FONDAMENTI

Le “ragioni” del cuore
di Giacomo Conforti

Il rapporto tra “corporeo”, “affettivo” e “cognitivo” nella formazione della persona

 

Nella unitarietà di vita e di esperienza dell’individuo-persona sono presenti ed agiscono tre distinte sedi e cioè i sensi, attraverso le sensazioni e le percezioni, il cuore, attraverso i sentimenti e le emozioni, e la mente, attraverso il pensiero e la riflessione. I sensi coinvolgono più direttamente la corporeità, sulla quale si costruisce il processo di maturazione dell’identità, il cuore coinvolge insieme la corporeità e l’affettività, sulle quali si realizza il percorso di acquisizione dell’autonomia, la mente, infine, coinvolge unitariamente corporeità, affettività ed intellettività (o cognitività), sulle quali si determina lo sviluppo della competenza. Come interagiscono tra di loro queste tre sedi e quale rapporto si determina tra corporeità, affettività e cognitività? Secondo Vico l’uomo, nel suo processo evolutivo, prima “sente senza avvertire”, poi “avverte con animo perturbato e commosso”, ed infine “riflette con mente pura”. Nel sentire dei sensi, l’uomo rimane legato alla propria soggettività e quindi scopre il proprio “io” (la prima persona), nell’avvertire del cuore l’uomo si confronta con l’altro e col diverso da sé, da cui si distingue e con cui si identifica, e quindi scopre l’alterità ed il “tu” (la seconda persona), infine nel riflettere della mente l’uomo si apre alla realtà degli “esseri”, e quindi scopre l’esistenza della persona e cioè “l’egli” (la terza persona). Questo percorso dello sviluppo dell’uomo sul piano filogenetico, diventa anche, secondo Vico, il percorso di sviluppo ontogenetico di ciascun individuo-persona; così l’infanzia riproduce la fase del sentire e quindi del senso, la giovinezza, riproduce la fase dell’avvertire commotivamente e quindi della fantasia, la maturità riproduce la fase del riflettere della mente e quindi della ragione. Questa concezione del Vico, almeno sul piano filogenetico, è sicuramente da condividere, mentre qualche riserva si può esprimere per quello che riguarda il piano ontogenetico dello sviluppo. In effetti l’ontogenesi non sempre riproduce esattamente la filogenesi e questo perché più il livello di cultura e di civiltà, che l’uomo viene conseguendo, è elevato e complesso, più ciascun individuo-persona è sollecitato a trovare delle “scorciatoie”, o ad effettuare dei “salti di universo” (cioè a scavalcare del tutto alcune fasi proprie dello sviluppo filogenetico) per potersi appropriare compiutamente del complesso di beni e di valori conseguiti dall’uomo e costituenti patrimonio dell’umanità.

 

Dalla corporeità alla affettività e cognitività.
Ma cosa avviene in effetti nel rapporto tra corporeo, affettivo e cognitivo? Sostanzialmente si verifica questo: mentre sul piano dello sviluppo filogenetico il rapporto è rappresentato da un percorso lineare, per cui il passaggio dalla dimensione corporea a quella cognitiva deve necessariamente avvenire per il tramite della dimensione affettiva (dal corpo, al cuore, alla mente), sul piano dello sviluppo ontogenetico, invece, il rapporto tra le tre dimensioni di vita è rappresentato da un percorso triangolare o ciclico, in cui ciascuna di esse deve interagire con ciascuna delle altre due, sia nel senso che assuma funzione generativa rispetto alle altre, determinando tra di esse un rapporto di sovrordinazione gerarchica, sia nel senso che ciascuna risulti rafforzativa delle altre due, determinando così una forte interdipendenza reciproca. L’interazione tra corporeo, affettivo e cognitivo, determina anche l’esplicarsi di tre fondamentali livelli di vita, cioè i vissuti, i modelli ed i valori. Il primo livello, dei vissuti, si esprime appunto nella corporeità e nella sensorialità e ci fa sentire il corpo come la nostra prima e più importante risorsa. In tal senso il corpo si fa carico di tutti i “vissuti”, non solo quelli corporei, ma anche quelli affettivi e cognitivi. Il secondo livello, dei modelli, si esprime, a sua volta, nella affettività, che si manifesta soprattutto nella relazione umana e quindi nella ricerca di “modelli” di riferimento e nel bisogno dell’altro con cui condividere il senso del proprio “essere” nel mondo ed a cui partecipare il proprio modello o “stile” di vita. Il terzo livello, dei valori, infine, si esprime nella cognitività, cioè nell’attività di pensiero, intesa come capacità di intendere e cogliere il senso della realtà e di scoprire i “valori” del sapere, della verità e della conoscenza. Nell’interazione tra dimensioni e livelli di vita si pone l’esigenza di salvaguardare l’unità dinamica dell’individuo-persona. Esiste infatti il rischio che una delle tre dimensioni prenda il sopravvento sulle altre due determinando per esse una situazione di “asservimento”. Per evitare tale rischio l’interazione tra corporeo, affettivo e cognitivo deve necessariamente realizzarsi sia nel percorso lineare (dai sensi, al cuore, alla mente) sopra evidenziato, in cui l’affettività è sovrordinata alla corporeità e a sua volta la cognitività è sovrordinata alla affettività, ma in cui, nel contempo, ciascuna dimensione è anche generativa della successiva; sia nel percorso triangolare o ciclico, in cui ciascuna dimensione interagisce direttamente con le altre due. Nella prima prospettiva è evidente che è la mente che governa sia il cuore che i sensi, ma è parimenti evidente che il livello di vita dei “valori” umani, che è proprio della mente, ha bisogno di “nutrirsi” sia dei “modelli” di vita che sono propri del cuore, sia dei “vissuti” corporei, che sono propri dei sensi. In tal senso diciamo che l’uomo è un essere dotato di ragione. Nella seconda prospettiva invece è evidente come l’interazione tra cognitivo, affettivo e corporeo debba essere caratterizzata dalla relazione di reciprocità, in cui ciascuna dimensione deve poter manifestare e far valere le proprie “ragioni”.

 

Corporeo, affettivo e cognitivo nell’itinerario formativo della persona.
Occorre capire dunque quali sono le “ragioni” proprie del corpo, del cuore e della mente da far valere, sia nel loro rapporto di svrordinazione gerarchica, sia nella loro reciproca interazione, e ciò soprattutto sul piano dell’azione educativa, se è vero che essa è, per sua natura, azione regolativa e del processo specifico di sviluppo-apprendinmento di ciascun individuo-persona, e, più in generale, del suo percorso evolutivo. Le ragioni del corpo stanno nel fatto che in esso si manifesta e si afferma soprattutto la componente fondativa dell’unità dinamica della persona, e cioè l’identità, su cui si costruisce, sia il passaggio dell’individuo-persona dalla condizione individuale allo stato sociale, sia il suo ulteriore percorso di conquista di autonomia e di sviluppo di competenza. Conservare la propria identità lungo tutto l’arco del proprio percorso evolutivo costituisce perciò, per ciascun individuo, l’impegno primario e più gravoso, di cui si deve fare carico soprattutto la sua dimensione corporea. Occorre perciò l’attenzione al corpo, alla sua integrità, alla sua efficienza, alla sua duttilità e flessibilità, al suo essere per “fare”, per “agire” e per “operare”. Le ragioni del cuore, a sua volta, stanno soprattutto nel fatto che la dimensione affettiva costituisce appunto il “cuore” (che significa propriamente il “punto centrale”) dell’unità dinamica della persona, in quanto essa da un lato rappresenta il prolungamento del proprio sé corporeo verso la più ampia appartenenza alla comunità dei propri simili e dall’altro la condizione per “perdersi”, secondo l’espressione di una bellissima canzone di Lucio Dalla, nell’immensità del reale, divenendone, in tal senso, parte costitutiva. La relazione affettiva è dunque la condizione essenziale per aprire il cuore ai sentimenti ed alle emozioni e per sgomberare la mente da preclusioni e pregiudizi. In tal senso l’affettività rappresenta anche il punto di equilibrio ed il momento di mediazione tra corpo e mente, tra attività corporea e manuale ed attività intellettiva e mentale, tra gioco e lavoro, tra arte e scienza, tra credenza e conoscenza. Le ragioni della mente, infine, stanno propriamente nella “purezza” del suo pensiero, cioè nel suo esser sgombra da ogni “offuscamento” e da ogni “ottenebramento” (questo è propriamente il senso del “riflettere con mente pura” del Vico). Così inteso il pensiero è “riflessivo”, cioè si esprime nella capacità di “piegarsi” e di “adeguarsi” alla realtà, il cui significato più intimo è quello di esserci e di esistere prima di noi ed a prescindere da noi, ma di cui noi siamo pure parte integrante. La cognitività nasce perciò innanzi tutto come bisogno intimo di sentirsi parte costitutiva della realtà e si esprime poi nel desiderio di conoscerla questa realtà, di sapere come è fatta in sé e per sé, al di fuori e al di là delle possibili apparenze. L’azione educativa, svolta sia dalla famiglia, sia dalle agenzie sociali, sia dalla scuola, dovrebbe essere mirata a contribuire alla piena realizzazione delle differenti “ragioni” che ciascuna delle tre dimensioni di vita esprime, ma spesso così non è. Nell’attuale realtà sociale caratterizzata da un lato dal “culturismo fisico” e dall’altro dai mass-media e dalle nuove tecnologie, sia il corpo che la mente, sempre più spesso, ignorano le “ragioni del cuore” (Pascal), il quale, ovviamente, proprio perché sede dei sentimenti e delle emozioni, si pone sulle difensive, accelerando i propri ritmi fino al parossismo (vedi fibrillazione atriale parossistica) ed avvertendo che è lui il custode primo della vita e che è soprattutto lui a decidere da un momento all’altro di troncarne il filo. Ma il cuore è anche generoso, tanto che spesso tende a gonfiarsi (si dice: “ho il cuore gonfio”) e ad ingrandirsi (vedi cardiomiopatia dilatativa) per potere avvertire più intensamente i sentimenti e le emozioni. Le espressioni che si usano nei confronti del cuore (il cuore non sente ragioni, il cuore è matto, al cuore non si comanda ecc.) sono legate evidentemente alla consapevolezza che il cuore non è nostro (il mio cuore), ma che l’io di ciascuno di noi è parte del nostro cuore. E’ questa consapevolezza che ci può consentire ancora, come ai nostri progenitori, di “avvertire con animo perturbato e commosso”, la bellezza della natura, l’immensità del cielo, il mistero dell’universo, ma anche l’amore per tutte le creature, la passione di un legame affettivo, l’intensità e la pienezza della nostra esistenza.

 

5 dicembre 2005

 

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