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METODOLOGIE E TECNOLOGIE

IMPARARE AD IMPARARE NON BASTA
di Umberto Tenuta

Il compito fondamentale della scuola è quello di far nascere l’amore dell’imparare. Lo slogan della nuova scuola, della nuova didattica, della nuova pedagogia è: imparare ad imparare! Ma imparare ad imparare non basta! Perché il problema non è solo quello di imparare ad imparare, che pure costituisce una necessità dei nostri giorni, ma è soprattutto quello di sentire la gioia di imparare ad imparare. Imparare ad imparare non basta: occorre acquisire l’amore dell’imparare (filosofia, da “philo”, amore, e “sophia”, sapere). Chiariamo! Certamente non basta imparare. Anzi, imparare può essere pericoloso. È pericoloso imparare tutto quello che si offre, perché si offrono cose che è meglio non imparare. È meglio non imparare ad usare la droga. È meglio non imparare a sorpassare in curva. È meglio non imparare a odiare coloro che la pensano diversamente da noi.

È meglio non imparare gli errori: a scuola si imparano anche  quelli. Skinner consigliava di evitare di imparare gli errori. Se impari a scrivere colleggio, incontrerai grosse difficoltà a liberarti di questo errore! Sono stati fatti degli esperimenti con due colonne: l’una con le parole corrette e l’altra con le parole scorrette: Il risultato è stato un disastro. Gli errori sono aumentati!
È meglio non imparare gli errori. Ma non volevamo dire solo questo: non volevamo dire che è opportuno non imparare le cose sbagliate. Oggi c’è di peggio. Si dice che i bambini imparino il turpiloquio, l’aggressività, la violenza, la droga! Ma noi volevamo dire una cosa più importante: non basta imparare. Non basta imparare a leggere, se per imparare a leggere si impara a odiare la lettura. È quello che spesso avviene nella scuola. Per imparare la Storia, si impara a odiare Napoleone e Carlo Magno.

Per imparare la Matematica, si impara a odiare l’Aritmetica, la Geometria e la Statistica. Per imparare la Geografia, si impara a odiare i laghi, i mari, i fiumi, i monti, le capitali, il cielo stellato!   Imparare può essere pericoloso se per imparare si impara a odiare l’imparare. E questo avviene spesso, soprattutto, forse soprattutto nella scuola. La scuola, luogo dell’imparare, diventa il luogo ove spesso si insegna a odiare l’imparare.
Ne volete una testimonianza attuale? Pinocchio che appena finito l’anno scolastico si vende l’abbecedario, come tanti studenti che si vendono i libri sui quali sono stati costretti a studiare durante tutto l’anno scolastico. Se li vendono, non tanto per bisogno, quanto per liberarsene. Se non li vendono, li gettano via! L’imparare  è pericoloso se diventa una condanna, una pena, una necessità: un obbligo. Purtroppo la scuola è vissuta troppo spesso, quasi sempre, come una necessità, come un obbligo (Esiste l’obbligo scolastico!), se non come una condanna, una pena, una sofferenza. Occorre andare a scuola! È obbligatorio. Anche la scuola dell’infanzia è diventata un obbligo, almeno per i bambini. Le mamme mandano tutti i loro bambini alla scuola dell’infanzia. Per carità, non vorremmo che qualcuno  ingenuamente pensasse che i bambini non debbano andare a scuola: che noi auspichiamo la descolarizzazione di Illich e Reimer[i]! Il nostro intento è molto più consistente, anzi temiamo che sia ritenuto rivoluzionario e che ci attireremo gli strali sia dei docenti che dei genitori. Ma il nostro amore per i bambini è così forte, e siamo convinti che a fronte degli interessi dei bambini ogni altro interesse ed ogni altra considerazione debbano venire meno! Semplicemente, noi siamo convinti che i bambini  debbano andare a scuola per imparare , ma che debbano sentire soprattutto la gioia di imparare. Lo abbiamo scritto tante volte[ii]! È diventato un ritornello, ma ubn ritornello sul quale volentieri organizzeremmo un “girotondo”! Ai bambini deve essere restituita la gioia di imparare, l’amore dell’apprendere, il desiderio di studiare, recuperando l’autentico significato   della parola studente[iii]. La scuola deve essere vissuta come luogo della gioia dell’imparare. Occorre rivoluzionare la scuola. Si è parlato della rivoluzione copernicana: al centro della scuola non stanno più i docenti (scuola magistrocentrica), ma gli alunni (scuola puerocentrica) . Noi non vogliamo né l’una né l’altra. Noi auspichiamo la scuola della gioia dell’imparare, dell’amore dell’apprendere, della filosofia (amore del sapere). E la nostra rivoluzione è veramente tale, una rivoluzione, un capovolgimento, un ritorno al passato, al passato dei bambini, quando essi, nei primi anni di vita imparavano con gioia, desideravano imparare. Toccavano ttti gli oggetti per imparare come erano. Si muovevano per andare incontro al mondo, per vedere quello che c’era  nelle altre stanze, negli altri luoghi, esplorando il mondo. Aprivano i cassetti, rompevano le bambole, i giocattoli e gli oggetti più comuni per vedere cosa c’era dentro. Ponevano domande per sapere, per conoscere, per imparare. Poi questa sete di conoscere, di imparare, di apprendere, piano piano è stata distrutta! L’hanno distrutta i genitori imponendo ai bambini di stare fermi, di stare zitti, di non fare domande “oziose” (ma che cosa è lo studium se non otium?).
La situazione è peggiorata quando i bambini sono andati alla scuola dell’infanzia, ove non hanno trovato  i pupazzetti di casa, ma i tavolinetti allineati, dove al chiasso di casa si è sostituito il sacro silenzio imposto dalla lezioncina dell’insegnante.

Non diciamo poi di quello che è avvenuto nella scuola elementare e ancor più nella scuola media, con i “compiti” da svolgere: “compiti”, “obblighi”, “doveri”. Nessuno lo mai detto loro. Nessuno ha mai detto ai bambini  perché dovevano imparare a leggere, a fare i conti, ad eseguire le addizioni e le sottrazioni con il prestito, a calcolare i perimetri dei triangoli isosceli ed equilateri, dei trapezi e dei rombi. Nessuno ha mai detto a cosa serve il Teorema di Pitagora! È stata celebrata l’obbedienza! Il bambino più bravo non è quello che pone domande, che affronta problemi, che ricerca e scopre, ma il bambino obbediente, silenzioso, immobile nel suo banco. In ogni scuola c’è un monumento, visibile o invisibile, ma c’è: il monumento al bambino obbediente, al bambino che fa solo quello che gli comanda l’insegnate e nulla più. Ecco, noi vorremo una volta tanto, una sola volta nella nostra vita, auspicare una rivoluzione, un ritorno al passato, all’infanzia felice! Vorremmo che fossero restituite ai bambini le innocenti domande. Vorremmo che gli alunni tornassero veramente al centro, al centro dell’attenzione, non solo delle mamme amorose e dei papà orgogliosi, ma al centro della scuola, come pure i  POF, i Regolamenti e gli Statuti degli studenti affermano che è loro diritto. Occorre imparare ad imparare, perché non contano le cose che si imparano e che diventano presto obsolete. Occorre imparare ad imparare, perché oggi  nessuno sa quello che i bambini  dovranno sapere domani.   Ma soprattutto occorre amare l’imparare.   Facciamola tutti insieme questa rivoluzione: facciamola in modo che la scuola non sia più il luogo dell’obbligo dell’imparare, ma sia il luogo della gioia di imparare, dell’amore del sapere, della filosofia (amore del sapere).
E non ci spaventi l’impresa, che forse è più facile di quanto possa sembrare, perché si tratta di scavare nel profondo di ogni bambino, nel suo slancio vitale, nella sua volontà di affermazione, di realizzazione, di autorealizzazione. Ogni bambino, ogni alunno, ognbi essere umano ha un solo, forte, pressante, insopprimibile bisogno, che è il bisogno di crescere, di alimentarsi, per diventare adulto nelle sue capacità motorie, nelle sue capacità linguistiche, nelle sue capacità  cognitive, nelle sue capacità  di comprendere il mondo umano, naturale ed artificiale per poterci vivere dentro, consapevolmente, da protagonista. Riconosciamo questo bisogno, questo desiderio, questo imperativo di madre natura che impone ad ogni creatura il suo successo, la sua affermazione, la sua piena realizzazione (“pieno sviluppo della persona umana”).   Ci rendiamo conto che sarà un’impresa, più che difficile, strana: richiede di cambiare tanti atteggiamenti, tante prassi didattiche, tante procedure consolidate. La più consistente affermazione è quella dell’insegnante che entra in aula e con grande generosità dice agli alunni: -“oggi vi spiego il teorema di Pitagora”; -“oggi vi spiego  il ciclo delle acque” -“oggi vi spiego la Rivoluzione francese”. Teorema di Pitagora, Ciclo delle acque, Carlo Magno!

Se il Pinocchietto che sta dentro ogni bambino, soprattutto disattento, potesse parlare, direbbe certamente: “Professore, si risparmi la fatica! A noi di Pitagora, di Ciclo delle acque e di Carlo Magno non importa nulla, nulla, proprio nulla!” Povero docente! Aveva così bene preparato la sua lezione che la sua delusione non può non essere benevolmente da noi tutti condivisa.   Da noi, ma non dagli alunni! Eppure una via di scampo, egli, il docente, ce l’ha! Egli è il docente, egli è colui che sa e che prima di sapere, ama sapere (filosofo). Allora, se il Teorema di Pitagora, se il Ciclo delle acque, se Carlo Magno lo hanno veramente interessato, appassionato, innamorato, egli provi a contagiare di questo amore i suoi alunni. Prima di parlare di Pitagora, di Ciclo delle acque, di Carlo Magno, egli faccia qualcosa che possa contagiare  i suoi alunni del suo amore, della sua passione, del suo entusiasmo. Faccia nascere  nei suoi alunni il desiderio di conoscere, di apprendere, di imparare. È questa una vecchia lezione pedagogica che ci viene da lontano, da J.J. Rousseau, il quale, volendo insegnare a leggere ad Emilio, per prima cosa si preoccupò di far nascere in lui il desiderio di imparare a leggere.

 


[i] Illich i., Descolarizzare la società, Mondadori, Milano, 1972; REIMER E., La scuola è morta, Armando, Roma, 1973.

[ii] UMBERTO TENUTA, Gioia di Imparare ; Gioia di imparare / Gioia di insegnare ; Gioia e Gusto di Imparare , in DIDATTICA@EDSCUOLA.COM del sito Http://www.edscuola.com/dida.html

[iii] Studente da  studium che in latino significa anche "passione, desiderio, impulso interiore".. Scrive F. Ferrarotti che <<La scuola non sembra in grado di stimolare e far scoprire ai giovani la gioia della lettura, e di riportare lo studio al suo significato originario di studium, ossia amore, passione, avventura>> (Presentazione: FERRAROTTI F., Leggere, leggersi, Donzelli, Roma, 1998).  

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