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METODOLOGIE E TECNOLOGIE

 

ARTE -TERAPIA E PERCORSI SULLA CREATIVITA’ NELLE SCUOLE di Andrea Vecoli

Interventi di arte-terapia ed attività di laboratorio sui processi e le dinamiche del pensiero creativo.

 

Le arti-terapie, una risorsa poco conosciuta

In ambito educativo e rieducativo si sente più spesso parlare di percorsi di arte-terapia soprattutto per quanto concerne l’handicap e le malattie psicopatologiche, pur non avendone una conoscenza adeguata  né sulla loro funzione né sul loro funzionamento. Generalmente si fanno rientrare sotto questo termine attività (musico-terapia, dramma-terapia, arte-terapia) che utilizzano uno specifico linguaggio espressivo non-verbale come medium per costruire un percorso di conoscenza e “autocura” della persona. In Italia le arti-terapie vengono utilizzate in alcuni contesti clinici come validi ausili associati alle tradizionali terapie  (farmacologia, psicologia, neuropsichiatria ecc.) o in atelier privati come percorsi rieducativi attraverso la pratica di attività creative.

 

Ma come si svolgono in realtà e quali utilizzi possono offrire non solo in ambito terapeutico ma anche formativo?

L’informazione ufficiale in tal senso è molto vaga, parziale ed in alcuni casi distorta.

Le cause di tanta confusione sono da attribuire principalmente allo stesso variegato mondo delle “discipline” arteterapeutiche che nelle loro mille sfaccettature teoriche e metodologiche rivendicano a sè l’originalità del termine specifico, rinnegando in alcuni casi la validità delle altre.

Non è compito mio sentenziare quale tra le realtà esistenti sia o no arte-terapia nel senso tradizionale del termine; ciò che è indispensabile chiarire però sono i possibili campi di applicazione che le pratiche artistiche basate sul binomio creatività/psiche possono fornire in campo riabilitativo e formativo.

Per fare questo è necessario distinguere innanzitutto i due filoni principali in cui si dividono le varie correnti teorico-pratiche, semplificandone gli aspetti fondativi:

Il primo filone, che J.L.Sudres definisce come arteterapia associativa[1], fa appello ad un orientamento di tipo psicoanalitico (freudiana, junghiana ecc). In questo caso i conduttori degli atelier che riconoscendo la validità  delle basi teoriche della psicoanalisi operano in definitiva  sostituendo il linguaggio verbale con il medium artistico, lavorano in èquipe con altre figure professionali (psicologi, neuropsichiatri). Le attività svolte con i materiali tipici delle arti plastiche e pittoriche servono a  scandagliare gli aspetti psicopatologici del paziente e ricostruirne il vissuto, al fine di intraprendere un percorso di lavori indirizzato a migliorarne lo stato di salute e benessere. Chiaramente esistono differenze sostanziali rispetto alle tradizionali sedute psicoterapeutiche sia nell’approccio setting-paziente-conduttore, sia nell’organizzazione dei tempi e dei metodi adottati; ma rimane comunque invariato lo spirito con cui tali pratiche vengono condotte, come non variano  le finalità generalmente riconosciute. Gli atelier psico-terapeutici suddetti sono rivolti a categorie ben determinate di utenza verso le quali si ritiene necessario e utile un lavoro del genere, centrando il percorso sul concetto di malattia/cura. I conduttori tendono a valorizzare il lavoro individuale del soggetto e la “decodifica” degli elementi caratterizzanti dei lavori mettendo in secondo piano il processo creativo-formativo e relazionale, tanto da rifiutare spesso qualsiasi forma di verbalizzazione sugli elaborati svolti. In sostanza, si ritiene che la sfera della psiche nei suoi aspetti consci ed inconsci sia elemento cardine su cui concentrare l’attenzione e che i lavori di gruppo e le relazioni tra pazienti non devono disturbare il percorso.

Interventi di arteterapia come quello sopra esposto sono praticati in molte strutture rieducative private e pubbliche e, con percorsi mirati a breve termine, in contesti formativi come progetti scuola-territorio per alunni in situazione di handicap.

 

Diverso è il caso delle attività che ho voluto far convogliare in un secondo filone: quello che Sudres definisce come strutturale e interattivo. Le caratteristiche basilari di questi percorsi sono da ricercare nella centralità data ai processi creativi che i vari linguaggi non verbali e le dinamiche relazionali di gruppo fanno emergere.

“l’adattamento creativo caratterizza l’arte-terapia interattiva, culla dell’arte-terapia con gli adolescenti. La miscela di generi e pratiche induce una dinamica fertile, che costringe a fare i conti con la propria esperienza clinica, le proprie incertezze e i propri progetti” [1]

Le attività svolte negli atelier arteterapeutici suddetti si rifanno ad un approccio di tipo cognitivo (analisi dei processi creativi)  e fenomenologico (esplorazione sperimentale del processo della creatività) relegando in secondo piano, o rinnegando addirittura, l’aspetto psicoanalitico e neurologico.

In questo secondo filone quindi l’esperienza creativa è prioritaria rispetto ai diktat della psicologia e permette un campo di manovra più flessibile ed aperto a varie scelte metodologiche. Attività individuali si alternano a lavori di gruppo, in cui l’elemento sociale e l’elemento relazionale influiscono nel processo terapeutico. Lo stesso vale per la scelta dei linguaggi da utilizzare, tra i quali rientra la verbalizzazione come momento di analisi e riflessione; l’evolversi del percorso determina quindi l’adattamento all’oggetto di lavoro (mediatore) in conseguenza delle situazioni creative ed emotive dei partecipanti.

L’oggetto creativo diventa oggetto di trasformazione in grado di evocare il passato e immaginare un futuro, per fornire al presente tutta la sua ricchezza e intensità.

Gli strumenti con cui tali discipline operano, l’espressione grafico-plastica, musicale, corporale, sono linguaggi archetipi che spesso sacrifichiamo a vantaggio del “verbo” e che dimentichiamo troppo spesso di possedere. Intraprendere un percorso strutturato che, al di là delle abilità proprie di ciascuno, ci permetta di attivare esperienze creative ed espressive nuove, costituisce un momento fondamentale per indagare, osservare e muovere la conoscenza interna ed esterna al nostro vissuto, così da facilitare il processo di formazione e crescita personale.

Per quanto riguarda il campo di applicazione, il panorama dei possibili partecipanti ad un percorso così strutturato si amplia notevolmente. Attività di arte-terapia interattiva ed integrata a diversi approcci complementari possono essere proposte in diversi contesti rieducativi e formativi, non limitandosi esclusivamente alle psicopatologie e ai disturbi del comportamento.

 

Arte-terapia o atelier sulla creatività: un equivoco solo terminologico?

Oltrepassando quella linea virtuale che tradizionalmente viene tracciata per distinguere i “malati mentali” o i “deviati” dal resto della società, su cui bisognerebbe aprire una discussione che qui eviterò, scopriamo che l’arte-terapia può fornire strumenti preziosi per affrontare situazioni di disagio temporaneo, problematiche relazionali o più semplicemente per migliorare la formazione e il benessere individuale e collettivo dei cosiddetti “normo-dotati”.

Su questo punto si sono spese in questi anni molte polemiche riguardanti la paternità vera o presunta del termine arte-terapia per queste attività non direttamente rivolte a soggetti clinicamente patologici. La questione, pur presentandosi come mero problema terminologico, riveste un significato importante per la definizione di determinate pratiche il cui valore educativo o rieducativi è fondamentale, malgrado spesso non sia riconosciuto dai sistemi formativi tradizionali.

In effetti, il significato terapeutico che viene generalmente attribuito ai percorsi sulla creatività risulta essere pregiudizialmente disorientativo, non in linea con i presupposti e le finalità riconosciute. Parlare di momento formativo-educativo, anche in presenza di situazioni iniziali di svantaggio o disagio bio-psico-socio-culturale, della creatività non significa considerare l’intervento svolto come elemento curativo (esterno) finalizzato alla guarigione (interna), né significa toglierne valore e potenzialità. E’ evidente che negli ultimi tempi si faccia un abuso spropositato del termine terapia come panacea di tutte le soluzioni ai problemi più o meno grandi che l’individuo incontra; in più ha un effetto mediatico-propagandistico dirompente nel dare prestigio e credibilità a qualsiasi disciplina o pratica (tanto da far nascere in molte persone un elemento di pregiudizio preventivo per tutto ciò che è nuovo). Volendo approfondire i motivi dell’equivoco terapia e/o formazione, dovremmo inoltrarci sui significati che tali termini hanno acquisito dal punto di vista psico-sociale nel mondo occidentale, e riflettere sul ruolo dominante del concetto di “malattia” o “peccato” nella società odierna. Non è mio compito adesso avventurarmi in analisi  sociologicamente tanto ardue, ma ritengo indispensabile chiarire questo equivoco al fine di restituire credibilità e concretezza ai percorsi sulla creatività che erroneamente vengono sbandierati come arte-terapia.

Cosa distingue quindi l’arte-terapia “ufficiale” dalle pratiche laboratoriali sulla creatività?

Non  di certo la nobiltà degli intenti, né la possibilità di influire sulla sfera psicologica dei partecipanti, nè oserei dire la qualità dei metodi operativi. Ciò che essenzialmente diverge e distingue i due percorsi pseudo-artistici sono le rispettive filosofie di base che muovono le pratiche e le scelte metodologiche dell’agire: l’una si propone di fornire uno strumento di indagine e guarigione da una situazione di malattia psicosomatica, l’altra intende fornire una preziosa e profonda esperienza sui processi e le dinamiche della creatività al fine di arricchire la persona e favorirne la crescita culturale e il benessere in rapporto con il contesto di appartenenza. L’una, l’arte-terapia, considera le situazioni patologiche individuali ed interiori come determinanti ai fini del disagio/benessere, l’altra, considera determinante, sempre per lo stesso fine, il rapporto soggetto-oggetto-contesto (dove per soggetto si intende l’individuo, per oggetto l’agire creativo e per contesto le relazioni con gli altri). Al di fuori di queste divergenze concettuali esiste una serie di differenti impostazioni di approccio, di metodo sia qualitativo che quantitativo tali da far spostare l’ago della bilancia più da una parte che dall’altra, a seconda delle circostanze e delle scelte, nel binomio fondante di arte/psiche.

In conclusione esistono alcune discipline, che pur praticate da decenni in varie parti del mondo, faticano ad affermarsi ed a conquistare credibilità; verso le quali sarebbe giusto cominciare a porre attenzione giudicandone  la validità, non tanto per le sfumature terminologiche o l’adesione a teorie e dogmi accademici, quanto per il valore intrinseco dei contenuti e delle strategie.

A costo di urtare le suscettibilità di qualche fautore dell’ortodossia cieca, ritengo che l’arte-terapia, come i percorsi sulla creatività e altre scelte formative, debbano trovare la loro strada all’interno del dialogo tra approcci complementari seppur diversi, secondo la filosofia che i percorsi  si migliorano nel tempo, ascoltando e camminando.

 

arte-terapia e laboratori sulla creatività nei contesti formativi

Sembra paradossale pensare che, in base a ciò che finora è stato esposto, nei contesti formativi come il sistema scolastico, le attività riconducibili alla denominazione di arte-terapia o laboratori sulla creatività, siano sostanzialmente assenti, salvo qualche invidiabile eccezione.

Il motivo di tale mancanza può essere il frutto dell’equivoco insoluto di cui abbiamo parlato, che ne alimenta lo scetticismo e la disinformazione generale. Contemporaneamente potrei fare mio lo sfogo, più che giustificato, di Marilena Menicucci  la quale afferma, forse tralasciando, in un momento di sconforto, un punto di domanda:

in questa scuola non c’è posto per la creatività [2].

Certo è che convincere un sistema ancora monolitico, malgrado le dichiarazioni di autonomia e flessibilità, quale quello scolastico, sul concetto secondo il quale il pensiero creativo non è antitetico all’intelligenza ma ne è una parte costituente, è compito difficile e faticoso. Proprio per questo, io dico, siamo costretti ad intensificare gli sforzi affinché le eccezioni esistenti, in tutta la loro concretezza e determinazione, diventino una consuetudine.

Non posso invece accettare, come motivo di tale assenza, l’opinione diffusa che arti-terapie e laboratori sulla creatività siano pratiche non compatibili o inadatte al sistema scolastico, in quanto finalizzati al raggiungimento di obiettivi diversi o peggio ancora basate su metodologie e approcci non applicabili nel contesto dell’istruzione!

Quando ho intrapreso la carriera di insegnante sapevo di dovermi confrontare con colleghi restii ad accettare metodi e approcci superficialmente considerati “stravaganti” e “rivoluzionari”; malgrado ciò, gli ostacoli più imprevisti sono arrivati dagli stessi alunni, una parte dei quali, radicati nelle loro abitudini educative, faticano a partecipare ─più che ad accettare─ a nuove forme di insegnamento “dialogico” ed “attivo”. Adesso ho imparato e identificato tale disagio con il termine, disaffezione alla creatività. Oltre al comprensibile disorientamento iniziale di fronte ad una didattica creativa, ciò che si pone all’attenzione è una carenza nell’elaborazione di idee nuove, nell’escogitare soluzioni originali, in definitiva una apparente difficoltà nell’utilizzo del pensiero creativo.

“in questo quadro di difficoltà il docente è costretto ad accettare l’evidenza e a valutare negativamente un’attività, pur conoscendone le potenzialità formative” [2].

Tale eventualità, rintracciabile in alcune esperienze dirette, fa sorgere un problema di fondo non trascurabile:

“come è possibile introdurre certi tipi di metodologie e approcci formativi quando ci troviamo di fronte a carenze tali nell’utilizzo delle competenze specifiche del pensiero creativo?”

Questo interrogativo ci riporta direttamente alla questione iniziale sul significato di percorsi laboratoriali sui processi della creatività nelle scuole. L’apporto potenziale che queste esperienze possono offrire nell’affrontare tali problematiche è più che evidente, data la loro natura:

“la creatività è l’optimum della crescita nell’interazione sociale” (H.Andrerson).

Convincere colleghi, genitori e dirigenti sull’importanza di attività trasversali quali quelle succitate, al di là delle difficoltà finanziarie ed organizzative che si possono incontrare,  può apparire un compito impegnativo, considerato anche l’alone di mistero che circonda l’oggetto creatività; ma osservare, conoscere, immaginare e soprattutto sperimentare i processi stessi del pensiero creativo significa intraprendere un percorso di conoscenza di se stessi e del mondo, un modo per facilitare la realizzazione e formazione dell’individuo.

Contemporaneamente sarebbe un’opportunità per  lavorare su altre problematiche comportamentali e relazionali nel contesto gruppo-classe (attraverso  la sperimentazione e l’osservazione delle dinamiche interne all’atto creativo), nel fornire strumenti di lettura ed analisi di oggetti, fenomeni e idee, nonché lavorare su obiettivi formativi trasversali, tanto sbandierati nei POF, quali l’integrazione, il rispetto delle diversità, la cooperazione, la coscienza del sé in rapporto al contesto sociale.

 

Un esperienza concreta

Per realizzare tutto questo si rende necessario portare esperienze di atelier esistenti nel tessuto sociale all’interno dei contesti scolastici. Alcune di queste sono testimoniate da insegnanti di sostegno che con l’aiuto dei familiari e del consiglio di classe hanno attivato percorsi specifici di arte-terapia, drammo-terapia o musico-terapia per alunni in situazione di handicap. Si tratta però di iniziative singole, brevi e spesso esterne al contesto scolastico che, per quanto lodevoli e necessarie, non esaudiscono le potenzialità sia terapeutiche che educative di cui sono portatrici. Gli alunni coinvolti nella maggior parte dei casi svolgono le attività in atelier esterni alla struttura scolastica, non condividono l’esperienza con il resto del gruppo-classe, e lavorano prevalentemente su elementi  clinici esclusivamente inerenti alla situazione diagnostica.

E’ possibile sviluppare, oltre ad interventi psicoterapeutici esterni, percorsi più articolati e coinvolgenti che interessino non solo la sfera del disagio psico-fisico ma anche la formazione e nello specifico l’educazione alla creatività, all’interno dell’ambito scolastico e secondo modalità partecipative di gruppo.

Per questi motivi ho attivato nella scuola media in cui insegno, in provincia di Bergamo, un laboratorio sulla creatività, come oggetto di conoscenza, oltre che con la creatività, inteso come mezzo.

Le attività sono state svolte all’interno dell’orario curriculare dividendo la classe in due gruppi. Mentre il primo gruppo partecipava al laboratorio con l’insegnante di sostegno, l’altro si dedicava ad un lavoro di approfondimento dei contenuti disciplinari con l’insegnante di materia. Successivamente i due gruppi si sono scambiati i compiti così da permettere a tutti la partecipazione alle attività.

La finalità del corso è quella di aiutare gli alunni a comprendere ed utilizzare al meglio le abilità espressive del pensiero creativo in senso costruttivo, cooperativo e propositivo, attraverso la sperimentazione e scoperta  dell’agire creativo, nonché delle dinamiche relazionali che intercorrono nel lavoro di gruppo.

Il laboratorio si caratterizza per la sua trasversalità nell’utilizzo dei vari linguaggi e quindi per il suo carattere pluridisciplinare. Gli alunni, durante tutto l’arco degli incontri, si trovano ad operare con vari linguaggi, quali il testo scritto, il disegno, la manualità, la drammatizzazione e il suono, secondo un percorso che loro stessi caricano di contenuti in base ai risvolti  e alle scelte collettive.

L’input iniziale viene dal conduttore il quale, dopo aver dedicato del tempo alla conoscenza sensoriale e percettiva del materiale usato, fornisce uno spunto di partenza, sul quale si costruisce un percorso creativo a tappe chiamate per convenienza  “moduli operativi”.

Questi costituiscono la struttura del laboratorio, fatto di momenti di esplorazione fenomenologica, lavoro individuale e lavori in gruppo alternati successivamente a momenti di osservazione-riflessione-registrazione di ciò che viene svolto. Proprio da questi ultimi scaturiscono le analisi dell’atto creativo, i risvolti emozionali, percettivi e comportamentali intercorsi, fino a delineare delle conclusioni di sintesi su cui intraprendere un nuovo modulo operativo.

La molteplicità dei materiali  e dei linguaggi espressivi, messi a disposizione durante tutto il percorso, consente una maggior libertà ed adattabilità del pensiero di fronte agli elementi immaginativi nati da una osservazione fenomenologica. In base alle idee scaturite precedentemente, il gruppo di lavoro decide quale linguaggio adottare per proseguire le attività (drammatizzazione, espressione plastica, racconto ecc.). Come le attività svolte ci hanno dimostrato, ciò comporta un ampliamento dell’orizzonte creativo rendendo maggiormente spontaneo l’atto stesso. L’alunno è in grado così di cogliere più facilmente relazioni, aspetti significativi e sensazioni scaturite dall’esperienza, per poi farne materiale di successivo approfondimento.

“Il sentiero non è altro che le orme dei tuoi piedi…il sentiero si apre camminando” (Antonio Machado)

L’idea centrale del corso è quella di farsi guidare dall’intuizione percettiva, dall’immaginazione, per poi indagarne i risultati creativi e delineare un possibile sbocco operativo condiviso. In questo processo il contenuto risulta essere non il punto di partenza (“disegna un prato fiorito”) ma quello di arrivo (“ho disegnato un prato fiorito”), rovesciando quello che generalmente è il processo dell’apprendimento-insegnamento utilizzato nelle aule scolastiche.

Si tratta di sperimentare un possibile percorso d’apprendimento di cui non si conosce in partenza né il punto di arrivo né la strada da percorrere, che si alimenta di volta in volta, tramite la scoperta e la sperimentazione, per poi voltarsi ad osservare insieme il cammino compiuto.

In ciò sta la ricchezza dell’atto creativo! Un patrimonio che ciascuno di noi custodisce dentro ma che molti dimenticano di possedere e soprattutto di utilizzare. Alla scuola spetta il compito, troppe volte disatteso, di  risvegliare tali abilità, attraverso l’esercizio quotidiano ma anche con interventi mirati come quello qui proposto,  abilità ma anche apprendimenti che sono parte integrante della formazione globale di ogni individuo.

 

 11 aprile 2005

Riferimenti.

[1] J.L. Sudres, L’arte-terapia con gli adolescenti, Edizioni Scientifiche, 1998.

[2] M. Menicucci , L’educativo creativo , Ed. Valore Scuola, 2001.

 

altri spunti

A.Denner , L.Malavasi, Arte-terapia: metodologia e ricerca, Ed. del Cerro, 2002.

J.M.Keil , Il mistero della creatività, Libri Italia, Milano. 1988

  

 

 

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