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METODOLOGIE E TECNOLOGIE


SCUOLA E LABORATORI OPPURE SCUOLA LABORATORIO?
di Umberto Tenuta

Il modello classico della didattica è quello della lezione frontale: una cattedra sopra la pedana e due/tre file di banchi ove gli alunni stanno seduti ad ascoltare e ad eseguire i compiti.
Tale modello di scuola è integrato dallo studio domestico: lo studio, inteso come attività di memorizzazione, si fa a casa. A scuola il docente spiega, presenta, espone, illustra e gli alunni stanno ad ascoltare e ad osservare, con la maggiore attenzione possibile. Poi a casa, sul manuale, strumento indispensabile, ripetono, rivedono, si esercitano.
I presupposti di una tale impostazione didattica possono essere diversi.
L'impostazione empiristica prevedeva che la mente degli alunni fosse una tabula rasa sulla quale la lezione del docente andava a imprimersi[i]: insegnare significava appunto tracciare i segni (in-signare) nella mente degli alunni.
Si può muovere anche da una prospettiva diversa, considerando la lezione del docente come offerta di segni che gli alunni utilizzano per riscoprire, reinventare, ricostruire i concetti (problem solving). Gli alunni ripercorrono il cammino tracciato dal docente e pervengono agli stessi risultati: il docente espone il teorema di Pitagora, affermando che il quadrato costruito sull'ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui due cateti. Nei casi migliori il docente presenta un'illustrazione e fa notare come il numero dei quadratini del quadrato costruito sull'ipotenusa corrisponde al numero dei quadratini dei due quadrati costruiti sui cateti.
Con le tecnologie multimediali il docente può presentare addirittura un’animazione: i quadratini dei quadrati costruiti sui due cateti vanno a costituire il quadrato sull'ipotenusa e viceversa.
Evidentemente, si tratta di un progresso rispetto alle esposizioni verbali ("la somma dei quadrati...), ma restano delle difficoltà.
Innanzitutto, nessuno può garantire che gli alunni seguano la presentazione del docente, perché possono anche essere distratti, in quanto non motivati.
Ma anche se motivati, gli alunni possono non farcela a seguire il ritmo del docente e possono anche non capire il suo discorso[ii].
In tal senso, i docenti lamentano che gli alunni non sono abbastanza attenti, ma non tengono presente che anche la motivazione costituisce parte fondamentale della lezione: il primo compito del docente è quello di motivare gli alunni. Occorre prima motivare gli alunni e poi fare la lezione.
Ma anche se motivati, gli alunni hanno livelli, ritmi e stili di apprendimento diversi.
Il docente potrebbe sopperire alla difficoltà costituita dai diversi tempi di apprendimento, offrendo una videoregistrazione della sua lezione (la lezione viene registrata e gli alunni se la rivedano quante volte vogliono, anche al rallentatore).
In effetti, il problema è costituito dal fatto che non c'è apprendimento senza l'attività degli alunni: non basta insegnare, occorre che gli alunni si impegnino ad apprendere e apprendere significa riscoprire, reinventare, ricostruire i concerti.
Allora, forse è opportuno che il docente, anziché fare lezioni, organizzi situazioni di apprendimento (contesti apprenditivi)[iii].
Questi possono essere commisurati ai livelli, ai ritmi, agli stili ed anche alle esigenze di apprendimento dei singoli alunni.
L'adeguamento può riguardare:
1) le strategie apprenditive (percorsi diversi, tecnologie diverse...);
2) gli obiettivi formativi, relativamente sia al loro livello di approccio che alla loro natura (obiettivi diversi per i diversi alunni)
3) i tempi di apprendimento;
4) le modalità di verifica;
5) il lavoro di gruppo.
In questo modo, la scuola della cattedra si trasforma in laboratorio di apprendimento. Tutta l'attività didattica avviene in forma laboratoriale: sono gli alunni che lavorano per apprendere i concetti relativi al curricolo comune alla classe.
Ma in questo modo è anche possibile diversificare i curricoli (piani educativi personalizzati) a seconda dei livelli, dei ritmi, degli stili di apprendimento dei singoli alunni. Risulta possibile che ogni alunno persegua anche obiettivi che meglio rispondano alle sue esigenze.
Questo lavoro può essere portato avanti dagli alunni individualmente o in gruppi, anche di classi diverse (parallele e successive).
Allora, non più laboratori aggiuntivi, ma laboratori per la normale attività educativa e didattica della scuola. La scuola si trasforma in laboratori in tutti i suoi momenti: laboratori per apprendere gli obiettivi comuni delle diverse discipline, con strategie, con tecnologie ed in tempi personalizzati, ma anche laboratori per gli obiettivi personalizzati che possono coinvolgere alunni di classi e addirittura di scuole diverse.
Il modello di scuola che emerge è un modello personalizzato e come tale il più efficace: il solo capace di assicurare il successo apprenditivo e formativo a tutti i singoli alunni, quali che siano i loro livelli di sviluppo, i loro ritmi ed i loro stili di apprendimento.
Si realizza una scuola su misura[iv] degli alunni iperdotati, normodotati, svantaggiati, in situazioni di handicap.

 

Ci sono momenti comuni (progettazione, motivazione, verifica...) e ci sono momenti individuali e di gruppo[v]. Eccone una rappresentazione:

Evidentemente, una tale impostazione didattica non può fare più affidamento sulla sola parola del docente, ma abbisogna di supporti (segni) diversi, che possono essere i materiali concreti, comuni e strutturati, i materiali iconici ed i materiali simbolici, ai quali oggi si aggiungono materiali virtuali[vi].
Le tecnologie educative virtuali possono agevolare questo lavoro consentendo la costruzione di laboratori virtuali (ambienti virtuali di apprendimento)[vii].
In questa prospettiva, non bastano gli ipermedia, ma occorrono oggetti (segni) virtuali che gli alunni possano manipolare per scoprire, inventare, costruire i concetti.
Il laboratorio è multimediale, perché comprende non solo i media digitali, ma anche quelli concreti.
Soprattutto nella scuola dell'infanzia, nella scuola elementare nella scuola media è opportuno rispettare la sequenza bruneriana che va dalla rappresentazione concreta alla rappresentazione iconica (ed alla rappresentazione virtuale) ed infine alla rappresentazione simbolica.
La scuola deve arricchirsi innanzitutto di materiali concreti, comuni e strutturati, utilizzando le indicazioni della Montessori per i materiali strutturati e delle sorelle Agazzi per i materiali comuni.
Ma oggi la scuola deve arricchirsi anche di oggetti virtuali: non tanto immagini, seppure in movimento, quanto oggetti virtuali[viii]. Occorre avere l'accortezza di non ridurre la multimedialità all'utilizzazione di sole immagini, seppure in movimento.
Come afferma il Resnick<<Sappiamo che un bimbo impara toccando, mettendo in bocca, esplorando. Ma improvvisamente quando un bambino va scuola, l'imparare diventa uno stare seduti ad ascoltare>>[ix].
Gli oggetti concreti possono agevolmente essere sostituiti dagli oggetti virtuali che sono manipolabili come quelli concreti, seppure con il mouse, anziché con le mani (cfr. bilancia matematica virtuale[x]).

 

La più grande riforma della scuola è quella di trasformarla in laboratorio di apprendimento, dotandola dei materiali più vari, che vanno ad aggiungersi alle parole del docente, sempre necessarie, ma non esaustive.

Il discorso dei laboratori viene da lontano, dal Rabelais, dal Rausseu, dal Pestalozzi, dal Fröbel, dalla Montessori, dalle sorelle Agazzi. Il movimento archivistico[xi] ha contestato l'insegnamento verbalistico, piaga endemica e troppo diffusa nella scuola.
Occorre liberare la scuola dal verbalismo, dalla parola orale del docente e della parola scritta dei manuali scolastici, dando posto preminente ai materiali concreti, comuni e strutturati, ai materiali virtuali delle tecnologie multimediali, ai materiali iconici, ma soprattutto lasciando spazio all'attività di ricerca intesa come attività di riscoperta, reinvenzione, di costruzione dei concetti da parte degli alunni (problem solving).
Occorre assicurare il protagonismo[xii] degli alunni, privilegiando l‘apprendimento sull'insegnamento ovvero concependo l'insegnamento come offerta di segni che gli alunni utilizzano per riscoprire i concetti

 

La scuola si fa laboratorio per tutte le discipline, non solo per quelle scientifiche: laboratorio matematico, laboratorio linguistico, laboratorio storico, laboratorio geografico...
Il protagonismo degli alunni non esclude la presenza dei docenti ed il loro coprotagonismo, secondo la metafora della ellisse didattica[xiii].
In ogni scuola vi sono i laboratori relativi a tutti i saperi disciplinari.
Tuttavia, non è escluso che alcuni elaboratori, come quelli musicali, artistici eccetera possano essere costituiti in rete tra più scuole, soprattutto quando si tratta di rendere possibili attività personalizzate, integrative e aggiuntive, che non tutti gli alunni sono chiamati a svolgere.
È questo il significato dei laboratori interscolastici oggi auspicati, che di regola sono aggiuntivi alla comune attività educativa e didattica che si svolge nelle singole scuole.
In questo modo si offre la possibilità di costituire laboratori per le attività più diverse, congeniali a un numero ristretto di alunni delle singole.

La scuola dell'autonomia deve obbedire ai criteri dell'efficacia ma anche a quelli dell'efficienza.
L'efficienza può consentire possibilità formative che la normale organizzazione della scuola, chiusa in se stessa, spesso non può offrire.
Allora, la scuola laboratorio, ma anche laboratori di scuole in rete.

NOTE

[i] <<Il maestro>>, si diceva nei Programmi didattici del 1867,”<<si astenga dal dare dimostrazioni che in quella tenera età non sarebbero intese. Si limiti ad imprimer bene nelle menti degli scolari le definizioni e le regole…>>(LOMBARDI F.M., I Programmi per la scuola elementare dal 1850 al 1985, La Scuola, Brescia, 1987, pp. 49-50).
[ii] I docenti sono stati definiti “vestali della classe media”, delle quali parlano il linguaggio (BARBAGLI M., DEI M., Le vestali della classe media, Il
Mulino, Bologna, 1969; AA.VV., La macchina del vuoto. Il processo di socializzazione nella scuola elementare, Il Mulino, Bologna, 1974).
[iii] UMBERTO TENUTA, L'attività educativa e didattica nella scuola elementare-Come organizzare l'ambiente educativo e di apprendimento, La Scuola, Brescia, 1989.
[iv]CLAPARèDE E., La scuola su misura, La Nuova Italia, Firenze, 1972.
[v] TENUTA U., Individualizzazione – Autonomia e flessibilità dell’azione educativa e didattica, La Scuola, Brescia, 1998
[vi] TENUTA U., Quarta rappresentazione, in AMBIENTI VIRTUALI DI APPRENDIMENTO
www.disced.unisa.it/ava/index.htmoppure www.ava-ut.it
[vii]AMBIENTI VIRTUALI DI APPRENDIMENTO nel sito www.disced.unisa.it/ava/index.htmoppure www.ava-ut.it
[viii] Gli oggetti virtuali sonoveriepropri oggetti (pere, mele, sassi,blocchilogici,blocchi aritmetici multibase virtuali) che gli alunni possono manipolare con come se fossero oggetti concreti.
[ix]Flash (Da Computer valley, La Repubblica, 11 dicembre 1997)
[x] in AMBIENTI VIRTUALI DI APPRENDIMENTO nel sito http://www.disced.unisa.it/ava/index.htm
[xi]MENCARELLI M., Il discorso pedagogico del nostro secolo, La Scuola, Brescia, 1970; AGAZZI A., Oltre la scuola attiva - storia essenza signi­ficato dell'attivismo, La Scuola, Brescia, 1955; CASOTTI M., La scuola attiva,La Scuola, Bre­scia, 1954; BINI G., La pedagogia attivistica in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1971; ROMANINI L., Il movimento pedagogico all’estero (vol. I - Le idee; vol. II - Le esperienze), La Scuola, Brescia, 1955
[xii] TENUTA U., La flessibilità della scuola e la centralità degli alunni,Anicia, Roma, 2002, con CD-ROM.
[xiii] In merito cfr.: TENUTA U., Prima di tutto l’insegnante, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini (in corso di pubblicazione).

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