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PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

EDUCAZIONE - IL COMPITO FORMATIVO DELLA FAMIGLIA, DELLA  SCUOLA E DELLA SOCIETÀ  
di Umberto Tenuta

La scuola ha un preminente compito formativo più che istruttivo

Ogni mattina milioni di giovani vanno a scuola:  vanno a scuola, perché esiste l’obbligo scolastico, un obbligo sancito sul piano giuridico dai 6 ai 15 anni, ma di fatto sancito dalla prassi anche per i bambini di 3 anni che al 90 % frequentano la scuola dell’infanzia e sancito anche per quelli ancora più piccoli, per esigenze sociali e lavorative dei genitori. Un esercito di giovani ogni mattina invade le aule, più o meno adatte alla funzione cui dovrebbero assolvere.
Nessuno mette in dubbio questo evento, che sembra ineluttabile, salvo quando i giovani singolarmente decidono di marinare la scuola o quando in massa decidono di scioperare o di occupare la scuola .
Una domanda però non viene posta con la dovuta attenzione: perché i giovani vanno a scuola?   Oddio, la domanda, seppure implicita, viene posta e la risposta, seppure implicita, viene data: i giovani vanno a scuola per  imparare e per formarsi. Tuttavia, forse è il caso di approfondire la situazione .
Innanzitutto, i giovani vanno a scuola per imparare o vanno a scuola per formarsi? Poi, che cosa imparano i giovani? E, in che senso, si formano? A fronte di un fenomeno così consistente, quale quello di milioni di giovani che vanno a scuola, ci si aspetterebbe una maggiore consapevolezza. I giovani vanno a scuola per imparare: per imparare che cosa? I giovani vanno a scuola per formarsi: in che senso si formano i giovani a scuola? Ecco, queste dovrebbero essere due domande ben precise, nette, chiare così come le risposte. Bisognerebbe sapere che cosa i giovani imparano a scuola e bisognerebbe sapere in che senso i giovani si formano a  scuola.
A queste due domande purtroppo non si danno risposte chiare. In verità, tutti sanno che nelle scuole ci sono i Programmi didattici, i quali dicono
- dovrebbero dire - quello che i giovani dovrebbero  imparare e in che senso dovrebbero formarsi.
Ma, al riguardo, le cose  non  sono poi così chiare come potrebbe sembrare. Non sono state chiare nel passato e non sono chiare soprattutto oggi. Nel passato, v’erano i Programmi didattici, a volte generici, ma a volte precisi, puntuali, dettagliati, come, ad esempio, i Programmi didattici Orestano del 1904 per la scuola elementare.
Ma i Programmi didattici, più o meno puntuali ed a volte, almeno apparentemente, ossessivi (”Dobbiamo svolgere i Programmi”), affermano angosciati i docenti!), in effetti poi subiscono  decurtazioni, riduzioni, omissioni più o meno consistenti! Anche gli strumenti di controllo, nel passato previsti in via ordinaria, non riuscivano ad essere adeguati alla bisogna e a verificare che i Programmi didattici venissero effettivamente svolti. Peraltro, esistevano strumenti giuridici che consentivano una certa elasticità nell’attuazione dei Programmi didattici. Ad esempio, per quanto riguarda la scuola elementare, già nel 1894 si prevedeva che ogni docente adeguasse i Programmi didattici alle esigenze della propria classe, elaborando un suo personale piano di lavoro.
È stata questa una prassi universalmente seguita in tutte le scuole, per cui  quello che contava non erano tanto i Programmi didattici ministeriali quanti i Piani di lavoro dei docenti. Poi è arrivata la normativa delegata del 1974, la quale prevedeva la Programmazione educativa , per cui ogni scuola aveva la sua Programmazione e quindi i suoi Programmi didattici.
Occorreva  consultare le programmazioni educative delle singole per sapere quali erano i Programmi didattici di quelle scuole, Programmi didattici che peraltro poi venivano adattati alle realtà delle singole classi e addirittura dei singoli alunni, soprattutto dopo le indicazioni normative di cui alla Legge 517/1977 sull’individualizzazione dell’insegnamento.
Ancora più avanzata in questa direzione è stata la normativa successiva. Negli anni ’80 ai Programmi didattici ministeriali si sono aggiunti, sovrapposti e sostituiti i Progetti educativi ministeriali, che hanno invaso le scuole, spesso mettendo in secondo piani i Programmi didattici ufficiali. Infine, nel momento in cui il Regolamento dell’autonomia scolastica di cui al D.P.R. 275/1999  ha sancito l’autonomia delle scuole, è sembrato che si fosse arrivati al massimo della frammentazione e dell’incertezza non solo sui contenuti dell’apprendimento ma anche sui processi formativi. E invece così non è, proprio in virtù del predetto Regolamento.

PER UNA CORRETTA INTERPRETAZIONE DELLA SCUOLA DELL’AUTONOMIA Il Regolamento dell’autonomia scolastica di cui abroga i Programmi didattici e prevede gli obiettivi formativi, suddivisi in tre Quote: Quota nazionaleQuota riservata, Quota aggiuntiva .
La Quota nazionale è obbligatoria per tutte le scuole, la Quota riservata vale per le singole scuole, così come la eventuale Quota aggiuntiva. In questa sede non desideriamo prendere in considerazione il significato che la Quota riservata e la Quota aggiuntiva assumono nella prospettiva della personalizzazione  dei percorsi formativi dei singoli alunni, soffermandoci soprattutto sui contenuti delle tre Quote degli obiettivi, per domandarci se si tratta di obiettivi relativi all’istruzione  o di obiettivi relativi all’educazione.
Istruire o educare? Conoscere o formarsi? L’art. 8 del Regolamento dell’autonomia scolastica prevede che il Ministro indichi, non solo gli obiettivi generali, ma anche gli “obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni”. Anche nell’art. 13 del Regolamento dell’autonomia scolastica si prevede che “le istituzioni scolastiche possono contribuire a definire gli obiettivi specifici di apprendimento di cui all'articolo 8 riorganizzando i propri percorsi didattici secondo modalità fondate su obiettivi formativi e competenze. Peraltro, nel testo del Regolamento dell’autonomia scolastica si parla sempre di obiettivi formativi.
Gli stessi “obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni” sono indicati in termini di competenze e quindi in termini di educazione. Tuttavia, sia la Bozza dei Nuovi curricoli del 2001 che i Documenti Bertagna del luglio 2002, pur privilegiando le competenze, sembrano troppo indulgenti nei confronti dell’istruzione più che dell’educazione. Eppure la scuola di cui oggi si ha bisogno è una scuola formativa: è la scuola del pieno sviluppo della persona umana  di cui parla l’art. 3 della Costituzione repubblicana del 1948 (scuola della piena formazione della persona umana). Abbiamo bisogno di una scuola formativa per almeno tre motivi:
1) uomini non si nasce ma si diventa solo attraverso l’educazione[i], ed il compito della scuola e di tutte le altre istituzioni formative è il pieno sviluppo della persona umana (piena formazione della persona umana);
2) viviamo in una società in rapida trasformazione, nella quale l’educazione è l’esigenza prioritaria: non basta imparare una volta per sempre, ma occorre imparar ad imparare (lifelong learning)[ii];
3) l’acquisizione delle conoscenze avviene sempre più al di fuori della scuola, attraverso i mass media e soprattutto Internet.

CHE COSA SI FA NELLE SCUOLE?
Anche per questi motivi abbiamo bisogno di sapere con certezza quello che i nostri giovani vanno a fare nelle scuole: vanno a scuola per formarsi, per realizzare la piena formazione della persona umana (pieno sviluppo della persona umana) o vanno a scuola per acquisire un patrimonio di conoscenze destinato a divenire obsoleto prima che essi escano dalla scuola? Oggi sappiamo che i giovani non nascono né formati, né dotati di potenzialità, da intendere come possibilità formative che predeterminano la loro personalità, ma nascono solo con delle possibilità, con delle aperture, con delle disponibilità  e tutto  il sistema formativo integrato deve sentirsi impegnato a promuovere  la piena, integrale, originale, massimale formazione della personalità di ogni  giovane.
Attraverso l’educazione familiare ed extrascolastica in genere, ma soprattutto attraverso l’educazione scolastica, i giovani debbono realizzarsi al massimo, debbono essere messi nella condizione di attuare la loro piena formazione, la loro autorealizzazione umana, nel rispetto delle loro identità personali, sociali, culturali e professionali: quello che il Regolamento dell’autonomia scolastica chiama successo formativo. Ma proprio qui si rivela ancora una volta l’incertezza: quali sono gli atteggiamenti, le capacità  e le conoscenze che rendono piena, integrale, originale,  massimale la formazione?[iii]. Quando il giovane è pienamente formato? 
                                                                                                                                                                                
LA PIENA FORMAZIONE DEI GIOVANI
Dovremmo approfondire questa problematica. Innanzitutto, dovremmo domandarci quando la formazione è integrale, cioè promuove la formazione di tutte le capacità, di tutte le conoscenze, di tutti gli atteggiamenti umani, di quanto attiene non solo alla dimensione cognitiva, ma anche a quella linguistica, estetica, storica, geografica, sociale, morale, emotivo-affettiva ecc.
Homo sum: nihil humani a me alienum puto[iv]. Nulla di ciò che è umano mi è estraneo: né la Musica, né l’Architettura, né la Lingua, né la Matematica, né la Storia, né La Geografia … La scuola deve assicurare gli atteggiamenti, le capacità e le conoscenze[v]  relative a tutte le diverse dimensioni  della persona umana. Il Regolamento dell’autonomia scolastica prevede espressamente il successo formativo e la valorizzazione delle diversità[vi].
Ad ogni alunno che frequenta la nostre scuole deve essere assicurato il successo formativo, inteso appunto come piena, integrale, originale e massimale formazione della sua personalità.
Al riguardo, vorremmo evidenziare l’equivoco intorno ai <<capaci e meritevoli>> che pure è presente nella nostra Carta Costituzionale, retaggio di una concezione ancora  imperante a quel tempo. Capaci e meritevoli” non si nasce ma si diventa! Oggi lo confermano anche le neuroscienze: il cervello non è predeterminato ma si forma, e si forma, sia casualmente, sia e soprattutto  sulla base delle stimolazioni socioculturali che il bambino comincia a ricevere sin dal grembo materno e soprattutto nei primissimi anni di vita, per cui  diventa fondamentale la scuola dei genitori, diventano fondamentali i primi tre anni di vita, le esperienze socioculturali che il bambino vive in questi tre anni di vita, nei quali madre, padre, fratelli, nonni e zii sono i primi docenti; importanti, incisivi e decisivi docenti dei bambini. Ma in questa prospettiva un ruolo nuovo, incisivo, rilevantissimo occupa la scuola dell’infanzia.
Occorre puntare i riflettori sulla scuola del grembo materno e sulla  scuola dell’infanzia.
Queste dovrebbero costituire la preoccupazione di chi afferma di essere preoccupato di assicurare il successo formativo e di combattere il fenomeno della dispersione scolastica: a sei anni nella scuola elementare, a dieci anni nella scuola media, è troppo tardi per combattere la dispersione scolastica, per combattere la dispersione delle capacità umane, per assicurare la piena formazione della persona umana. Progetti educativi ministeriali, PON ecc. ecc sono tutti diversivi inconcludenti, come peraltro  testimoniano i loro risultati. Occorre puntare sulle famiglie ed occorre   puntare sulla scuola dell’infanzia, i cui Orientamenti educativi del 1991 sono di una grande valenza formativa.
Facciamo in modo che i genitori promuovano e sappiano occuparsi meglio della crescita, non solo fisica, ma anche mentale, sociale, emotiva, affettiva, linguistica ecc. dei loro figli e facciamo in modo che la scuola dell’infanzia possa pienamente dare attuazione ai campi di esperienza. I bambini imparano la lingua, anche quella italiana, nella famiglia, ma la imparano anche attraverso il campo di esperienza “I discorsi  e le parole”. I bambini imparano la Matematica nella famiglia, ma la imparano anche attraverso il campo di esperienza “Lo spazio, l’ordine e la misura.
Ecco gli obiettivi prioritari, da perseguire nella famiglia, nella scuola e nell’extrascuola, e che possono andare d’accordo anche con le tre “i”. Ma a condizione che i genitori siano sostenuti nel loro impegno educativo e che i docenti della scuola dell’infanzia e della scuola elementare, e delle scuole secondarie, siano sostenuti nel loro impegno formativo, soprattutto attraverso un sistema di formazione in servizio nuovo, completamente diverso da quello finora attuato: un sistema di aggiornamento che veda la costituzione di Centri per l’aggiornamento linguistico, matematico, storico, scientifico ecc. dei docenti delle singole scuole sul piano disciplinare, didattico, relazionale ed organizzativo[vii].
Occorre abbandonare definitivamente la politica vaga, generica, improvvisata dei corsi di aggiornamento sporadici, occasionali, disorganici, ora sulla programmazione, ora sulla interdisciplinarità, ora sull’autonomia ecc., tematiche tutte importanti, ma secondarie rispetto a quelli che sono i compiti specifici dei singoli docenti, i quali per il docente di Matematica sono l’acquisizione delle conoscenze, delle capacità e degli atteggiamenti matematici, per il docente di Musica sono l’acquisizione delle conoscenze, delle capacità e degli atteggiamenti musicali ecc. È difficile fare e comprendere un discorso così semplice, lineare, logico? Certamente no! È difficile invece attuarlo, sia perché mancano le risorse professionali, sia e soprattutto perché manca la volontà di fare un discorso serio sulla scuola. Se una grande industria automobilistica entra in crisi, tutti se ne preoccupano. Se una grande impresa qual è la scuola, la più grande impresa, perché il suo prodotto è l’uomo, la sua capacità di vivere, di lavorare, di partecipare alla vita economica, sociale e politica, sembra che a nessuno interessi più di tanto. Dentro le quattro mura delle scuole si può fare quello che si vuole, e si fa quello che si vuole, tanto nessuno si accorge se ciascuno dei 25 alunni che frequentano le singole classi ha realizzato la piena formazione della sua personalità (formazione motoria, formazione sociale, formazione emotivo-affettiva, formazione linguistica, formazione cognitiva ecc.). Forse, i genitori, non tutti, ma molti, se ne accorgono, ma c’è sempre qualcuno pronto a tentare di convincerli che il loro figlio capace e meritevole non è nato, purtroppo!

LE MAMME HANNO SEMPRE RAGIONE
Solo le mamme non si rassegnano facilmente. In cuor loro continuano a pensare, a sentire, a sperare che i loro figli potevano fare di più, potevano diventare più capaci, più motivati, più informati e più formati. Come  conferma G. Bollea[viii] , asse hanno ragione: ma chi le sta ad ascoltare? Chi sta ad  ascoltare le mamme, le quali affermano che i loro figli sono intelligenti, fuori della scuola! E purtroppo lo sono veramente, ma fuori della scuola, anche quando assumono atteggiamenti devianti.
Allora se ne accorgono tutti e si spendono somme ingenti per i danni ingenti prodotti, per le carceri, per la redenzione. Forse sarebbe stato più saggio investire di più nella prima educazione, in quella che i bambini ricevono nelle famiglie e nelle scuole dell’infanzia , se è vero che a quattro anni i bambini hanno sviluppato il 50% della loro intelligenza[ix].   Necessita un cambiamento di rotta, ma un cambiamento che nasca da una maggiore consapevolezza del ruolo formativo che svolgono le famiglie, la scuola per la formazione di base, il sistema formativo integrato nella sua interezza[x].   Questo cambiamento è possibile, però solo a condizione che diamo significato alle nostre affermazioni sui diritti dell’infanzia, sulla centralità degli studenti, pure sancita nei documenti ufficiali. Occupiamoci di quello che avviene dentro le famiglie, dentro le scuole, fuori delle scuole, e investiamo di più nell’educazione dei giovani, che costituiscono l’investimento più produttivo, per la loro serenità e per la serenità della società tutta, di cui ciascuno di noi dichiara di essere sommamente preoccupato.   Ma investiamo per rendere più produttiva l’azione formativa, attraverso il miglioramento dei processi apprenditivi e formativi, anche attraverso un impiego più efficace delle tecnologie educative.   Una  buona volta, preoccupiamoci seriamente dei processi educativi e formativi che si svolgono dentro le aule, e non solo degli aspetti organizzativi, formalistici,  coreografici, di facciata della scuola!   La scuola deve assolvere soprattutto ad un compito formativo (“pieno sviluppo della persona umana”) e  questo compito lo può assolvere solo se ai docenti sono assicurate le competenze necessarie per migliorare i processi di insegnamento e di apprendimento anche attraverso l’impiego delle tecnologie educative, comprese quelle multimediali. Occupiamoci di come la scuola promuove la costruzione dei concetti e soprattutto di come la scuola promuove la formazione delle capacità e degli atteggiamenti attinenti a tutte le dimensioni della personalità, assicurando a tutti i giovani il successo formativo, la loro piena formazione umana, la loro autorealizzazione.


[i] Scrive Kant che “La bestia è già resa perfetta dall'istinto...  L'uomo invece... non possiede un istinto e deve quindi formulare da sé il piano del proprio modo di agire... La specie umana deve esprimere con le sue forze e da se stessa le doti proprie dell'umanità. Una generazione educa l'altra... L'uomo può diventare tale solo con l'educazione(KANT E., Pedagogia, O.D.C.U., Rimini, 1953, pp.25-27).
[ii] In merito cfr.: MENCARELLI M.,  Educazione permanente, La Scuola, Bre­scia, 1970; FAURE E., Rapporto sulle strategie dell'educazione, Armando, Roma, 1973; LENGRAND D., Introduzione all'educazione permanente, Armando, Roma, 1973;  MENCARELLI M., Educazione permanente.Dall’educazione di base all’educazione dell’adulto, La Scuola, Brescia, 1970; DEMETRIO D., L’educazione permanente, La Nuova Italia, Firenze, 1979: pinto Minerva f., Progetto sapienza. Programmazione educativa per  una pedagogia del corso della vita, Laterza, Bari, 1988;KNOWLES M., Quando l’adulto impara, Angeli, Milano, 1993; DEMETRIO D:, L’educazione nella vita adulta, NIS, Roma, 1995.DI FRANCESCO G., RUFFINO M., L’approccio alle competenze come base per il long life learning, Osservatorio ISFOL, Roma, 1999.
[iii] In merito cfr.: Cresson, E., , Insegnare ad apprendere. Verso la società conoscitiva, Libro bianco su istruzione e formazione, Lussemburgo, Commissione Europea. 1995;TENUTA U., I contenuti essenziali per la formazione di base: homo patiens, habilis, sapiens, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 1998, N. 5; TENUTA U.,  Verificare le conoscenze essenziali, ma soprattutto le capacità ed anche gli atteggiamenti, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 2002, n. 4; TENUTA U., Atteggiamenti: non solo conoscenze, non solo capacità, Il Dirigente scolastico, ScuolaSNALS, Roma, gennaio 2002; TENUTA U.,  Conoscenze Capacità Atteggiamenti; TENUTA U.,  Obiettivi Formativi da Raggiungere; TENUTA U., Obiettivi Formativi e Competenze; TENUTA U.,  Obiettivi Specifici di Apprendimento; TENUTA U.,  Obiettivi: come districarsi?, nel sito Http://www.edscuola.com/dida.html.
[iv] Terenzio, Heautontimoroumenos, v. 77
[v] Vedi nota 3.
[vi] In merito cfr.:  TENUTA U., La flessibilità della scuola e la centralità degli alunni,  Anicia, Roma, 2002, con CD-ROM.
[vii] In merito cfr.:  TENUTA U., Starnet: una rete di star  in: httpwww.edscuola.it/archivio/didattica/index.html
[viii] BOLLEA G:, Le madri non sbagliano mai, Feltrinelli, Milano, 1995.
[ix] Mazzetti R. (a cura di), Scoperta dell’infanzia e nuove prospettive dello sviluppo dell’uomo, Edizioni Beta, Salerno, 1970.
[x] FRABBONI F. (a cura di), Il sistema formativo integrato, EIT, Teramo, 1989.25. De Rita-G.Bonomi, Manifesto per lo sviluppo locale. Dall'azione di comunità ai Patti territoriali, Bollati-Boringhieri, Torino,  1998; CIVES G., Scuola integrata e servizio scolastico, La Nuova Italia, FIRENZE, 1974: TELMON V., Problemi e criteri per una scuola comprensiva, CLUEB, Bologna, 1974.

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