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PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA


SENTIMENTI
di Mirella  Napodano

Dall’alterità all’altruità: la scuola dei sentimenti


La scuola dei sentimenti[1]
è il titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia Morale presso l’Università “Federico II” di Napoli, che ho recentemente presentato ad Avellino presso l’Istituzione Educativa “P.Colletta”.
Il testo reca un titolo provocatorio, a dir poco coraggioso, in quanto evoca un modello pedagogico che di primo acchito potrebbe sembrare buonistico, sentimentalistico, di deamicisiana memoria: in pratica lontano anni luce dalla concezione aziendalistica della scuola propostaci da qualche decennio a questa parte e implicitamente ribadita nei documenti della Riforma Moratti.
Per contro, la visione di Ferraro valorizza l’incontro personale, lo scambio paritetico, la condivisione delle emozioni e dei sentimenti nella quotidianità del rapporto vis à vis tra docente e studente: un incontro che riserva sempre novità, stupore e una buona dose di imprevedibilità, anzi di attesi imprevisti, secondo la mirabile lezione di Perticari, alla quale credo che questa scuola dei sentimenti possa essere accostata senza tema di smentite, pur muovendo i due autori da diverse premesse teoretiche. Sussiste dunque una ‘filosofia della quotidianità’ - di cui peraltro Ferraro si è già fatto promotore in alcuni Istituti penitenziari napoletani -  anche in ambito scolastico. Per di più, nella relazione educativa può e deve verificarsi il passaggio dall’alterità all’altruità, in cui possa prodursi - e contemporaneamente essere espiata - quella che egli non esita a definire la ‘colpa’ di  educare. Insegno filosofia. So di filosofia. Ho studiato. Ed è questa la mia colpa. Non posso sfuggirne. Chiunque insegna ne è esposto e preso. A educare poi si è sempre colpevoli…Si può essere responsabili o semplicemente essere causa, determinando una scelta, un percorso, un progetto di vita, una consapevolezza per ciò di cui si è fatto solo cenno e non per quello che si intendeva spiegare…Voglio cercare di uscire da questa linea e portare la colpa al di là della stretta di causa e responsabilità.” Ma a questo punto vien da chiedersi se si tratti veramente di una posizione inapplicabile in tempi di Paideia introvabile (per citare il titolo di un recente testo di Giuseppe Acone) - tra dilaganti richieste di efficienza ed efficacia di stampo quasi tayloristico - oppure se c’è ancora spazio nella scuola di oggi per veder sbocciare la meraviglia, l’incanto, lo stupore della conoscenza  nella reciprocità di un rapporto sui generis qual è quello che si istituisce tra insegnante ed allievo. Pino Ferraro ha una sua risposta, chiara ed inequivocabile: bisogna imparare a vedere e a sentire, a guardare nei desideri e a frugare nei bisogni, imparando a ritornare e a restituire perché “tutto ciò che chiamiamo vero e cosciente, sentimento e pensiero, sapere e dire, è fatto di ritorno.” In queste righe è dato percepire il senso di una testimonianza etica, espressa in toni fermi ed efficacemente assertivi, della necessità di dar luogo ad una Bildung - una formazione auto-orientante - un sapere che reclami ‘di pensare, di prendere parte e posizione’, collocandosi ben lungi dalle derive utilitaristiche di un marketing scolastico indirizzato a soddisfare  mode e tendenze spesso del tutto estemporanee. Insomma, deve pur esistere qualche possibilità di instaurare nella prassi scolastica un’educazione affettiva i cui ‘saperi’ siano frutto di esperienza condivisa, di legami e di sguardi che restituiscono l’alterità del volto dell’altro come specchio di un’identità che ci riguarda o, meglio, ci appartiene come altruità. E così l’apprendimento, lungi dall’essere un evento dato troppo facilmente per scontato da parte dei  docenti, prende a configurarsi come l’esito ancora una volta atteso ed imprevisto di un’interazione dialogica, di una cooperazione linguistico-cognitiva vivificata dalla vicendevole scoperta.  Si tratta di acquisire consapevolezza della sussistenza di uno sfondo valoriale intessuto di affettività e razionalità da partecipare e fruire nella relazione personale, intesa come categoria  educante. Ed è questa fruizione condivisa a fondare nel gruppo-classe i presupposti per realizzare la comunità di ricerca, in cui la leadership culturale non è monoliticamente esercitata dall’adulto, ma è diffusa e spalmata tra tutti i membri, pur nell’inevitabile asimmetria cronologica e biografica delle loro rispettive esistenze. Perciò insegnare è - come sostiene l’autore - restituire, lasciando che ‘l’altro diventi ciò che è’. La restituzione è parola che attraversa tutti i piani relazionali, da quello giuridico a quello religioso, economico, morale. Tutti i mille piani di relazioni ne sono implicati, perché l’educazione attraversa tutti i piani delle relazioni sociali. Per ognuno la restituzione svolge un ruolo essenziale e diverso…La restituzione riferita all’educare, e all’insegnare come sua espressione, è tra il dono e lo scambio. Meno dell’uno, più dell’altro…Restituire vuol dire tornare indietro. Ma significa anche reintegrare, rimettere al proprio posto, riconoscere, risarcire.” Nel libro Ferraro narra - con dovizia di particolari, anche autobiografici - l’esperienza compiuta nel laboratorio filosofico svolto con i ragazzi delle elementari del I Circolo didattico di Cancello (Napoli) e “Granturco” di Roma e con gli alunni della scuola media “Visconti” della stessa città, dimostrando che la filosofia ha bisogno di luoghi e di storie concrete per raccontare le sue idee. Essa ha bisogno di corpo e magia: sponde che con l’età si separano e contrastano, ma che nei bambini ancora dialogano generando un’incantata freschezza. Perché - come dice testualmente l’Autore - ‘orientarsi è saper sognare. Portare il sogno al sapere’, tenendo conto del sentimento come limite e orientamento. Per realizzare questo insolito connubio tra sogno e conoscenza, occorre attingere coscientemente al patrimonio del nostro Io; essere capaci di sognare nel senso di pensare la realtà con l’intensità e la profondità dell’utopia. Nella lingua francese songer significa anche ‘pensare’ proprio in questa accezione. I have a dream è la corrispondente espressione inglese che definisce il sogno creativo di trasformare il mondo che fu di Martin Luther King. Nella seconda parte del testo, Ferraro ripropone molte delle metafore utilizzate per fare filosofia con i bambini: è il pensiero metaforico infatti l’unico percorso cognitivo che consente di comunicare efficacemente con i ragazzi - nel linguaggio dei poeti - le piccole-grandi ‘verità’ scoperte o - meglio - restituite  in forma dialogica e cooperativa attraverso la filosofia della quotidianità. L’esperienza di Pino Ferraro è  - analogamente a quella che si svolge da diversi anni ad Avellino - quella di una filosofia ‘fuori le mura’, cioè de-accademizzata - portata fuori dai consueti circuiti di ricerca - non certo per banalizzarla, ma per inverarla a contatto con la realtà dell’esistenza, di tutto l’arco dell’esistenza: dall’infanzia con le sue ‘teorie ingenue’ - così vicine alle origini della vita - fino ai confini della dolente umanità delle prigioni. In proposito, ecco quanto ci rivela l’autore in un essenziale passaggio autobiografico del testo: “Ormai è da tempo che vado facendo queste strade cantoniere. Vado portando la filosofia fuori le mura, per farla uscire dal chiuso delle accademie. La porto sui luoghi di confini interni della città, sui luoghi estremi, sul senso e sul perché del mondo, sulla morale, la libertà, la guerra e la morte, sull’essere e vivere…dove la vita è offesa e la libertà manca. Bisogna portarsi ai confini per avere risposte. È qui che sapere vuol dire prendere una posizione. Stare da una parte. E la parte è sempre quella, saper stare dalla parte della vita, perché è questa che si fa avanti semplice e nuda  sui luoghi estremi. Qui dove il proprio corpo si fa segno di confine”. E credo non possa darsi migliore risposta che questa alle grandi sfide pedagogiche della nostra epoca, perché non può darsi educazione alla reciprocità e alla pace sulla base di pure affermazioni di principio, ma solo facendo l’esperienza del conflitto, che resta lacerante fino a quando l’alterità non si traduce in altruità, restituendo l’Io al me e al noi. È per questo che la pace deve essere sperimentata attraverso un’educazione ai legami e ai valori morali. E l’utopia sosterrà ancora una volta grandi e piccoli filosofi se inevitabilmente dovranno, come nel mito di Sisifo, riprendere sempre il masso per spingerlo in cima mentre “ricade, ricomincia, ritorna indietro, riprende…Restituito”.                   

                        10 marzo 2005
 


[1] La scuola dei sentimenti. Dall'alfabetizzazione delle emozioni all'educazione affettiva, Filema, Napoli, 2003

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