FONDAMENTI

SCUOLA DELL'INFANZIA: EDUCARE O ISTRUIRE?
di Tiburzi Fabiana

La legge 53/2003 definisce la Scuola dell'Infanzia come un “ambiente educativo di esperienze concrete e di apprendimenti riflessivi che integra, in un processo di sviluppo unitario, le differenti forme del fare, del sentire, del pensare, dell'agire relazionale, dell'esprimere, del comunicare, del gustare il bello e del conferire senso da parte dei bambini”. (1)

Una scuola che intende fornire esperienze concrete e apprendimenti significativi, dove si vive in un clima carico di curiosità, affettività, giocosità e comunicazione, non può prescindere dal garantire una relazione umana significativa fra e con gli adulti di riferimento.
Questa Scuola dell'Infanzia, ad alto contenuto educativo, non può cadere nel terribile errore di preconizzare gli apprendimenti formali, errore spesso commesso dagli insegnanti che sono più attenti a formare un “bambino-campione”, piuttosto che un bambino sicuro e forte nell'affrontare la vita, o ancora un bambino che abbia acquisito la stima di sé, la fiducia nelle proprie capacità e la motivazione al passaggio dalla curiosità, caratterizzante la Scuola dell'Infanzia, alla ricerca.
L'insegnante deve poterprovare un “sentimento” per l'infanzia inteso come “sentire”, percepire e prendere consapevolezza dei bisogni reali, affettivi ed educativi propri del bambino che sono altro rispetto ai bisogni degli adulti. Il ruolo dei genitori, degli insegnanti e dei caregivers è infatti quello di educare tutti e ciascuno alla consapevolezza di ciò che il bambino “sente” emotivamente e affettivamente, perché è proprio il passaggio dal sentire all'agire che consentirà al futuro uomo di compiere scelte autonome. L'atteggiamento empatico, sentire con il proprio animo il mondo interiore del bambino, denota una sensibilità eterocentrica determinata dal sistema di valori, sentimenti e bisogni dell'educatore. L'empatia è “un modo di essere”(2) dell'insegnante, non una tecnica ma un atteggiamento,in parte proprio della personalità e in parte conseguenza di un processo di formazione che implica anche il cambiamento di sé.
Oggi, nell'epoca della complessità, il fare scuola deve partire dall'ascolto dei bambini, dall'ascolto delle loro idee e dei loro saperi. Diventa così necessario imparare a ragionare insieme a loro, dimostrandosi disponibili alla relazione, facendo emergere la soggettività del bambino.
In passato si credeva che la relazione fosse unidirezionale: insegnante-bambino, invece studi recenti hanno dimostrato che la conoscenza, e quindi l'apprendimento, non è la somma dei saperi di bambini e insegnanti, ma è l'integrazione fra essi. “La conoscenza è conoscenza in quanto organizzazione, solo in quanto messa in relazione e in contesto delle informazioni” (Morin, 2000).
Elizabeth Meins(3), con le sue ricerche, ha messo in evidenza la relazione tra l'attitudine dell'adulto a trattare con il bambino come dotato di una mente, sia con un attaccamento sicuro che con lo sviluppo successivo delle capacità mentalistiche del bambino. Elizabeth Meins conia il termine “mind-mindedness” per indicare l'inclinazione della madre a concepire il figlio come agente mentale, cioè in grado di avere e di comprendere stati mentali.
Chi è, dunque, un educatore sensibile? Credo proprio sia colui in grado di impegnarsi col bambino a livello mentalistico. Si tratta perciò di una “sensibilità” agli stati mentali del bambino. E' quell'educatore che sa porsi in quella zona definita da Vygotskij “zona di sviluppo prossimale”, (spazio che si trova tra il livello raggiunto dal bambino e il livello potenziale, determinato dalle competenze che il bambino manifesta quando è supportato da una persona maggiormente competente, come un adulto), che è in grado di considerare gli stati mentali nella giusta misura, non sovrastimando né sottostimando il livello di sviluppo del bambino, favorendo quindi l'apprendimento dell'abilità mentalistica.
Un compito importante dell'insegnante della Scuola dell'Infanzia è quello di mediare i modi e i tempi di un dialogo strutturato su un piano paritario, in modo tale da consentire ad ogni interlocutore di far emergere il proprio pensiero e di metterlo in relazione con quello degli altri. Il clima in cui avviene questo processo deve essere motivante per chi lo vive, sfruttando soprattutto la valenza educativa del gioco e prevedendo l'integrazione di aspetti cognitivi, affettivi e relazionali.
E' una sfida, da parte dell'insegnate, a livello culturale, sociologica e civica ma che deve coinvolgere anche i più piccoli per dotarli di una propria capacità critica, che permetta loro di ragionare, di riflettere sulla realtà e di compiere in futuro scelte consapevoli.

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(1) Indicazioni Nazionali per i Piani Personalizzati delle Attività Educative nelle Scuole dell'Infanzia. Allegato A al D. Lgs. 19 febbraio 2004, n. 59
(2) ROGERS, C., R.,. Un modo di Essere, Martinelli, Firenze,1983, pp. 122-123.
(3) Meins E., Sicurezza e sviluppo sociale della conoscenza. Nuove prospettive per la teoria dell'attacamento, Raffaello Cortina, Milano 1999.