PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

INTERCULTURALITA', DIALETTO ED IDENTITA' CULTURALE
di Angela Rigamo

Fare comunque romanticismo sulla povertà è la maniera borghese di eludere il problema (Bruner)

Qualsiasi nostra esperienza è fondata su un sistema di comunicazione e di espressione. La comunicazione è pertanto una componente indispensabile della vita umana e dell’ordinamento sociale. L’uomo, fin dalla nascita, è inserito in un contesto relazionale, nel quale attua un complesso processo di acquisizione delle regole della comunicazione.
Dalle iniziali necessità di comunicazione per manifestare e soddisfare i propri bisogni fisiologici primari, ricchissimi di connotazioni emotive ed affettive, il soggetto gradualmente si evolve verso la volontà di comunicare contenuti sempre più oggettivi fino ad arrivare alle prime forme di metacomunicazione. Per una persona è impossibile non comunicare. La lingua verbale, tra gli altri tipi di linguaggi, è quella che occupa una posizione preminente e privilegiata, in quanto ha migliore possibilità di attribuire dei contenuti a delle espressioni.
Il linguaggio verbale, in particolare , ha un ruolo importante nella vita sia sociale che individuale, poiché costituisce il mezzo per eccellenza attraverso il quale possiamo capire gli altri e farci capire, analizzare e trasformare le esperienze, essere padroni di noi stessi nei rapporti interattivi.
Aristotele nel ”De Interpretazione” considera il linguaggio un fenomeno innato nell’uomo, mentre Skinner lo considera come un meccanismo acquisito attraverso sistemi di condizionamento.
Il linguaggio ha, dunque, un carattere innato e naturale e un carattere istituzionalizzato, che nasce in seguito a forme di condizionamenti operanti.
De Saussure ha definito il linguaggio come capacità di astrazione e di associazione che stimola la possibilità intellettiva di un soggetto. Tale facoltà ,se non attivata durante i primi anni di vita, non agirà più, dando origine a casi clinici di bimbi che non usufruiranno bene della lingua.
 Il deficit verbale può essere causato sia da danni dovuti a lesioni cerebrali sia da traumi dovuti a situazioni di abbandono in ambienti precari. Nell’evoluzione del bambino, infatti, si possono cogliere, fin dai primi anni di vita, condizioni negative che disturbano, ostacolano o impediscono una comunicazione armonica, agendo in modo che il soggetto entri nel sistema scolastico in una situazione di svantaggio. Comunemente come svantaggiata si intende una persona potenzialmente normale e priva di danni organici provocati da determinanti psico - biologiche irreversibili e che, per una molteplicità di fattori, incontra difficoltà nei processi di adattamento all’ambiente familiare, scolastico e sociale in genere. Tale definizione tiene conto soprattutto degli elementi esogeni, di carattere socio - culturale ed affettivo. come ostacoli nella comunicazione verbale dovuti all’utilizzo di parlate locali, cioè dialettali, completamente diverse dalla lingua ufficiale, l’italiano.
In Italia infatti, rispetto agli altri paesi europei,vi è una presenza maggiore di dialetti - afferma Tullio De Mauro - le cui origini sono da ricercare nei vari eventi storici che si sono susseguiti nel nostro Paese in relazione alle numerose invasioni che hanno dato vita alle differenze linguistiche tra i popoli. L’atteggiamento nei confronti del dialetto , per meglio dire, dei dialetti nel nostro Paese da parte della cultura ufficiale è sempre stato molto riduttivo e non limpido.
Un grande contributo alla rivalutazione delle parlate locali è stato dato da un grande pedagogista, molto attento ai problemi della preparazione didattica degli insegnanti,: Giuseppe Lombardo Radice. che, nello stendere i Nuovi Programmi per la Scuola Elementare nel 1923 su incarico dell’allora ministro Gentile, vi introdusse, in coerenza con quanto affermato in Lezioni di didattica, specifiche attività (soprattutto esercizi di traduzione dal dialetto in italiano) che valorizzavano la cultura popolare e la sua lingua. E’ stata l’ unica volta che nei Programmi si è introdotto lo studio delle parlate dialettali. .La crociata antidialettale e antiautonomista si è rispecchiata nei Programmi per la Scuola Elementare del 1955 che invitavano ad una rimozione il più possibile rapida di ogni elemento ”locale e dialettale”.
Ancora oggi il soggetto in età scolare che parla il dialetto come lingua madre trova grandi difficoltà d’inserimento nel sistema dell’istruzione..
Dagli studi condotti in Francia da Bourdieu e da Passeron risulta che la selezione attuata dal sistema scolastico è correlata alla classe sociale di appartenenza. La scuola si propone spesso come meccanismo di conservazione e non crea mobilità sociale anzi amplifica anziché ridurre le differenze sociali. Scuole materne e primarie devono acquistare a questo punto un ruolo fondamentale,in quanto promotrici di un’azione educativa tempestiva che può compensare a volte un ambiente sociale e familiare carente dal punto di vista formativo.
Molteplici difficoltà si sommano per il bambino che deve esprimere il proprio pensiero nella lingua voluta dalla scuola. Egli deve tradurre l’espressione dialettale in una lingua di cui non conosce né il lessico, né l’ortografia né la sintassi. La sua espressione diventa spesso indecifrabile e costituisce fonte di discredito spesso definitivo, documento visibile della sua ”inettitudine”. Tutto ciò produce traumi e blocchi nel fanciullo che mette in atto comportamenti anomali di tipo reattivo (opposizione, rifiuto, aggressività o inibizione, demotivazione...).
Tutto questo accade per una immediata e diretta percezione che egli ha del proprio stato, ma anche per le ripercussioni che queste difficoltà producono nell’intero sistema relazionale e di vita del soggetto, negli stessi insegnanti e soprattutto nei familiari. Si verifica una compromissione della relazione tra questo alunno e il suo ambiente, per cui il ragazzo si viene a trovare in un contesto di aspettative disattese, disorientamento, senso di colpa e inadeguatezza, frustrazione, vissute dai vari componenti (famiglia, scuola, soggetto stesso). Da qui ha origine un senso di inferiorità e insicurezza insieme ad una progressiva degradazione dell’immagine di sé, come effetto degli insuccessi ripetuti e delle conseguenti disapprovazioni, esplicite o implicite, degli altri.
Bisogna partire dalla considerazione che il dialetto in Italia è espressione e patrimonio culturale del nostro popolo e che quindi va recuperato alla memoria e valorizzato come cronaca stratificata di episodi, di riferimenti, di fatti, veicolo di sentimenti, valori e storia di una terra.
 Esso è molto più di un insieme di suoni, di caratteri, di parole: contiene la memoria collettiva di una comunità, legato alle varie sfaccettature delle relazioni sociali, dei valori morali, delle tradizioni di una comunità.
Il dialetto è praticamente la lingua dei nostri padri e soltanto fino ad una cinquantina d’anni fa era conosciuto e parlato da tutte le famiglie a discapito dell’italiano che era usato solo nelle situazioni comunicative sociali oppure nell’ambiente delle classi più elevate rispetto alla condizione popolare.
 E’ importantissimo sottolineare poi che tutti i dialetti italiani non sono, come erroneamente spesso considerati, dei sottoprodotti della lingua italiana ma hanno le loro radici altrettanto nobili e derivano, passando attraverso i greci ed attraverso un sostrato di popolazioni molto remote, dalla stessa matrice latina.. Alcuni Autori,come lo Spini, si fanno sostenitori del principio del ”bilinguismo naturale” cioè della parlata locale coniugata con l’apprendimento della lingua ufficiale, considerata come seconda lingua, partendo dal presupposto positivo del senso di stabilità e di sicurezza derivanti nel bambino dal mantenimento della prima lingua che garantisce la continuità tra l’esperienza familiare ed ambientale e quella scolastica.
 Il Salvi afferma che l’uso forzato della lingua standard non fa altro che dar vita ai genocidi linguistici che annientano le ultime sopravvivenze linguistiche nelle comunità minori. Il Lanternani dichiara”una comunità privata della sua lingua si ammala sino a morire come tale. Alla lingua depressa corrispondono generalmente un’ economia depressa ,una società depressa, una cultura depressa”
 Deve mutare l’atteggiamento dei docenti nei confronti dell’alunno svantaggiato.
 Bettelheim suggerisce giustamente che l’approccio al bambino sia essenzialmente “empatico” che si esprima cioè con un atteggiamento e con uno stato d’animo chiaramente orientati verso la comprensione, in modo da evitargli mortificazioni ed umiliazioni ;la scuola, innestando la sua opera sui dialetti deve rimuovere i pregiudizi sull’inferiorità logica e cognitiva di tali forme e coglierne la valenza storica, semantica la possibilità comunicativa concreta nella vita di relazione del bambino.
La scuola deve saper accogliere il ragazzino nella sua diversità, saper entrare in comunicazione con lui, valorizzandone i linguaggi di cui è portatore e traducendo i messaggi che egli vuol far pervenire attraverso i canali che padroneggia, fornirgli la possibilità di accostarsi ad altri usi linguistici con l’offerta di modelli aperti e dinamici. Compito del docente deve essere quello di ”educare al linguaggio e non ad una passiva fruizione di esso.”
Non bisogna bombardare il discente con una overdose di esercizi di lingua ma far nascere in lui la motivazione e il gusto ad esprimersi e a comunicare, educare al ”dialogo” e alla ”argomentazione”, creare un clima”ludico”, il gusto di giocare con le parole, di piegarle a proprio piacimento, di disegnarle, di inventarne di nuove, di costruire con esse storie fantasticandoci su .
E ciò, come ci ha indicato Gianni Rodari nella sua “Grammatica della fantasia” costituisce un ottimo avvio per una educazione alla creatività linguistica e alla curiosità verso la lingua, che ben presto motiva l’alunno a creare altre forme di argomentazione che arricchiscono il suo rapporto dialogico di relazione.
E’ importante che il fanciullo comprenda il ”senso ideologico”, il contesto del discorso, in relazione ad un sistema di valori cui riferirsi.
Filastrocche, storie,canzoncine, racconti,cronache, reperti in dialetto arcaico, film, prodotti linguistici insomma di diverse forme e registri, usati con consapevolezza e per scelta motivata, aiuteranno a valorizzare, attraverso lo studio anche delle matrici storiche e culturali che lo hanno determinato, il dialetto non per sovrapporlo all’italiano utilizzato nei contesti comunicativi ufficiali ma per scoprirne l’uguale dignità, per restituire agli italiani la fiducia nella propria comunità e la fierezza delle proprie origini, contro la standardizzazione ” anonimizzante” dei modelli linguistici della società contemporanea che sta distruggendo quella varietà linguistica che costituisce una ricchezza ed una peculiarità del nostro Paese
 Su questo aspetto ha lavorato,ad esempio in tempi ormai remoti Orlando Spigarelli, maestro, che, nel 1968 , ne ”Il libero comporre e il dialetto” ha portato i suoi alunni a scrivere vivacissimi test i”bilingui”.
In sostanza bisogna utilizzare le varie realtà linguistiche come ”risorsa” e non come ostacolo.
Impostare l’azione didattica su esperienze di analisi e di ascolto del parlato significa rispettare il bambino così come è; significa sapere ascoltare le espressioni di ciascuno, senza prevaricarle, facendo della classe una fucina di produzione e creazione .
 Non ultimo, il vernacolo costituisce una grande fonte di ricchezza nelle nuove situazioni di interculturalità sempre più presenti nelle nostre classi. Il principio della valorizzazione del patrimonio linguistico - culturale di partenza vale per tutti: italiani e a maggior ragione stranieri, giovani ed adulti, in quanto valido momento di avvicinamento, potenziamento e scoperta della lingua italiana , partendo dal vissuto, dal quotidiano.
 Può quindi servire ad inserire e integrare meglio coloro che, immigrati, non hanno radici nella nostra terra, commisurando equamente lo studio del dialetto con approfondimenti dei fatti storici, culturali e linguistici che lo hanno generato.
Concludo con una citazione di Don Milan : “È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui.

BIBLIOGRAFIA
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15 aprile 2010

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