COLLABORARE CON GLI ALTRI
di Linda Solino
Cooperative learning - Il produttivo piacere di collaborare
Un editoriale apparso sul numero di gennaio di "Nuovo Gulliver News", a cura del direttore editoriale P. Moliterni, riporta l'interessante scoperta di una équipe della Emory University di Atlanta, guidata dal prof. Berns, dell'esistenza di una base biologica dei sentimenti di altruismo e cooperazione. I ricercatori di Atlanta rilevano che nei soggetti i quali adottano comportamenti cooperativi o altruistici, si verifica un'irrorazione maggiore delle aree cerebrali che corrispondono al sentimento di gioia. Gli studiosi concludono che si proverebbe piacere nel collaborare o nel fare del bene agli altri.
Moliterni aggiunge : “È come se fossimo "programmati" per collaborare e, poi, per effetto delle condizioni sociali e storico-culturali, sviluppiamo sentimenti di affermazione personale…”.
È certamente interessante questa riflessione, dalla quale l'autore trae ispirazione per riflettere sull'insieme di rapporti all'interno di un sistema complesso come l'organizzazione scolastica e in particolare sul rapporto di colleganza, che penso sia molto utile riprendere e approfondire. A partire dalla metà del secolo scorso erano giunti a conclusioni simili all'èquipe di Atlanta una serie di studi sperimentali sui comportamenti solidaristici o orientati al bene sociale, effettuati da studiosi di scienze sociali come Rosenthal, Darley, Latanè e tanti altri.
Essi riferivano che i soggetti studiati erano portati ad intervenire per dare aiuto in misura molto maggiore se soli, mentre in presenza di altri cadeva drasticamente la propensione all'aiuto.
Allora si parlò di "diffusione della responsabilità" per spiegare questo preoccupante comportamento sociale. Alla luce di questi nuovi studi sarebbe molto più giusto definire l'influenza dell'altro o del gruppo come "inibente" della naturale reazione di altruismo per la quale sembriamo naturalmente predisposti.
Già studiosi come Ornestein e Sobel sostenevano qualche anno fa che nella storia dell'evoluzione umana la sorpresa più grossa potrebbe essere costituita dal fatto che la più alta forma di egoismo è l'altruismo, proprio per la benefica retroazione che esercita su chi lo pratica. Per quanto, invece, riguarda la cooperazione, gli studi sperimentali di Sherif, Asch, Scodel e altri, prendono in esame, fra l’altro, il ruolo della comunicazione che pare potenzi il comportamento cooperativo. Infatti, negli esperimenti in cui ai soggetti era permesso comunicare fra loro, questi sceglievano molto più frequentemente di cooperare e non di competere. La strategia cooperativa si dimostrava di gran lunga più gratificante per chi la sperimentava di quella competitiva.
Nel riferire le emozioni provate durante l'esperimento quelli che avevano cooperato con gli altri apparivano più distesi e soddisfatti, più in armonia con se stessi.
Chi aveva optato per la competizione riferiva più spesso sentimenti di ostilità, aggressività, inadeguatezza ed aveva la tendenza ad attribuire anche agli altri le stesse scelte competitive.
Questo ci porta ad analizzare il ruolo di alcuni processi sociali che costituiscono parte della comunicazione stessa, come le attribuzioni interpersonali (intese con Eisen come: "…i processi attraverso cui giungiamo ad attribuire… motivi, intenzioni…responsabilità ad un altro…"), di cui è uno splendido esempio lo studio di Rosenthal e Jacobson "Pigmalione in classe", riguardante le aspettative degli insegnanti che si autodeterminano (naturalmente questo è solo un esempio del ruolo che giocano le aspettative nei nostri rapporti con gli altri). Non dimentichiamolo, il concetto che ognuno ha del proprio sé è, in gran parte, un'interiorizzazione dell'immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi stessi.
Questo la dice lunga sull'origine sociale del sé, formatosi nell'interazione con il sistema sociale cui si appartiene.
Non è da trascurare, poi, nell'ambito della stessa comunicazione sociale, il processo di categorizzazione, ovvero nel nostro caso la rappresentazione che un gruppo si fa di sé e del proprio ambiente, attraverso processi di semplificazione e generalizzazione della realtà, non sempre precisi e puntuali, ma spesso con una forte connotazione emotiva.
Infatti una volta deciso che un persona o un oggetto vanno inseriti in una categoria, le informazioni successive vengono distorte in modo che si adattino alla categoria, confermandone l'efficacia. Sono proprio i processi di attribuzione e di categorizzazione che orientano il nostro comportamento, determinando la percezione dell'appartenenza a categorie particolari di soggetti: "dirigente scolastico", "dirigente amministrativo", "vicedirigente", "insegnante ", "collaboratore", "insegnante titolare di F.O.", “collaboratore titolare di F.A.”, (sono gli ultimi casi di categorizzazione all'interno dell'organizzazione scolastica, generalmente con connotazione negativa dal punto di vista emotivo). La percezione dell’appartenenza all’una o all’altra categoria porta all’adozione di comportamenti particolari ed aspettative specifiche connesse artificiosamente alla categoria e quando questa è percepita come negativamente connotata può portare ad una carenza di comunicazione, disfunzionale al raggiungimento degli scopi che si prefigge l'organizzazione scolastica e per i quali è fondamentale il clima collaborativo e comunicativo, molto più di quello competitivo.
I più recenti studi in ambito psicologico possono esserci di grande aiuto nella comprensione del tipo di comportamento da adottare o di intervento da attuare. Sappiamo che il processo di categorizzazione attraverso il quale ci rappresentiamo il mondo ha una fondamentale componente emotiva. Giustamente osserva la studiosa francese Isabelle Filliozat : "Per sostenere la sfida che la nostra epoca ci lancia, l'uomo deve ritrovare il contatto con le emozioni, dalle quali l'educazione ci ha allontanato…(anche perché)… le emozioni sono il nostro linguaggio comune".
Questo ci induce a riflettere seriamente sul concetto di intelligenza emotiva, introdotto da D. Goleman, cioè quella capacità di riconoscere e gestire bene le proprie emozioni e quelle degli altri, nell'ottica di poter ben lavorare insieme agli altri e non a prescindere o contro gli altri. Pensare di poter tranquillamente ignorare i conflitti che quotidianamente si delineano all'interno delle organizzazioni, sperando che lasciati a se stessi si ricompongano miracolosamente, è semplicistico e rischia di negare la portata emotivamente grave di alcuni processi che non sono privi di costi umani. Gli esempi possibili sono tanti. Penso all'arma della maldicenza, così spesso utilizzata per colpire e demotivare persone il cui potenziale espressivo è vissuto come una minaccia per alcuni soggetti. Negli ambienti in cui quest'arma sociale è usata spesso nei confronti di diversi soggetti, c'è una qualche patologia della comunicazione.
Laddove non si discute a fondo delle questioni ma ci si ferma ad un unanimismo di facciata, si ha un vuoto di comunicazione, creato dal "non detto", dalla mancata gestione di emozioni, difficili da manifestare.
Per questo penso sia sempre importante fornire stimoli per la discussione di nodi nevralgici, momenti di approfondimento di aspetti della vita di gruppo, in cui ognuno possa entrare interamente con le proprie emozioni, i propri vissuti, le proprie aspettative e confrontarle con quelle degli altri, mettersi in gioco e trovare una corresponsione alle proprie esperienze emotive. Sostiene un proverbio giapponese che nessuno di noi è intelligente come tutti noi insieme, quindi comunicandoci le nostre preoccupazioni, le nostre speranze, i nostri desideri, possiamo potenziare quell'importante rapporto di colleganza che sottolinea la nostra matrice comune e consente un'autentica collaborazione. Solo instaurando un clima autenticamente comunicativo, nel quale sia coinvolto il livello emotivo, ognuno potrà avvertire quanto è importante nella risoluzione dei problemi comuni e quanto può concretamente fare per il proprio e l’altrui benessere.
Si tratta, per tutti, di fare uno sforzo perché i risultati della ricerca pura possano trovare concreta applicazione nella quotidiana vita di relazione, non solo fra i professionisti a vario titolo implicati nel processo di insegnamento-apprendimento, ma anche fra i soggetti centrali di questo processo: gli alunni. Per ottenere questo vi è la necessità di potenziare il rapporto alunno-alunno quale fattore essenziale di sviluppo non solo relazionale, ma anche cognitivo.
E quale strategia migliore si può adottare del cooperative learning, atto a promuovere e a diffondere le abilità sociali e cognitive? È così che, nel collaborare con gli altri ricevendo in cambio un feedback positivo invece di biasimo o disapprovazione, ognuno può provare finalmente quel piacere anche fisico, che hanno così ben evidenziato i ricercatore di Atlanta con la loro scoperta.