PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA |
PATRI ANGELO
di Marinella Attinà
Angelo Patri, educatore e pedagogista, tra dimenticanze e rivisitazioni
Lo studioso Ambrogio Ietto, autore di un bel saggio dal titolo Angelo Patri - Da emigrante a schoolmaster (1), per le edizioni Plectica di Salerno, ci offre l’occasione per ricordare una figura della pedagogia del novecento caduta, forse troppo frettolosamente, nell’oblio della memoria storico-culturale del nostro Paese.
Di quest’autore, infatti, non vi è traccia, se non labilissima, nei classici manuali di storia della pedagogia, da quello di Giorgio Chiosso a quello di Franco Cambi, solo per citarne alcuni in uso nell’Accademia. Eppure a quest’autore Lombardo Radice riserva un’ampia introduzione al saggio L’educazione del fanciullo, eppure a questo autore Ferdinand Buisson dedica la prefazione all’edizione francese del saggio A schoolmaster of the Great City, eppure l’esperienza condotta dal Patri nella sua Public School 45 riceve apprezzamenti lusinghieri da parte di Montessori, Ferrière, Valitutti…
Ma, nonostante questi molti eppure, Patri, nel panorama della riflessione storico-pedagogico-didattica, è noto a pochi, e, se non ignorato, certamente marginalizzato. Tale condizione è dettata forse dalla banale considerazione del nemo profeta in patria per cui la cultura pedagogica italiana ha dimostrato spesso di innamorarsi di altri autori, purché non italiani. O è dettata forse dal fatto che la rilevanza pedagogica di Patri s’inscrive all’interno della prospettiva attivistica di J.Dewey e che la personalità di tale autore è tale da fare ombra, involontariamente, ad altre figure, come quella di Angelo Patri, che avrebbero certamente meritato un’eco ed un’attenzione diversa, meno provincializzata e di più ampio respiro nazionale.
Tali considerazioni spingono ad apprezzare ancora di più il tentativo di ridare nuovamente voce all’emigrante di Piaggine partito dalla sua terra cilentana ed approdato assieme alla madre ed alla sorella nel 1881 in terra newyorchese. Il tentativo condotto da questo studioso non si esaurisce in una semplice biografia del Patri, né si risolve, come sottolineato acutamente anche da Giuseppe Acone che ha firmato la prefazione del libro, in una mera operazione di restauro di questo personaggio lontano e dimenticato. Peraltro, il prezioso “affresco storico-socio-pedagogico” con il quale può essere emblematizzato il saggio dedicato a Patri, riesce a mantenere la distanza dal rischio di pedanteria che attraversa alcuni approfondimenti storico-pedagogici. Questi, pur meritevoli sul piano della ricerca delle fonti e degli approfondimenti scientifici, non riescono spesso a coinvolgere ed appassionare il lettore oltre il grado dell’interessamento. In questo caso, invece, il lettore, sia esso esperto o meno delle nostre piccole “cose pedagogiche”, attraverso quel misterioso circolo ermeneutico che si stabilisce con il testo, incontra la storia, il vissuto, le ansie e le gioie, lo sconforto e le soddisfazioni di questo protagonista dell’educazione, in bilico tra l’eredità di una tradizione mai dimenticata e la forza dell’innovazione, propria di quei processi di modernizzazione della società americana agli inizi del novecento.
In qualche passaggio iniziale, la storia di Angelo Patri riporta alla mente i protagonisti del romanzo Vita della scrittrice Melania Mazzucco, e del film Mondonuovo di Emanuele Crialese liberamente tratto ed ispirato proprio a questo romanzo. E’ interessante cogliere alcuni motivi di assonanza che legano i vissuti di questi “emigranti”. Ma gli elementi comuni non sono solo la condizione di immigrato dei protagonisti, quel lungo viaggio della speranza e della scommessa in una di quelle “navi di Lazzaro” , fortunatamente poco presente nei ricordi di Biondino (così si autodefinisce da piccolo lo stesso A.Patri), ma l’aver voluto sottolineare il valore, la potenza evocativa della parola, l’importanza delle competenze strumentali: A. Patri così come Diamante –il coprotagonista di Vita- aveva assunto il compito del “piccolo scrivano” e manteneva i rapporti epistolari tra la little Italy prevalentemente analfabeta e i congiunti rimasti nel cuore del Cilento, imparando così a “sentir battere i cuori semplici”; e ancora, A.Patri comprende subito l’importanza di acquisire gli strumenti comunicativi della nazione ospitante, proprio come Diamante scambiava addirittura “baci” con la “parole nuove” che Vita gli insegnava.
E’ merito di Ambrogio Ietto l’aver rilevato quanto l’esperienza culturale e professionale di A.Patri fosse stata segnata dalla figura del padre, quel “padre incolto e modestissimo operaio”, come lo definì Lombardo Radice, che ispirò, con la sua umanità, con il suo essere depositario e cantastorie di una memoria antica, la vita ed il metodo della scuola nuova di A.Patri.
Ecco, emerge il primo motivo forte dell’opera pedagogica di Patri: la famiglia, intesa sia in chiave di vissuto soggettivo sia in chiave di dimensione oggettiva, sulla quale far leva per impostare un’idea di scuola-comunità, quell’idea che in Italia prenderà forma solo a partire dagli anni settanta, con i decreti delegati. Non sarà solo il background familiare a marcare e a differenziare la vita del Patri rispetto a quella di molti altri connazionali, ma sarà soprattutto l’incontro con il pensiero di J.Dewey a segnare la sua formazione culturale e pedagogica. Questo incontro (A.Patri legge il Saggio sui principi morali di J.Dewey), configurerà la vita di Patri non solo e non tanto in termini di affermazione del “sogno americano”, quanto in termini di un sogno americano inverato sub specie educationis.
E allora leggendo i motivi pedagogici e metodologico-didattici sottesi all’esperienza scolastica della sua Pubblic School 45, come la centralità delle attività laboratoriali, la centralità delle forme di alleanza tra scuola e territorio, la necessità del coinvolgimento dei genitori, il superamento dell’arido nozionismo, la necessità di rispondere all’attività spontanea del fanciullo, non si può fare a meno di constatare le affinità con quanto rinvenibile nei testi di Dewey, da Scuola e società al Il mio credo pedagogico fino a Educazione e democrazia, solo per citarne alcuni, ove si compie il passaggio culturale e didattico dalla scuola magistrocentrica alla scuola puerocentrica.
E proprio in questi motivi che è possibile cogliere l’attualità del pensiero di Patri.
Un pensiero che certamente va contestualizzato, che richiede un’interpretazione critica alla luce di quelli che sono stati i successivi contributi della riflessione psico-socio-pedagogica. Infatti, oggi può apparire ingenua l’idea, di rousseauiana memoria, che Patri ebbe dell’infanzia, un’infanzia “riverente e lieta”. Ingenua proprio sulla scorta di un’immagine contemporanea di bambino epistemico, lettore e costruttore della realtà. Occorre sottolineare però che il Patri non sposò quell’”educazione negativa” prefigurata da Rousseau, ma si avvicinò al concetto di educazione “positiva” molto più vicina al pensiero pestalozziano.
L’attualità di Angelo Patri è rinvenibile in tutto quel complesso pedagogico-normativo che dagli anni settanta fino ai recenti interventi in materia di autonomia scolastica e di personalizzazione dei percorsi formativi, ha messo capo ad un’idea di scuola in grado, attraverso la flessibilità organizzativa e didattica dei suoi interventi, di chinarsi sull’alunno sul piano cognitivo e su quello affettivo-relazionale.
E ancora possiamo sentire il respiro dell’attualità dell’opera di A.Patri nella valorizzazione dei linguaggi non verbali, nell’aver ispirato il complesso delle attività didattiche ad un clima socialmente positivo, nell’aver intuito la necessità del coinvolgimento della comunità locale, nell’aver sottolineato la centralità delle attività laboratoriali (tipografia, ceramica, officina, teatro), nell’attenzione agli alunni svantaggiati.
Ma forse il motivo di maggiore attualità del pensiero di Patri è da rintracciare nel rapporto tra emigrante e paese ospitante, cioè, tra processi di emigrazione e processi di integrazione. E’ un rapporto oggi che, nella sua drammatica attualità, ci investe profondamente come educatori e come pedagogisti e investe tematiche cruciali come quella della multiculturalità e dell’interculturalità.
E mi sembra davvero importante sottolineare come il Patri abbia saputo indicare alcuni vettori operativi di riferimento: da un lato memoria, tradizione, cultura o subcultura di appartenenza (nel caso specifico del Patri il Cilento fungerà da spazio geo-antropologico di riferimento), che rappresentano l’identità culturale da recuperare e valorizzare, pur facendo opera di critica e censura di alcuni comportamenti propri della comunità di appartenenza, dall’altro la conoscenza, la condivisione e non acritica accettazione, della lingua e delle regole organizzative della comunità ospitante, che rappresentano la via maestra dell’integrazione partecipata.
La tematica dell’interculturalità rappresenta oggi una delle sfide più impegnative, alla quale, ancora una volta, è chiamata la scuola, in quanto istituzione intenzionalmente e sistematicamente orientata ad educare.
Alla luce di queste riflessioni si comprende allora come sia davvero lodevole l’azione di chi voglia centralizzare nel panorama storico-pedagogico la figura di A.Patri, una figura ancora capace di parlare alla mente ed al cuore di coloro che vogliano autenticamente educare.
Docente di Pedagogia Sociale
Università di Salerno
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(1) IETTO A., Angelo Patri, da emigrante a schoolmaster, Plectica, Salerno, 2006 (Recensione di UMBERTO TENUTA, in RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA: www.rivistadidattica.com
18 dicembre 2007
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