FONDAMENTI

IDENTITA’ E PERSONA
di Giacomo Conforti

 

Da questo numero del giornale verranno ripresi ed approfonditi alcuni dei motivi più significativi del mio libro, sulla base anche di scritti apparsi su altre pubblicazioni.(V. Recensione)

 

Da un recente articolo di Umberto Galimberti su Repubblica: L’identità è un vincolo dell’individuo o un valore della persona?

In un articolo intitolato “Come si costruisce l’identità dell’individuo” e con un sottotitolo “Noi, condannati alla solitudine”, Umberto Galimberti sostiene che l’identità dell’individuo costituisce un vincolo, anzi il vincolo dei vincoli, rispetto allo spazio di libertà dello stesso individuo, tanto da ridurre questo spazio ad una “ipotesi puramente teorica”. Sulla base di questa premessa costruire ed affermare l’identità significherebbe rimanere irrimediabilmente chiusi nell’orizzonte dell’io e quindi essere tagliati fuori dall’orizzonte proveniente dall’esterno dell’io stesso, cioè dal mondo della storia, della natura e della società. La conclusione sarebbe la condanna per l’individuo alla solitudine ed all’auto-imprigionamento nella propria soggettività (solipsismo o narcisismo). Il vincolo della nostra identità dipenderebbe in effetti da una serie di altri vincoli derivanti dalla nostra natura di essere “individui”, cioè distinti e diversi rispetto a ciascun altro. Galimberti ne elenca sei di questi vincoli, quello genetico, secondo cui la nostra vicenda biologica è determinata, in modo ineluttabile, dai nostri caratteri genetici; quello morfologico, secondo cui l’essere belli o brutti determinerà una diversa sorte in ciascuno di noi; quello culturale, in base al quale il luogo e l’ambiente in cui si nasce consegna ciascuno ad un destino diverso; quello familiare, la cui influenza educativa, più o meno adeguata o inadeguata, decide in gran parte del nostro futuro; quello psichico, per cui traumi ed esperienze della prima infanzia incidono fortemente sul nostro modo di essere e di agire; quello infine di avere una particolare visione del modo che, orientandoci in un certo modo, ci limita nelle possibili scelte. Dice Galimberti: “Io chiamo tutti questi vincoli “nostra identità”, che vedo in grande conflitto con la nostra presunzione di libertà”. Ma è propriamente e realmente così?

 

Il rapporto individuo-persona.

Indubbiamente i nostri caratteri genetici ci fanno essere in un certo modo e non in un altro. Ma cosa sono i caratteri genetici e come agiscono su di noi lungo tutto il nostro “percorso di vita”? Se noi rimanessimo sempre e solo individui sicuramente saremmo sempre segnati dai nostri caratteri genetici, ma noi non siamo sempre e solo individui perché, ad un certo punto, siamo costretti necessariamente ad entrare in rapporto con l’altro, se non altro nel rapporto con l’altro sesso. Che succede quando si entra in rapporto con l’altro? Si scopre che si è diversi (vedi come i bambini a due-tre anni sono curiosi di scoprire la differenza di sesso), ma si scopre anche che tra il sé e l’altro vi è qualcosa di simile, e quindi si scopre di assomigliare all’altro e di avere quindi con l’altro una comune identità, che se da un lato ci mantiene distinti come individui, dall’altro ci fa essere uguali agli altri in quanto persone. Ma per far questo occorre “far tacere”, per così dire, mediante il “salto di universo”, la propria diversità genetica. Se ciò avviene i caratteri genetici non costituiscono più un vicolo per l’individuo, che si libera di essi divenendo persona. Parimenti si può dire che i nostri caratteri morfologici possono condizionare in senso positivo o negativo la nostra immagine nei confronti degli altri, ma se nell’interazione con gli altri entrano in gioco tutta una serie di altre componenti, che attengono non più al nostro essere individuo, con un corpo più o meno bello o brutto, ma al nostro essere persone, con una dimensione di vita e di esperienza in cui ciascun altro si può riconoscere, anche il vincolo morfologico cessa di essere tale. Ciò vale per tutti gli altri vincoli elencati, che appaiono tali solo se riferiti al nostro essere individui, ma che non sono più tali se riferiti al nostro essere individui-persone, cioè al nostro essere in divenire. La prospettiva assunta da Galimberti appare perciò come una prospettiva deterministica, che ignora innanzi tutto il fatto che l’identità non è costitutiva del nostro essere individui, ma è costitutiva del nostro essere individui-persone e in tal senso essa si costruisce gradualmente lungo tutto il percorso di vita e quindi evolve come evolve il processo evolutivo dell’uomo. In secondo luogo quella prospettiva ignora l’esistenza e la funzione dell’educazione, intesa come azione umana mirata appunto a far sì che ciascuno si liberi dai propri vincoli individuali ed affermi la propria identità come valore comune di tutti gli uomini.

 

 La società della tecnica.

Il discorso di Galimberti a questo punto si sposta sul piano della vita e del contesto sociale, in cui si pone un settimo vincolo, forse quello più dispotico. Nella società della tecnica, dice Galimberti, l’identità viene assorbita dalla “funzione” svolta da ciascuno nel proprio apparato di appartenenza, “dove le azioni non sono libere, ma tutte descritte e prescritte da un “mansionario”, ordinato secondo i criteri della produttività e della efficienza”. Perciò anche se nel suo processo evolutivo, sostenuto dall’educazione, l’uomo riuscisse a liberarsi dai suoi vincoli individuali, divenendo persona ed assumendo l’identità come valore comune di tutte le persone, questo settimo vincolo, sembra dire Galimberti, annullando il valore della persona, riporrebbe sul tappeto anche i sei vincoli individuali. Allora, “quando la nostra identità è rappresentata esclusivamente dal ruolo ed il nostro nome dal biglietto da visita in cui è messo in bella evidenza l’apparato di appartenenza”, all’individuo non resta che il “ripiegamento su sé stesso” e la “solitudine del proprio cuore”. Tutto questo genera, secondo Galimberti, la cultura del narcisismo e quindi dell’individualismo esasperato, il cui terreno, “preparato da questa cultura soggettivistica dalle antiche radici, diventa, nell’età della tecnica, l’unico terreno che l’individuo può abitare”. Ma questo toglierebbe all’individuo ogni possibilità di effettuare delle scelte, cioè di essere libero, perché “tutto, dalla scelta di un amico a quella di un amante, di una moglie, di un marito o di una carriera, può essere suscettibile di una cancellazione immediata non appena si offrono opportunità all’apparenza vantaggiose”. La conclusione a cui perviene Galimberti, è però alquanto sorprendente ed ambigua. Egli dice infatti: ”Riconsideriamo allora i nostri vincoli e, invece di vederli solo come limiti, guardiamoli anche come le uniche condizioni, al di fuori delle quali, anche la nostra autorealizzazione è pura illusione”. Questa seconda prospettiva di Galimberti, attinente alla nostra appartenenza sociale, a sua volta appare decisamente fatalistica e la ragione sta, anche in questo caso, da un lato nel fatto di considerare l’identità non come un valore sociale, per l’apporto specifico che ciascuna identità può dare alla società, ma come una condizione propria dell’individuo, dall’altro nell’ignorare ancora il ruolo dell’azione educativa esercitata dall’uomo sull’uomo.

                                                           

 Cosa è l’identità

Occorre avere chiara l’idea di identità, che nel libro abbiamo definito come il principio primo ed il valore più grande dell’uomo. Il principio primo sta nel fatto di essere l’uomo costituito da una comune materia in cui però è impresso, per ciascuno di noi, un diverso “segno distintivo”; il valore più grande sta invece nel fatto che l’uomo, nel suo processo evolutivo, cioè nei cambiamenti e nelle trasformazioni che ne caratterizzano l’intero “percorso di vita”, riesca a mantenersi sempre distinto e diverso rispetto agli altri, cioè mantenga sempre vivo il suo segno distintivo e quindi il suo essere individuo, ma nel contempo sia in grado di realizzare pienamente la sua materia o natura umana, divenendo persona uguale a ciascun’altra persona. E’ come se l’uomo, nella sua esistenza, abitasse una casa a due piani; il primo piano è quello del suo “essere individuo”, in cui si realizza la sua “vita privata” e quindi il suo “essere se stesso” ed il suo bisogno di “star solo con se stesso” (questo è il senso positivo della solitudine di cui parleremo in un prossimo articolo); il secondo piano invece è quello del suo “essere persona”, in cui si realizza la sua “vita pubblica” e quindi il suo “essere l’altro” e la sua appartenenza alla stessa “comunità umana”. Se è così ciò significa che gli eventuali vincoli attinenti alla nostra “condizione individuale” non possono, di per sè, mai inficiare il piano del nostro essere persona e quindi del nostro “stato sociale”, in cui l’esercizio della libertà deve necessariamente conciliarsi con quello della norma, da cui discende anche la necessità per l’uomo di effettuare autonomamente e responsabilmente le proprie scelte ed in cui ha senso il nostro “essere liberi”. E’ evidente però che per molti di noi quei vincoli attinenti alla nostra condizione individuale (i sei elencati da Galimberti) potrebbero effettivamente creare dei conflitti tra condizione individuale e stato sociale, ma nessuno dei sei, compreso il primo riguardante i nostri caratteri genetici, di per sé costituisce un vincolo; essi diventano tali solo a causa di quelle che abbiamo indicato nel libro come appropriazioni indebite e/o invasioni di campo, che determinano discrasie o disarmonie nei passaggi (o salti di universo) tra individuo e persona, tra diversità ed uguaglianza, tra condizione individuale e stato sociale e che possono essere risolte solo attraverso l’educazione, se realizzata nella sua pienezza. L’armonico rapporto tra individuo e persona, diversità ed uguaglianza, condizione individuale e stato sociale, è, a sua volta, condizione fondamentale per consentire anche il rapporto armonico tra le tre componenti costitutive della persona cioè l’identità, l’autonomia e la competenza, attraverso le quali è possibile liberarsi anche del settimo vincolo, quello derivante dagli apparati e dai mansionari dell’attuale sistema sociale. Ma anche questo dipende dalla maggiore o minore efficacia dell’educazione.

 

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