FONDAMENTI

dIVERSITA’ ED UGUAGLIANZA
di Giacomo Conforti

 

L’itinerario di formazione della persona

 

Come annunciato sul numero di aprile del giornale a breve uscirà, per i tipi della Ionia Editrice, un mio libro dal titolo “Uno di noi. L’itinerario di formazione della persona”. Il libro ha una “Introduzione” di Umberto Tenuta, caro amico e collega e già collaboratore di Scuola e Vita, autore a sua volta di numerose pubblicazioni. Sulla questione essenziale trattata nel libro riguardante la natura  dell’educazione ed il significato che essa assume nell’itinerario di formazione della persona ho già scritto qualcosa nell’articolo pubblicato sul numero di dicembre del giornale intitolato: “Il senso dell’educazione”. Ritengo opportuno però riproporre in questa occasione, rispetto anche al breve compendio che ne è stato fatto nel numero di aprile, alcune questioni di fondo poste nel mio libro. In realtà la questione nodale attiene al significato ed al ruolo che assume o può assumere l’educazione nei confronti del percorso di vita di ciascun individuo-persona. In particolare ci si chiede se il modo di essere e di vivere, da parte di ciascuno di noi, la nostra esistenza terrena dalla nascita alla morte (ciò che io indico appunto come percorso di vita) dipenda soprattutto o del tutto dall’azione educativa svolta nei nostri confronti dai differenti sistemi educativi propri della società umana. E ancor di più se un’azione educativa più efficace ed adeguata, rispetto a quella risultata effettivamente svolta nei confronti di alcune persone, avrebbe potuto determinare, per queste persone, un esito diverso del loro percorso di vita. A questi interrogativi io dò risposta positiva. E cioè io ritengo che, se l’insieme di “circostanze, azioni ed operazioni” che costituiscono l’azione educativa fossero sempre pienamente coerenti e rispondenti agli scopi propri dell’educazione stessa, sarebbe possibile cambiare i percorsi di vita delle persone, fino a renderli comuni a quelli di ciascun altro individuo-persona. Qui sta infatti il senso dell’”Uno di noi” posto a base del titolo del libro. Il che significa che il percorso di vita di “uno di noi” (che sarebbe quel fortunato nei confronti del quale le circostanze, azioni ed operazioni costituenti l’azione educativa si sono rivelate pienamente rispondenti alle esigenze formative di quell’individuo-persona) potrebbe diventare il percorso di vita di “ciascuno di noi”. A sostegno di questo mio argomentare U.Tenuta pone in testa alla sua introduzione la frase di E.Kant “L’uomo può diventare tale solo con l’educazione”. In realtà io non mi ero posto il problema di ricorrere al pensiero di Kant per sostenere il mio discorso sul significato dell’educazione per la formazione della persona, innanzi tutto perché ciò che scrivo nel libro è si anche il frutto della mia formazione professionale e quindi delle mie conoscenze e competenze acquisite in lunghi anni di studio e di letture, ma è soprattutto il frutto della mia personale esperienza di vita vissuta sia nella mia veste di soggetto educando, sia nella mia veste di educatore. Inoltre, a prescindere dal pensiero di Kant, è evidente che è opinione comune di tutte le persone normali che è soprattutto l’educazione a formare l’uomo e che l’uomo stesso, per diventare tale, ha bisogno di essere educato. Ma se la frase di Kant è condivisa anche da coloro che non hanno mai studiato o letto di Pedagogia, occorre comunque rispondere almeno a tre questioni poste nella frase del filosofo tedesco: innanzi tutto bisogna chiedersi chi è “l’uomo”, in secondo luogo cosa vuol dire “diventare tale”, (cioè diventare uomo), in terzo luogo cosa è “l’educazione”. E ciò è quello che io ho fatto nel mio libro.

Chi è l’uomo.

 Tenuta pone in testa alla sua “Introduzione” anche il pensiero di Erich Fromm secondo cui l’uomo di per sé non è niente, ma è semplicemente ciò che “diventa” (evidentemente con l’educazione!). Non è un essere dotato di ragione, ma lo diventa, non è un essere sociale, ma lo diventa. Ma che cosa è che lo fa diventare capace di avere ed usare la ragione o di vivere la sua socialità. Secondo Fromm è l’uomo stesso che modella la sua persona e modifica se stesso nel corso del tempo e della storia. Ma anche qui il pensiero di Fromm risulta ininfluente sul significato dell’educazione per la formazione dell’uomo, nel senso che anche se è ciascun uomo che modifica sé stesso nel suo processo evolutivo, questo modificare se stesso è sempre e comunque “educazione” e dipende in ogni caso anche dalle influenze esterne. Possiamo condividere con Fromm, e con quanto in qualche modo sostiene anche U.Tenuta, che l’uomo è ciò che diventa, ma perché si realizzi questo “diventare”, evidentemente si deve verificare anche un processo evolutivo, cioè un insieme di trasformazioni e di cambiamenti, che o avvengono in maniera deterministica, per cui non possono essere che quelli e non altri e allora quel percorso di vita proprio di ciascun individuo-persona sarebbe per lui l’unico possibile, o avvengono invece per effetto di processi di sviluppo-apprendimento, che dipendono appunto dal fatto che l’uomo quando nasce non è ancora niente di quello che potrà poi essere o dovrà essere, cioè è “pura potenzialità”, è “anonimo”, (per cui occorre effettuare quella prima fondamentale operazione, che rappresenta in realtà l’inizio  dell’azione educativa, e che abbiamo indicato come “identificazione”). Diventare uomo significa dunque realizzare un percorso di sviluppo-apprendimento, o se volete evolutivo, attraverso il quale è possibile per ciascuno diventare uno dotato di ragione e capace di vivere in società, oltre che di acquisire comportamenti, competenze e conoscenze necessarie per alimentare la propria ragione e sostenere le proprie esigenze di interazione sociale. E tutto questo esige l’azione educativa svolta da una generazione all’altra, e che non può non essere intesa che come “sostegno” e “guida” offerti dalle generazioni adulte nei confronti del processo di sviluppo-apprendimento che caratterizza le nuove generazioni, in particolare in quella fase del loro percorso di vita che è indicata appunto come età evolutiva.

La natura umana.

 Ma è proprio vero, come sostiene Fromm, che l’uomo di per sé non è niente, cioè non ha alcuna natura? Non bisogna confondere il divenire con ciò che diviene, ciò che diviene è l’uomo e la sua natura è appunto quella di essere in divenire o di “essere in sviluppo”. D’altra parte in natura nulla si crea e nulla si distrugge, per cui ciò che l’uomo diventa è tutto presente già nell’atto del concepimento, sia pure inteso come pura “potenzialità”, o come semplicemente un poter divenire. Se poi è vero che l’uomo, come dice Pascal, non è né angelo e né bestia, è pur vero che egli sta evidentemente tra la bestia, nella sua “natura specifica”, cioè nel suo essere individuo (“materia signata quantitate” dice S. Tommaso) e quindi nella sua “condizione individuale” e tra l’angelo, nella sua identità umana, cioè nel suo essere persona fornita di ragione e quindi di un profilo umano comune a ciascun’altra persona con un suo stato ed una sua appartenenza sociale. Ma tra la bestia e l’angelo  c’è l’infinito, per cui è vero anche che l’uomo rimane sempre un “incompiuto” perché non realizza mai compiutamente il suo passaggio dalla condizione individuale allo stato sociale, ma ciò non toglie che l’uomo debba tendere ad effettuare questo passaggio mediante quelli che io indico come “salti di universo”. Questa dovrebbe essere dunque la natura propria dell’educazione, cioè consentire a ciascuno di effettuare compiutamente i salti di universo che sono necessari perché dalla propria condizione individuale, vicina alla bestia, determinata dall’appartenenza alla propria “specie” umana e quindi alla propria “natura specifica” o al proprio “corredo genetico”, egli possa gradualmente, nel proprio percorso di vita, realizzare l’intero percorso dell’evoluzione umana (filogenesi), dall’”homo ptiens, all’”homo ludens”, all’”homo faber”, all’”homo sapiens” e soprattutto all’”homo socius”, cioè all’uomo che, al di fuori della società umana e dell’azione educativa svolta dall’uomo sull’uomo, non potrebbe assolutamente rifare quel processo evolutivo nel suo breve percorso di vita ed avvicinarsi quindi all’angelo. Questo è l’itinerario di formazione della persona, che dipende però da quel complesso di circostanze, azioni ed operazioni costituenti l’azione educativa, che possono verificarsi più compiutamente, determinando per l’individuo-persona quella che abbiamo indicato come pienezza educativa e pienezza di vita, ma che possono anche non versificarsi in tutto o in parte, determinando le “antonomie”, cioè un insieme di conflitti tra condizione individuale e stato sociale dell’individuo persona, che si trasferiscono dai singoli individui alle intere comunità sociali (dalla famiglia allo stato), creando i fatti ed i fenomeni di “turbativa sociale”, in cui saltano del tutto sia il rapporto condizione-stato, sia il rapporto tra “diversità” ed “uguaglianza”, che costituiscono insieme i connotati essenziali del “divenire umano”.

La “condizione umana”: diversità ed uguaglianza.

Il problema dell’educazione è dunque quello di rendere compatibili le due fondamentali esigenze dell’individuo-persona, cioè quella di essere riconosciuto e di poter affermare pienamente la propria “diversità e specificità”, cioè il proprio essere individuo, unico, irripetibile ed insostituibile rispetto a qualsiasi altro individuo, e d’altra parte quella di assumere e conformarsi alle norme etico-sociali, che consentono a ciascuno l’appartenenza alla stessa comunità umana e la possibilità di fruire, alla pari con ciascun altro, di tutti i beni prodotti da questa comunità nel suo sviluppo storico. Questo è propriamente il senso della “condizione umana”. Ma come si fa a realizzarla pienamente? Se ciò è possibile per “uno di noi” perché non dovrebbe essere possibile per “ciascuno di noi”? Nella mia prospettiva, che è non tanto di pensiero, quanto di reale e concreta esperienza di vita, le condizioni perché ciò possa verificarsi sono sostanzialmente tre e riguardano i tre fondamentali rapporti che caratterizzano l’interazione umana. Il primo riguarda la relazione di dipendenza-indipendenza tra gli adulti-educatori ed i soggetti in sviluppo-apprendimento. A questa relazione è legato il valore primario, fondamentale e più importante dell’individuo-persona, cioè la costruzione-maturazione della propria identità personale. Il secondo rapporto riguarda la relazione di complementarietà tra le persone, cioè la consapevolezza del non bastare a sé stessi e di avere quindi bisogno dell’apporto degli altri. A questa relazione è legato il senso del “solidarismo” e quindi del collaborare e del competere (inteso come emulazione), condizione essenziale questa per svincolarsi dalla dipendenza ed essere autonomi. Infine il terzo rapporto riguarda la relazione di reciprocità, che è propria del rapporto “duale”, cioè del rapporto di condivisione e di comunione di vita, che consente di realizzare compiutamente il senso della diversità e dell’uguaglianza tra due persone, innanzi tutto nella relazione coniugale tra maschio e femmina, e poi nella relazione di comune appartenenza sociale ed umana tra le persone.

 

Giacomo Conforti. 

5 dicembre 2005

HomePage