PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

PREGIUDIZIO DIDATTICO
di Maria Anna Formisano
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Sin dalla primissima infanzia il bambino comincia a fare le sue esperienze nello spazio di vita che lo circonda, assimilando cognizioni, sensazioni e affetti che notevolmente contribuiscono al suo sviluppo psicopedagogico.

Ovviamente non tutti i bambini fanno le stesse esperienze, proprio perché non tutti i bambini vivono negli stessi ambienti, uguali per forma, cultura, economia e socialità.

Un bambino che vive in un ambiente familiare deprivato dal punto di vista economico, affettivo e linguistico, potrebbe avere minori possibilità di stimolazioni, utili a favorire in piena armonia il suo sviluppo evolutivo. Accade così,che sulla base di queste considerazioni sicuramente significative, la scuola comincia a possedere una sorta di pregiudizio didattico.

Con il termine, si intende l’idea sfavorevole che si ha di qualche alunno o di un gruppo, non a causa di acquisizioni dirette; al contrario, per mezzo di convincimenti e opinioni varie, fornite dall’ ambito culturale di appartenenza. Alla base del pregiudizio didattico, c’è,spesso, la considerazione di una causalità lineare tra condizioni malagevoli in famiglia e l’attesa psicologica che prima o poi,il bambino erede di quel nucleo familiare, si conforma al modello di vita condotto dagli adulti, più o meno come se vi fosse una eredità familiare.

La ricerca scientifica ci svela che non sempre sussiste simile fatalità. Che tipo di forze hanno questi bambini che vanno incontro a questa fatalità? Costoro potrebbero, altresì, trovare una capacità di resistenza agli ostacoli, o una flessibilità, utile a sovrastare gli scogli sociali e culturali. Capacità di resistere e di essere flessibili,che verosimilmente sono presenti in tutti gli individui, anche se c’è chi li mette in atto e chi no.

Indubbiamente, un intervento scolastico di prevenzione primaria, potrebbe tendere ad afferrare proprio quelle risorse di cui dispongono i bambini, risorse su cui lavorare. Sulla base di tali presupposti, la scuola quale agenzia formativa, deve fare in modo di tirar fuori le attitudini che il bambino possiede, per trasformale in competenze. È opportuno aiutare gli svantaggiati a tirar fuori la capacità di resilence e di coping, facendo sperimentare il successo formativo e labuona riuscita delle interazioni tra i pari, dando a questi bambini la possibilità di saggiare la propria autoefficacia.

Dobbiamo e possiamo dare al soggetto in formazione la dimensione che egli può avere stima di sé, perché è un alunno che vale. Considerando che il rischio psicosociale si pone come una sorta di dialettica tra le sfide che la vita ci propone e le risorse di cui tutti siamo in possesso, dobbiamo puntare sulla capacità di resistere (resilience) e la capacità di fronteggiare dell’allievo, intese come abilità sociali,cognizioni, che si conquistano all’interno di relazioni fondanti e che tendono a sviluppare il sentimento dell’autoefficacia della valutazione positiva di sé.

E’ doveroso che a scuola, il ragazzo appartenente alla famiglia disagiata non venga emarginato, ma si avvicini al gruppo classe, giacché quel ragazzo potrebbe avere risorse di altro genere. E’ indispensabile creare occasioni didattiche, in maniera tale che l’allievo esuberante a scuola possa essere impegnato in attività didattiche mirate, proprio per la sua vivacità (lo si fa raccontare una novelletta amena ,oppure lo si fa contare).I soggetti a rischio che, tendenzialmente, sono soggetti o propensi all’isolamento o che vengono isolati, per dimostrare al mondo che esistono, devono,purtroppo,disturbare l’ insegnamento.

E’ allora, non una prevenzione reattiva bensì proattiva,una prevenzione che interviene non rifiutando il ragazzo, non collocandolo nell’angolo,non esponendolo a giudizio del gruppo-classe, non consentendo che i compagni lo facciano da capro espiatorio per cui Egli deve diventare il bullo per poter essere rispettato.

La prevenzione proattiva deve invece aprire la scatola della vita dei ragazzi, per vedere quali aggiustamenti è possibile apportare anche con il supporto delle agenzie presenti sul territorio.

Aprire la scatola della vita dei ragazzi evidenzia la possibilità di dare loro la capacità di realizzare se stessi e gli altri,in un continuo ampliamento della propria forza interiore,della propria capacità di comprendere e integrare, di costruire e non distruggere.

BIBLIOGRAFIA

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(1) Psicopedagogista, Docente, Esperta in psicologia giuridica.

16 novembre 2009

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