PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA |
Etimologicamente il termine “motivazione” (dal latino motus) indica un movimento, quindi il dirigersi di un soggetto verso un oggetto desiderato, verso uno scopo: la dinamica del desiderio implica una spinta, che può essere interpretata come bisogno o pulsione da soddisfare, oppure in un senso più profondo, come tensione sostenuta da aspettative, obiettivi, emozioni. Per quanto riguarda in maniera specifica la motivazione all'apprendimento, tale tensione appare da un lato connessa alle modalità per cui un soggetto decide che cosa per lui ha senso e che cosa non lo ha, e dall’altro legata alle attribuzioni di valore dominanti in un determinato contesto (gruppo classe, comunità scolastica, ambiente culturale). Già da questa prima definizione emerge la complessità teorica del problema della motivazione nel processo di insegnamento-apprendimento. Nella motivazione, che si può definire in via preliminare un costrutto multifattoriale, entrano infatti in gioco diversi aspetti, interrelati ed interagenti tra loro: aspetti emotivi, aspetti cognitivi, a cominciare dalle rappresentazioni di obiettivi fino all’uso più o meno esteso ed efficace di differenti strategie di apprendimento, ma anche metacognitivi (cioè la capacità del soggetto di riflettere sul proprio apprendimento o sull’attività di studio, regolandoli), psicologici, dalla percezione di autoefficacia al concetto di sé, e ancora aspetti sistemico-relazionali, vale a dire il rapporto tra soggetto che apprende e contesto situazionale, e infine aspetti più propriamente didattici, legati all’uso, da parte degli insegnanti, di determinati mediatori nel processo di insegnamento.Tra le varie componenti del sistema, come è facile intuire, si istituiscono relazioni circolari, tanto che non è facile isolare un aspetto dall’altro: per l’analisi del problema, dunque, è opportuno utilizzare un’ottica multi e trans-disciplinare, in modo da cogliere l’intero fenomeno nella sua complessità.
Gratifiche e ricompense, che soddisfano una pulsione, sono rinforzi propriamente detti, che aumentano la probabilità dei comportamenti cui sono stati resi contingenti e creano motivazioni; esistono però anche rinforzi negativi, che mirano a demotivare il comportamento oggetto di punizione e quindi ne riducono la probabilità, lo indeboliscono, ne diminuiscono l'intensità o la frequenza.I principi generali della teoria possono essere così enucleati:
1) il comportamento desiderato tende a mantenersi stabile se il rinforzo è dato in maniera continuativa. Ciò non significa che un comportamento debba essere rinforzato ogni volta che si manifesta; anzi, per i teorici di questa prospettiva la modalità più efficace è quella del rinforzo intermittente, ciò dato alcune volte, a caso, senza regola fissa (ad esempio lodare alcune ma non tutte le risposte corrette di un soggetto);
2) gli effetti del rinforzo ad una risposta si generalizzano a risposte simili; in altri termini, il rinforzo per un particolare comportamento influenza una classe di comportamenti;
3) un rinforzo associato ad una conseguenza desiderabile può aumentare i suoi effetti. Ad esempio, se uno studente a cui è stato assegnato un ottimo voto viene a casa lodato dai genitori e magari ricompensato con premi tangibili, quel risultato diventerà ancora più desiderabile, indipendentemente dai premi a cui è stato inizialmente associato;
4) quando un comportamento non viene più rinforzato, diminuisce la frequenza del suo verificarsi e progressivamente esso tende ad estinguersi. Molti studiosi hanno cercato di precisare le caratteristiche di un buon rinforzo.
Per presentarsi come motivante, esso deve essere:
· contingente alla prestazione, cioè temporalmente vicino al comportamento;
· specifico, cioè relativo ad un preciso e determinato aspetto della prestazione.
Rinforzi generici, come le lodi "Bravo", "bene", disorientano il soggetto, il quale non comprende quale aspetto del suo comportamento ha soddisfatto l'insegnante;
· credibile, cioè non contraddetto da atteggiamenti paraverbali o non verbali: è inefficace una lode se, contemporaneamente, l'insegnante aggrotta le ciglia o assume un'espressione di disapprovazione, così come è inefficace una punizione se contemporaneamente l'insegnante sorride o esprime affetto con lo sguardo o la mimica facciale, o ancora con la posizione;
· appropriato, cioè dato quando la risposta è veramente quella desiderata: sono inefficaci come rinforzi un buon voto o un elogio ad una relazione scritta male o a un test di verifica in cui lo studente ha sbagliato una percentuale piuttosto alta di risposte.Un rinforzo può invece risultare demotivante quando:
· pone l'accento non sull'impegno del soggetto ma sull'approvazione dell'insegnante: ad esempio "Bene, hai risposto proprio come volevo io", oppure "Sono contento di te" o "Mi hai dato una grande soddisfazione";
· viene dato a tutti, indipendentemente dalle prestazioni e dal risultato;
· viene accompagnato da confronti tra il risultato del soggetto e quello dei compagni: ad esempio"Bene, hai analizzato bene il testo proposto, anche se avresti potuto aggiungere considerazioni personali come ha fatto Giovanni";
· a parità di prestazione e di risultato, alcuni studenti vengono elogiati ed altri no.
La semplicità della teoria del rinforzo è la ragione più importante della sua applicazione largamente diffusa. Tuttavia la sua impostazione meccanicistica è criticabile sotto molteplici aspetti. Prendiamone in considerazione alcuni.L'applicazione precisa della teoria del rinforzo presuppone un sistema in cui il discente è motivato principalmente dalla possibilità di ottenere specifici premi piuttosto che dalla possibilità di apprendere cose nuove. Il rinforzo di un comportamento trasmette infatti implicitamente il messaggio che il comportamento non ha valore di per sé, non merita di essere fine a se stesso: l’avventura della conoscenza finisce per essere ridotta ad un mero strumento per ottenere un risultato in termini di ricompense, gratificazioni, premi.Un limite assai rilevante è costituito dal fatto che solo un comportamento manifesto può essere rinforzato ma alcuni comportamenti non sono completamente osservabili. Facciamo qualche esempio. Molti studiosi, come Maehr, considerano l'orientamento dell'attenzione un efficace indice comportamentale dell'atteggiamento motivato. Ora, non è difficile rilevare che si tratta di un comportamento non completamente osservabile né valutabile: uno studente può apparire attento durante una lezione mentre pensa ad altro, può mostrare attenzione superficiale e temporanea nel corso di una discussione, per non parlare del fatto che può mostrarsi attento per conformismo o per sollecitare l’approvazione dell’insegnante ma non perché sia intrinsecamente motivato all’apprendimento. Ancora più complesso il discorso relativo alla prestazione, che non costituisce un indicatore preciso o scientifico della presenza di motivazione. Si pensi all’istruzione programmata, in cui ciascuna conoscenza particolare (frame) è distribuita in un piccolo gruppo di domande e risposte: se la risposta data dal soggetto è corretta, egli conquista il diritto di passare alla domanda successiva, il che costituisce la gratificazione o rinforzo che fisserebbe l’apprendimento; la medesima ricompensa, però, sarà attribuita a chi ha individuato la risposta giusta per caso, per fortuna, tirando ad indovinare, il che può finire per indebolire anche la motivazione estrinseca, orientata al risultato.Numerosi studi hanno dimostrato che i rinforzi possono avere effetti paradossali: ad esempio diminuire la volontà dei soggetti di impegnarsi in compiti difficili o in attività sfidanti, abbassare l'autostima scolastica, spingere i soggetti a non svolgere attività quando queste non sono oggetto di valutazione.Alcune interessanti ricerche hanno rilevato che offrire premi – rinforzi estrinseci – per l’impegno nelle attività mina la motivazione intrinseca. Alcuni teorici danno ragione di tale effetto in relazione al cosiddetto principio di svalutazione, in base al quale una spiegazione particolarmente rilevante per il comportamento di un individuo finisce per svalutare tutte le altre: così, un soggetto può in origine percepire l’interesse intrinseco come la ragione per eseguire un compito, ma, se per il comportamento è offerto un premio estrinseco desiderato, l’interesse intrinseco è svalutato. Altri studiosi, invece, ipotizzano che i premi interferiscano con il senso di autodeterminazione, creando la sensazione di un controllo esterno.L'idea per cui un comportamento rinforzato tende a ripetersi e a stabilizzarsi non tiene conto dell'interpretazione data dal soggetto alla situazione: non tiene conto cioè delle attese, delle emozioni, delle convinzioni del soggetto, delle sue riflessioni, della sua percezione di sé, aspetti, tutti, che invece giocano un ruolo fondamentale nella spinta motivazionale, come hanno messo in luce prospettive più recenti. Nella teoria del rinforzo, la “motivazione” non si presenta tanto come una caratteristica o una spinta interiore dell’individuo: piuttosto si risolve intera, tautologicamente, nei comportamenti considerati validi per accrescere e fissare l’apprendimento.Le prospettive più recenti mettono fortemente in discussione l'idea che il rinforzo possa essere considerato una fonte motivazionale primaria: tuttavia, come pongono in evidenza molte teorie, non si può disconoscere che la motivazione abbia anche una componente estrinseca, come il desiderio di essere approvati, o riconosciuti competenti.
Per saperne di più
· I principi fondamentali della teoria del rinforzo si basano sul neo-comportamentismo skinneriano e sulla ideologia del condizionamento operante.
Per approfondire, un testo fondamentale resta: B. Skinner, La scienza del comportamento, ovvero il behaviorismo (1974), tr. it., SugarCo, Milano 1976.
· Numerosi sono gli studi che suggeriscono modalità attraverso cui rinforzare in modo efficace e non dannoso. Tra i testi più importanti, vanno segnalati: P. Schloss - M. Smith, Applied Behavior Analysis in the Classroom, Allyn & Bacon, Boston 1994; J. Brophy, Motivating Students to Learn, McGraw-Hill, Boston 1998.
· Una efficace panoramica della teoria e dei suoi limiti, corredata da esempi ed indicazioni per gli insegnanti, si trova in D. J. Stipek, La motivazione nell'apprendimento scolastico, tr. it., SEI, Torino 1996, pp. 22-36.
Mentre la teoria del neo-comportamentismo spiega la motivazione con una storia di "rinforzi" estrinseci, che fisserebbero l'apprendimento e insieme determinerebbero la spinta all'impegno e allo sforzo, altri studiosi dei processi cognitivi affermano che l'essere umano è naturalmente disposto ad impegnarsi nell'apprendimento: esistono cioè componenti intrinseche della motivazione, svincolate da spinte esterne come il desiderio di ottenere un premio o di evitare una punizione. All'interno di questo filone teorico esistono diverse prospettive che, pur differenziandosi tra loro, risultano componibili in quanto sono tutte basate sull'assunto che esistono nell'uomo tendenze “naturali”, le quali rendono alcuni compiti intrinsecamente motivanti.La motivazione intrinseca nascerebbe da due bisogni primari: il bisogno di conoscenza, inteso come curiosità "epistemica", come coscienza dei limiti del sapere già posseduto e volontà di risolvere le contraddizioni e le lacune degli schemi già consolidati, e il bisogno di successo, inteso come capacità di padroneggiare e controllare l'ambiente, di sentirsi competenti ed efficaci.Quali sono le origini del bisogno di conoscenza? Mentre per lungo tempo si era pensato che la curiosità si fondasse sul bisogno biologico della sopravvivenza, oggi gli studiosi propendono a riconoscere che il bisogno di conoscenza è una motivazione primaria, addirittura radicata nel sistema nervoso; tale bisogno spingerebbe già il bambino ad esplorare l'ambiente per ottenere nuove informazioni che gli consentano di superare uno stato di incertezza o di squilibrio, ad allargare gli schemi di azione e ad applicarli a nuove situazioni, a scoprire nuove proprietà delle cose e nuove possibilità di azione.Il contributo più importante in tale direzione è stato dato dallo psicologo canadese D.E. Berlyne, il quale, dopo una serie di esperimenti sulla base cerebrale del comportamento di esplorazione ed orientamento, formulò il modello della curiosità di apprendimento e infine di “epistemic behavior”, che include anche aspetti superiori del pensiero, quali l'arte o la soluzione di problemi. La curiosità ed il desiderio di sapere sarebbero innescati da elementi di novità e complessità dell'ambiente, incongruenti con le precedenti conoscenze (elementi che vengono definiti “proprietà collative” dello stimolo): tali incongruenze ed aspetti nuovi produrrebbero un conflitto - operante a livello percettivo oppure simbolico o concettuale - che il soggetto cercherebbe di superare e risolvere, guidato e sostenuto da una motivazione intrinseca che non richiede incentivi esterni.Come si vede, la teoria della curiosità epistemica (che si può situare sullo sfondo del cognitivismo), oltre a sottolineare il ruolo dell'ambiente, attribuisce importanza alle caratteristiche degli stimoli che possono innescare la curiosità piuttosto che agli atteggiamenti o agli obiettivi del singolo; tuttavia, è compatibile con altri tipi di prospettive, purché si integri l'elemento della curiosità con altri fattori - di carattere strategico, affettivo o cognitivo - in un modello che spieghi più accuratamente la motivazione. In altre parole, la componente della curiosità interagisce con gli obiettivi che orientano il comportamento del singolo (vedi i quadri riferiti alla teoria degli obiettivi come orientamenti), con il giudizio retrospettivo sulle cause dei risultati che un soggetto ha ottenuto (teoria dell'attribuzione), con il valore di attesa di un risultato (più alto è il valore di un risultato, più alta sarà la motivazione ad agire per ottenerlo), con la percezione di autostima e di autoefficacia. La riflessione su esperienze e conoscenze precedenti produce curiosità per argomenti nuovi ed origina problemi che richiedono nuove strategie di soluzione, portando alla costruzione di nuove teorie e nuove strutture; l'intero processo produce obiettivi e motivazioni che fanno da mediatori tra l'immagine di sé, le abilità ed i risultati delle azioni.Secondo alcuni studiosi, al bisogno di conoscenza va associato il bisogno di padroneggiare e controllare le situazioni, che viene definito come effectance: tale bisogno sarebbe presente fin dalla nascita e si esplicherebbe nell'interazione giocosa nell'ambiente. Anche Piaget, da un punto di vista differente, arriva a teorizzarlo attraverso l'osservazione sistematica di bambini durante il passaggio dalla reazione circolare secondaria - in cui un risultato scoperto casualmente viene ripetuto per divertimento e generalizzato ad altre situazioni - alla reazione terziaria, intorno ai 12-18 mesi, in cui il bambino applica gli schemi appresi a nuove situazioni, usa nuovi schemi, scopre nuovi mezzi per giocare: fin dai primi giorni di vita i bambini sarebbero naturalmente inclini a praticare nuove competenze in vista del loro sviluppo e la pratica di nuove abilità sarebbe intrinsecamente soddisfacente.Classico punto di riferimento per questa prospettiva è uno studio di White, pubblicato nel 1959, in cui si dimostrava che gli uomini hanno un bisogno intrinseco di sentirsi competenti e che questa forza innata spiega meglio della curiosità epistemica i tentativi di esplorazione e padroneggiamento dell'ambiente anche dei bambini. La crescente competenza che deriva dal praticare nuove abilità e dal padroneggiare compiti che hanno il sapore della sfida genera una emozione positiva, definita dallo studioso come sensazione di efficacia, la quale rende autorinforzante il comportamento di padronanza.Il contributo più interessante in tale direzione è stato dato da Susan Harter, la quale ha sottolineato che la motivazione di effectance attiva nel bambino tentativi di padronanza in varie aree di attività, da quella cognitiva (apprendimento), a quella sociale (rapporto con i compagni) a quella fisica (attività sportiva e di gioco). “Se il bambino viene sostenuto in questi primi tentativi di padronanza e ottiene rinforzi positivi o approvazione, tende a sviluppare un sistema di autoricompensa (…) che rende sempre meno importante l'approvazione esterna dell'adulto e consente di sviluppare obiettivi di padronanza. Questi obiettivi, a loro volta, consentono di affrontare le situazioni come una sfida in cui vengono messe alla prova le proprie abilità allo scopo di sentirsi efficaci. Tutto questo fa sentire il bambino più competente e gli fa interiorizzare una percezione di controllo personale e di piacere che, a sua volta, fa aumentare la motivazione di effectance" (De Beni- Moè 2000, p. 55).Un ulteriore ed interessante filone della teoria della motivazione intrinseca è rappresentato dalla prospettiva sulla autodeterminazione. Secondo gli studiosi che hanno proposto tale approccio (in particolare Deci e Ryan) gli uomini hanno bisogno non solo di sentirsi competenti ma anche di sentirsi artefici delle proprie azioni e di scegliere liberamente il compito o l'attività in cui impegnarsi. Alla base di questa prospettiva c'è dunque il concetto di scelta, svincolata da bisogni o forze esterne, incentivi o possibili risultati. In sostanza, se il soggetto si percepisce come causa del proprio comportamento, cioè come locus of causality, per usare il linguaggio dei teorici dell'autodeteminazione, la motivazione sarà stabile o si accrescerà; invece tenderà a diminuire se il soggetto sente che lo svolgimento di quell'attività è imposto o controllato dall'esterno.
Per approfondire
Contesti di apprendimento efficaci - Dalla teoria della motivazione intrinseca si può ricavare qualche indicazione sugli ambienti di apprendimento capaci di suscitare e sostenere la motivazione. Efficaci sotto questo profilo sembrano essere ambienti incentrati sul know how piuttosto che sul know that, sulle competenze piuttosto che sui contenuti, sull'apprendimento per scoperta, su di una modalità immersiva piuttosto che trasmissiva del sapere e del saper fare: contesti che pongano al centro la con-crescita di allievo e maestro, considerato come modello, e non come depositario, di verità e di esperienza, capace di spingere alla autoregolazione dei comportamenti e di indicare la ricerca e la "domanda di significato" come senso costitutivo della vita.
Obiettivi _______________________________________________ Caratteristiche Prestazione Padronanza |
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Compito scelto |
Facile o molto difficile |
Adeguatamente difficile |
Persistenza |
Bassa |
Alta |
Emozioni |
Noia e ansia |
Soddisfazione e fiducia in sé |
Fiducia nell’efficacia dell’impegno |
Bassa |
Alta |
Strategie adottate |
Poche e/o inefficaci, passive |
Ricerca delle migliori, più efficaci; forte componente metacognitiva |
Attenzione nell’eseguire il compito |
Bassa |
Alta |
Attribuzione dell’insuccesso |
Mancanza di capacità |
Mancanza di adeguato impegno |
Aspettative di successo futuro |
Basse |
Alte |
Visione del ruolo dell’insegnante |
Figura d’autorità, con il compito di premiare/punire |
Guida e facilitatore del processo di apprendimento |
Teoria dell’intelligenza |
Entità |
Incrementale |
· Il modello proposto da Carol Dweck ha avuto un largo seguito, sia perché ha il merito di associare in modo convincente obiettivi cognitivi ed altri aspetti di tipo emotivo e strategico, sia perché sembra vicino al “senso comune”. La teoria è stata originariamente proposta in C.S. Dweck, Motivational Processes, Affecting Learning, in "American Psychologist", 1986, n. 41, pp. 1040-1048 e, in modo più articolato, in C.S. Dweck - E. L. Leggett, A Social-Cognitive Approach to Motivation and Personality, in "Psychological Rewiew", 1988, n. 95, pp. 256-273. Per approfondire, si può consultare un testo tradotto in italiano: C.S. Dweck, Teorie del Sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo (1999), tr. it., Centro Studi Erikson, Trento 2000.
· Per la correlazione tra obiettivi di padronanza e strategie attive di apprendimento, si può vedere J.L. Meece - P.C. Blumenfeld- R.K. Hoyle, Students’Goal Orientations and Cognitive Engagement in Classroom Activities, in "Journal of Educational Psychology", 1988, n. 80, pp. 514-523.
Il modello che si è sinteticamente esaminato ha avuto un largo seguito, ma è stato criticato per alcuni aspetti, anzitutto la netta contrapposizione tra i profili motivazionali. In effetti, nella realtà gli obiettivi di prestazione e padronanza non possono essere così nettamente distinti: “ciò significa che una stessa persona può possedere in misura più o meno forte la tendenza a sviluppare le proprie capacità all’interno di un orientamento alla padronanza oppure a confermare le proprie capacità come è tipico di chi tende a porsi obiettivi di prestazione. Inoltre, questa tendenza può variare rispetto agli elementi contingenti e alle richieste dell’ambiente, oltre che per effetto di specifiche disposizioni o di ben definiti interessi individuali (…) Il caso di una persona che costantemente si pone obiettivi di prestazione, sottraendosi sempre e comunque a tutti i compiti leggermente difficili, oppure obiettivi di padronanza, lavorando sempre solo per il piacere di apprendere e sviluppare le proprie competenze, è certamente più teorico che reale. E’ invece molto più probabile che il clima in cui si realizza l’apprendimento, ad esempio di tipo competitivo o cooperativo, faccia emergere, rispettivamente, obiettivi di prestazione o padronanza” (De Beni-Moé, pp. 128-129). Nella scelta degli obiettivi, variabili sensibili ed influenti sarebbero dunque il contesto-ambiente e il carattere della relazione (con gli insegnanti e con il gruppo dei pari) che in esso si instaura.Per superare la rigidità in tal senso del modello, la ricerca si è indirizzata soprattutto ad individuare varianti all’interno dello stesso obiettivo o a mettere a fuoco tipi di obiettivi diversi da quelli di prestazione o padronanza: ad esempio obiettivi sociali, o obiettivi di “evitamento del compito”, che fungerebbero da orientamento per coloro che cercano di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo e tendono a ridurre il più possibile l'impegno, non per dimostrare agli altri la propria abilità bensì per investire poche risorse.Una differente prospettiva è quella degli studiosi che considerano gli obiettivi di padronanza e prestazione “indipendenti” e “ortogonali”, nel senso che è possibile che uno stesso soggetto, in una situazione, persegua contemporaneamente obiettivi differenti: ad esempio, uno studente può essere spinto ad impegnarsi in un determinato compito o in un’attività sia dal desiderio di apprendere sia dal desiderio di ottenere un buon voto o l’approvazione dell’insegnante, senza che i due obiettivi collidano o si eliminino reciprocamente (Ames e Archer, 1988). Alcuni, anzi, come Wentzel, ipotizzano che ottengano risultati positivi in modo particolare gli studenti capaci di utilizzare in modo flessibile i due tipi di obiettivi.In linea generale, vanno fatte ulteriori precisazioni. La distinzione tra obiettivi di padronanza ed obiettivi di prestazione può essere accostata ad altre contrapposizioni che si riscontrano nella teoria della motivazione, in particolare appare assai vicina alla distinzione “classica” tra motivazione estrinseca ed intrinseca. Da essa tuttavia il modello che si sta esaminando si differenzia sia per l’accentuazione posta sugli elementi cognitivi, sia per la rilevanza attribuita ad aspetti emotivi e strategici, ad esempio la scelta dei compiti e l’attribuzione dell’insuccesso: chi è orientato alla padronanza tenderebbe a scegliere compiti difficili, a vivere il processo di apprendimento come una sfida e ad interpretare l’errore non come mancanza di capacità ma come indice della necessità di impegnarsi di più, mentre chi è orientato alla prestazione tenderebbe ad evitare compiti o attività sfidanti e a vivere l’insuccesso come segnale della mancanza di capacità.In secondo luogo, come si è già accennato, alcuni studiosi fanno corrispondere gli obiettivi orientati all’apprendimento con gli obiettivi orientati al compito (task-oriented) e gli obiettivi orientati alla prestazione con gli obiettivi orientati al Sé (ego-oriented): chi è orientato al compito tenderebbe all’acquisizione di conoscenze, abilità e strategie efficaci a padroneggiarlo, mentre chi è orientato al Sé sarebbe motivato dalla possibilità di ottenere giudizi e valutazioni positive da parte di altri (Nicholls 1990; Ames 1992). Come osservano De Beni-Moè, gli obiettivi di padronanza o prestazione si differenziano tuttavia da quelli task ed ego-oriented “per la direzione della relazione fra credenze e motivi e per la modificabilità rispetto alla situazione”. Infatti, mentre per i teorici del primo modello gli obiettivi discendono dalle credenze e sono caratteristiche individuali tendenzialmente stabili, i teorici del secondo modello sostengono che sono gli obiettivi ad influenzare le credenze, e non viceversa, e concepiscono gli obiettivi come tendenzialmente instabili e sottoposti a variazioni in relazione, ad esempio, al clima competitivo o cooperativo del contesto.La sovrapposizione appare discutibile da un secondo e più profondo punto di vista: se gli obiettivi orientati alle prestazioni sottendono chiaramente un’attenzione primaria al sé (il dimostrare di avere competenze maggiori di altri, il conquistare l’approvazione), questa sfumatura non è assente negli obiettivi orientati all’apprendimento, categoria in cui vari teorici fanno rientrare non solo l’interesse per così dire gratuito verso il sapere ma anche il piacere che un soggetto prova misurandosi in un’attività di conoscenza o ancora la sensazione di padronanza personale che si può sperimentare impegnandosi in un compito. Non è difficile considerare anche questi ultimi aspetti come “orientati al sé” ed alimentati da un accrescimento, soggettivamente vissuto, del senso di autostima personale: la differenza fondamentale sembrerebbe qui consistere non tanto nello scarto tra attenzione al compito ed attenzione alla performance come indice del valore del sé, ma piuttosto nel criterio di valutazione del sé, che nel caso degli obiettivi estrinseci viene ricondotto ad una fonte esterna, nel caso degli obiettivi intrinseci viene più o meno consapevolmente interiorizzato e reso autonomo, almeno fino ad un certo punto, dall’approvazione sociale.Va aggiunto peraltro che gli obiettivi intrinseci possono essere correlati a particolari forze intrapsichiche, come il senso del dovere o quello di colpa: in questo caso, il comportamento appare controllato da una interiorizzazione in larga parte emozionale della dipendenza, giacché la ricerca di approvazione si sposta dall’esterno all’interno. La distinzione stessa tra obiettivi estrinseci ed intrinseci ne risulta sfumata, tanto che i teorici della valutazione cognitiva ritengono la motivazione intrinseca come proporzionale al grado in cui i soggetti percepiscono il loro comportamento come autodeterminato e volontario, mosso dalla curiosità personale ed alimentato da esperienze emozionali positive, piuttosto che controllato da soggetti esterni (gli insegnanti), da premi (buoni voti o approvazione sociale), o da regole introiettate, quali il senso del dovere, ma non accompagnate dalla percezione del valore dell’impegno.Su tale base, una classificazione più precisa dei differenti orientamenti della motivazione è stata elaborata da Ryan e Connell (1989), che hanno distinto tra motivazione esterna, introiettata, identificata ed intrinseca. La motivazione esterna consiste nell’impegnarsi in un compito per seguire le regole o per evitare semplicemente una punizione, quindi il comportamento è regolato da contingenze esterne che funzionano da rinforzo. La motivazione introiettata coincide, nel complesso, con gli obiettivi orientati alle prestazioni, e consiste nell’impegnarsi in un compito per ottenere l’approvazione degli altri o di sé: in quest’ultimo caso, l’interiorizzazione di una regola non è associata a forze esterne, come la promessa di un premio o la minaccia di una punizione, ma appare legata alla percezione di sentirsi controllati o costretti (dal senso di colpa o da quello del dovere) e si risolve in comportamenti di conformità; la motivazione identificata coincide in linea di massima con quelli che i ricercatori più sopra citato hanno concettualizzato come obiettivi orientati all’apprendimento e consiste nell’impegnarsi in un compito o in un’attività per acquisire conoscenze e capacità: la regolazione del comportamento appare integrata nel sé, il soggetto si percepisce come autodeterminantesi e libero nel volere, anche se non trova l’attività interessante o divertente; la motivazione intrinseca infine è legata ad esperienze emozionali piacevoli, e consiste nell’impegnarsi in un compito o in un’attività perché essi sono soddisfacenti in sé, provocano piacere o divertimento. Partendo da tale distinzione, gli studiosi hanno concettualizzato la motivazione come un continuum dal controllato estrinsecamente all’autodeterminato: agli estremi del continuum ci sarebbero i comportamenti controllati esternamente e quelli motivati intrinsecamente; in mezzo, ci sarebbero i comportamenti in origine regolati da forze esterne ma poi trasformatisi fino ad essere adottati come in sé dotati di valore, cioè come autodeterminati.
In linea generale bisogna osservare che il desiderio del soggetto che apprende è indirizzato verso questo o quell’oggetto (un buon voto, il sapere come conquista “disinteressata") dalle attribuzioni di senso di una comunità, da considerare nelle sue progressive articolazioni: il contesto culturale di riferimento, i valori di una determinata società o temperie, con l'idea di educazione che esprime, la famiglia, il gruppo dei pari. Ad influenzare il modo in cui si apprende e la finalità per cui si apprende dunque non sono solo obiettivi cognitivi (soddisfare la curiosità, padroneggiare una competenza o una situazione) o obiettivi di prestazione (dimostrare le proprie capacità, ottenere giudizi positivi), ma anche obiettivi sociali, cioè l'intento di stabilire e mantenere buone relazioni con gli altri.Alcuni studiosi moderni distinguono due tipi di obiettivi sociali:
1) obiettivi orientati al Sé: il soggetto mira a ricevere l'approvazione, a essere considerato bravo e competente per rinsaldare il suo senso di appartenenza al contesto ambientale;
2) obiettivi orientati agli altri o alla comunità di riferimento: il soggetto mira ad essere o ad essere ritenuto un membro degno e produttivo del gruppo.Che relazione si instaura tra obiettivi cognitivi e sociali? Quali effetti hanno tali obiettivi sulle prestazioni e sull'apprendimento? Per rispondere a questa domanda, esaminiamo delle situazioni concrete.Prendiamo il caso di uno studente i cui genitori attribuiscono importanza rilevante al profitto scolastico; se il soggetto è spinto dal desiderio di compiacere la famiglia, l'obiettivo sociale può condurre a perseguire con maggior forza l'obiettivo di prestazione e stimolare lo studente ad agire in modo da ottenere buoni voti, a prescindere dalla conoscenza acquisita (per esempio copiando un compito in classe, evitando situazioni di apprendimento difficili etc.)Esaminiamo ora il caso di uno studente la cui famiglia attribuisce valore all'impegno e alla conoscenza presi di per se stessi, al di là delle conseguenze concrete sul piano del profitto scolastico. In questo caso, se a sua volta il soggetto attribuisce importanza all'approvazione della famiglia ed ha interiorizzato il modello di comportamento da questa proposto, l'obiettivo sociale può rafforzare l'obiettivo di apprendimento e stimolare lo studente a ricercare situazioni e compiti impegnativi, che gli possano consentire di acquisire nuove conoscenze o abilità. Prendiamo il caso di una famiglia che considera alcune discipline particolarmente importanti ed altre trascurabili, perché non direttamente implicate nella formazione di conoscenze/competenze ritenute utili per la futura collocazione professionale del figlio. In tale situazione, gli obiettivi cognitivi e sociali dello studente appariranno ben coordinati per le discipline valutate come importanti, ma non per le altre.Prendiamo ora il caso di uno studente che, pur animato dal desiderio di riuscire bene a scuola, attribuisce valore dominante all'approvazione del gruppo dei pari. Se in tale gruppo appare “vincente” un comportamento di disinteresse o di disaffezione nei confronti della scuola o del sapere, l'obiettivo sociale finisce per confliggere con quello cognitivo: la finalità di essere accettato e di rinsaldare il senso di appartenenza al gruppo di riferimento diventa più importante della spinta motivazionale ad apprendere.Esaminiamo il caso di uno studente che, in un ambiente di apprendimento competitivo, è spinto dal desiderio di riuscire, di essere considerato bravo dagli insegnanti, per rafforzare la propria immagine di sé. In questo caso, i coetanei possono essere percepiti come “rivali”, come ostacolo al raggiungimento di una affermazione personale o di una certa forma di vita; gli obiettivi sociali appaiono conflittuali tra loro ma stimolano a perseguire con forza gli obiettivi cognitivi, di padronanza o di prestazione.Sulla base dell'esame delle situazioni cui abbiamo fatto riferimento, si può concludere che non è possibile stabilire una regola generale che contribuisca a spiegare la relazione tra obiettivi cognitivi e obiettivi sociali: essi possono competere fra loro oppure influenzare in modo congiunto la prestazione, a seconda della presenza di altre variabili influenti. A questo risultato sono giunte anche alcune ricerche condotte sul campo, che hanno dimostrato come tra obiettivi sociali e cognitivi esistano a volte relazioni positive (rinforzanti), a volte negative (di conflitto), a volte nulle (insignificanti).La coordinazione di obiettivi cognitivi e obiettivi sociali è comunque più facilmente raggiungibile in ambienti di apprendimento basati sulla collaborazione e la cooperazione. Essa è ritenuta particolarmente alta nelle “comunità di apprendimento” progettate e poste in essere sulla scorta delle teorie costruttiviste: esse, infatti, sono fondate sulla condivisione sociale dei compiti, sulla valorizzazione delle abilità di ogni soggetto, chiamato a svolgere di volta in volta compiti diversi (principiante, apprendista, insegnante, esperto) in un dinamico e flessibile gioco dei ruoli, sulla legittimazione ed il rispetto delle differenze. L'interdipendenza e la condivisione delle risorse (umane, tecnologiche, materiali) promuovono un clima di responsabilità collettiva e di mutuo rispetto che rafforzano da un lato il senso di appartenenza ad un gruppo impegnato in un progetto condiviso (identità di comunità) e dall'altro il senso dell'identità personale.Come esempio di tecnica finalizzata alla condivisione, distribuzione, disseminazione ed appropriazione delle competenze, si può citare il jigsaw, o “mosaico ad incastri”, una tecnica originariamente proposta da E. Aronson ma affinata nelle FCL (Fostering Communities of Learners, “Comunità facilitanti di allievi”) progettate da Anna Brown e Joseph Campione. Il jigsaw consiste nel suddividere la classe in gruppi, ciascuno dei quali è impegnato in un'attività di ricerca in relazione ad un aspetto di un dominio problematico. Terminata la prima fase, si compongono gruppi formati ciascuno da allievi competenti nei vari aspetti del problema precedentemente studiati: essi hanno il compito di indagare uno specifico problema trasversale al dominio, anche attraverso l'applicazione collaborativa delle singole conoscenze e competenze acquisite.
· Sull'importanza degli obiettivi sociali ai fini dell'apprendimento, si può consultare: J. Juvonen -B. Weiner, An Attributional Analysis of Students’ Interactions. The Social Consequences of Perceived Responsability , in "Educational Psychology Rewiew", 1993, n. 5, pp. 325-345.
· La teoria del “modello triangolare” del desiderio è stata esposta da R. Girard in Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), tr. it., Bompiani, Milano 1981. Una fine interpretazione della prospettiva si trova in G. Minichiello, Autobiografia e pedagogia. Il racconto di sé da Rousseau a Kafka, La Scuola, Brescia 2000, pp. 103-111.· Molto interessante la definizione, proposta da G. Minichiello, del maestro come modello di conoscenza, quale rapporto di senso all’essere, di esperienza, quale attraversamento del senso del mondo, di desiderio, come legame che riempie di senso la molteplicità degli oggetti che costituiscono il mondo. Su questo, cfr. Cfr. G. Minichiello, Il rapporto maestro-allievo nella rivelazione della verità, in AA.VV., Maestro, maestri, nuovi maestri, Atti del XL Convegno di Scholé, La Scuola, Brescia 2002, pp. 17-50.· La frase citata di Aldo Giorgio Gargani è tratta da La verità come immagine influente, in AA.VV., Il destino dell’uomo nella società post-industriale, Laterza, Roma-Bari 1987.
II. Motivazione, un costrutto misurabile?