METODOLOGIE E TECNOLOGIE

CORREZIONE COME AUTOCORREZIONE di Umberto Tenuta
La correzione è efficace se si risolve in autocorrezione

Nel modellotradizionale dell'insegnamento il docente fa lezione, gli alunni ripetono la lezione sul libro sussidiario, poi si esercitano e infine il docente interroga o corregge. Con la correzione del docente finisce l'unità didattica, ove non siano richieste esercitazioni e nuove correzioni.
Si presuppone che gli alunni prendano visione delle correzioni e ne traggano profitto, imparando le forme o le soluzioni corrette.
Titolare della correzione è il docente.
E vero però che i docenti più accorti invitano sempre gli alunni a rivedere da soli le loro esercitazioni e ad apportare le necessarie correzioni. Ecco, qui sta il problema: è l'alunno che deve correggersi!
È l'alunno che deve correggersi, perché quello che importa non sono i compiti corretti: pile di compiti corretti, magari per trarne indicazioni ai fini delle valutazioni trimestrali.
Le esercitazioni che si svolgono a scuola non sono documenti di utilità pratica (lettere da inviare, problemi della vita quotidiana ecc.). Nessunautilità viene dalla loro correzione e nessun danno verrebbe dalla loro mancata correzione.
Che il docente abbia corretto le 20 operazioni aritmetiche degli alunni a che serve? Quelle operazioni non si riferiscono a nessuna transazione commerciale effettiva, alla gestione del bilancio familiare ecc.
La correzione in sé non serve.
Non servono i compiti corretti dai docenti e magari gelosamente custoditi, semmai per dimostrare lo zelo del docente, la sua scrupolosa osservanza dei doveri professionali astrattamente intesi.
I docenti lamentano spesso l’enorme carico di lavoro che affrontano per la correzione dei compiti degli alunni.
Prendere consapevolezza che si tratta di un lavoro che potrebbe non avere alcuna utilità potrebbe risultare frustrante!
Eppure è così!
Occorre avere il coraggio di affrontare criticamente il problema della correzione e di domandarsi a che cosa serve la correzione.
La correzione serve perché gli alunni imparino a non commettere più errori e semmai perché gli alunni imparino a correggersi da soli.
Imparare a non commettere più errori significa prendere atto degli errori commessi: ciò che importa non è l'atto della correzione del docente ma la presa d'atto dell'alunno. L'alunno prende atto che 7 x 6 fa 42 e non 45.
L’alunno prende atto che la parola collegio si scrive con una sola g e non con due g (colleggio).
Ciò che importa è che la forma o il risultato corretto vengano appresi, non che l'errore sia stato corretto.
In tale prospettiva ciò che importa è che l'alunno sia motivato a prendere atto dei risultati o delle forme esatte. In fondo ciò che importa èche l'alunno, magari su stimolazione del docente, si corregga, rifaccia l'operazione di correzione del docente.
E allora, la soluzione migliore sembra essere che sia l'alunno a correggersi.
L’alunno esegue le venti operazioni aritmetiche e poi con la calcolatrice le controlla, apportandole eventuali correzioni.
L'alunno trova sul vocabolario le parole incerte e semmai corregge gli errori commessi.
Per le operazioni, la soluzione funziona. Nel caso di un riassunto, di una relazione, di un tema, la soluzione appare più aleatoria.
Come fa l'alunno a rendersi conto che le frasi ed i contenuti siano adeguati?
In queste situazioni ci si può avvalere di alcuni accorgimenti.
Accettato che quello che conta sono le autocorrezioni, non è detto che esse debbano essere lasciate solo alla personale iniziativa dell'alunno e che il docente non possa anche qui svolgere un’azione di guida.
L'azione di guida del docente può essere svolta, nel caso del dettato, del riassunto o anche del tema, non apportando le correzioni ma indicando ove queste sono necessarie e lasciando agli alunni il compito di trovare gli errori e di apportare le correzioni.
Ora, i Word Processor offrono strumenti utili sia alla correzione ortografica che alla correzione sintattica, segnalando le parole errate o le frasi che appaiono non corrette e lasciando agli utenti la decisione della correzione, a meno che non sia stata attivata la funzione della correzione ortografica automatica che in didattica evidentemente è sconsigliabile, perché il computer può apportare delle correzioni anche laddove queste non siano opportune.
Tuttavia, si tratta di strumenti estremamente utili.
Il docente potrebbe seguire strategie analoghe, procedendo con gradualità:
a) prima comunica che il compito contiene errori;
b) poi comunica il numero degli errori;
c) dopo indica eventualmente in quale parte del compito gli errori si trovano;
e) infine indica le parole, le operazioni, le espressioni e le frasi scorrette.
Comunque, mai la soluzione corretta dovrà essere data dal docente, ma sempre lasciata alla individuazione ed alla correzione da parte degli alunni.
Ciò che importa è che gli alunni imparino le forme corrette e soprattutto che imparino a correggersi da soli, perché possano continuare a farlo da soli, nel corso della vita, durante la quale non sempre èa portata di mano un correttore!
Mentre la correzione di operazioni aritmetiche, di problemi e di dettati può essere lasciata completamente agli alunni, diversa è la situazione nel caso di un riassunto, di una relazione o di un tema.
Come fa l'alunno a correggere da solo un riassunto, una relazione, un tema?
Al riguardo, può soccorrere la metodologia utilizzata dal Freinet[i] per i testi liberi, con alcune modifiche.
Freinet faceva ricopiare alla lavagna il testo libero (tema) e poi impegnava l'intera scolaresca nella sua messa a punto (correzione). Ogni alunno, con gentilezza, poteva fare le sue osservazioni e queste venivano discusse, dibattute, sotto la sua guida discreta del docente, fino a quando non si arrivava a ad una intesa. In questo modo, peraltro, si acquisiva la terminologia grammaticale, perché gli alunni parlavano di aggettivi, di avverbi, di sostantivi, di verbi, di articoli ecc.
Tuttavia, è appena il,caso di evidenziare che la tecnica della messa a punto può essere utilizzata anche da gruppi più o meno consistenti di alunni per la messa a punto e per la correzione di lavori aperti come riassunti, relazioni o temi.
Nel gruppo si utilizzano le competenze dei suoi componenti per la messa a punto (correzione). L'insegnante può intervenire, anche su richiesta degli stessi alunni, per dirimere dubbi, per fare proposte, per stimolare la ricerca di nuove forme espressive, per proporre integrazioni ecc.
L'ultima cosa che il docente deve fare, ovvero non deve fare, è quella di apportare le correzioni ovvero le integrazioni, le aggiunte, le modifiche.
Non si impara a comporre un tema prendendo a prestito le idee degli altri, nemmeno quelle dei docenti.
Ciò che importa è la maturazione della competenza metacognitiva,della capacità di riflettere sui propri lavori e di ricercare soluzioni più adeguate, in qualsiasi ambito disciplinare.
Il docente non corregge mai, ma motiva, stimola ,semmai aiuta a correggersi, anche avvalendosi delle più aggiornate tecnologie informatiche.

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[i].In merito cfr.: PETTINI A., Célestin Freinet e le sue tecniche, La Nuova Italia, Firenze, 1968; FREINET C.,Le mie tecniche,La Nuova Italia, Firenze, 1969; EYNARD R., C. Freinet e le tecniche cooperative, Armando, Roma, 1968.Enzo Catarsi (a cura), Freinet e la "pedagogia popolare" in Italia, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1999.