RIFORMA DELLA SCUOLA

Tempo pieno  O TEMPO LUNGO? di Umberto Tenuta

Non Tempo pieno, ma Tempo lungo, onde evitare le discriminazioni costituite dalla divisione in classi diverse: classi a tempo pieno per gli alunni dei ceti sociali svantaggiati e classi a tempo normale per gli alunni

 

Chi scrive questo articolo è stato antesignano del Tempo pieno, da lui istituito nel Circolo didattico di Tramonti (SA) nell'anno scolastico 1970/71[1], prima che fosse approvata la Legge 820 del 24 settembre 1971, e poi nel Circolo didattico di Maiori nell'anno scolastico 1972/73. 

Divenuto ispettore tecnico nel 1974, ha continuato a sostenerlo. 

Le posizioni assunte nel presente articolo non nascono da una folgorazione sulla via di Damasco ma da una maturata riconsiderazione critica della problematica, sgombra da ogni interesse di parte, compreso quello occupazionale dei docenti, e da ogni pregiudizio politico. 

Nascono però da una pregiudiziale ideologica che è quella personalistica[2]: la considerazione della persona umana come primum, al di là di ogni concezione collettivistica e individualistica.

Al di là di ogni ideologia individualistica, la concezione personalistica rifugge da ogni prospettiva educativa portata avanti all’insegna della competizione e quindi di una scuola comunque selettiva.  

Ma, al pari, al di là di ogni concezione collettivistica, la prospettiva personalistica rifugge da ogni assolutismo statalista. 

La concezione personalistica, peraltro, è  assunta e fatta propria dalla Costituzione repubblicana del 1948, che pone al centro la persona umana: <<È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese>>(art. 3 Cost.).

Dunque, una concezione personalistica che riconosce il primato della persona umana, non dell’individuo ma nemmeno del collettivo. 

Riconoscere il primato della persona umana in educazione significa riconoscere innanzitutto il diritto della persona umana all'educazione[3]. 

Poiché la persona umana si attua, si realizza, si perfeziona solo attraverso l'educazione, il diritto all'educazione appartiene ad ogni persona, ad ogni figlio di donna, ad ogni cucciolo di uomo[4]. 

Sin dal grembo materno ogni bambino ha diritto all'educazione: si tratta di un diritto suo, personale, soggettivo, prima che diventi un diritto  della famiglia, della società, dello Stato. 

È  vero che la Costituzione riconosce che i genitori hanno il dovere e il diritto di istruire e di educare i propri figli[5], ma occorre tenere presente che questo dovere e anche questo diritto non sono assoluti ma tendono a venir meno nel momento in cui il bambino cresce. Al riguardo, si rilevi come nello Statuto degli studenti la presenza dei genitori viene gradualmente surrogata dagli studenti: a livello universitario i genitori non sono più presenti, perché i giovani gestiscono da soli il loro diritto all'educazione!  

Quindi, i genitori operano come tutori dei propri figli, tant'è che la patria potestas può essere dal giudice attribuita a persone diverse dai genitori naturali. 

Il diritto all'educazione è un diritto soggettivo dei giovani, e solo in loro surroga intervengono i genitori. 

Comunque, la Costituzione afferma con forza che i genitori hanno il dovere ed il diritto di educare ed istruire i propri figli. 

A questo punto, la domanda che viene spontanea è se anche lo Stato ha il diritto e il dovere di educare. 

A noi sembra che, nel momento in cui si riconosce che il diritto alla propria formazione umana è un diritto soggettivo di ogni cucciolo d’uomo, esercitato dai genitori fino a che essi non diventano capaci di esercitarlo da soli, lo Stato ha solo il diritto di richiedere, di accertare, di assicurare che i giovani vengano educati ed istruiti. 

Può intervenire lo Stato, ma al posto dei genitori, in loro surroga, come fa il giudice tutelare, solo quando i genitori non provvedono e comunque  rimuovendo <<gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese>>

È  specifico interesse dello Stato che i giovani siano formati come uomini, ma soprattutto come cittadini e come lavoratori: allo Stato interessa soprattutto che i giovani siano formati come cittadini e come lavoratori.

Lo Stato ha il diritto di richiedere la formazione dell'uomo, del cittadino e del lavoratore, ma non di realizzarla, questa formazione: il diritto e il dovere di perseguire questa formazione è delle singole persone umane, e in loro vece dei genitori. 

Stato ed Enti locali hanno il diritto di pretendere che i giovani siano formati, ma il diritto di educarli ed istruirli appartiene primariamente ai genitori. 

È forse opportuno considerare che se il diritto di educare spettasse allo Stato, avremo la situazione di Sparta e degli Stati totalitari di destra e di sinistra (l’idealistico Stato educatore!). 

Non proprio democratico è riservare allo Stato il diritto di educare: se questa richiesta viene da coloro che si proclamano democratici, è evidente il retaggio di una concezione totalitaria e collettivistici della scuola, non più sostenibile dopo il crollo delle dittature e dopo il crollo del muro di Berlino. 

Se quello che abbiamo fatto è un ragionamento corretto e logico, allora non può  non essere condiviso.

Le conseguenze logiche di un tale discorso sono che spetta ai genitori optare per l'offerta formativa, che, salvaguardando la formazione dell'uomo, del cittadino e del lavoratore, meglio risponda alle loro esigenze, ai loro valori, alla loro visione del mondo. 

Quindi, non solo la scelta può cadere sulle scuole paritarie o sulle scuole statali, ma può anche essere una scelta pluralistica: non una sola agenzia formativa ma tante, diverse agenzie formative. 

Sembra pleonastico ricordare che l'invenzione del sistema formativo integrato è stata fatta dalla precedente Amministrazione scolastica. 

È stato ripetuto che educano,  non solo le scuole, ma anche le altre agenzie formative, da quelle degli Enti locali (si ricordi la protesta che dalla sinistra venne negli anni '70 alla circolare ministeriale della Falcucci sulle attività integrative che escludevano gli enti locali!). 

Il sistema formativo integrato è un vanto della sinistra! 

Ora non può essere rinnegato. 

Ora non si può dire che deve educare solo la scuola statale, per tutta la giornata, e non anche gli enti locali, e non anche le parrocchie, e non anche le chiese più diverse, e non anche le scuole paritarie.

Il Tempo pieno può essere solo una libera scelta delle famiglie e non una imposizione. Al riguardo, è il caso di ricordare che l’imposizione del Tempo pieno a tutti gli alunni delle singole classi ne ha decretato il fallimento laddove un solo alunno si rifiutava di frequentarlo. 

La soluzione adottata di costituire classi con alunni che richiedevano il Tempo pieno e classi con alunni che non lo richiedevano risultava e risulta assolutamente la più classicistica delle soluzioni: da una parte gli alunni appartenenti ai ceti sociali più svantaggiati, dall'altro gli alunni che potevano e possono   utilizzare i pomeriggi in libere attività educative (palestre, piscine, scuole di musica, scuole di danza...). 

Poiché il Tempo pieno non lo si è potuto imporre e non si può imporre a tutti gli alunni, si finisce con il creare una discriminazione istituzionalizzata tra chi ha a disposizione solo il Tempo pieno gratuito della scuola statale e chi può pagarsi le libere attività integrative.

Si vuole ancora questo? 

A nostro modo di vedere, la soluzione Tempo pieno va bene solo se se si ritiene che il diritto di educare appartiene solo allo Stato e che le famiglie non hanno il diritto di educare che  pure la Carta costituzionale repubblicana loro riconosce.

La soluzione ottimale a noi pare il Tempo lungo. 

Nell'orario obbligatorio, la scuola statale o paritaria svolge il curriculum comune, quello che attiene soprattutto alla formazione dell'uomo, del cittadino e del lavoratore. 

Tutti hanno così assicurata una formazione di base. 

Poi vengono le opzioni, che sono quelle ancora obbligatorie della scuola statale o paritaria ma sono anche quelle aggiuntive. 

Poi vengono le attività del Tempo lungo statale (o paritario) oppure le libere attività private che le famiglie scelgono. 

Attraverso l'orario obbligatorio, costituito dalle attività comuni alla classe e dalle attività opzionali, si assicura la formazione essenziale. 

E tutti ne possono fruire, fino a 40 ore settimanali.

Non si chiami più Tempo pieno ma Tempo lungo: la diversa denominazione appare significativa perché la formazione viene considerata articolata in due momenti, di cui una, fondamentale, essenziale, ineludibile, comune a tutti gli alunni, e l’altra, opzionale, a scelta degli alunni e delle famiglie, nella prospettiva della personalizzazione educativa, che è personalizzazione non solo delle strategie apprenditive  ma anche degli obiettivi formativi. 

Si dirà che si crea una dicotomia.

Ma forse il Tempo pieno l'aveva eliminata, dicotomia,  nel momento in cui una parte degli alunni non lo frequentava?

Sostanzialmente non cambia nulla. 

Anzi, si elimina la discriminazione tra alunni  del Tempo pieno ed alunni del tempo normale.

Se si insiste che gli alunni che frequentano il Tempo pieno hanno tempi più distesi per apprendere, non si fa altro che esplicitare una realtà: i tempi di apprendimento variano sempre da alunno ad alunno, nell'orario normale e nell’orario a Tempo pieno.

Tra coloro che rifiutano il Tempo pieno non vi sono solo coloro che appartengono ai ceti sociali più elevati, ma anche gli alunni dei ceti sociali i cui genitori hanno particolari predilezioni religiose, culturali, linguistiche ecc.

Si pensi, oggi, alle famiglie extracomunitarie che intendono far continuare ad apprendere ai loro figli le lingue di origine in apposite istituzioni educative. 

Ma si pensi anche alle diverse opzioni religiose e alle diverse occasioni di formazione che le varie religioni offrono. 

Una scuola veramente democratica è una scuola che non lascia tutto il tempo educativo alla scuola statale! 

Se di libertà, di scelte, di opzioni oggi si ama parlare, poi occorre essere coerenti e riconoscere che l'organizzazione scolastica della Moratti risponde ad una esigenza di libertà e pertanto risulta estremamente democratica. 

Proprio perché rifiuta la visione statalistica della scuola a tempo pieno per tutti gli alunni. 

Si dirà che c'è anche un problema occupazionale. E nessuno lo disconosce.

Ma non lo si può affermare calpestando il diritto di educare ed istruire dei genitori. 

D'altra parte, gli alunni che non frequentano il Tempo pieno, frequentano altre agenzie educative, ove sarà impegnato lo stesso numero di docenti che sarebbe stato impegnato nel Tempo pieno generalizzato. 

Verranno meno le garanzie della titolarità.

Ma la scuola dell'autonomia non offre più garanzie nemmeno nella scuola dell'orario obbligatorio. 

La scuola dell'autonomia, nata dall'articolo 21 della legge 59/1997 e regolamentata dal D.P.R.  275/1999, è la scuola della flessibilità anche del lavoro dei docenti. 

Il successo formativo che la scuola dell'autonomia è tenuta ad assicurare richiede la qualità dell'offerta formativa (POF). 

I docenti che saranno in grado di testimoniare le loro competenze professionali non correranno alcun rischio ma continueranno a lavorare nelle scuole statali e nelle scuole paritarie, nelle diverse agenzie formative.

Si può salvaguardare il diritto di educare che ogni genitore, anche se docente, rivendica, assieme al diritto al lavoro, che va parimenti garantito, ma nell'ambito di una scuola di qualità che sia veramente capace di assicurare a tutti gli alunni il successo formativo, inteso come massimale e integrale formazione della personalità, nel pieno rispetto delle diversità, cioè delle identità personali, sociali, culturali e professionali dei singoli alunni che solo il pluralismo scolastico può assicurare.

Non abbiamo rinunciato alle nostre idee di antesignani del Tempo pieno ma abbiamo maturato la consapevolezza che il Tempo pieno non può essere solo quello statale, perché il tempo educativo dei giovani può essere reso pieno anche attraverso le più diverse agenzie formative, nel rispetto delle opzioni che i genitori hanno il diritto di fare, a norma del Regolamento dell'autonomia di cui al D.P.R.  275/1999.


9 giugno 2004


[1] In merito cfr.: SCUOLA PRIMARIA, Urbino.

[2] In merito cfr.: AYER A.J., Il concetto di persona, Il Saggiatore, Milano, 1966; FLORES  D'ARCAIS G., Le <<ragioni>> di una teoria personalistica dell'educazione, La Scuola, Brescia, 1987; FLORES D'ARCAIS G., Pedagogie personalistiche e/o pedagogie della persona, La Scuola, Brescia, 1994; RIGOBELLO A., (a cura di), Lessico della persona umana, Studium, Roma, 1986. ACONE G. (a cura), Aspetti e problemi della pedagogia contemporanea, Edizioni SEAM, , Formello (RM), 2000; Acone G., Declino dell’educazione e tramonto d’epoca, La Scuola, Brescia, 1994.Mounier E., Il personalismo, AVE, Roma, 1964.

Rigobello A., Mura G., Ivaldo M., Il personalismo, Città Nuova, Roma 1975; RICOEUR P., La persona, Morcelliana, Brescia, 1997; PERETTI, M. Breve saggio di una pedagogia personalistica, La Scuola, Brescia,1978;

STEFANINI L., Personalismo sociale, Studium, Roma, 1979.

[3] Scrive Piaget che anche i poteri logici non sono innati, ma si sviluppano attraverso l’educazione (<<la logica non è innata nel bambino. Se la logica stessa si costruisce invece di essere innata, ne consegue che il primo compito dell'educazione è di formare la ragione>>( PIAGET J., Dove va l'educazione, Armando, Roma, 1974, p. 51).

[4] Scrive Kant che <<La bestia è già resa perfetta dall'istinto... L'uomo invece... non possiede un istinto e deve quindi formulare da sé il piano del proprio modo di agire... La specie umana deve esprimere con le sue forze e da se stessa le doti proprie dell'umanità. Una generazione educa l'altra... L'uomo può diventare tale solo con l'educazione>> (KANT E., Pedagogia, O.D.C.U., Rimini, 1953, pp.25-27).

[5] <<è dovere e diritto dei genitori, mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio>>.(Art. 30, Cost.)