Nazionale per la Didattica, Adriatica Editrice, Bari 1982.

[3]  Il Baldacci sostiene: «E’ da rifiutare categoricamente l’enunciato di quanti sostengono che l’oggetto dello geografia è lo studio dei rapporti tra l’uomo e l’ambiente..;Tale concezione è già stata da me qualificata come ‘manicheismo geografico’...impostata com’è sul contrasto uomo-natura e vanamente architettata sulle sabbe mobili del rapporto»; in O. BALDACCI,  Il pensiero geografico, La Scuola, Brescia 1978, p. 29.

[4]  Non si può pretendere di eliminare di colpo dall’insegnamento il nozionismo, però bisogna cercare di ridurre ak minmo questa tendenza, che ha alimentato l’immagine d una geografia mnemonica. Las nozione, infatti, non va del tutto condannata e trascurata, ma va dettata e concepita nella giusta maniera, inserendola in un contesto in cui trovi ragione di essere.

[5]  Vale la pena di sottolineare l’importanza che i Programmi del 1979 per la Scuola Media attribuscono alla “ricerca” come normale attività didattica nell’itinerario dell’apprendimento geografico. A tal propsoito cfr. F. BIDONE,  Scuola dell’obbligo: la didattica della ricerca, in  La geografia nelle scuole, 4, 1981, pp. 225-226.

[6]  O. BALDACCI,  Geografia, in AA.VV.,  I nuovi programmi per la Scuola Meda. Interpretazioni, commenti, testi,  La Scuola, Brescia, 1979, pp. 444-445.

[7]  J. DEWEY,  Scuola e società, La Nuova Italia, Firenze 1972, p. 11.

[8]  Si veda a tal riguardo il cap. 3 relativo ai “Principi re fini generali della Scuola Media”, par. b.

[9],  O. BALDACCI,  op. cit., pp. 180-182.

[10]  Cfr. G. ANDREOTTI GIOVANNINI,  Sensibilizzazione all’ambiente stimolo a processi attivi di conoscenza geografica, in  la geografia nelle scuole, 4, 1993, pp. 230-233.

[11]  Cfr. N. J. GRAVES ( a cura di ),  New Unesco Source Book for Geography Teaching,  Unesco 1982; ed. it.  La Nuova Geografia; Fonti, struttura e tecniche per l’insegnamento, Armando, Roma 1988.

[12]  Cfr. V. AVERSANO,  Per una didattica continua della Geografia, Edisud, Salerno 1995.

[13]  J. DEWEY,  Scuola e società, La Nuova Italia, Firenze 1972.

[14]  Cfr. M.P.I.,  Scuola media statale. Programmi e orari d’insegnamento, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1994.

[15]  Cfr. C. FORMICA, S. MESSINA,  Geografia 2000, Ferraro, Napoli 2000.

[16]  WALDNER S.,  Deformazione della natura, disordine razziale e catastrofe ecologica, AR 1997.

[17]  G. SPINELLI,  Ambiente, sviluppo, ecosistema. Un itnerario formativo, Società geografica Italiana, Novara 1998, pp. 50-56.

[18]  M. WACKERMAGEL, REES W. E.,  Impronta ecologica. Come ridurre l’impatto dell’uomo sulla  Terra, Ambiente 2000.

[19]  Cfr. BERTACCI M.,  Fare ecologia nella scuola elementare,  Lisciani e Giunti, Teramo 1989 e . BOATO,  Ecologia e scuola, Roma 1998.

[20]  MACCARINI A.M.,  La cultura ambientalista: verso una nuova società civile, Angeli, Milano 1998, p. 64.