UNITA' DI APPRENDIMENTO: SCUOLA PRIMARIA

PARLARE di Umberto Tenuta
Occorre educare a parlare sin dalla famiglia e dalla scuola dell’infanzia e primaria

Si diceva nei Programmi didattici del 1955 per la scuola elementare che compito della scuola elementare era quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto.

Oggi, qualche riserva l’abbiamo sul far di conto e sul resto che manca, ma certamente siamo d'accordo sul leggere e sullo scrivere, ai quali aggiungiamo il parlare, così come si prevede nei Programmi didattici del 1985.

Riteniamoche, tra gli altri obiettivi fondamentali a lungo termine da perseguire, sin dalla scuola dell'infanzia, sono il parlare, il leggere, lo scrivere, per le cui indicazioni didattiche rinviamoai Programmi del 1985 che, tranne qualche riserva, soprattutto sull’apprendimento del leggere, condividiamo pienamente, così come condividiamo le indicazioni degli Orientamenti educativi del 1991 per la scuola materna.

Diciamofrancamente che tra i saperi essenziali che la scuola, almeno la scuola dell'obbligo, deve fare acquisire stanno il saper parlare, il saper leggere ed il saper scrivere.

Ecco, quando si parla di obiettivi trasversali, non dovremmo arrovellarci intorno ai progetti più strampalati che ormai impunemente e dannosamente circolano nella scuola, sottraendo tempo e denaro, ma dovremmo pensare ad obiettivi fondamentali come il parlare, il leggere, lo scrivere che i docenti di tutte le discipline dovrebbero sempre proporsi di far perseguire ai propri alunni.

Si parla, si legge, si scrive di storia, di geografia, di botanica, di geologia, di aritmetica, di geometria, di statistica, di probabilità ecc.

IL PARLARE

Innanzitutto, si parla.

Si parla, perché il primo obiettivo formativo è –dovrebbe essere- il parlare.

Checosa ci si aspetta da un bambino nei primi mesi della sua vita se non che cominci a parlare, prima con i vocalizzi, i balbettii, la lallazione, poi la olofrase, la fase ristretta ecc.

Vogliamoche l'infante(“colui che non parla”) diventi fante, fanciullo (“colui che parla”).

L'uomo si distingue dagli altri animali perché parla.

Ora l'assurdo è che nella scuola il bambino dovrebbe imparare a parlare, ma nella scuola viene imposto il silenzio.

Non vorremmo apparire fuori della realtà della scuola se ci domandiamo: nella scuola dell'infanzia, nella scuola elementare e nella scuola media si parla?

Vogliamodire: si educa a parlare?

Occorre educare a parlare.

Ma che cosa significa educare a parlare?

GLI OBIETTIVO DELL’APPRENDERE A PARLARE

Negli Orientamenti educativi del 1991 per la scuola materna si afferma che“le principali abilità da far progressivamente acquisire agli alunni possono consistere:

- nel prestare attenzione ai discorsi altrui e nel cercare di comprenderli;

- nel farsi capire dagli altri pronunciando correttamente le parole, indicando appropriatamente oggetti, persone, azioni ed eventi, usando in modo adeguato i tempi dei verbi, formulando frasi di senso compiuto;

- nell’analizzare e commentare figure di crescente complessità; nel descrivere una situazione ad altri;

- nel dar conto di una propria esperienza e nel rievocare un fatto;

- nel riassumere una breve vicenda presentata sotto forma di lettura e di racconto”.

Nei Programmi didattici che 1985 si indicano i seguenti obiettivi:

“-capacità da parte del fanciullo di esprimersi oralmente e di comu­nicare in maniera sempre più compiuta su argomenti che gli siano noti e gli appaiono interessanti;

-ripetere con parole sue il contenuto di ciò che ha sen­tito dire o leggere, o di ciò che lui stesso ha letto;

-sapersi inserire opportunamente nelle situazioni comunicative più frequenti e, con gradualità, rendersi conto dei punti di vista diversi;

-descrivere ordinatamente le fasi di attività a lui familiari”.

In sintesi, il bambino dovrebbe apprendere a esprimersi, a comunicare, ad argomentare.

Inparole povere, il bambinodeve apprendere a comunicare e a dialogare con gli altri, ad esprimere le proprie esperienze razionali ed affettive, a ragionare... in modi sempre più efficaci e appropriati.

LA METODOLOGIA DELL’APPRENDERE A PARLARE

Se questi sono gli obiettivi, occorre tenere presente che essi sono delle mete che ogni alunno deve perseguire, perché si tratta di capacità che non sono innate, anche se quando i bambini arrivano alla scuola dell'infanzia appaiano già più o meno dotati di tale capacità e si potrebbe essere indotti a ritenere che vi sono bambini più o meno dotati sul piano linguistico, più o meno loquaci.

Macosì non è, perché a parlare si impara, così come si impara a leggere, a scrivere, a far di conto ecc.

Aduna condizione: a condizione che il parlare venga posto e perseguito come un obiettivo, in forma intenzionale e sistematica, secondo un preciso programma che dovrebbe vedere impegnati, nell'ambito di un sistema formativo integrato, prima i genitori, poi i docenti della scuola dell'infanzia, i docenti dellascuola elementare ed i docenti della scuola media.

Occorre individuare le strategie da seguire, le metodologie educative e didattiche: come i bambini possono e debbono apprendere a parlare?

Al riguardo, è opportuno tener presente che a parlare si impara attraverso le tre fondamentali attività dell’ascoltare, dell’osservare e del parlare.

Occorre quindi creare, sin dalla famiglia, e sin dalla scuola dell'infanzia, situazioni che consentano ai bambini di comunicare in situazioni significative.

Ecco, il criterio metodologico didattico da tenere sempre presente è che si debbonocreare situazioni comunicative.

Alriguardo, però, occorre tenere presente che l'organizzazione educativa e didattica più comune della scuola, quella cosiddetta “tradizionale”- che malgrado i progetti educativi più diversi, anzi proprio in virtù della loro presenza che ne avallano l'esistenza nel momento in cui ne vorrebbero costituire una integrazione o addirittura un antidoto-non può consentire la creazione di situazioni comunicative, oltre quelle istituzionali delle interrogazioni, del dialogo solitario docente-singolo alunno o comunitario, di massa, spersonalizzante, docente-intera scolaresca.

Nell'organizzazionedidattica della lezione espositiva, della lezione dimostrativa, della lezione espositiva, parla solo il docente ed, al più, gli alunni rispondono alle sue domande.

La scuola non si configura come un vivaio di relazioni umane(1), come un contesto di cooperative learning(2) . Se l’apprendimento degli alunni è legato alla lezione del docente, non è possibile perdere tempo con le comunicazioni tra gli alunni! Gli alunni debbono stare in silenzio ad ascoltare ed a parlare solo quando sono interrogati.

La scuola porta l’insegna significativa “SILENTIUM”.

Il docente che non sa mantenere il silenzio non è un bravo docente!

Sembra così bandita dalla scuola la possibilità che in essa gli alunni imparino a parlare. Possono imparare a leggere e possono imparare a scrivere, ma non possono imparare a parlare

Eppure, non solo per scrivere, occorre saper parlare, ma la cosa più importante che si richiede nella vita quotidiana è saper parlare.

Se non nei concorsi, quando nella vita si chiede di sapere scrivere?

Ora ci sono i moduli, i form, i prestampati: basta riempire le voci.

Invece nella vita si è necessitati a parlare, se non si vuole rimanere ai margini del consorzio umano.

Ciò che oggi maggiormente si richiede è saper comunicare e saper esprimere le proprie idee, i propri sentimenti, le proprie ragioni.

È per questo che compito fondamentale della scuola è di creare situazioni che consentano agli alunni di imparare ad esprimersi, a comunicare e ad argomentare.

Ma siccome la scuola è un ambiente di apprendimento intenzionale e sistematico, gli alunni debbono essere prevalentemente impegnati a perseguire gli obiettivi delle diverse discipline.

Non si possono creare situazioni comunicative edespressivea sé stanti, fini a se stesse, non mirate agli apprendimenti disciplinari.

E, perciò, non resta che creare situazioni di apprendimento disciplinari che richiedano il dialogo, la comunicazione, le interazione verbali tra gli alunni (cooperative learning).

Maquesto comporta un cambiamento dell'impostazione metodologico-didattica, che non deve più privilegiare la lezione espositiva, collettiva, frontale, ma deve essere incentrata sulle attività di ricerca.

Anche per questo, noi stiamo insistentemente parlando di itinerari didattici, , intesi come itinerari di apprendimento, percorsidi apprendimento cooperativi mediante l'attività di ricerca/riscoperta/reinvenzione/ricostruzione (problem solving)(3) .

Che significa questo?

Quando gli alunni debbono apprendere una determinata conoscenza (3 x 4=12)oppure una determinata abilità (saper effettuare sottrazioni con il prestito) e, connessi a queste, determinati atteggiamenti positivinei confronti di simili attività, il docente non in sale in cattedra e non va alla lavagna a fare La sua lezione, ma mette a punto un itinerario di apprendimento che vede gli alunni protagonisti del processo di riscoperta di tali conoscenze e di acquisizione di tali capacità, seppure con l'ausilio di determinati materiali didattici che il docente appronta, predispone, mette a punto, organizza.

Come scriveva Dienes per la matematica, ma l'indicazione vale per tutte le discipline,“Dovrà essere abolito quasi completamente l’attuale metodo di insegnamento in classe dove l’insegnante pontifica, in posizione di potere centrale”(4) e dovrà essere sostituito con una situazione in cui gli alunni in gruppi ditre/quattro lavorano per la costruzione dei concetti con l'ausilio di determinati materiali concreti, strutturati e non strutturati, oltre che con le indicazioni fornite dai docenti.

Il docente non prepara più le sue lezioni, ma predispone itinerari di apprendimento, percorsi che vedano impegnati gruppi di tre o quattro alunni, i quali, sulla base delle istruzioni ricevute dal docente e utilizzando i materiali didattici messi a loro disposizione, si mettono a fare delle ricerche, formulando ipotesi di soluzione dei problemi fatti propri e discutendoli tra di loro.

Facciamo un esempio per apprenderela sottrazione con il prestito: 32-18.

In questa sede non ci interessa la situazione problematica cui l'operazione si riferisce, cioè a quali oggetti si riferiscono i numeri 32 e 18.

Ci interessa che gli alunni debbono effettuare per iscritto questa operazione, dopo avere appreso l’incolonnamento:

42-18

Posti dinanzi al problema, i tre/quattro alunni cominciano a parlare e qualcuno dirà: “dalle 2 unità non si possono sottrarre le 8 unità”.

A questo punto a qualcuno dei tre alunni, anche su suggerimento più o meno velato del docente, verrà in mente di rappresentare la situazione con i numeri in colore: 4 arancioni e 2 cubetti

Ma la situazione potrebbe essere rappresentata con 4 banconote da 10 euro e 2 euro.

A questo punto, dovendo sottrarre 8 euro, a qualcuno dei tre/quattro alunni verrà in mente di effettuare un’operazione di cambio e dirà: “ miei cari amici, vedete che noi abbiamo 42 euro e possiamo senz’altro pagare i 18 euro. Dobbiamo solo fare un'operazione di cambio di una banconota da 10 euro in 10 monete da 1 euro: avremo così 12 euro, dai quali potremmo togliere gli 8 euro e ce ne restano 4, mentre le 4 banconote da 10 euro sono rimaste 3 e se ne togliamo 1, ce ne rimangono 2.

Pertanto possiamo scrivere 4 sotto le unità e 2 sotto le decine”.

Gli alunni, messi dinanzi a situazioni analoghe, e invitati a riflettere sulle operazioni effettuate/sulle strategie utilizzate in casi del genere, arriveranno a capire la procedura che debbono effettuare nel caso di sottrazione con il prestito e a descriverla più o meno così:

“Si scrivono le unità del sottraendo sotto le unità del minuendo, le decine del sottraendo sotto le decine…”.

Evidentemente, nell'affrontare l'itinerario didattico e durante il suo percorso, avranno modo di interloquire nei modi più diversi, di fare domande, formulare ipotesi, descrivere eventi, esprimere le loro emozioni nei confronti dei comportamenti verbali dei compagni ecc.

Sicrea una situazione di vita, un’esperienza vitale, che coinvolge e motiva il dialogo, il dibattito, le descrizioni, le esposizioni, le definizioni ecc.

Il lavoro di gruppo favorisce i processi di apprendimento nei diversi campi disciplinari, compreso quello linguistico.

Parlarediventa una necessità, ma non si tratta dei chiacchiericci di contrabbando che si verificano sempre, anche durante la lezione espositiva o nei momenti di vita informale, extrascolastica ed interscolastica.

Assomiglia invece al dialogo significativo che si verifica nei primi anni di vita, quando la madre parla al figlio, dialoga con lui in ordine alle problematiche vitali (mangiare, bere, pulirsi, giocare...).

C'è un’altra situazione in cui il parlare è motivato ed è quella del gioco, del gioco dei bambini tra di loro, quale si attua nell'extrascuola, ma anche nella scuola dell'infanzia, dove però è sempre organizzato, come peraltro si precisa nella Relazione Zoso agli Orientamenti educativi del 1991 per la scuola materna(5), creando situazioni significative, quali possono essere le simulazioni di attività umane, del gioco delle bambole, del teatro dei burattini, delle vere e proprie drammatizzazioni ecc.

NOTE 

1) READ K. H., La scuola materna - vivaio di relazioni umane, Armando, Roma, 1974.
2)In merito cfr.: JOHNSON, D.W. ET AL., Apprendimento Cooperativo in Classe, Edizioni Erickson, Trento, 1997; PONTECORVO C., AIELLO A.M., ZUCCERMAGLIO C., Discutendo si impara. Interazione sociale e conoscenza a scuola, NIS, Roma, 1991; PONTECORVOC. (a cura di), La condivisione della conoscenza, La Nuova Italia, Firenze, 1993; PONTECORVO C., AIELLO A.M., ZUCCERMAGLIO C., (a cura di), I contesti sociali dell’apprendimento. Acquisire conoscenze a scuola, nel lavoro, nella vita quotidiana, LED, Milano, 1995; Ligorio M.B., Apprendimento e collaborazione in ambienti di Realtà Virtuale. Teoria, metodi, tecniche ed esperienze, Garamond, Roma 2002
3) In merito cfr.: AEBLI H., Didattica psicologica, Giunti-Barbèra, Firenze, 1968; BROWN S.I., WALTER M.L., L’arte del problem posing, SEI, Torino, 1988; CLAYTON T.E., Insegnamento e apprendimento, Martello, Milano, 1965; DE BENI M. (a cura di), Costruire l’apprendimento, La Scuola, Brescia, 1994; DUNCKER K., La psicologia del pensiero produttivo, Giunti-Barbèra, Firenze, 1969; GARDNER H, Educare al comprendere, Feltrinelli, Milano, 1994; GIUNTI A., La scuola come "centro di ricerca", La Scuola, Brescia, 1973; KLEINMUNTZ B.(a cura di), Problem solving Ricerche, metodi, teorie, Armando, Roma, 1976; MARIANI L., Strategie per imparare, Zanichelli, Bologna, 1996; PONTECORVO C., Psicologia dell’educazione, Lisciani & Zampetti, EIT, Teramo, 1973; TENUTA U., L'attività educativa e didattica nella scuola elementare - Come organizzare l'ambiente educativo e di apprendimento, La Scuola, Brescia, 1989; WERTHEIMER, Il pensiero produttivo, Giunti-Barbèra, Firenze, 1976.
4) Dienes z. p., Costruiamo la matematica, O.S., 1962, p. 27,
5) La scuola deve “divenire luogo educativamente pregnante, dove nulla è lasciato alla casualità ed all'improvvisazione, ma tutto è predisposto in modo flessibile con intelligenza educativa”.