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METODOLOGIE E TECNOLOGIE

 

Un’esperienza interessante: il “Circle Time” di Anna Senatore
Una esperienza estremamente signficativa

 

Che fosse una classe particolare lo avevo capito da tempo. Troppi leaders, personalità spiccate che volevano a tutti i costi primeggiare e, naturalmente, troppi gregari che non riuscivo a motivare. Ogni conversazione veniva puntualmente monopolizzata dagli stessi alunni, che, tra l’altro, litigavano nei loro interventi e, a ben poco, serviva richiamarli al rispetto delle regole.
Così un giorno decisi di proporre loro l’esperienza del “circle time” o tempo del cerchio: la parola ebbe un effetto magico su di loro così come lo aveva avuto su di me tempo prima.
 Avevo letto un saggio che presentava varie tecniche operative per attuare l’educazione socio-affettiva e per promuovere il benessere psico-fisico di tutti i bambini di una classe. Le autrici del testo (Francescato-Putton-Cudini “Stare bene insieme a scuola” - Carocci) sottolineavano la necessità di migliorare la comunicazione e la relazione tra coetanei laddove la scuola rimaneva il più importante luogo di interazione, se non addirittura l’unico. Tra le varie proposte, mi colpì una metodologia proveniente dagli Stati Uniti denominata “circle time” o “tempo del cerchio”. Si trattava di far vivere agli studenti un’esperienza di gruppo, tramite la quale essi potevano, da un lato, conoscersi meglio l’uno con l’altro e discutere di argomenti di interesse comune e, dall’altro, acquisire le capacità di esprimere le proprie opinioni ad alta voce, di ascoltare, di riassumere, di mediare tra diversi punti di vista.
All’insegnante si richiedeva una buona conoscenza dei fenomeni che regolano la vita di gruppo e una certa padronanza delle tecniche di conduzione di gruppo.
Lessi il saggio con devota attenzione, annotai con cura ogni suggerimento e raccomandazione; volevo sentirmi pronta per vivere anche nella mia classe questa esperienza.
Proposi agli alunni di disporre le sedie in circolo perché ci fosse un’agevole e reale comunicazione tra tutti loro e con me e suggerii di conversare liberamente tra di noi.
Il criterio per decidere quale argomento trattare fu quello di ascoltare la proposta di tutti e poi metterle ai voti per stabilirne la priorità di discussione. Precisai che tutti gli argomenti sarebbero stati discussi, nel tempo, per evitare la frustrazione che si sarebbe creata scegliendo solo quelli più votati.
Naturalmente l’inizio fu caotico e difficile da gestire; io cercai di osservare e prendere nota di quante più cose possibili.
Notai che:

1.        La disposizione in cerchio non fu casuale perché i leaders presero posto vicini

2.         Non tutti si sentirono a proprio agio perché sembrava che alcuni non avessero niente da dire

3.         Si rivolgevano quasi sempre a me

4.         I leaders tentarono, comunque, di prendere il sopravvento

5.         I gregari si limitavano a ripetere gli interventi dei compagni.

 Come conduttore del gruppo offrii sostegno e incoraggiamento ai ragazzi più timidi ed insicuri e cercai di “neutralizzare” l’aggressività e la prepotenza dei leaders; facilitai la comunicazione chiedendo chiarimenti laddove c’erano interventi confusi e riassumendo, di tanto in tanto, tutti i pareri emersi.
Le regole da stabilire (non interrompere chi parla, ascoltare e poi esprimere la propria opinione, accettare qualsiasi punto di vista, non deridere alcuno ecc. ) scaturirono come una necessità durante la stessa discussione e feci in modo che fossero gli alunni stessi a proporle come regole da scrivere su un cartellone.
Ai bambini piacque molto la proposta e, in seguito, loro stessi cominciarono a pretendere che le regole annotate venissero rispettate da tutti.
In ognuno di loro c’erano una forza e una potenzialità sconosciute che potevano diventare importanti per tutti. Nei momenti di difficoltà cantavo ai miei ragazzi il ritornello di una canzone “Una formica da sola è solo una formica ma quando è insieme a tante smuove le montagne“; essi capirono il messaggio che volevo trasmettere e, quindi, impararono a discutere insieme, ad ascoltarsi a vicenda senza interrompersi, ad accettare tutte le opinioni, ad esprimere sempre la propria ma, soprattutto, impararono a discutere dei loro problemi, ad aiutarsi l’un l’altro cercando insieme le soluzioni ai problemi ed evitando gli interventi autoritari da parte dell’insegnante.
 Il “circle time” si svolgeva regolarmente, una volta alla settimana; di tanto in tanto, però, gli alunni mi chiedevano un “circle time” straordinario perché avevano un problema urgente da trattare.
Così venne fuori la voglia dei compagni di aiutare Nunzia a superare la sua timidezza e la sua costante paura di sbagliare, la necessità o il piacere di affrontare e risolvere altri momenti di difficoltà e di richiesta di aiuto.
Un giorno, gli alunni mi chiesero di invitare ad un “circle time” il Sindaco e l’assessore alla P. I., per discutere di alcuni problemi che riguardavano la collettività. L’assessore si trovò di fronte a ragazzini maturi, che si prenotavano per prendere la parola, che rispettavano rigorosamente il tempo di espressione di ogni compagno e, nel mentre formulavano le loro richieste o domande, si scambiavano chiarimenti fra di loro con una maturità da fare invidia ad un’assemblea di politici.
Eravamo riusciti nel nostro intento.
Il nostro modo di conversare aveva prodotto cambiamenti significativi sull’immagine che i ragazzi avevano di sé, favorendo lo sviluppo della fiducia nelle proprie possibilità e nel proprio futuro. Erano cresciuti l’autonomia, la capacità di aprirsi all’altro e di collaborare; erano maturati atteggiamenti positivi e realistici nei confronti di sé e degli altri.
Quei ragazzi, pur appartenendo ad una realtà umile e di periferia, spesso disagiata, mostrarono alti indici di coesione e di esplorazione, una maggiore tendenza a rifiutare gli stereotipi sessuali e a scegliere amici indifferentemente tra i maschi e le femmine, il rifiuto di modelli comportamentali massificati e la capacità di esprimere pienamente la loro personalità.
La personalizzazione educativa, che è, oggi, uno degli argomenti privilegiati del mondo scuola, si realizza quando si accolgono, rispettano e valorizzano le diversità personali degli alunni; l’esperienza del “circle time” ha permesso ai bambini di esprimersi e di comunicare secondo il loro personale ed originale modo di essere.
Abbiamo sottratto del tempo all’espletamento del “programma”, ma quanto ne abbiamo guadagnato in termini di crescita culturale e personale!
Lo affermava Rousseau che in educazione è meglio perdere tempo che cercare di guadagnarne. E, di sicuro, non significa perdere tempo dare ai bambini la possibilità di raccontarsi, di confrontarsi, di diventare consapevoli della loro identità.
D’altra parte, la scuola di oggi non è solo la scuola del sapere e del saper fare, ma è anche, e soprattutto, la scuola del saper essere.
O almeno, così dovrebbe essere!

7 marzo 2005

 

 

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