FONDAMENTI

FAMIGLIA D’AMORE, FAMIGLIA D’ODIO
di Franco Blezza
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In apertura, è doveroso un ringraziamento tutto particolare al professor Brunello e agli organizzatori della "Dante Alighieri" trevigiana per questo gradito invito, che offre la possibilità di far sentire anche la voce della Pedagogia in un consesso di così elevato spessore culturale.
Fra l'altro, la competenza di un pedagogista viene qui chiamata in causa per affrontare una tematica che è specificamente pedagogica, ma che ancora al giorno d'oggi non viene considerata tale sempre e da tutti, neppure da parte di taluni esperti.
Per troppo tempo, la Pedagogia è rimasta confinata entro domini ristretti e visioni riduttive: le età dello sviluppo e la scuola, o loro segmenti, nonché alcuni problemi che rientrano nella dizione ampiamente comprensiva di "Pedagogia speciale" (Handicap, disadattamento, devianza e via elencando). Ma non è più così da decenni, ed infatti qui non ne parleremo, se non indirettamente: parleremo, invece, direttamente di famiglia, e di conseguenza di genitorialità e figli.
Con questi indirizzi di ringraziamento e di saluto, che saranno di conseguenza letti come non rituali, entreremo subito nel vivo del discorso, non senza che il vostro oratore si associ all'omaggio a quel grande docente che è tutt'ora Giovanni Battista Baroni, indimenticato professore al Liceo Ginnasio "Canova", maestro esemplare e guida sicura anche ben oltre gli studi liceali.
La famiglia oggi: quale crisi?
Parliamo, dunque, della famiglia attuale dal punto di vista pedagogico.
Come ben sanno gli ascoltatori, al giorno d'oggi quando si affronta il tema della famiglia, in qualunque consesso e sotto qualunque taglio culturale e professionale, è difficile non associarvi il concetto di "crisi". L'associazione suona talmente immediata da apparire scontata. E pure, o proprio per questo, qui è richiesta un'attenzione adeguata.
È in crisi la famiglia oggi?
Cominciamo subito esprimendo al riguardo, dal punto di vista pedagogico, un chiaro e netto "no".
La crisi che oggi registriamo non riguarda la famiglia in quanto tale, bensì un particolare modo d'intendere la famiglia e di costituirla, un particolare "paradigma" familiare come diciamo noi: quella famiglia che dall'Ottocento gli esperti, i sociologi per primi, chiamarono con locuzione tecnica "famiglia nucleare". Per chiamare la famiglia secondo questo paradigma si possono impiegare anche diverse locuzioni equivalenti all'aggettivo "nucleare": ad esempio famiglia "instabile" (con particolare riguardo ai beni ereditari), "borghese", "vittoriana", "egalitaria", "da prima rivoluzione industriale", e ciascuna specificazione richiederebbe attente disamine, come si intuisce immediatamente. Con molte cautele, si può impiegare anche la dizione "famiglia d'amore", da cui la prima parte del titolo di questa conversazione: anche questo modo di chiamarla richiede un esame non meno attento, come vedremo.
Stiamo parlando di una costruzione culturale, quindi non di un'istituzione naturale: di un modo assolutamente particolare di intendere la famiglia, che storicamente è ben datato e contestualizzato.
Se rivolgiamo l'attenzione alla fatica che ci costa oggi rendercene conto appieno, ed è molta, allora forse siamo già sulla strada giusta per porre correttamente il problema della crisi di questa particolare forma di famiglia. La difficoltà è dovuta anche al fatto che ce l'hanno a lungo propinata, con un'educazione a ciò mirata, come fosse la famiglia "naturale", "frutto di millenni di civiltà", ed insieme anche "tradizionale": incuranti dell'evidenza che queste attribuzioni (ed altre) sono tutte indebite, scorrette, irrealistiche, oltre che mutuamente esclusive.
Invece, la famiglia nucleare è sorta come conseguenza delle ben note rivoluzioni borghesi del Settecento: con la rivoluzione industriale e l'Illuminismo, con le rivoluzioni americana e francese, e con le idee illuministiche diffuse da Napoleone in varie parti dell'Europa. Fra l'altro, dobbiamo esattamente a quella eredità l'istituzione del Liceo Ginnasio: scuola nata, lasciatemelo dire, non come selezione di una élite come qualcuno vorrebbe credere ancor oggi, ma per consentire a strati più ampi della popolazione di accedere all'Università.
In particolare, fu per le discese di Napoleone in Italia che si ebbe, dal 1807, anche il nostro Liceo "Antonio Canova" a Treviso, del quale giustamente andiamo fieri; ecco quindi che i saluti effettivamente ci hanno portato in medias res.
Qualche precedente significativo della famiglia "nucleare" propriamente detta vi era stato circa un secolo prima in Inghilterra. Quindi stiamo parlando di una istituzione che è durata abbastanza poco: la crisi della famiglia nucleare ha cominciato a manifestarsi, con evidenti segni d'irreversibilità, verso gli anni '60, se non già verso gli anni '50, del secolo scorso. Insomma, tale paradigma familiare ha avuto due secoli scarsi di vigore: poco più in una realtà singolare come quella inglese, ma anche poco meno in alcune altre zone d'Europa.
In precedenza, la famiglia esisteva secondo paradigmi diversi. In estrema sintesi, ancora nel '700 erano essenzialmente due i paradigmi familiari dominanti, perlomeno nella civiltà occidentale.
Uno era rappresentato dalla famiglia "signorile", o "nobiliare", che si costituiva negli alti strati della società e che era più che altro l'espressione di una perpetuazione di linee ereditarie e di alleanze tra queste.
L'altro, dalla famiglia "patriarcale", nella quale l'autorità non era detenuta dal genitore o, per meglio dire, dai coniugi nel momento in cui contraevano matrimonio, ma rimaneva in saldo ed indiscusso possesso del "patriarca" per tutto il tempo in cui non solo i figli, ma anche generi nuore e nipoti, appartenevano ad un clan e partecipavano alle attività promosse da quella unità che sovrastava i nuclei familiari come li intenderemo oggi, e che le davano un senso economico-sociale.
Se, poi, volessimo andare più indietro nel tempo, troveremmo paradigmi assolutamente differenti: per esempio la famiglia ebraica biblica, la famiglia greco-classica o meglio le sue varie versioni, la famiglia romana che ha attraversato anch'essa diversi momenti. L'ultimo rilevante paradigma familiare in Occidente, prima dell'affermarvisi della famiglia signorile (patrilineare) nei ceti elevati. è stato costituito dalla famiglia barbarica che si fondava su legami di sangue in senso stretto e quindi anche per via femminile: quel paradigma è stato denominato, appunto, di famiglia "cognatizia".
La costruzione dei generi con polarizzazione spinta
Un certo discernimento, a questo riguardo, si impone: come, del resto, ogniqualvolta si parli specificamente di Pedagogia.
Che cosa è successo con le rivoluzioni borghesi della fine del '700? Sono successe tante cose, come ben sappiamo: la società è cambiata profondamente, sono cambiati i rapporti sociali, è cambiato essenzialmente il modo di intendere il lavoro. Dobbiamo osservare con particolare attenzione che è cambiato il dispendio umano, sempre più intenso e sempre più essenziale, richiesto in tutte le relazioni che più avevano importanza nella nuova società: relazioni sociali, culturali e politiche; relazioni economiche, produttive e lavorative; e via elencando.
Ora, per poter fare fronte ad un dispendio simile, la famiglia nucleare ha costituito la risposta più funzionale ed efficace.
Lo capiamo, studiando con attenzione in che cosa consistesse, e consista tutt'ora, la premessa educativa essenziale per questo tipo di famiglia: in una polarizzazione spinta all'estremo dei caratteri (e dei ruoli) di genere. Il maschio era educato ad un ruolo di dispendio di sé stesso quanto più possibile "all'esterno"; la femmina era educata ad un dispendio reciproco, complementare, quanto più possibile "all'interno": e ciò, qualunque cosa quelle immagini di luogo significassero. In pratica quell'enorme dispendio di risorse umane che era richiesto dalla nuova realtà socio-culturale nel suo complesso era assunto in solido, fino in fondo e senza riserve, dal maschio a ciò educato, certo che avrebbe trovato nella femmina la compensazione, il riequilibrio e il completamento di tutto quanto gli mancava dall'altro lato, dal lato "dell'interno": dell'interno della coppia, della famiglia, della casa. È un modo di intendere la coppia, prima che non la famiglia, che nell'Ottocento si e imposto largamente in Europa e in Occidente.
Alla fine di quel secolo Edmond Demolins (1852-1907), un importante pedagogista francese, uno dei padri di quella grande corrente di rinnovamento pedagogico che va sotto il nome di "Attivismo", affermava che tutta la finalizzazione dell'educazione del suo tempo si poteva riassumere in poche parole. Perché educhiamo, a che cosa educhiamo? Se è un maschio, lo educhiamo a conquistarsi una buona posizione nella società; se una femmina, la educhiamo a farsi un buon matrimonio.
Non si educava, insomma, la persona; non c'era nulla da considerare circa le attitudini soggettive o circa le potenzialità di ciascuno, che urgono sempre di essere attuate o, per lo meno, di trovare le condizioni per una eventuale attuazione; la compartimentazione dei ruoli sociali era rigida e assoluta.
Il maschio fin da piccolo è educato a tutto quello che è un "buttarsi fuori"; per questo, egli viene fatto giocare per lo più all'esterno, ha minor ritegno, può scatenarsi, può gridare, può esternare, se è il caso, e a volte anche se non lo è. La femmina, invece, viene educata a esplicarsi (o meglio, a spendersi) "all'interno", deve contenersi, deve avere delle manifestazioni più compatibili con gli spazi angusti di una famiglia, di una coppia, di una casa, di una stanza, con particolare riguardo alla realtà inurbata. Il maschio lascia la sua camera e i luoghi che attraversa in totale disordine: tanto, c'è di sicuro qualcun altro che li riordinerà, e così impara ad avere bisogno di questo "altro" (o, meglio, di quest'"altra"), lui ha sempre molto da fare "fuori". La femmina viene educata a riordinare la propria camera e a prendersene cura fin da quando è piccola, e ad estendere i propri doveri anche ad altre camere della casa, e comunque a non dare troppa importanza a quanto può fare "fuori", tanto c'è sempre qualcuno di sesso maschile che vi provvede o vi provvederà, e così anch'essa impara a dipendere fin da piccola mentalmente da questo "altro".
Ma v'è di più. Il maschio è educato ad un dispendio di sé stesso il più possibile intenso, forte, ed anche sbrigativo e violento, fuori di sé stesso; egli non deve avere mai "tempo da perdere". La femmina è educata all'atteggiamento reciproco: pazienza, comprensione (anche nel senso etimologico, del "prehendere cum"), gestione di rapporti che hanno bisogno di un riequilibrio continuo, e riguardo preferenziale nei confronti degli obiettivi che si connotano per i tempi lunghi.
In casi come questo si creava facilmente un intreccio tra i ruoli di genere e il potere, reale o presunto. Si pensava che il padre-marito integrasse bene la figura autoritaria secondo necessità sociale in quanto, da un lato, riusciva a realizzare posizioni di potere fuori di casa e, dall'altro, in casa si comportava come persona austera e sempre seria, alla quale erano negate tutte le tenerezze, le attenzioni e le disponibilità nei riguardi della moglie e dei figli, attendendosene che invece gli tributassero onori, rispetto, ubbidienza, come dovuti appunto a persona di potere.
Che il padre dovesse incarnare comportamenti tipici di una figura di potere era parte essenziale di quel quadro, anche perché questo lo responsabilizzava in maniera potente. Egli non avrebbe accettato tanti sacrifici personali e tanti compromessi, tante deprivazioni sia "al di fuori" che "al di dentro", se non fosse stato certo che da questo suo sacrificarsi dipendevano la moglie e i figli nel loro benessere e nella loro posizione sociale.
Alla femmina si attribuivano caratteristiche corrispondentemente diverse, ad esempio la sensibilità, la capacità di coinvolgere, l'adattabilità, magari un certo carisma, e tutto quanto poteva esservi di complementare.
Nella scienza ottocentesca, e in parte anche in quella novecentesca, si sono trovati parecchi giustificazionismi biologici a questo stato di cose. In particolare, nelle teorie di Sigmund Freud (1856-1939), con il suo teorizzare le essenziali differenze dei due generi quanto al sesso, la sua funzione e le sue condizioni d'esercizio. Egli aveva scandalizzato i borghesi del tempo, ma di fatto aveva fornito a quella società un supporto importantissimo: difatti, una teoria così scandalosa e scabrosa vi è stata ben presto metabolizzata.
Del resto, chi abbia competenza di storia delle scienze sa bene che qualunque realtà socio-culturale ha sempre trovato qualche modo di strumentalizzare alcuni aspetti della cultura scientifica del suo tempo per propri fini.
Si può arrivare a pensare all'atto sessuale come una sorta di "servizio" che la femmina è tenuta a rendere al Partner maschio, per ragioni che pretenderebbero di avere dei giustificazionismi fin d'ordine biologico, ma che in realtà erano ragioni rispondenti alla cultura e alla società del tempo, e risultati di un'educazione che a ciò mirava con determinazione ferrea, e con evidente successo.
Ancora nel 1949, Simone de Beauvoir (1908-1986) scandalizzò molti "benpensanti" (e non) asserendo nel saggio significativamente intitolato Le deuxième sexe (Gallimard. Paris) che "on ne naît pas femme, on le devient"; e intendeva chiaramente riferirsi alla femmina non come realtà anatomo-fisiologica, ma come realtà sociale. Il concetto andrebbe completato dal reciproco, e con il significato analogo, "on ne naît pas homme, on le devient". Si diveniva quel maschio e quella femmina, a polarizzazione estrema, che era richiesta dalia famiglia "nucleare": e lo si diveniva attraverso l'educazione.
Una costruzione culturale, datata e contestualizzata
Non si pensi che sia sempre stato così, perché le cose non funzionavano in questo modo né nella famiglia signorile né nella famiglia patriarcale, solo per portare i due controesempi più recenti cui si è accennato; e neppure nella famiglia cognatizia.
In particolare, le relazioni lavorative e produttive erano forti anche per la femmina nella famiglia patriarcale: non si sarebbe potuto fare a meno del suo lavoro, come invece si è cercato di fare nella famiglia nucleare e, spesso, ci si è riusciti. Tanto era necessario quel lavoro, che in quella famiglia le singole madri erano largamente sollevate dall'accudimento e dall'educazione dei figli anche piccoli, i quali venivano curati in comune, in genere da unica persona per tutto il clan (prima da una femmina, ad esempio la nonna od una zia vedova; e da una certa età in poi da un maschio, scelto a seconda delle opportunità)
Questo il punto che più facilmente inganna: oggi siamo portati ancora a credere che, in fondo, la cura e l'accudimento dei bambini piccoli sia un compito "naturale" della madre, e questo è un altro esempio evidente di giustificazionismo medico-biologico. Secondo questo pregiudizio, sarebbe "naturale" che la madre, almeno fino a quando il bambino è piccolo, si dedicasse in tutto o perlomeno in buona parte a curare quel bambino.
Per rendersi conto di quanto questo convincimento sia invece legato al paradigma familiare, basterebbe ricordare che nella famiglia signorile la "signora" non allattava nemmeno ma mandava il figlio "a balia da latte": e non parliamo solo dei secoli lontani, in quanto le testimonianze in tal senso arrivano fino ben dentro il '900. Basterebbe, per capire che qualche cosa di questo discorso pseudo-biologico non funziona: era un discorso culturale e non biologico, è lo è tuttora.
Comunque sia, l'allattamento al seno costituisce, in tutta evidenza, l'unica funzione nella quale effettivamente la figura femminile è insostituibile per ragioni naturali, anche se non si tratta necessariamente della madre. In ogni altro compito che è parte della cura e dell'accudimento del bambino piccolo, il maschio (padre, od altra figura maschile adulta di riferimento) può essere coinvolto esattamente come la madre o la figura femminile adulta di riferimento.
Per la Pedagogia d'oggi, non solo tutto ciò è possibile, ma anzi è opportuno ed indicato.
Stiamo comprendendo solo da qualche decennio quanto bene sia che anche la figura maschile vi sia coinvolta, in termini tendenzialmente paritari rispetto alla figura femminile. Questo coinvolgimento è indicato non solo e non tanto per un riequilibrio tra i due Partner, che pure e già una cosa importante: ma perché è essenziale per il figlio fin da quando è piccolo avere tutti e due i generi di riferimento che si prendano cura di lui; e perché è altrettanto essenziale l'interazione con i piccoli per entrambi gli adulti, a cominciare dall'adulto maschio, dal padre.
Fin dalle età più tenere, il bambino impara a riconoscere la voce, le mani, i comportamenti di ciascuno degli adulti, e ben presto sa esprimerlo perfettamente; appena può, ne parla, e con piacere. Questo per la sua educazione e la sua crescita equilibrata è oggi riconosciuto come fondamentale.
Come vedremo fra poco, tra i sintomi della decadenza di questo paradigma di famiglia, che pure ha retto per circa due secoli, c'è la crisi del genere maschile. Anche (o proprio) per questo motivo, dovremo capire quanto bene per il padre, per il maschio, stia nel riprendersi ciò che gli è stato negato in due secoli di suddivisione rigida dei compiti. Non si tratta solo di aggiungere un carico "interno" a quello "esterno" preesistente, cioè di impoverirsi: si tratta di arricchire sé stessi. Si tratta di convincersi di quanto arricchisca il maschio adulto e padre il prendersi cura del figlio anche materialmente: dargli il biberon, cambiarlo, fargli il bagnetto, aiutarlo quando impara a camminare e così via. Sto parlando a bella posta di bambini molto piccoli; quando più l'età poi avanza, più immediato risulta comprendere ciò che può dare il figlio al padre mentre il padre si prende cura del figlio.
Non basta, insomma, discutere di quanto il padre possa dare al figlio: tutto un discorso andrebbe fatto su quanto, contestualmente, il figlio possa così dare al padre al di là di ciò che il padre gli dà. Si tratta di un discorso complementare.
Il mantenimento della polarizzazione dei generi
Non c'era e non c'è, dunque, nulla di naturale, di biologico, in quel tipo di suddivisione rigida dei compiti che caratterizzava la famiglia nucleare, la quale veniva costruita attraverso un'educazione a ciò mirata.
Semmai, quella dissimmetria, quello squilibrio, quell'estremizzazione nei ruoli, che trovava solo una parziale e momentanea opera di riequilibrio continuo attraverso un difficile rapporto tra i due, costituivano una situazione di fondo altamente critica: mantenerne l'instabile equilibrio costituiva un'impresa difficile, impegnativa, pesante e, non di rado, violenta.
Per un compito simile, ci voleva tutto un complesso di coperture che facessero sì che entrambi si rassegnassero a questo tipo di sacrificio quotidiano connaturato con il ruolo di ciascuno.
Ecco che, allora, necessario completamento della famiglia propriamente detta "nucleare" era tutto quel complesso di prerogative che facevano sì che ciò che non andava comunque "all'interno" prima di tutto della coppia, e poi della famiglia e della casa, rimanesse ben chiuso entro le quattro mura domestiche.
Il concetto di Privacy, ad esempio, e nato in questo contesto.
Il concetto di intimità domestica, o Domesticity, non esisteva nel '700, o meglio cominciava ad esistere nell'Inghilterra del '700. Poi della fine del '700 - primi dell'800 ha cominciato a diffondersi via via in altri paesi europei ed occidentali.
Il concetto di rispettabilità non esisteva davvero, come non esisteva neppure il termine: non stiamo parlando di "rispetto", la "rispettabilità" caratterizzava in modo forte la qualità della persona che, di tutto ciò che avviene dentro le mura domestiche, in particolare al di là della porta sempre chiusa della camera nuziale, non parla mai e in nessun caso. Si tratta, è chiaro, solo di alcuni esempi significativi.
"Di certe cose", come si diceva molto comunemente e pudicamente, "non si parla"; una persona "bene educata" non ne parla.
Ecco che, allora, si diceva anche che "i panni sporchi si lavano in famiglia": lo si diceva, del tutto indipendentemente dalla constatazione che, tante volte, quei "panni sporchi" nessuno li "lavava"; ed anzi. diventavano sempre più sporchi.
I cosiddetti "drammi della camera da letto", l'espressione è forse un po' colorita ma rende l'idea, hanno cominciato ad emergere negli anni '50 e '60 del secolo scorso; in precedenza, essi erano tenuti accuratamente celati ed era molto difficile che qualche cosa ne trapelasse all'esterno. Certo, si poteva vagamente intuire che qualcosa non andasse ma, quando anche qualcuno avesse intuito che qualcosa non andava, per le stesse ragioni di copertura e con gli stessi luoghi comuni egli si sarebbe astenuto accuratamente dall'intervenire comunque. Come si diceva, "tra moglie e marito, non mettere il dito!", ...
Si capisce bene come, sotto quelle cappe di ipocrita perbenismo borghese e di un "amore" affatto singolare, diverso da come l'intenderemmo oggi, potessero allignare e prosperare atteggiamenti di avversione, di rifiuto, e persino di vero e proprio odio sistematico, anche in piena reciprocità. Ed ecco spiegata l'altra parte del titolo, che ora non dovrebbe più suonare come un'alternativa esclusiva od un ossimoro, ma piuttosto come una sintesi, estrema fin che si vuole.
Nessuno avrebbe neppure posto delle domande specifiche in tal senso, perché anche il semplice parlare di cose del genere "non stava bene". Ed ecco un'ulteriore espressione del tempo, fra l'altro che andrebbe indagata nella sua totale destituzione di senso (Sinnlos, in termine tecnico): "non sta bene" parlare di queste cose. Era lo Zeitgeist o spirito del tempo, ma era anche uno stile, un modo di agire e di vivere. Il che contribuiva ad un'educazione che, si badi bene, non terminava a 14 anni e neppure quando il soggetto si sposava, come pure si faceva credere allora, ma permaneva per tutta la vita come processo.
Quando anche un soggetto avesse avuto la tentazione, ardita ma che pur veniva, di esternare come non ne potesse più di questo stato di cose col marito o con la moglie, c'era tutto l'ambiente educativo che lo riconduceva a quella che si riteneva essere la "ragione", la "retta via" con ambiguità voluta dell'aggettivo ("retta" nel senso di "diritta" e nel senso di "giusta"). Questo era altresì dovuto al fatto una delle caratteristiche di fondo di una costruzione così impegnativa e violenta, senza delle quali è difficile capire come essa potesse stare in piedi, era costituita dai figli e dalle loro necessità.
Nella famiglia patriarcale, come anche per altri versi nella famiglia signorile, il provvedere ai figli costituiva un adempimento assai più diluito, si è ben visto, anche se i genitori mantenevano una certa responsabilità.
Nella famiglia nucleare, invece, il compito era concentrato al massimo: i genitori erano investiti di responsabilità pressoché esclusive nella cura e nella educazione dei figli. Ecco che allora "in nome dei figli" si finiva per accettare qualunque sacrificio: sia dal punto di vista "interno" cioè dal punto di vista prevalentemente della femmina, tutti i sacrifici che comportava una vita coniugale domestica non gradita, non soddisfacente, non gratificante; sia dal punto di vista "esterno" cioè dal punto di vista per lo più del maschio, vale a dire tutto ciò che gli imponeva un lavoro sempre più alienante, sempre più impegnativo, sempre più spersonalizzate, ma che comunque era l'unico modo attraverso il quale i figli e la famiglia avevano non solo la sussistenza economica, ed era già un primo punto, ma anche la visibilità e il prestigio sociali.
Va tenuto, al riguardo, nella dovuta attenzione il fatto che fino a non molti decenni fa, e ancora oggi in parecchi casi, il nome della famiglia era il nome del maschio "capo-famiglia". Ciò che si leggeva sui campanelli delle case erano il nome, il cognome ed eventualmente il titolo del capofamiglia. Tante volte non veniva nemmeno scritto il semplice nome della moglie.
Se penso alle mie mia nonne, che sono nate sulla fine dell'800, mi è facile capirlo; se penso a mia madre, già comincia ad essere un po' più impegnativo; ma parlo di donne il cui cognome "da signorina" quasi nessuno conosceva: al massimo qualche parente, o qualche amico intimo e di vecchia data. In particolare penso a mia nonna materna, che era una donna di raffinata cultura, ma socialmente era prima di tutto la moglie del veterinario del paese; per cui essa per tutti in paese era "la veterinaria". Nessuno considerava tanto né scandaloso né sminutivo: quella era la sua identità sociale; come, del resto, simile era anche quella dei figli fino a quando non si fossero poi sposati e non avessero così costituito altri e nuovi nuclei familiari.
Quindi, da un lato, la donna accettava questi sacrifici perché essa non poteva fare a meno, assieme ai figli, dell'unico ritorno dall'esterno di tanti investimenti anch'essi esterni, di quelli del lavoro e di ogni altra attività esterna compiuti dal maschio; dal lato reciproco, il maschio accettava altri sacrifici, largamente simmetrici, perché da questo ritorno dipendevano l'immagine pubblica e la sussistenza materiale della moglie e dei figli.
La famiglia nucleare, l'amore e l'odio
La famiglia costruita su questo paradigma ha retto un paio di secoli scarsi, si è detto. Il suo è stato un impegno assai pesante, in quanto ha attraversato un periodo di profonde trasformazioni in tutti i campi; essa ha retto egregiamente. Questo fatto riveste un significato fondamentale: noi non siamo qui per parlarne male, anche se capiamo quali limiti stringenti denunciasse, in tutta evidenza. In fin dei conti, ogni paradigma familiare presenta pregi e difetti, onori e oneri, vantaggi e svantaggi, costi e benefici, come qualunque altra creazione umana. Si tratta di prendere atto che quel paradigma familiare, caratteristico di un passato nel quale esso ha avuto un senso profondo, oggi è sempre meno proponibile: non si dice che sia improponibile del tutto; si dice che la sua proponibilità diminuisce progressivamente e in maniera vistosa, comunque non più eludibile.
Sappiamo bene che tutte le transizioni sono graduali. Non esiste una "scure" nella storia che consenta di operare una soluzione di continuità tra il "prima" e il "dopo". Chi studiasse (od insegnasse…) la storia in un modo simile, con questa idea di fondo, nella migliore delle ipotesi semplificherebbe oltremodo una realtà che è assai complessa, e non consentirebbe né a sé stesso né ai suoi allievi od interlocutori di comprendere. Più probabilmente, sarebbe un soggetto che parla di ciò che non conosce, e su cui sbaglia l'essenziale. È un errore grossolano non trattare qualsiasi transizione nella sua gradualità strutturale: per la quale si verifica una prolungata coesistenza di elementi del passato con elementi nuovi o comunque del presente, con tutte le difficoltà che questo comporta, con tutti i problemi che insorgono nelle relative, inevitabili contraddizioni.
Di conseguenza, stiamo vivendo un periodo che in questo senso è molto complesso ed umanamente impegnativo, perché ci rendiamo conto che tanti elementi del passato non reggono più, compresa la famiglia nucleare, ma non abbiamo ancora dei "prodotti finiti" da mettere al loro posto o, se anche li avessimo, l'operare una tale sostituzione sarebbe umanamente pesantissima, e richiederebbe il tempo necessario.
D'altro canto, scopriamo anche come e fino a che punto la locuzione "famiglia d'amore", che veniva comunemente usata dagli autori in luogo di "famiglia nucleare", costituisse un modo di dire puramente convenzionale. Chiariamo così fino in fondo il titolo che si è voluto dare a questa conversazione.
Una tale locuzione non ha nulla a che vedere con il sentimento che in modo diverso è stato trattato dalla letteratura e dalle altre arti nei vari periodi storici; sarebbe interessante constatare il contrasto stridente. Si chiamava "d'amore" nel particolare contesto borghese otto-novecentesco quel tipo di legame familiare che non si riusciva a chiamare in nessun altro modo. Visto che non c'era più l'interesse di alleanza tra lignaggi ereditari della famiglia signorile, e non c'era più nemmeno l'attività economica che cementava la famiglia patriarcale attorno all'autorità del patriarca, allora che cosa teneva unita questa famiglia che era costituita da due asimmetrie? L'"amore", così inteso per negazione. Si chiamava "amore" la fondazione ineffabile di questo legame di scarsa o nulla fondazione materiale.
Se, poi, si fosse provato a chiedere ai Partner che cosa avessero essi trovato reciprocamente di così ambito da poter parlare d'amore nello stesso senso in cui ne avrebbe potuto parlare ad esempio un poeta, un romanziere od un musicista di qualche epoca riconoscibile, si sarebbe stati sicuramente cause di difficoltà molto serie. Si chiamava semplicemente "amore" questo tipo di equilibrio che si instaurava a seguito di un educazione che aveva polarizzato i due generi all'estremo in modo che andassero a costituire quella coppia attorno alla quale poi si costituiva la famiglia; cioè un'attrazione tra opposti, per tali ciascuno carente di per sé e bisognoso di ciò che l'altro aveva.
Questo tipo di "amore" non era per nulla incompatibile con il serpeggiare di atteggiamenti e sentimenti meno positivi o del tutto negativi. Questi potevano anche sfociare nell'odio, si è osservato. Ciò, d'altronde, era tutt'altro che raro; troppe erano le privazioni richieste all'uno e all'altro, e nessuna la gratificazione, salvo che la conservazione e la perpetuazione di uno stato di cose che nessuno dei due aveva scelto perché era in parte doveroso e per il resto necessitato.
D'altronde, odiare non era proibito, era a volte una valvola di sfogo. Bastava solo che questo sentimento negativo non sortisse conseguenze pratiche: che non interrompesse, in particolare, l'adempimento ai doveri di ruolo da parte di ciascuno. Vi era tra questi, e non era secondario, una consumazione dell'atto sessuale "dovuta" ed abitudinaria, che troppo spesso non soddisfaceva la moglie, e per lo più soddisfaceva il marito solo per un minimo ritenuto necessario.
Un tale odio non era esprimibile; ma poteva essere fatto intuire benissimo. Molti figli hanno sofferto pesantemente per la contraddizione che avvertivano tra la prescrizione di onorare formalmente i genitori, e la mancanza di rispetto che gli stessi genitori lasciavano trapelare l'uno nei confronti dell'altro e, non di rado, anche viceversa. Ma l'asimmetria che aveva caratterizzava l'educazione dei due contraenti faceva sì che per l'uno fosse indispensabile ciò che l'altro aveva, e viceversa. Questo stato di cose era talmente saldo che anche quegli eventuali atteggiamenti di odio vero e proprio, per quanto gravi ed esasperati, non lo fossero quasi mai tanto da integrare un appalesemento e, quindi, una divaricazione aperta, e meno che meno una rottura. Qualunque forma di odio, dal detestarsi al provare avversione, dalla non piena condivisione alla non piena simpatia, nel senso più ampio dei termini, finiva per essere superata dalla necessità che l'uno aveva dall'altro e, più in generale, dalla necessità sociale nella quale l'unione dei due era immersa, come uno dei doveri più forti e meno eludibili.
Da un punto di vista pedagogico, potremmo dire che entrambi i Partner erano stati educati in una maniera volutamente "zoppa": in modo, cioè, da poter camminare al meglio con una gamba e per nulla con l'altra, e da essere alla fine costretto ad andarsi a cercare l'altra gamba ciascuno in un Partner dell'altro genere.
A questo portava l'educazione che stava alla base di quella coppia e della famiglia che vi si strutturava attorno.
La "coppia d'amore" e la possibilità di un amore sostanziale
Era, peraltro, possibile che, al di là di questa accezione tutta particolare del termine "amore", nella "coppia" e nella "famiglia d'amore" cosiddette ci fosse della realtà sostanziale, più corrispondente a taluni significati che questo termine ha assunto nella storia, come nella letteratura e nell'arte? Questa è una questione importante che ci richiederebbe una trattazione a parte, e non escludo che possa costituire l'argomento per un'altra conferenza nei prossimi anni.
In linea di principio, e molto sinteticamente, diremmo che l'amore, in quel particolare senso in cui veniva usato il termine nella coppia borghese nucleare "d'amore", era un amore che portava a reprimere e a comprimere i problemi: sia i problemi di ciascuno dei due soggetti, sia i problemi che la coppia aveva in quanto coppia. Si sarebbe potuto ravvisare la presenza di un amore ben altrimenti sostanziato laddove, invece, il rapporto tra i Partner fosse stato tale che la Partnership poi aiutasse anche ad affrontare meglio e positivamente sia i problemi dei singoli che quelli della coppia in quanto tale.
Insomma la "coppia d'amore" non era, di per sé stessa, priva necessariamente di un amore altrimenti sostanziato, come non ne aveva alcuna necessità. Diciamo piuttosto che la presenza di un amore altrimenti sostanziato non era condizione necessaria, anzi spesso la coppia funzionava in totale assenza di un amore sostanziale; e che una tale mancanza non veniva avvertita come contraddittoria; al contrario, una simile coppia poteva "funzionare" socialmente assai bene anche senza.
Ci potremmo anche chiedere, con la cultura d'oggi, che amore sia mai quello nel quale non si mettano in comune neppure le idee generali sulla propria vita futura.
Tutto ciò che aiuta a dialogare e, con il dialogo, a tentare di risolvere i problemi può essere amore di ben altra sostanza; ma la caratteristica della "famiglia d'amore" otto-novecentesca era semmai quella di sottacere i problemi, di comprimerli più che non di reprimerli, in un certo senso di "nascondere la polvere sotto il tappeto".
In molti casi che ho affrontato come pedagogista professionale e sociale, mi sono trovato di fronte a delle evidenti contraddizioni nei progetti di vita dei due Partner, contraddizioni che emergevano solo molto tempo dopo che la coppia si era costituita, quando ormai esse avevano cominciato a produrre guai di enorme gravità e ai quali era difficile trovare una soluzione, mentre se queste contraddizioni fossero emerse prima probabilmente si sarebbe potuto trovare per tempo un punto di equilibrio soddisfacente per entrambi. È notevole che queste contraddizioni, pur riguardando aspetti essenziali della vita di coppia come ad esempio l'equilibrio delle attività esterne, e quello delle attività interne, la procreazione e l'educazione dei figli, o la diversa allocazione delle risorse nel lavoro, non erano mai stati seriamente discussi, o non erano mai stati discussi del tutto, in quanto non si era ritenuto necessario discuterne, avendo ciascuno dato per tacitamente accettato il proprio punto di vista dall'altro, senza neppure preoccuparsi se l'altro potesse avere un punto di vista difforme. Questa è una casistica tutt'altro che infrequente della "famiglia d'amore", nella quale finisce per trovare esca oggi assai più l'odio pesante, sistematico, che non altri sentimenti.
La crescente necessità del "pensiero rosa" all'esterno…
Il fatto che quel tipo di coppia abbia cominciato a dare segnali sempre più evidenti di non funzionare, lo abbiamo visto innanzitutto da uno dei due poli: dalla constatazione che di quel tipo di maschio educato a spendersi "tutto fuori", che per circa due secoli è stato richiesto dalla realtà socio-culturale otto-novecentesca, si è cominciato ad avere sempre meno bisogno. Ci appare, anzi, sempre più lontano il maschio sempre arrabbiato, assertivo, che ha sempre ragione, quello che viene a casa evidenziando di avere "tanti pensieri per la testa", che la madre esorta i bambini a lasciar quieto perché ha "tanti pensieri", il "rùstego" goldoniano, il maschio assertivo e sbrigativo, che pretende di risolvere tutti i problemi sul tappeto in breve momento, con azione fulminante e che può essere dolorosa per altri.
Un paradigma "maschile" siffatto ha avuto una sua funzione storica, si capisce, ma essa è largamente venuta meno, ed anzi una sua riproposizione odierna appare sempre più anacronistica oltre che inefficace: non funziona più, non dà più i risultati che avrebbe dato in altri tempi non lontani, un po' in tutti campi del lavoro e della società.
Nello stesso tempo, e corrispondentemente, si avverte e si esprime il crescente bisogno del cosiddetto "pensiero rosa", cioè di quel tipo di cultura che le donne hanno maturato nel corso di due secoli per lo più "al di dentro" di quella realtà familiare, e che adesso sono chiamate a spendere anche "al di fuori". Si osservi come esse abbiano maturato quella cultura non in quanto biologicamente donne, ma in quanto costrette a vivere all'interno della famiglia in una situazione pesantemente asimmetrica, e con il compito di compensare di continuo ogni forma di squilibrio; il tutto nella più assoluta nonviolenza. Di quel modo di pensare c'è bisogno in ogni settore, dall'industria ai servizi, e soprattutto là dove l'impiego e la professionalità sono stati a lungo prevalentemente od esclusivamente maschili.
Questo, che potremmo riprendere in una successiva conversazione, ha costituito un primo segno, peraltro evidente, che la famiglia nucleare cominciava a vacillare.
… e lo squarciarsi dei veli protettivi
Ma vi è stato almeno un altro ordine di evidenze di crisi irreversibile del paradigma nucleare, in sé di lettura e comprensione anche più immediate. Esso ha riguardato tutto quel complesso di fattori di copertura e protezione, che (come abbiamo visto) consentiva alla famiglia nucleare che non fossero espressi anche tutti i propri lati negativi come istituzione.
È più o meno da un mezzo secolo che assistiamo alla progressiva caduta di tutti i veli che ricoprivano di ipocrisia quello che in una famiglia nucleare non andava: in particolare, sempre per riprendere il titolo di questa conversazione, l'odio che poteva caratterizzare, e non di rado caratterizzava effettivamente, una famiglia che si poteva etichettare anche come "famiglia d'amore".
Le donne hanno cominciato a parlare, in modo graduale ma deciso, di ciò di cui per due secoli scarsi si era detto che "non stava bene" parlare, di quelle "certe cose" sulle quali il principio di rispettabilità imponeva il silenzio. Si osservi: era una questione di scelta di argomenti e di termini, non di modo di trattarli. Anche solo il menzionare esplicitamente certi dettagli anatomici, o fisiologici, suonava di principio scandaloso, e tale lo si ritenuto fino a tempi recenti. Così lo ritiene ancora qualcuno oggi: non il modo in cui se ne parla, non il come, ma anche il semplice profferire "certe" parole. L'uso comunque operato di queste parole era da considerarsi sconveniente; se proprio era necessario farvi ricorso, si era a lungo preferito alludervi, compiere lunghi giri di parole e di mezze parole, far capire anche attraverso espressioni e suoni che prendevano il posto di parole non dette, od ancora tramite qualche ingegnoso eufemismo.
Oggi dovremmo essere in grado di accettare che l'anatomia e la fisiologia degli apparati riproduttivi possano essere menzionati apertis verbis, al pari di quanto avviene per qualunque altro apparato umano.
Ebbene, quando hanno cominciato a dissolversi quelle coperture che capiamo ora essere state necessarie per il mantenimento di quell'equilibrio così difficile e così scabroso, la famiglia nucleare propriamente detta aveva già cominciato ad avviarsi sul viale del tramonto.
Quegli odii, e dico odii nel senso assolutamente generico, quei dissapori, quegli attriti, quei motivi profondi di mancanza di benessere, di scontentezza, d'insoddisfazione, che in altri tempi si sarebbero a tutti i costi repressi e compressi all'interno delle mura domestiche, oggi si esprimono e si discutono. Questo non avviene per distruggere la famiglia, o non necessariamente, ma semmai e sempre più spesso per cercare a favore della famiglia nuovi equilibri in luogo di equilibri vecchi che non tengono più, che non sono più proponibili come equilibri.
Le eredità classiche, e il dialogo
Là dove vi sia la disponibilità, una rinnovata arte del dialogo attivo si indica in modo forte anche per cercare quell'equilibrio nella coppia e nella famiglia che è andato perso, ma che non è detto che non possa essere ristabilito in altri modi, su altri posizioni e con soluzioni diverse che non per il passato.
Su questo, sia nello studiare la Pedagogia che nell'esercitare la professione di pedagogista, vanno sempre tenute presenti le origini classiche.
La nostra professione attinge a quelle fonti antiche, oltre ché il suo blasone, i suoi componenti primi anche come pratica operatività d'esercizio: la cittadinanza come socialità e come partecipazione attiva alla vita politica ( ), le regole della logica, la retorica, il o nosce te ipsum, con il senso delle proprie potenzialità e dei propri limiti, e la condanna della , e via elencando, considerando anche quanto vi hanno apportato Platone ed Aristotele oltre a Socrate e ai Sofisti, in originale e liberati di certi platonismi e certi aristotelismi. Il che spiega, tra l'altro, perché noi studiamo la nostra storia assieme alla Storia della Filosofia, o alla Storia Umana, come materie fondamentali nella nostra formazione iniziale.
Tra gli strumenti che impieghiamo vi è, in particolare, il dialogo: che nella sostanza è quello di Socrate, articolato nei suoi due momenti essenziali dell'ironia e della maieutica. Il primo consente di distruggere le idee che non reggono, che non funzionano, che sono sbagliate; il secondo, nell'aiutare a far venir fuori della persona quello che prima era dentro e che urgeva di vedere la luce. Rispetto a Socrate, saremmo semmai restii ad impiegare per le seconde idee il termine "verità" e derivati.
Parlo non solo per studi fatti ma prima di tutto per esperienza professionale effettivamente esercitata, cioè come pedagogista accademico ed insieme come pedagogista sociale e professionale: là dove vi sia reale e piena disponibilità al dialogo, la possibilità di instaurare nuovi equilibri all'interno della coppia e della famiglia non solo c'è, ma è tangibile e attuabile. Invece, dove anche uno solo dei due si rifiuti di dialogare, si chiuda, manifesti quella che noi chiamiamo la "non apertura", cioè la non disponibilità a mettere in discussione parti importanti delle sue idee, delle sue scelte di vita, e in fin dei conti di sé stesso, ci replichi a precise sollecitazioni "parliamo di qualunque altro argomento, ma di queste cose io non parlo!", c'è ben poco da fare. Non si può educare una persona contro la sua volontà, non si può operare un qualunque intervento pedagogico contro la volontà del soggetto; caso mai, ma questa è un'altra questione tecnica, si tratterà di esperire se esistano vie indirette per aprire un discorso che per le vie dirette sembrerebbe precluso.
La risorsa del dialogo dovrebbe essere sempre tenuta presente e disponibile. E va detto che nella coppia di oggi, come del resto nella coppia di ieri, si dialoga troppo poco. Si parla indubbiamente di più, ma non è detto che si dialoghi di più; comunque non si dialoga neppure per quel minimo che sarebbe indispensabile.
Al contrario oggi, molto spesso, ai silenzi che caratterizzavano un equilibrio prestabilito nella coppia nucleare di altri tempi, corrispondono purtroppo delle frasi fatte e dei luoghi comuni, ripetuti in misura abnorme. Tali ciarle danno l'illusione di affrontare i problemi che ci sono, quando invece costituiscono un modo per evitarli, addirittura per non porli come problemi, oppure un modo per esorcizzarli anche quando venissero posti.

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Concludiamo con due questioni relative all'attualità in prospettiva futura: due concettualità che ci appaiono necessarie per una visione minimamente organica della questione.
Innanzitutto viene da chiedersi: il paradigma nucleare è ad esaurimento, o può conoscere anche nei tempi attuali un rinnovato vigore?
In secondo luogo, quali idee abbiamo da proporre? Il constatare la ormai irreversibile crisi del paradigma nucleare per la coppia e per la famiglia richiede alternative da offrire qui ed ora a chi intenda costituire una coppia ed una famiglia, oppure anche a chi rilevi una crisi nella propria sistemazione di coppia e di famiglia, e presenti tutta l'apertura necessaria perché si possa ragionevolmente tentare di provvedere.
Le coppie e le famiglie "neo-nucleari", e i loro problemi
Per quanto riguarda la prima questione, pur non essendo più attuale il paradigma nucleare, se ne può ragionevolmente ipotizzare una reviviscenza, su altra base, e fuori del tempo nel quale quel paradigma era imposto dalla società in quanto era l'unico che vi reggesse.
Coppie e famiglie "neo-nucleari", in questo senso, esistono ed esisteranno ancora. Tuttavia, vi sono due differenze sostanziali rispetto alla famiglia nucleare preesistente, da cui la necessità del prefisso "neo" da tenersi nella massima attenzione.
Prima di tutto, la famiglia nucleare otto-novecentesca era un obbligo, come le polarizzazioni di genere che vi facevano da necessaria premessa; la famiglia nucleare di oggi è invece una scelta. Ci sono dei casi nei quali ad uno dei due Partner è richiesto un impegno in una attività professionale (o commerciale, imprenditoriale, artigianale, culturale, politica, artistica, sportiva professionale, …) per cui egli ha effettivamente bisogno di un apporto dell'altro Partner di carattere particolarmente cospicuo e qualitativamente ancora "asimmetrico". Allora questo non integra più un obbligo: si tratta di una scelta operata da due persone "in solido", e non più da una sola persona alla quale l'altra deve adeguarsi. I due Partner si mettono d'accordo per assumersi assieme il peso di questa sistemazione di coppia e tutti gli oneri che ne conseguono, ripartendoseli in maniera certamente non simmetrica come per il passato, ma diversamente che per il passato in maniera non aprioristicamente determinata.
La scelta, insomma, non è per uno che si deve investire fuori e l'altro che si deve investire dentro, bensì per una coppia che si investe, come coppia, fuori e dentro, con una ripartizione dei compiti concordata nella sua necessaria asimmetria. Si tratta di una differenza fondamentale.
Ma vi è una seconda differenza altrettanto fondamentale, che si lega strettamente alla prima: non è detto che quello dei due che opera in prevalenza "fuori" sia il maschio è che quello dei due che opera in prevalenza "dentro" sia la femmina; al contrario, secondo la mia esperienza di casi che ho seguito professionalmente, sono sempre di più le famiglie neo-nucleari nelle quali colui che agisce "fuori" è la femmina e colui che agisce "dentro" è il maschio.
La femmina che potremmo dire "in carriera", la femmina che ha un'attività di qualche peso particolare, può richiedere al maschio un secondamento analogamente particolare: non necessariamente di fare "il casalingo" ma, per esempio, di scegliersi un lavoro di minore dispendio umano, con orario fisso, vicino casa, con meno ambizioni, con molte possibilità di congedo e di licenza, e via elencando.
Che problemi presentano queste coppie e, poi, le nuove famiglie nucleari?
Per loro stesse, nessun problema specifico. Se la costruzione è stata fatta con piena consapevolezza dei due e se una tale asimmetria regge, questa famiglia può benissimo stare nella società di oggi.
Gli unici grossi ordini di problemi che io ho riscontrato poter insorgere con maggiore evidenza in questo nuovo contesto sono, sostanzialmente, due.
Il primo sta soprattutto nei genitori di questi due Partner, che restano interdetti di fronte ad una realtà che non risponde ai loro canoni interpretativi: soprattutto, si capisce, nei genitori di lui, ed in particolare nella madre di lui, la quale vede suo figlio educato per fare il maschio come lei lo intendeva, cioè secondo il paradigma dell'epoca passata, che invece sta prevalentemente a casa e che se ne prende cura con i figli, mentre la moglie è fuori che lavora. A quelle madri pare inaccettabile che un figlio, educato a non raccogliere per terra neppure i suoi calzini sporchi, poi in casa sua si preoccupi di pulire il pavimento e di altre mansioni considerate elettivamente e esclusivamente femminili. Non mancano in questi casi le allusioni malevoli a "quell'altra che chissà dov'era": quell'"altra", cioè la moglie, intanto stava sfiancandosi di lavoro per conseguire gli obiettivi di interesse comune e per il cui perseguimento vi era stato in origine un accordo tra i due Partner.
Il secondo ordine di problemi si pone quando l'investimento esterno non funziona: in tali ipotesi, va in crisi per lo più il maschio che molto ha sacrificato, sperando che dalla femmina venisse un determinato successo del quale avrebbe beneficiato anche lui. Quando questo successo non viene, e magari la femmina a quarant'anni dice che da quel momento in poi avrebbe fatto solo la mamma, e comunque che intende modificare la sua scelta di vita accantonando il lavoro, la crisi è quasi inevitabile ed è una crisi che prende essenzialmente lui.
Ma, come loro comprendono, questi sono problemi da affrontarsi singolarmente, in separata sede con strumenti e tecniche professionali pedagogiche specifiche.
Il dialogo può fare molto per riformulare i due progetti di vita in modo più realistico: ma solo a condizione che entrambi i Partner dimostrino l'indispensabile apertura. In particolare, quando colui che si è investito "dentro" seguita testardamente a rimanere abbarbicato all'idea di un successo dell'altro che ormai non arriverà mai, e continua a tributargli insieme onori sempre più smaccati e aspettative sempre meno fondate, si può fare ben poco.
Sarebbe già molto, se si riuscisse ad evitare che in questa situazione si ripresentassero, serpeggianti, pesanti odii rinnovati, sotto una professione di amore di antica finzione.
Verso un nuovo paradigma familiare
Veniamo alla prima domanda che ci siamo posti poc'anzi, e che penso sia la più adatta anche per concludere questa conversazione. Si è trattato di una conversazione dichiaratamente introduttiva ad un problema generale, peraltro indubbiamente presente nella vita quotidiana di oggi.
Che cosa indicheremmo oggi a chi costituisca una coppia, prima che non una famiglia, o a chi abbia constatato la difficoltà e la crisi irreversibile di una sistemazione di coppia e di famiglia che comunque arieggia la vecchia sistemazione nucleare. e che ci chiede suggerimenti ed alternative, in via di soluzione per questi problemi?
Premettiamo che la soluzione ai problemi personali la deve cercare la persona stessa con l'aiuto del pedagogista, e che questi in nessun caso le si sostituirebbe: una possibile via di suggerimento è semplice come enunciazione, ed indubbiamente non è altrettanto semplice come traduzione in atto, però questa indicazione abbiamo il dovere di darla. Rimane fermo che poi il pedagogista professionale può aiutare i soggetti-persone suoi interlocutori anche nella traduzione in atto, oltre che nelle idee e nelle concettualità, con la propria cultura e con le tecniche e gli strumenti a sua disposizione.
Se prima era tassativa la polarizzazione spinta all'estremo, con la relativa asimmetria, oggi noi diremmo all'opposto che indichiamo un sostanziale equilibrio e, con esso, tutti quei concetti astratti che hanno il prefisso latino "cum": condivisione, compartecipazione, convergenza, comprensione, concordanza... e via scorrendo un elenco che ciascuno può integrare e arricchire a suo piacimento.
C'è bisogno che, in tutte le attività e le problematiche che si presentano di fronte alla coppia e alla famiglia oggi, una parte quanto più possibile sostanziosa sia condivisa; e lo diciamo nella piena consapevolezza che non può essere condiviso "tutto", che la condivisione non può essere mai perfettamente paritaria. L'idea è nel tendere alla massima condivisione e alla massima simmetria effettivamente possibili, è nel perseguirle; laddove prima si trattava invece di conseguire il massimo possibile di ripartizione di compiti e di asimmetria permanente.
Uno dei punti critici che dimostra più evidentemente come la famiglia nucleare oggi funzioni sempre di meno sta nelle questioni di genere, nella crisi che prende soprattutto i maschi in cerca di una nuova identità. Lo avevamo anticipato.
Ma vorremmo concludere menzionando l'altro punto di crisi, in sé più drammatico, che riguarda i figli, insieme elementi più deboli, e non soggetti di scelta.
Un grosso problema sta proprio in una dimensione educativa, precisamente nell'educazione dei figli. Credere che oggi si possano ottenere non dico risultati brillanti, ma risultati minimamente sostenibili, compatibili con la realtà di oggi, affidando l'educazione dei figli fino ad una certa età alla sola madre, e da quell'età in poi per qualche parte al padre, è una pura e semplice illusione, se non qualche cosa di ancor più pericoloso.
L'educazione dei figli ha bisogno di tutti e due i genitori sin dalle età più tenere.
Prima ho parlato di accudimento e di cura dei bambini più piccoli, e ciò che ora sintetizzerò al riguardo credo che completi quanto ho cercato di presentare in questa sede.
Personalmente, seguito ad asserire l'importanza che siano compito di entrambi i genitori, ed anzi la sua congruità umana per tutti, figli e genitori; e sono ancora adesso orgoglioso di essermi assunto questi compiti, a suo tempo, quando erano piccoli i miei due figli. Ma anche se poi questi compiti sono materialmente assunti in prevalenza dalla madre, il vero nodo è un altro: l'educazione dei figli sin da quando sono piccoli abbisogna di tutti e due i genitori.
Non è certo necessario ricordare i tanti casi di cronaca nera che stanno funestando la nostra vita e la nostra esperienza in questi ultimi anni, e si vanno purtroppo facendo sempre più frequenti e più drammatici. Se si osserva attentamente là dove vi sia stato un caso di strage familiare o di gravi violenze in famiglia, l'apparenza è sempre la stessa: di una casa pulita, linda, ordinata, di visi sorridenti, di vicini che assicurano di aver sempre visto quelle persone comportarsi bene, essere gioviali e cortesi, che non si lagnavano mai di nulla, e in particolare un padre che non c'è mai, che è dichiaratamente sempre fuori, per lavoro e per altre attività, e una madre che è sempre dentro, dedicata od oblata, e che pareva serena nel suo "realizzarsi" nella casa e nei figli. È proprio qui, in questa evidente ipocrisia borghese che difende l'indifendibile, che è particolarmente indicata una metafora del Vangelo: sepolcri imbiancati!
Andiamo oltre questa insopportabile patina di falsità perbenistica: possiamo e dobbiamo essere chiari. Una buona educazione familiare oggi la si fa insieme: è co-educazione. Così come la buona gestione della coppia e della famiglia, che dev'essere sempre ispirata alla particella "cum".
Quanto più ci riuscirà di porre in essere questa compartecipazione, condivisione, convergenza, comprensione prima di tutto tra Partner, tanto meglio possiamo sperare di affrontare i nuovi cimenti ai quali va incontro la famiglia oggi. Salvo alcuni casi assolutamente particolari, come si è visto, se invece ci ostineremo a rimanere inchiodati sui paradigmi del passato, su idee e pregiudizi inattuali con tutti i giustificazioni biologici che si vogliano, e se persino cercheremo ancora di nasconderci dietro quelle che non sono più "mura domestiche", ma le "foglie di fico" che rimangono, non faremo molta strada noi, ed è un discorso, ciascuno può anche fare delle scelte per sé negative; ma soprattutto, dobbiamo aver chiaro che non faranno molta strada nostri figli.
Essi hanno invece bisogno, assieme all'intera società, di una famiglia e di un'educazione tutt'altrimenti impostate.

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Alcune letture consigliate (solo in edizione italiana)
Philippe Ariés e Georges Duby (a cura di): La vita privata; Laterza, Bari. In particolare i volumi sull'Ottocento (1986/1988) e sul Novecento (1987/1988).
Simone de Beauvoir: Il secondo sesso riedizione italiana. Il Saggiatore, Milano 1999.
Franco Blezza: Pedagogia della vita quotidiana. Pellegrini, Cosenza 2001.
Franco Blezza: Studiamo l'educazione oggi. Osanna, Venosa-PZ 2005.
Franco Blezza: La pedagogia sociale. Liguori, Napoli 2005.
Michele Cometa e Luca Crescenzi (a cura di): Cultura e rappresentazione nell'età di Goethe. Carocci editore, Roma 2001.
Geoges Duby e Michelle Perrot (a cura di): Storia delle donne in occidente (Laterza, Bari), in particolare gli ultimi due relativi all'Ottocento (a cura di Geneviève Fraisse e Michelle Perrot, 1991) e al Novecento (a cura di Françoise Thébaud, 1992).
Erich Fromm: L'arte di amare. Mondadori, Milano 1986 e successive numerose ristampe e riedizioni.
Peter Gay: Il secolo inquieto - La formazione della cultura borghese 1815 - 1914. Carocci editore, Roma 2003.
George L. Mosse: Sessualità e nazionalismo - Mentalità borghese e rispettabilità. Editori Laterza, Roma - Bari 1984.
George L. Mosse: L'immagine dell'uomo - Lo stereotipo maschile nell'era moderna. Einaudi, Torino 1997.
Luigi Pati (a cura di): Ricerca pedagogica ed educazione familiare. Vita e pensiero, Milano 2003.
Randolph Trumbach: La nascita della famiglia egualitaria - Lignaggio e famiglia nell'aristocrazia del '700 inglese (Il Mulino, Bologna 1982).

L'autore ha preferito conservare nel lavoro scritto quanto più fosse possibile dello stile discorsivo che ha caratterizzato la conferenza.
webmaster a.d.c.
(Dalla Rivista che si ringrazia per la gentile concessione: http://www.larchivio.com)

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(1) Facoltà di Scienze Sociali - Università "Gabriele d'Annunzio – Chieti - Facoltà di Scienze della Formazione - Ateneo telematico "Leonardo da Vinci" - Torrevecchia teatina CH
Conferenza tenuta presso l'Università di Treviso nell'ambito delle attività della Società Dante Alighieri, 20 novembre 2004

30 luglio 2008

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