PSICOLOGIA, PEDAGOGIA E DIDATTICA

ADOLESCENTI E COMUNITà
di Maria Anna Formisano

Con il termine disagio adolescenziale s’intende quel malessere esistenziale inerente problemi di carattere psicologico e/o psicopatologico, edificato su una smisurata laboriosità per allestire opportune reti di individualizzazione e socializzazione.

Il disagio degli adolescenti si concede quale difficoltà ad assolvere i disparati compiti evolutivi, che sono loro reclamati dal sistema culturale di appartenenza.
Secondo la teoria di Bronfenbrenner il comportamento umano, dunque, dell’adolescente è influenzato da strutture concentriche interdipendenti:
a) Microlivello: sistemi di cui si ha esperienza diretta (famiglia, scuola, gruppo dei pari);
b) Mesolivello: i legami tra due o più macrolivelli;
c) Esolivello: sistemi di cui non si ha esperienza diretta ma che influenzano le persone con cui interagiamo;
d) Macrolivello: sistemi culturali e orizzonti valoriali.

Per inserirsi nell’esosistema sociale, ovvero nel macrolivello, l’adolescente è forzato a tener testa ai compiti evolutivi, quali il distacco dal sistema familiare, l’unione ai gruppi formali e/o informali, la costruzione di un’identità di genere (sono uomo? Sono donna?), la costruzione di un’identità sociale (Chi sono? Che cosa voglio fare della mia vita?).

Indubbiamente, la riuscita o meno di un compito di sviluppo accresce o riduce il locus of control interno, quale variabile psicologica interna dell’individuo, utile a quest’ultimo, per interpretare gli eventi esterni come fatti dipendenti dalla propria volontà e dal caratteristico impegno. Ranci e De Ambrogio propongono di interpretare il disagio giovanile in una dimensione dinamica, non come uno stato, bensì come un processo, un percorso, una sequenza amalgamata di ostacoli, che deve essere gestita riponendo a frutto le risorse individuali e le condizioni ambientali. In conformità a simili presupposti, è basilare un esame scrupoloso dei cosiddetti “fattori-rischio”, ossia, quelle situazioni individuali, familiari e culturali, che possono concorrere al determinarsi di eventi o di fenomeni pericolosi per l’integrità fisica e/o psicologica dell’individuo.

I fattori di rischio possono anche costituire un reticolato omnicomprensivo, in cui il disagio tende a cronicizzarsi, finanche a terminare in forme di disadattamento e devianza.

È importante, tuttavia, leggere il disagio non in termini di causa ed effetto, bensì in termini di multifattorialità dell’eziologia, associando però qualcosa: la forza di resistere e di essere flessibili, destreggiandosi con nonscialans dinanzi alla  sorte avversa. Tale teoria scientifica ci aiuta a riflettere, allorché una vita insolita, con esperienze di sofferenza, fa sì che non si sviluppino comportamenti mal adattivi. È chiaro comprendere che l’individuo e il suo ambiente o spazio di vita (così precisato da Kurt Lewin), si influenzano in modo rotatorio, per produrre sagome e profili, di condotte adattative o mal adattative.

Qualsivoglia individuo possiede risorse, che funzionano da demiurghi di protezione o, all’opposto, da fattori di danno. In conseguenza di ciò, si colloca il rischio psicosociale, quale sorta di dialettica, tra sfide che la vita pone a ciascuno di noi e risposte, di cui tutti gli adolescenti sono in possesso. La capacità di resistere (resilience) e la capacità di fronteggiare (coping) sono abilità sociali, competenze, che si acquisiscono all’interno di relazioni erigenti, tendenti ad aumentare la consapevolezza dell’autoefficacia, della valutazione positiva di sé, e/o dell’autostima. È imprescindibile far leva sull’empowerment, strumento adeguato a favorire l’acquisizione di potere e di controllo delle proprie risorse personali. Rappaport rappresenta l’empowerment come un processo che autorizza i gruppi e le comunità ad incrementare la competenza con lo scopo di verificare alacremente la propria vita. Tale processo tridimensionale include lo sviluppo di un maggiore senso di rispetto del mondo e la costruzione di una comprensione più critica delle forze politiche e sociali. È presente una branca della psicologia, che è la psicologia di comunità, la quale cerca di ridurre l’impatto con il rischio, ossia con la probabilità che un individuo possa andare incontro ad un evento dannoso. Fare questo, significa mobilitare la comunità sociale, dunque, non solo con le forze dell’ordine, ma anche con gli adulti espressivi, che si fanno carico delle problematiche collettive – adolescenziali.

Conoscere la cultura giovanile è di grande interesse non solo per capire più adeguatamente il disagio che vive l’adolescente, ma anche in vista delle politiche sociali, soprattutto se consideriamo il fatto, che spesso i giovani vivono ai margini del sistema.

È fondamentale rimuovere i disagiati, i disadattati e gli emarginati da quella passività appresa, porgendo loro un aiuto, al fine di  far emergere le loro risorse interiori. Purtroppo la passività nella società attuale è diventata un costume; basta richiamare alla mente la popolazione rom, che esibisce bambini, al fine di risvegliare la nostra pietà e ricevere denaro. Aiutare gli adolescenti a sviluppare l’empowerment, significa proporci di sbaragliare alcune forme di dipendenza psicologica, economica e sociale, per esaltarne l’autonomia personale.

Ghermire il quadro valoriale delle giovani generazioni avvisa che i tenebrosi adolescenti non si espongono in funzione di contestatori, così come negli anni ‘60, allorquando vi fu la contestazione studentesca, che iniziò con la rivolta di Berkeley del 1964 per culminare in Europa, più tardi, col maggio francese del ‘68 e con l’autunno caldo del ‘69 in Italia. In questa fase post-moderna, la contestazione dei giovani si esprime attraverso  la violenza su se stessi e/o sugli altri,  attraverso i murales,  con  lo sballo, o addirittura con il silenzio.

Aiutare a superare il disagio di qualsivoglia eziologia e di qualsivoglia natura significa trovare argomenti e parole giuste per raggiungere  una inesplorata saggezza, che  attraverso l’empatia induce all’ascolto di una inquietudine temporanea o inestinguibile.

 BIBLIOGRAFIA

3 novembre 2009

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