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CITTADINANZA E COSTITUZIONE
di Tecla Squillaci
Lo studio della Costituzione si poneall’interno dei programmi ministeriali della scuola come una tradizione e, al tempo stesso, come una novità.
La tradizione, in senso didattico, va cercata nella natura epistemologica ed ermeneutica di tutte le discipline scolastiche che nella loro interezza derivano da quella particolare ed unica predisposizione umana che è l’aspirazione alla giustizia; al senso del “vero” dal punto di vista etico prima che formale, perché risponde alla domanda di verità esistenziale di ogni uomo.
La novità consiste nella riscoperta del diritto nella nostra società. In un mondo dominato da un tempo vorace di cui fanno maggiormente le spese proprio gli adolescenti, il riconoscimento dello “ius mihi est” assume un valore educativo preponderante ed inconfondibile.
Lo studio della Costituzione è soltanto apparentemente appannaggio di una conoscenza strutturale, storica della nostra società; al di là delle motivazioni storiche, culturali, sociali e politiche – le ansie e le aspirazioni espresse in quell’atto legislativo che si pone alla base della nascente Repubblica─vi è soprattutto la ricerca del bene che ha sempretenuto assieme ogni forma di convivenza umana dalla più antica a quella dei nostri giorni.
La ricerca del bene ha un valore individuale ed uno per la collettività di tipo precettistico; i giovani ne avvertono maggiormente la dicotomiaquando la si propone dall’alto, da parte dell’insegnante, come colui che “impartisce” le regole ed anche come colui che “sorveglia e punisce” nell’accezione adorniana.
Il docente che insegna Costituzione dovrebbe sempre tener conto di questo.
Per sua natura ed indole, al di là della banalità della presentazione delle regole della convivenza civile come necessarie ed obbligatorie ─atteggiamento questo che può scatenare anche insofferenza negli adolescenti─ il riconoscimento deve essere evidenziato come “naturalis ratio”.
Bisogna conoscere profondamente l’animo umano per capire questo.
Ma, del resto, chi pretende d’insegnare ed educare di questa fine conoscenza deve rendersi esperto.
Alcuni insegnanti evitano anche il contatto visivo con gli alunni, in senso lato, distolgono lo sguardo da loro ed anche dai loro bisogni.
Si può restare ad occhi aperti ma ignorare del tutto il mondo attorno a noi. Si può essere nel mondo ed accettarne le strutture codificate senza capirne tuttavia la composizione, senza tentarne l’analisi. Occorre de-strutturare prima di costruire se non si vogliono innalzare ponti tra due vuoti o cattedrali sulla sabbia.
La cosa peggiore che si possa fare è quella di trasmettere “conoscenze” come dati di fatto, a sedimentare strutture di piani, di travi e travicelli che erroneamente si crede che formino “cultura”.
La cultura non ha un peso specifico;è un nimbo piovoso dalla leggerezza impalpabile ma che nutre ogni cosa con la sua acqua. È multiforme, è la formaplastica che si adatta ad ogni individuo e che ogni individuo adopera per possedere fino in fondo il suo “diritto” al sapere ed al saper vivere.
Solo in questa plasticità può incarnarsi lo studio della Costituzione .
Non soltanto come atto dovuto alla società, a ciò che altri hanno predisposto per noi, ma soprattutto come riscoperta dell’individuo; il diritto è naturalis ratio, come dicevo prima: Ne deriva che nasce prima di tutto all’interno della razionalità umana ed irripetibile di ognuno di noi.
Del resto, sono perfettamente d’accordo che non si debba fare “politica” a scuola, in nessun ordine e grado. Alcuni docenti credono di fare un gran bene comunicando agli alunni le proprie convinzioni politiche. In realtà rendono loro un pessimo servizio e questoa prescindere dalle idee che possono anche essere giuste (a parte che ciò che può essere giusto per noi non è detto che lo sia in modo assoluto) ma è il principio ad essere errato.
Come si fa, allora, chiederà qualcuno, a promuovere la formazione di una coscienza civile se non si parla anche di “politica”? A parte che la civiltàè il “civium” come appartenenza e condivisioneed è ben altra cosa dalla forma politica che non necessariamente deve avere delle coordinate prestabilite. Il concetto logico che denota la civiltà è differente da quello che indica la politica. Nella logica formale si chiama”interferenza di termini”, ovvero: errore concettuale. Trasmettere un messaggio politico in modo più o meno diretto è solo anti-educativo nel significato etimologico di questa definizione. L’opinione politica, qualunque essa sia, è una conquista che ogni individuo deve- DEVE – come imperativo categorico, a se stesso. Nel concetto di conquista è anche insito quello di “piacere” cheè, in definitiva il piacere della crescita e che un insegnante toglie all’alunno… operando in sua vece!
La crescita non è esattamente quel processo quasi doloroso denso di incombenti responsabilità presentato spesso quasi come una spada di Damocle sospesa sul collo dei giovani. Ma è soprattutto un “piacere” oltreché un diritto.
In sintesi, le idee politiche sono una conquista personale. La coscienza civile, la consapevolezza dello “ius mihi est” che contribuisce alla formazione delle prime, all’elaborazione che deve sempre essere soggettiva. Aristotele diceva: “epistemè to nous organòn”; la conoscenza è strumento dell’intelletto. La funzione dell’insegnanteè contribuire all’approccio verso la conoscenza perlo sviluppo delle capacità intellettive individuali e del pensiero divergente; non certo quella di allevare pecore clonate a propria immagine e somiglianza!
Ne consegue che la conoscenza di una dimensione sociale ed individuale del diritto è lo strumento della formazione dell’intelletto etico della persona la cui rielaborazione è territorio riservato e soggettivo.
24 marzo 2010