RIFORMA DELLA SCUOLA

 

Scuola secondaria - MASTROCOLA P., LA SCUOLA RACCONTATA AL MIO CANE di Umberto Landi

Si può parlare di scuola col proprio cane ?

                                    

       Paola Mastrocola si era già imposta all’attenzione del  pubblico con La gallina volante, ‘una storia romanzesca’, come lei stessa la definisce, la cui protagonista era una insegnante.

 

         Questa volta  per richiamare l’attenzione su ‘come stanno le cose’ dentro la scuola, giacché ‘le sorti della scuola devono importare a tutti’, sceglie ‘come primo ascoltatore’ il suo cane, in quanto soggetto per niente informato ma ‘attento e partecipe’.

        Ancora una volta la Mastrocola si serve di toni estremi e paradossali, di un certo humour, per parlare della scuola, in particolare della  ‘secondaria di secondo grado’ che, specialmente  dopo la presentazione dello schema di Decreto legislativo per la riforma del ‘secondo ciclo di istruzione e formazione’,  è oggetto di vivaci discussioni.

 

    Muovendosi con ironia sottile e gusto del paradosso, la Mastrocola riesce a farsi seguire nel suo ragionare di scuola che  all’inizio sembra quasi banale. La scuola   “era vecchia  e quindi andava rinnovata”; ma il lungo processo di riforme le appare come ‘un lento e inesorabile movimento verso il basso’. In questo possiamo ritrovare  l’atteggiamento proprio di chi percepisce  il cambiamento come perdita, scadimento, declino, tramonto di certezze apprezzabili per far posto a cose prive di senso, di dubbia qualità ed efficacia, e di cui non si riesce a scorgere alcuna prospettiva positiva.

 

      Queste sensazioni (che solitamente provano i laudatores temporis acti, chiusi al ‘nuovo’) la Mastrocola le confessa; ma con una immagine letteraria che prende da Michelangelo: la lapedicina. In essa esprime la sua sofferenza: la scuola, franando e rovinando a valle, è finita come in una grande lapedicina, una pietraia.

 

       E lei stessa si sente una pietra scivolata nella pietraia mentre le sarebbe piaciuto ‘restare attaccata alla montagna’.

 

         Basterebbero le prime due pagine per dire che il libro della Mastrocola si offre ottimamente a fare da spunto ad una riflessione sulla scuola e sulle linee di riforma del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione presentato dal governo il 13 gennaio per completare il disegno riformatore avviato con la legge 53/03.

 

       La rappresentazione di quello che vivono molti docenti nelle scuole secondarie è fatta in modo efficace. Rimasta fuori dalla scuola, in due riprese, per alcuni anni, ogni volta che è tornata ha provato profondo disagio a rientrare in un mondo nel quale molte cose erano cambiate a cominciare dal lessico. Una serie di parole nuove, entrate in uso negli anni novanta, una sorta di gergo astruso e sofferto, aveva introdotto nuove modalità organizzative della didattica, nuove prassi di valutazione, nuove concezioni dei rapporti con gli alunni e con le loro famiglie, della funzione delle discipline e della cultura, della identità professionale dei docenti, delle finalità stesse della scuola.

      Anche i libri di testo erano cambiati radicalmente: quelli di storia della letteratura, tutti uguali, risultavano incomprensibili tanto erano diversi e scoraggianti per chi, come l’autrice, ‘ama la letteratura’ e ne ha coltivato in modo assiduo lo studio da quando ha deciso di insegnare.

 

     La scuola ormai è incamminata su altri binari e in essa molti docenti non si ritrovano. Non si parla più di contenuti ma solo di metodi. E si insiste molto sul verbo ( insegnare) trascurando il complemento oggetto: cosa insegnare.

 

     Accoglienza, Pof, Progetti di ogni tipo, Moduli, Crediti, Recuperi ecc. sono termini che i docenti ormai hanno ‘metabolizzato’ da alcuni anni. Ma non è detto che, pur utilizzandoli, la maggior parte di essi sia ‘in pace’ con questo nuovo lessico organizzativo e funzionale e ne condivida ragioni e funzioni.

 

      Le cose che dice la Mastrocola sembrano condivise da molti docenti. Una professoressa cui ho regalato il libro, dopo qualche giorno mi ha detto non solo che lo aveva gradito molto ma che il libro stava facendo il giro del suo Istituto, tanto riusciva interessante tra le colleghe. In effetti è così. Il disagio dei docenti che non si riconoscono in questo modello di scuola è diffuso e non è una questione che riguarda i meno impegnati, che pure ci sono, o quelli per i quali l’insegnamento è un  lavoro complementare o marginale perché svolgono altre attività, magari da ‘liberi professionisti’. Il disagio dei docenti è diffuso e anche se una  ricerca  condotta tra gli insegnanti della Campania qualche anno fa ha rilevato “ una sofferenza senza fallimento”, il senso di sentirsi falliti o bruciati non è raro tra i docenti e il malessere serpeggia anche laddove non appare. E quello che più conta, le conseguenze incidono inevitabilmente sulla qualità delle prestazioni.

 

     Il paradossale ‘rovesciamento’ di ruoli tra docenti e alunni è lamentato da molti docenti i quali non riescono a capire come possano o debbano ‘motivare i ragazzi’ se  tutto intorno ad essi concorre e congiura per renderli poco impegnati e/o superficiali. E intanto ‘ l’idea oggi invalsa e trionfante è che, se uno studente non studia, è colpa dell’insegnante che non lo sa motivare’.

 

      Le pagine che la Mastrocola dedica alla scomparsa dello studio e al danno che ciò arreca soprattutto ai ragazzi che provengono da famiglie meno abbienti non è una novità nel panorama del dibattito sulla scuola. Più di vent’anni fa, uno studioso  francese, Cherkaoui ne parlò in un libro che fece rumore. Il paradosso del successo scolastico   in cui sosteneva che la scuola ‘permissiva’ o ‘lassista’, apparentemente adeguata e utile per i ‘meno dotati’ finisce per danneggiare innanzitutto  gli svantaggiati i quali hanno una sola possibilità di ‘riscatto’ proprio in una scuola impegnativa e veramente formativa.

 

E lungo questa convinzione la Mastrocola si avvia alla conclusione. Cosa vuole ? cosa propone? quale modello di scuola vorrebbe?

 

Pittoresca e arguta fino alla fine, sogna una scuola che vorrebbe fondarsi su qualche principio psicopedagogico che non è una novità. Per darne un’idea evoca la ‘stanza  tutta per sé’ di Virginia Woolf. Dare ai ragazzi uno spazio in cui trovino la possibilità di concentrarsi, ‘scollegandosi’ dal frenetico frastuono multimediale nel quale sono immersi.

 

 Per schernirsi, l’Autrice dice che si tratta di un ‘esercizio retorico sul finale’. Forse non è tale perché le ‘tre – quattro ore di mattina, concentrate e toste’  con un tempo pomeridiano ‘senza musica, senza telefonino, senza tivù’, senza play station, game boy o altre diavolerie, è qualcosa di utopico e rivoluzionario insieme; ma forse è uno dei modi ineludibili per cercare di valorizzare il potenziale cognitivo dei bambini e dei ragazzi.

 

      Non a caso una pedagogista del livello della Montessori aveva parlato della funzione essenziale del ‘silenzio’ nei processi cognitivi e formativi.

 

     Penso che  con La scuola raccontata al mio cane, la Mastrocola non ha inteso scrivere un libro di pedagogia o di organizzazione scolastica. Ma il suo libro può essere utile per avviare una riflessione sulla scuola ‘secondaria’ nel momento in cui si va delineando l’assetto del ‘secondo ciclo di istruzione e formazione’ che merita tanta attenzione da parte di tutti coloro che nella scuola lavorano e, perché no, di quelli che direttamente o indirettamente ne fruiscono.

(21.02.2005)