METODOLOGIE E TECNOLOGIE

 

PICCOLI TUTORS IN AZIONE di Anna Senatore

Come far lavorare in piccoli gruppi gli alunni anche piccoli

 

Nella mia carriera scolastica sono stata fortunata: ho sempre lavorato con colleghe eccezionali, preparate e pronte al confronto e alla cooperazione. E così ci siamo sempre arricchite, non solo perché eravamo stimolate l’una dall’altra, ma anche perché ci compensavamo bene nelle nostre diversità in modo da offrire agli alunni un’immagine plurima (modelli di identificazione diversi), eppure unica (nella condivisione di scelte e strategie educative).

Questo lo dico per avvalorare l’opinione che l’intesa del team (oggi èquipe pedagogica) è possibile e va auspicata non solo per il bene degli alunni, ma per la crescita professionale degli insegnanti.

Una di queste meravigliose colleghe, che mi affianca tuttora, mi propose di attivare nelle nostre classi (classi seconde di scuola primaria) un’attività di tutoring per sperimentare in che modo gli alunni potevano aiutarsi tra di loro e come quelli in difficoltà si potessero avvalere dell’aiuto non solo degli insegnanti, ma dei coetanei stessi che sicuramente avrebbero comunicato con linguaggi e gesti a loro più congeniali.

 

Creare tra gli alunni dei tutors!!! Bel programma!

Sicuramente l’idea non scatenò polemiche e risentimenti così come la parola “tutor” (suggerita dalla Riforma Moratti) ha scatenato nella classe docente.

I bambini, infatti, si sono sempre aiutati fra loro in un clima sociale positivo. Già da molti anni, la scuola prevedeva che gli alunni svolgessero attività in collaborazione, sia improntate al gioco, sia alla drammatizzazione, sia alla ricerca; con il tutoring si voleva realizzare un progetto più complesso ed articolato che prevedeva un’organizzazione precisa del lavoro in tutte le sue fasi

Quello che ci entusiasmava era sperimentare un apprendimento individualizzato, organizzato non dall’insegnante ma “pensato” dal tutor per il suo compagno. Il tutor, in questo suo lavoro di “insegnamento”, avrebbe anche lui appreso: non solo perché avrebbe dovuto studiare strategie risolutive nel caso in cui il suo affidato non riuscisse a comprendere le informazioni/istruzioni e a svolgere il suo lavoro correttamente, ma anche perché nel processo di costruzione del sapere avrebbe rivisto e consolidato conoscenze già acquisite, colmato lacune, individuato altri significati e riformulato le proprie conoscenze.

 

Io e la mia collega preparammo, con pieno entusiasmo, delle schede didattiche sull’educazione stradale, perché avevamo partecipato insieme con gli alunni a visite guidate al riguardo, conosciuto i pericoli della strada e ravvisato la necessità di adottare comportamenti corretti.

Dividemmo le classi in due squadre, composte da coppie, facendo attenzione che ogni coppia fosse formata da alunni di abilità diverse.

Dicendo abilità diverse non intendemmo mettere a confronto il “ bravo “ con il meno “bravo”, ma bambini con intelligenze diverse: l’intuitivo con il riflessivo, il visivo con l’uditivo, …….

E’ dalla teoria degli opposti che nascono i movimenti!

Fu spiegata alla squadra dei tutors la “lezione“ che dovevano tenere sull’educazione stradale. Essi dovevano rivolgersi al proprio allievo illustrando la scheda e fornendo aiuto solo se richiesto. Naturalmente, potevano commentare la scheda e illustrare il lavoro nel modo che ritenevano più opportuno. Era proprio questa la ricchezza della nuova attività: ognuno metteva in atto le sue prevalenti modalità di rappresentazione della realtà e ricorreva ai suoi personali “mediatori didattici”.

Fu bellissimo ed emozionante vederli lavorare in coppia, usare linguaggi diversi e comprendersi; alcuni erano più coreografici e si atteggiavano a maestri (imitando anche i comportamenti dei loro insegnanti), ma in tutti c’era la volontà di aiutare il compagno a capire e a capire bene.

Ricordavo le parole della canzone “ Potenza della musica dove ogni farsa è un dramma “ e mi piaceva parafrasarla così “ Potenza della vita dove ogni uomo insegna”.

Sì, riuscivano quasi meglio di noi a farsi capire dal coetaneo, che si poneva nei confronti del tutor in atteggiamento di fiducia e di stima. Lavoravano 20 coppie di alunni in un unico ambiente, eppure non c’era disordine o chiasso; un fitto brusio faceva intendere che c’era emozione, interesse, partecipazione autentica, lavoro attivo.

Affinchè non si creassero frustrazioni, nelle successive esperienze, tutti quelli che erano stati tutors divennero, a loro volta, allievi e la magia dell’apprendimento si ripetè.

Poiché avevamo creato delle squadre era nata anche una sana competizione ed il clima, al momento di tirare le somme, era carico di aspettative.

Il gioco fu chiamato “ Divento maestro “ su suggerimento degli alunni stessi che chiedevano continuamente di ripeterlo per altre attività; essi si sentivano coinvolti e responsabili delle proprie prestazioni che tendevano a migliorare.

Noi insegnanti li seguimmo passo per passo, pronte ad intervenire e a chiarire laddove nascessero delle perplessità o dei problemi. Avemmo modo di ascoltarli e di osservarli; in breve tempo, ci accorgemmo che tale attività favoriva una maggiore interazione tra gli alunni e una maggiore autostima: i tutors, infatti, acquisirono fiducia e senso di responsabilità e si impegnarono a fondo per essere quanto più collaborativi e costruttivi nei confronti dei loro affidati.

Un altro aspetto positivo è stato il modo in cui sono stati trattati gli argomenti proposti, ossia con impegno, approfondimento, riflessioni critiche. Sia il tutor che l’alunno affidatogli hanno sviluppato abilità cognitive, sociali, affettivo-relazionali e atteggiamenti positivi che sono riusciti a traslare nella vita di tutti i giorni.

Ma in realtà penso che il vero punto di forza di quest’esperienza sia da ricercare nella capacità dei bambini di assumersi degli impegni con serietà e competenza.

Nel nominare i tutor c’era stato l’implicito messaggio: “Io credo in te!” .

 Per ogni alunno-tutor c’erano state parole di incoraggiamento e di presa in considerazione della sua “particolarità “ che in quel momento diventava “ speciale “.

Ognuno si sentiva unico, eppure rimaneva se stesso, perché nessuna lusinga può falsare la genuinità di un rapporto tra bambini.

 Essi non volevano per forza dimostrare qualcosa, quasi a ringraziare di essere stati scelti, non dovevano “ apparire” ciò che non erano. I bambini-tutor non hanno mai perso la loro natura gioiosa: hanno sempre condiviso con i bambini affidati la spontaneità della ricerca, l’entusiasmo di ogni piccola conquista.

E i bambini affidati si sono sentiti più liberi che con i maestri “veri” di esplicitare le loro difficoltà, di chiedere aiuto e ancora aiuto.

       17 maggio 2005