PROGRAMMAZIONE E ORGANIZZAZIONE |
intenzionalità e personalizzazione come essenziali ED ineludibili caratteristiche delL’azione educativa e didattica di Umberto Tenuta
La scuola è tenuta a perseguire gli obiettivi che garantiscano la piena formazione della personalità di ogni alunno.
Due orientamenti dell'organizzazione e dell'azione educativa e didattica si sono andati affermando nel corso della storia della scuola.
La scuola è nata come con un preciso programma di contenuti e di obiettivi da perseguire, diversi nelle diverse culture e nei diversi tempi, ma sempre ben definiti e comuni a tutti gli alunni (intenzionalità formativa) [i].
Sul finire del XIX secolo ed agli inizi del XX secolo questa impostazione è stata duramente messa in discussione e fatta oggetto delle accese contestazioni che si ritrovano nel Movimento delle Scuole nuove nato dall'Attivismo pedagogico[ii].
E stata contestata la rigidità e l'astrattezza dei Programmi didattici e dell’organizzazione educativa e didattica uniforme per tutti gli alunni e per tutte le scuole.
Contenuti, obiettivi formativi, modelli organizzativi, tempi ecc. erano stabiliti con norme di carattere generale, valide per tutte le scuole, che i docenti avevano l'obbligo di attuare rigorosamente e fedelmente.
L'Attivismo pedagogico contesta questa uniformità ed afferma la centralità dei singoli alunni, sia quando si muove in una prospettiva naturalistica (sviluppo spontaneo), sia quanto si muove in una prospettiva spiritualistica di autonoma creatività.
Il risultato è stato l'affermazione della centralità del fanciullo, anzi dei fanciulli, e la scarsa rilevanza riconosciuta ai programmi, in quanto l'azione educativa e didattica sarebbe dovuta nascere dalle esigenze espresse via via dai singoli alunni.
Si afferma con forza l'istanza della spontaneità, che sfocia nello spontaneismo educativo, come nel caso delle esperienze didattiche di Jasnaia Poliana[iii] e di Summerhill[iv].
Questa impostazione viene conclamata nella prima metà del XX secolo, ma in Italia si afferma soprattutto negli anni ‘50, dopo la parentesi fascista e idealistica, quando vengono pubblicate le opere più dell'attivismo pedagogico e delle esperienze più significative realizzate in Europa ed in America.
L'intenzionalità educativa e didattica cede il posto alla spontaneità, se non allo spontaneismo.
Emblematici in tal senso sono i Programmi didattici del 1955.
A fine anni ’60, sull’onda dell’Istruzione Programmata[v], si affaccia però la prospettiva della programmazione che, superando via la sua rigidità costitutiva, afferma l’esigenza di una intenzionalità educativa e didattica che si coniuga con la personalizzazione educativa.
Il documento più significativo di un tale orientamento è il D.P.R. 416/1974, nel quale si afferma che la programmazione adegua i programmi didattici alle esigenze ambientali[vi].
La situazione si fa complessa: convivono orientamenti diversi. Da una parte, stanno lo spontaneismo attivistico, dall'altra si accolgono gli schemi rigidi della programmazione secondo la versione dell'istruzione programmata che si era andata affermando.
Tuttavia, la programmazione introdotta dai decreti delegati del 1974 costituisce un attacco frontale ai programmi didattici, almeno sul piano teorico.
Come risposta si ha la contestazione della programmazione nella sua versione più rigida delle unità didattiche standardizzate, che si traduce nel discorso della post-programmazione[vii].
In effetti, sembra che i Programmi didattici siano venuti meno con l'articolo 4 del D.P.R. 416/1974, ma ciò non toglie che nelle scuole si impongano rigide unità didattiche, uniformi, standardizzate, spesso assunte fedelmente dalle guide didattiche. Anche quando sembra prevalere lo spontaneismo più radicale, in effetti si seguono i percorsi didattici validi per tutti gli alunni. Al venir meno dei Programmi didattici non si sostituisce la personalizzazione educativa.
Mentre ci si arrabatta tra Programmazione didattica, Progetti educativi, Moduli didattici e Unità didattiche, la personalizzazione educativa resta estremamente carente, come peraltro testimomia lo scarso ricorso al lavoro di gruppo anche a classi aperte propugnato dalla legge 517 del 1977, una legge di grande portata innovativa che effetti è rimasta pressoché disattesa proprio nei suoi aspetti più qualificanti che erano quelli della individualizzazione dell'insegnamento.
L'individualizzazione dell'insegnamento si è fatta valere solo per gli alunni in situazione di handicap e per gli alunni in situazione di svantaggio socio-culturale. Le attività integrative erano in effetti gli interventi di sostegno, di recupero e compensativi. È mancata un’applicazione organica dei principi della personalizzazione educativa o individualizzazione dell'insegnamento che dir si voglia.
I PEI (Piani educativi individualizzati) sono stati previsti, anche sul piano normativo (Cfr. Legge 104 del 1992) solo per gli alunni in situazione di handicap e le attività compensative solo per gli alunni in situazione di svantaggio socio-culturale. Per gli altri alunni è rimasta in vigore l'attività didattica collettiva, uniforme, standardizzata, routinaria.
Eccezioni non sono mancate.
La normativa in vigore (D.P.R. 416/1974, legge 517/1977, legge 104/1992 non ponevano vincoli programmatori e chi voleva poteva anche procedere all'insegna del più ampio spontaneismo didattico, secondo la didattica non programmata, attenta solo agli interessi via via manifestati dagli alunni.
Si trattava e si tratta ancora degli esiti della spontaneismo attivistico, non di rado segno inequivocabile di un impegno professionale estremamente significativo da parte di docenti anche eccezionali.
Volendo schematizzare la situazione, con tutti i limiti che tale operazione comporta, si potrebbe dire che risulta carente un serio impegno di personalizzazione educativa, mentre continua a prevalere, accanto ad uno spontaneismo più o meno accreditato e diffuso, spesso conclamato come il frutto della creatività dei singoli alunni, una impostazione didattica estremamente standardizzata, poco attenta alle esigenze formative ed alle caratteristiche personali dei singoli alunni.
In tal senso, torna quanto mai opportuna l'istanza della personalizzazione educativa (Piani di studio personalizzati) che dovrebbe caratterizzare la nuova scuola, la scuola dell'autonomia, oltre che la scuola della riforma dei cicli, quale si trova delineata nei documenti della riforma Moratti.
Quali orientamenti trarne?
Personalmente, diciamo chiaramente no, non solo alla rigidità dei Programmi didattici, peraltro abrogati con il D.P.R. 275/1000, ma anche e soprattutto ad una programmazione e ad una impostazione educativa e didattica standardizzata, valida per tutta la scolaresca, fatta eccezione solo per gli alunni in situazione di handicap e per gli alunni in situazione di svantaggio socio-culturale, per i quali si prevedono interventi personalizzati a latere della comune attività didattica, circostanza questa che è la forma più subdola di emarginazione: il Piano educativo individualizzato solo per gli alunni in situazione di handicap e le attività compensative ed integrative solo per gli alunni in situazione di svantaggio sono la forma più eclatante di discriminazione, che peraltro gli alunni destinatari spesso denunciano e addirittura rifiutano.
Nel contempo, però, diciamo no anche all'assenza di ogni progettualità, allo spontaneismo didattico, che si esprime nel più rigoroso rispetto delle e esigenze educative espresse dai singoli alunni: ogni alunno viene seguito nei suoi interessi spontanei, nelle sue esigenze formative, nelle sue predilezioni ecc.
Riteniamo invece che ogni agenzia formativa, formale o non formale, debba svolgere un'azione educativa e didattica intenzionale, mirata al perseguimento di precisi obiettivi formativi, che sono quelli che assicurano la piena formazione, intesa come integrale, originale e massimale formazione della personalità[viii].
Ogni alunno (bambino, fanciullo, adolescente, giovane, adulto) deve realizzare la sua piena umanizzazione e può farlo solo appropriandosi della cultura che gli uomini di tutti i tempi hanno creato.
C'è un patrimonio culturale che rappresenta l'umanità (humanitas) degli esseri umani.
Senza di essi si rimane fuori o ai margini della vita umana.
Nel Regolamento dell'autonomia scolastica viene indicata una Quota nazionale degli obiettivi formativi (obiettivi generali ed obiettivi specifici) che ora vengono presentati nelle Indicazioni nazionali.
Si tratta di obiettivi comuni che tutti gli alunni debbono perseguire, pur con gli opportuni adeguamenti attraverso le strategie educative e didattiche individualizzate.
Analogo discorso può essere fatto per la Quota regionale ove essa venga prevista per assicurare l'appartenenza alle comunità locali.
Ma, oltre a questi obiettivi formativi, vi sono gli obiettivi formativi della Quota riservata alle scuole e dell'eventuale ed auspicabile Quota aggiuntiva, che debbono consentire la personalizzazione anche degli obiettivi formativi, nella prospettiva della formazione delle identità personali, sociali, culturali e professionali (orientamento).
Gli uni e gli altri (obiettivi obbligatori e obiettivi personalizzati) vanno previsti nei Piani di studio personalizzati (Piani educativi personalizzati) e vanno perseguiti, secondo una ineludibile intenzionalità educativa. Ogni alunno deve sapere quali sono gli obiettivi formativi che egli deve perseguire[ix], seppure attraverso percorsi apprenditivi e formativi individualizzati, commisurati ai suoi livelli di sviluppo, ai suoi ritmi ed ai suoi stili di apprendimento, alle sue motivazioni.
Negli Orientamenti educativi del 1991 e nella Relazione Zoso che li ha preceduti si affermava la intenzionalità dell’azione educativa e didattica anche nella scuola dell’infanzia [x], mentre nei Programmi didattici del 1985 si parlava di <<interventi intenzionali e sistematici>>.
Gli obiettivi formativi vanno previsti nei Piani di studio personalizzati nel rispetto delle Indicazioni nazionali. Essi vanno perseguiti, nelle forme, nei modi e nei tempi personalizzati che i docenti debbono prevedere nelle unità di apprendimento.
Resta spazio per la spontaneità? Certamente sì.
Però ad alcune condizioni.
La progettazione può e deve essere sempre riveduta, continuamente riveduta, alla luce di una valutazione che non può non essere valutazione formativa e, come tale, valutazione continua.
La progettazione non può eludere l’indicazione degli obiettivi formativi da perseguire.
La formazione della persona umana deve essere integrale e ciò significa che va promossa, favorita, resa possibile la formazione delle diverse dimensioni della personalità (formazione motoria, formazione emotivo-affettiva, formazione sociale, formazione linguistica, formazione cognitiva, formazione matematica, formazione scientifica...).
Questa formazione può essere realizzata mediante il perseguimento degli obiettivi formativi nei quali si riassume la cultura dell'uomo espressa dalle diverse discipline (scienze).
Non può essere consentito che, nel nome della spontaneità, non venga perseguita la formazione motoria, la formazione linguistica, la formazione cognitiva, la formazione storica...
Agli obiettivi formativi comuni, obbligatori, della Quota nazionale e della Quota regionale, si aggiungono gli obiettivi personalizzati della Quota riservata alle scuole, anch’essi obbligatori, e gli eventuali obiettivi opzionali della eventuale Quota aggiuntiva, perché ogni alunno ha diritto ad una formazione che sia originale e consenta la realizzazione di una personalità originale, unica, irripetibile. Questo traguardo può essere raggiunto attraverso il perseguimento degli obiettivi formativi della Quota regionale che assicura l’identità culturale, sociale e professionale, e degli obiettivi formativi obbligatori della Quota riservata alle scuole e degli obiettivi formativi opzionali della eventuale Quota aggiuntiva, che assicurano l’identità personale: l'organizzazione educativa e didattica intenzionale e programmatica della scuola non può eludere l'attuazione di Piani di studio personalizzati (Piani educativi personalizzati).
Resta il problema delle motivazioni[xi].
Nulla l'alunno deve essere costretto ad apprendere ed a fare che non risponda alle sue profonde esigenze, alle sue profonde propensioni, predilezioni, interessi, motivazioni.
Ma l'insegnante non può assumere un atteggiamento di spettatore: attendere che gli interessi vengano fuori!
Compito fondamentale, essenziale, forse il più significativo, dei docenti è quello di suscitare le motivazioni. Lo diceva il più grande assertore dello spontaneismo pedagogico, Gian Giacomo Rousseau[xii].
Quindi, una scuola all'insegna della intenzionalità formativa, ma sempre personalizzata nei suoi obiettivi formativi, nella sua organizzazione e nella sua impostazione educativa e didattica[xiii].
Va affermata e realizzata la centralità dello studente ovvero dell'alunno, che deve alimentarsi, per crescere e quindi per diventare adulto[xiv].
D'altra parte, stiamo parlando della centralità dello studente, e la parola studente deriva da studium, che in latino significa anche "passione, desiderio, impulso interiore"[xv].
Se il nostro discorso segue una linea logica, la scuola dell'autonomia non può che essere la scuola della intenzionalità e della personalizzazione educativa e didattica.
La spontaneità non va confusa con lo spontaneismo, che quasi sempre nasce da una visione deterministica dello sviluppo della persona umana, ma va rapportata alla personalizzazione educativa.
gennaio 2004
[i] Come scrive il Bruner, <<la scuola è l'ingresso nella vita della ragione. È, certamente, vita essa stessa, e non mera preparazione alla vita; tuttavia è uno speciale tipo di vita, accuratamente programmato al fine di sfruttare al massimo quegli anni ricchi di possibilità formative che caratterizzano lo sviluppo dell'homo sapiens e che distinguono la specie umana dalle altre>> (BRUNER J. S., Dopo Dewey, Armando, Roma, 1964, p. 17).
[ii] In merito cfr.: MENCARELLI M., Il discorso pedagogico del nostro secolo, La Scuola, Brescia, 1970; ROMANINI L., Il movimento pedagogico all’estero (vol. I - Le idee; vol. II - Le esperienze), La Scuola, Brescia, 1955; BINI G., La pedagogia attivistica in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1971.
[iii] ZANDRINO U., (a cura di), La scuola di Jasnaja Poljana e altri scritti pedagogici, Minerva Italica, Bergamo, 1965.
[iv] Neill A.S., I ragazzi felici di Summerhill : il piacere di educare e di essere educati, Como, 1998; Neill A.S., Summerhill (una proposta contro la societa repressiva), Milano, 1969
[v] In merito cfr.: HINGUE F., L'istruzione programmata, La Scuola, Brescia, 1978; SKINNER B.F., La tecnologia dell'insegnamento, La Scuola, Brescia, 1970; FONTANA TOMASSUCCI L., Istruzione programmata e macchine per insegnare, Armando, Roma, 1969.
[vi] <<Il collegio dei docenti... e cura la programmazione dell'azione educativa anche al fine di adeguare, nell'ambito degli ordinamenti della scuola stabiliti dallo Stato, i programmi di insegnamento alle specifiche esigenze ambientali e di favorire il coordinamento interdisciplinare>> (D.P.R. 416/1974).
[vii] BOSELLI, G., Postprogrammazione, La Nuova Italia, Firenze, 1991.
[viii] TENUTA U., Il Piano dell’offerta formativa ¾ Moduli e unità didattiche – La programmazione nella scuola dell’autonomia, ANICIA, ROMA, 2001, con CD-ROM.
[ix] Cfr.CARTA DEI SERVIZI DELLA SCUOLA ( D.P.C.M.,7 giugno 1995)
[x] Anche se nel testo degli Orientamenti per la scuola dell’infanzia del 1991 non si ritrova più la precisa affermazione, contenuta nella precedente Relazione Zoso, che la scuola deve <<divenire luogo educativamente pregnante, dove nulla è lasciato alla casualità ed all'improvvisazione, ma tutto è predisposto in modo flessibile con intelligenza educativa>>, tuttavia le sottolineature dell'importanza di una puntuale programmazione didattica ritornano insistenti. Innanzitutto, si afferma che <<L'approccio intenzionale e programmatico alle finalità e allo sviluppo dei campi di esperienza propri della scuola materna richiede una organizzazione didattica intesa come predisposizione di un accogliente e motivante ambiente di vita, di relazioni e di apprendimenti che, escludendo impostazioni precocemente disciplinaristiche e trasmissive, favorisca una pratica basata sulla articolazione di attività, sia strutturate che libere, differenziate, progressive e mediate>>. Poi, nel mentre si fa preciso riferimento alla <<elaborazione di itinerari di lavoro>> e si afferma che <<Le esperienze formative... sebbene possano essere stimolate dal gioco, dalle attività ricorrenti oppure prendere spunto da eventi occasionali, vanno adeguatamente previste>>, si arriva perfino a prevedere una opportuna disciplina delle attività ludiche: <<L'insegnante svolgerà compiti di regia educativa, predisponendo ambienti stimolanti e ricchi di opportunità diversificate di esercizio; inoltre programmerà con cura la scelta, l'ordine di successione e le modalità di svolgimento dei giochi di regole>>.
[xi] In merito cfr.: D’ALONZO L., Demotivazione alla scuola. Strategie di superamento. Brescia, La Scuola, 1998; FRANTA H., COLASANTI A. R., L’arte dell’incoraggiamento. Insegnamento e personalità degli allievi, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1992; GATTI R., Saper sapere: la motivazione come abilità educativa, Roma, NIS, 1992; GOLEMAN D., Intelligenza emozionale, Milano, Rizzoli, 1996; HEINZ-DIETER S., Psicologia della motivazione, Bologna, Il Mulino, 1989;
McCOMBS B. L., POPE J. E., Come motivare gli alunni difficili. Strategie cognitive e relazionali, Trento, Erickson, 1995; RHEINBERG F., Psicologia della motivazione, Bologna, Il Mulino, 1997.
[xii] ROUSSEAU J.-J., Emilio o dell'educazione, Mondadori, Milano, 1997.
[xiii] TENUTA U., La flessibilità della scuola e la centralità degli alunni, ANICIA, ROMA, 2003, con CD-ROM.
[xiv] Alunno deriva da alere, alimentarsi, e quindi significa crescere: chi si alimenta (alunno) cresce, diventa adulto (Participio passato di alere, cioè alimentato, e quindi cresciuto).
[xv] Scrive F. Ferrarotti che <<La scuola non sembra in grado di stimolare e far scoprire ai giovani la gioia della lettura, e di riportare lo studio al suo significato originario di studium, ossia amore, passione, avventura>> (Presentazione: FERRAROTTI F., Leggere, leggersi, Donzelli, Roma, 1998).