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PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

SCRUTINI ED ESAMI
di Umberto Tenuta

 

Non più il timore degli esami, visti come verifica della propria autorealizzazione umana, culturale, sociale e professionale

 

Si approssimano gli scrutini e gli esami. 

Entrano in fibrillazione i docenti ma soprattutto gli alunni.

Gli esami hanno costituito sempre uno degli aspetti più rilevanti dell'attività scolastica: la scuola è stata vista sempre in funzione degli esami, ai quali si è subordinato l'impegno didattico dei docenti e soprattutto l'impegno degli alunni nello studio dei contenuti disciplinari.

Anche se il proverbio proclama “Non scholae sed vitae discimus””, in realtà è difficile rinvenire alunni che non studino in vista degli esami. Addirittura, a livello universitario, l’impegno degli studenti si concentra soprattutto sulla preparazione agli esami, a volte anche sacrificando la frequenza delle lezioni.

La  preoccupazione degli esami giunge fino alla scuola primaria, lasciando immune solo la scuola dell'infanzia.

Tuttavia, ciò che maggiormente colpisce di questa preoccupazione per gli esami è il significato che essi assumono, significato che non è tanto quello di verifica delle competenze, ma di “forche caudine” da attraversare per proseguire nel corso degli studi e per pervenire al conseguimento del diploma o della laurea.

Ciò che sembra dominare l'impegno dei docenti e degli alunni è il conseguimento del diploma o della laurea, attraverso il superamento dei successivi sbarramenti costituiti dagli scrutini e dagli esami annuali cui è propedeutico l'esito positivo delle prove orali e scritte durante il corso dell'anno scolastico. 

È  questa una prospettiva che nasce dal valore legale riconosciuto al titolo di studio, che si pone come strumento di accesso al mondo del lavoro. Per poter svolgere un'attività lavorativa o per poter accedere ad un impiego è necessario il diploma o la laurea.

Questa circostanza falsa il significato dei processi educativi e didattici, che solo nominalmente restano finalizzati alla formazione umana, culturale, sociale. Anche la formazione professionale viene vista, non tanto in riferimento all'acquisizione delle competenze specifiche necessarie a svolgere una determinata attività lavorativa, quanto al conseguimento del titolo di studio.

Certamente, l’assillo degli esami è meno avvertito a livello di scuola primaria e anche di scuola media, ove però l'esame resta comunque l'obiettivo dominante se non esclusivo dell'impegno di studio degli alunni, e non di rado delle preoccupazione dei docenti.

Non  sembra necessario soffermarsi ed evidenziare che si tratta di una concezione errata dello studio a tutti livelli scolastici.

L’impegno degli alunni nello studio, in qualsiasi scuola, dovrebbe nascere dal desiderio di autorealizzazione, di crescita, di sviluppo e di formazione umana, culturale, sociale e, perché no, anche professionale.

A qualsiasi livello di scuola, gli alunni dovrebbero percepire come motivazione del loro impegno nei processi di apprendimento il bisogno, il desiderio, la volontà di autorealizzazione (<<pieno sviluppo della persona umana>>), visto anche nella prospettiva della <<effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese>>(art. 3 Cost.).

Il successo scolastico dovrebbe essere sempre visto come successo formativo e quindi come successo nella propria autorealizzazione umana.

In tale prospettiva dovrebbe essere vissuto l'impegno nei processi apprenditivi e formativi e gli stessi esami dovrebbero essere visti come segni, testimonianza, conferma del raggiungimento di atteggiamenti, di capacità e di conoscenze[i] che testimoniano la propria autorizzazione, la propria crescita umana, la propria umanizzazione, la realizzazione della propria personalità, del proprio essere.

Il bambino è piccolo ed aspira a divenire adulto, cioè cresciuto, alimentato e quindi nutrito, fisicamente e culturalmente.

Il bambino sa di non sapere ma soprattutto sa di non saper fare, sa di non essere capace. Avverte  che egli non sa fare quello che sanno fare gli adulti e desidera colmare questo iato: desidera crescere, desidera diventare adulto, capace e sapiente.

Questo avviene fuori della scuola, ad esempio nel gioco, ove il bambino desidera imparare le regole ed acquisire le competenze necessarie per affermarsi.

Tra la vita e la scuola si produce una fattura: quando entra a scuola,  l'alunno cessa di essere un bambino, diventa uno scolaro e la sua attività è dettata da motivazioni estrinseche, quasi sempre rappresentate dal superamento degli esami. 

Ora, siccome i bambini, gli adolescenti e anche i giovani non sempre riescono a proiettarsi nel futuro ed a vedere l'utilità del titolo di studio, il loro impegno nell'esecuzione dei compiti scolastici risulta quasi sempre dettato da motivazioni estrinseche, quali quelle di evitare una frustrazione, una condanna, una pena. Si  manifesta anche così il bisogno di autorealizzazione, anche se vissuto in negativo, cioè per evitare sconfitte, depauperamenti, svalutazioni. Non ci si impegna per crescere, ma per non decrescere.

Ogni essere umano aspira alla propria affermazione ed evita ogni situazione che possa danneggiarla.

Questo avviene anche a livello animale, perché ogni essere vivente evita ciò che lo possa danneggiare. 

L'esame non è percepito come conferma della propria crescita ma come bisogno di evitare una disconferma, una sconfitta, una mortificazione. 

È  possibile invertire una tale situazione?

È  possibile evitare che gli alunni temano agli esami e fare in modo che essi li amino, di desiderino, li vogliano?

Forse  sì, ma a condizione che sia abolito il valore legale dei titoli di studio, sanzionando così che quello che conta non è il conseguimento del diploma ma il possesso delle competenze in termini di capacità, di atteggiamenti e di conoscenze, cioè in termini di autorealizzazione umana, intesa come piena formazione della personalità, come formazione umana, sociale, professionale. 

Considerato che oggi, almeno nelle attività lavorative private, ciò che importa non sono i titoli di studio ma le effettive competenze, forse si potrebbe cominciare ad operare un'inversione di tendenza e a far amare lo studio come strumento della propria crescita umana, della propria autorizzazione, della propria riuscita, della propria nascita alla condizione umana.

Questo  compito è agevole a livello di scuola dell'infanzia e di scuola primaria.

Potrebbe essere portato avanti anche nella scuola media, in quanto scuola per la formazione di base, non selettiva.

Più difficile è a livello di scuola secondaria e di università, fino a quando rimane il valore legale dei titoli di studio.

Ma ci si può incamminare sulla nuova strada, cambiando innanzitutto l'atteggiamento dei docenti, che non dovrebbero mai invocare lo spauracchio degli esami e dovrebbero far vivere agli alunni  gli esami, gli scrutini, le interrogazioni, le prove periodiche come strumenti della loro crescita, della loro autorealizzazione.

Nessun  alunno teme la bilancia e l’asta per misurare la propria altezza, che gli danno conferma della sua crescita fisica.Nessun alunno dovrebbe temere le prove di esame che danno la conferma della propria crescita nei saperi, nelle competenze e negli atteggiamenti. 

Evidentemente, ciò comporta che l'apprendimento acquisti sempre più carattere formativo. Attraverso i processi apprenditivi, soprattutto se realizzati nelle forme della ricerca/riscoperta/reinvenzione/ricostruzione (problem solving)[ii], auspicabilmente nella forma del cooperative learning[iii], gli alunni sviluppano gli atteggiamenti e acquisiscono le capacità e le conoscenze che assicurano la loro autorealizzazione. 

Bruner parla di bisogno di competenza ed enfatizza la curiosità come motivazione fondamentale dell'apprendimento[iv]. 

La volontà di apprendere deve essere subordinata alla volontà di successo, di crescita, di autoaffermazione.

In tale prospettiva, si restituisce alla parola studente il suo significato autentico di amore del sapere e lo studente si configura come filosofo (colui che ama sapere)[v].

La scuola si trasforma da luogo della pena di apprendere a  luogo della gioia di imparare[vi], della gioia di vivere, che è gioia di essere. 

La nuova scuola, la scuola dell’autonomia , che è la scuola del successo formativo, non può non incamminarsi su questa strada. 

Questa inversione di tendenza comporta evidentemente anche un diverso atteggiamento dei docenti, perché la gioia di apprendere non può essere contagiata se i docenti non avvertono anche essi la gioia insegnare, quali uomini di cultura e non mestieranti. 

Docenti si è solo quando si avverte la passione del sapere.

Non per nulla i primi docenti  erano i filosofi (coloro che amano il sapere).


[i] In merito cfr.: TENUTA U., I contenuti essenziali per la formazione di base: homo patiens, habilis, sapiens, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 1998, N. 5; TENUTA U.,  Verificare le conoscenze essenziali, ma soprattutto le capacità ed anche gli atteggiamenti, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 2002, n. 4; TENUTA U., Atteggiamenti: non solo conoscenze, non solo capacità, Il Dirigente scolastico, ScuolaSNALS, Roma, gennaio 2002; TENUTA U.,  Conoscenze Capacità Atteggiamenti; TENUTA U.,  Obiettivi Formativi da Raggiungere; TENUTA U., Obiettivi Formativi e Competenze; TENUTA U.,  Obiettivi Specifici di Apprendimento; TENUTA U.,  Obiettivi: come districarsi?;  TENUTA U. , Atteggiamenti Capacità Conoscenze, nel sito http://www.edscuola.it/archivio/didattica/index.html

[ii] Sul problem solving, cfr.: G.MOSCONI, V.D'URSO, La soluzione di problemi. Problem-sol­ving, Giunti-Barbèra, Firenze, 1973; PETRACCHI G., Apprendimento scolastico e insegna­mento, La Scuola, Brescia, 1981; AUSUBEL D.P., Educazione e processi cognitivi, Angeli, Milano, 1978.  Per un approfondimento della problematica del pensiero intuitivo, cfr. BRUNER J.S., Dopo Dewey - Il processo di apprendimento nelle due culture, Armando, Roma, 1972.

[iii] In merito cfr.: Johnson, D.W. et al., Apprendimento Cooperativo in Classe, Edizioni Erickson, Trento, 1997; PONTECORVO C., AIELLO A.M., ZUCCERMAGLIO C., Discutendo si impara. Interazione sociale e conoscenza a scuola, NIS, Roma, 1991; PONTECORVO  C. (a cura di), La condivisione della conoscenza, La Nuova Italia, Firenze, 1993; PONTECORVO C., AIELLO A.M., ZUCCERMAGLIO C., (a cura di), I contesti sociali dell’apprendimento. Acquisire conoscenze a scuola, nel lavoro, nella vita quotidiana, LED, Milano, 1995;. Ligorio M.B., Apprendimento e collaborazione in ambienti di Realtà Virtuale. Teoria, metodi, tecniche ed esperienze, Garamond, Roma 2002 

[iv] Bruner J. S., Verso una teoria dell’istruzione, Armando, Roma, 1967.

[v] Studente da  studium che in latino significa anche "passione, desiderio, impulso interiore".. Scrive F. Ferrarotti che <<La scuola non sembra in grado di stimolare e far scoprire ai giovani la gioia della lettura, e di riportare lo studio al suo significato originario di studium, ossia amore, passione, avventura>> (Presentazione: FERRAROTTI F., Leggere, leggersi, Donzelli, Roma, 1998).  

[vi] TENUTA U., Gioia di Imparare ; Gioia di imparare / Gioia di insegnare ; Gioia e Gusto di Imparare , in DIDATTICA@EDSCUOLA.COM del sito Http://www.edscuola.com/dida.html

 

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