FONDAMENTI

IDENTITA'
di Chiara D’Alessio

L’identità nel labirinto

Quanti di noi, al di fuori di pseudo-nostalgie scontate, vorrebbero tornare alla propria adolescenza (secondo il binomio adolescenza= spensieratezza)? In quello stato di precario equilibrio psicofisico che porta a sentirsi dei per un giorno e mostri idioti e disgustosi in quello successivo, in quella situazione di incertezza assoluta riguardo a sé stessi ed al futuro per cui “non si è più” e “non si è ancora”, dilaniati dalla ricerca spasmodica e conclamata di un’autonomia che dimostri di essere diventati “grandi” ed il bisogno ugualmente urgente di dipendere affettivamente da qualcuno, sperimentando momenti di angoscia infinita per la sensazione di “non essere capiti da nessuno” e pronti a ricorrere a qualunque sistema per calmarla, pronti a comportarsi anche in modi consapevolmente stupidi o irresponsabilmente rischiosi pur di dimostrare di essere “qualcuno” o per essere accettati all’interno di un gruppo che rappresenta l’unica fonte di calore umano.

Siamo sinceri: pochi risponderebbero affermativamente alla proposta di tornare ad una fase della vita che assomiglia, fisiologicamente, all’ originale collage di una molteplicità di patologie psichiche.

L’adolescenza, da sempre, è tutto questo: nella postmodernità, a fronte di un’apparente agevolazione del processo di acquisizione dell’identità e dell’autonomia, in nome dell’imperante tecnocrazia e della progressiva scomparsa di figure e valori educativi “forti”, essere adolescente è ancora più difficile che in passato ed i rischi di derive tragiche di questa fase dell’esistenza umana sono molteplici e costantemente in agguato. Allarmismi? No. Basta guardarsi intorno.

Basta parlare con gli adolescenti. Per capire che la paura del vuoto, del baratro esistenziale che deriva dal non vedere senso alla propria vita può spaventare più della povertà materiale.

Da ciò parte la nostra analisi che si muove dal registro biologico, a quello psicosociologico, a quello pedagogico nel tentativo di capire a fondo, prima di formulare facili giudizi e affrettate soluzioni, quanto potenzialmente drammatico possa essere attraversare l’adolescenza nel mondo contemporaneo.

E’ molto facile, dalla propria posizione di adulti, moralizzare ed etichettare ciò che non si riesce a capire o che sembra impossibile gestire, prima di “pontificare” occorre ascoltare e tentare di comprendere le ragioni di un disagio che cela le sue cause profonde nelle persone come nella nostra società “postmoderna”.

Adolescenza e postmodernità

L’interesse sull’adolescenza è emerso in maniera prorompente con l’accelerazione dei processi di modernizzazione (tecnologizzazione, industrializzazione, urbanizzazione, complessificazione del sociale) che hanno allungato e semplificato per certi aspetti la vita umana.

L’adolescenza,inoltre, può essere definita fase simbolo del tempo psichico moderno come tempo di inquietudine e di complessità esistenziale. Secondo Andreoli le adolescenze possono essere classificate in sei sottotipologie: 1) tipica (modificazione progressiva della personalità in accordo allo sviluppo psico-fisico ed al ruolo sociale); 2) protratta ed interminabile (prolungamento della situazione adolescenziale determinato da condizioni culturali); 3) abbreviata e negata (precocizzazione di modalità adulte di funzionamento); 4) ciclica (alternanza di entrate ed uscite dalla condizione adolescenziale); 5) traumatica (caratterizzata da comportamenti antisociali e delinquenza); 6) abortiva ( forma psicotica caratterizzata da perdita di contatto con la realtà).

Le prime difficoltà nella conquista dell’identità sono strettamente legate alle modificazioni biologiche conseguenti all’esplosione di caratteri trasformativi che possono produrre disagio e cattivo rapporto con il proprio corpo, in cui la psiche non riproduce fedelmente la corporeità. Quando poi a ciò si aggiungono problemi relativi ai processi di maturazione bio-ormonali si può arrivare a comportamenti sessuali devianti o a disturbi d’identità di genere. Le altre difficoltà, che analizzeremo nel corso di questo lavoro, sono intrinseche a modalità psico-socio-culturali tipiche del nostro tempo.

2. Frammenti del sé nello specchio del mondo

Nell’adolescenza, da sempre, il ripiegamento nella cura di sé e nella propria soggettività è fisiologico per la scoperta di sé rispetto allo specchio del mondo e della rete di relazioni.

Nell’adolescente postmoderno il narcisismo fisiologico è potenziato dal narcisismo del contesto socio-culturale in cui la legge imperante della cura di sé come primato della cura del corpo conduce all’affermazione dell’onnipotenza dell’estetica separata da altri valori. Una vera e propria “cultura del narcisismo”, di cui ogni adolescente fa parte in maniera purtroppo irriflessa e, come tale, a rischio di evoluzione patologica.

Il circuito economia-pubblicità-spettacolo-consumo non è altro che lo specchio riproducente una società che non sa separare bisogni fondamentali e desideri indotti. Gli adolescenti vengono blanditi da tale circuito che presenta loro modelli di emancipazione sotto sembianze progressiste, mentre in realtà altro non fa che travestire da autonomia autentica solo la “libertà di consumare”, promuovendoli allo status di consumatori maturi ed autonomi, ciascuno con televisore, telefono, stereo, mezzo di trasporto personale.

Questa pseudo-autonomia, che porta a rifiutare qualsiasi forma di guida “adulta”nel nome di una conclamata indipendenza da qualsiasi forma di autorità, ad altro non porta che ad essere assoggettati al paternalismo dei gruppi industriali e ad assimilare le mentalità agli assetti prevalenti di potere.

Il consumo di merci (studiate appositamente per l’età) come valorizzazione del proprio sè, diventa un’importante stampella per un’identità ancora incompiuta. Così la pressione della cultura di massa, espressione e strumento della società dei consumi, affida la formazione della personalità ai circuiti dei mass-media, del consumo, dell’evasione, dello spettacolo in cui l’edonismo ed il narcisismo diventano gli unici stili di vita desiderabili, gli unici possibili, al di fuori dei quali vi è solo frustrazione.

Peter Pan nell’isola che non c’è

La strategia di Peter Pan può essere definita un infantile ripiegamento in una lunghissima infanzia dalla quale non si vorrebbe più uscire, dove la società appare come una sorta di “paese dei balocchi”, nella costante offerta di ludicità e consumo intensivo, in cui vi è coincidenza tra soddisfazione immediata dei bisogni e benessere/felicità separati da ogni etica, sacrificio, sforzo o fatica, in una riproduzione immaginativa della vita quale lunghissimo spot pubblicitario in cui è facile ottenere ciò che si desidera. E’ una sorta di “melassa” che allenta la distanza tra realtà e fantasia, tra desiderio e limiti e fa vivere in un presentismo in cui si è superficiali, distaccati dalle proprie radici e intolleranti ad impegni a lungo termine, nell’evitamento di ogni progettualità futura.

La ricaduta sull’identità determina personalità dominate dal principio del piacere, ovvero da pulsioni infantilistiche, e dall’onnipotenza del desiderio invece che dal principio della realtà, connesso allo sviluppo della responsabilità personale. Occorre precisare che la ragione sociologica di tale ripiegamento può essere rinvenuta nella crescente incertezza sociale complessiva e nelle difficoltà occupazionali che portano i genitori ad essere complici di figli che vogliono godere il più a lungo possibile della loro protezione.

Quest’interminabile stazionamento in famiglia con conseguente regressione delle dinamiche affettive, emotive e relazionali blocca la maturazione dei sentimenti in direzione di esperienze realmente “adulte”, per cui: si è adulti per tutto ciò che attiene al tempo libero, al consumo, al divertimento, agli orari e nello stesso tempo si è dipendenti poiché nulla viene richiesto in termini di contributo di tempo o spese alla gestione della casa. In tal modo si continua ad essere “i figli di qualcuno” senza mai diventare artefici del proprio destino, con tutti i rischi ed i vantaggi che ciò comporterebbe.

Qualcuno parla di sindrome da “destrutturazione del futuro” , di generazione invisibile, definendo l’incapacità delle nuove generazioni di porsi come soggetto storico, dovuta all’immersione in un presente che dà la possibilità di sperimentare vissuti molteplici ma frammentati, non integrabili in un’identità ben costituita. Tali difficoltà/problemi degli adolescenti non possono che ricondursi ad un’incapacità del mondo adulto di insegnare, offrire valori, produrre idee in cui credere ed essere modelli di autenticità.

4. Crisi dell’educativo e crisi dell’identità

Da una dimensione fortemente autoritaria del passato si è oggi passati alla crisi di ogni autorevolezza: viviamo in una società tendenzialmente orizzontale che rifiuta in misura sempre maggiore la presenza di guide e maestri, determinando l’infantilizzazione degli adulti e l’adultizzazione dei bambini e degli adolescenti.

Questo tipo di società è intrinsecamente diseducante. Il permissivismo (sia in famiglia che a scuola) non è altro che una forma di abbandono travestito da rispetto -comodo - perché libera l’educatore da ogni forma di responsabilità e “fatica” educativa.

  • Per la formazione di un’identità sana l’adolescente ha invece ancora bisogno di calore, protezione e guida (anche se in forma diversa dal bambino) : quando non li riceve nei modi appropriati dalle agenzie educative, cerca di carpirli da modelli massmediatici (attori, cantanti, sportivi…) che in qualche modo sente presenti nella sua vita, con conseguenze non sempre positive (identificazione patologica che porta ad un vero e proprio blocco nella formazione dell’identità).
  • Un’altra modalità di ricerca di attenzione e guida che parte da un malessere e può sfociare in conseguenze patologiche è l’affiliazione a bande , che soddisfa il desiderio frustrato di appartenenza alla base della formazione dell’identità, per cui si aderisce a comportamenti-atteggiamenti privi di ogni norma se non quella di una sorta di autorealizzazione rappresentata dall’affermazione della propria vitalità dissipativa come volontà di potenza (teppismo, bullismo, vandalismo, violenza di gruppo, azioni in branco). Se nel momento fisiologico di svincolo dalla famiglia non vi è all’esterno una proposta di adesione a modelli umanamente significativi, l’approdo sarà rovinoso scivolando dal gregarismo già citato alla perdita di umanità testimoniata dalle molteplici forme di dipendenza da sostanze o da altro come il sesso o il gioco .

5. Effetti della comunicazione elettronica

  • Pur non negandone gli innumerevoli vantaggi, appare evidente che l’esplosione dell’iconicità elettronica toglie spazio ad ogni comunicazione vera e ad ogni linguaggio elaborato, essenziale per la maturazione degli aspetti cognitivi connessi alla formazione dell’identità, che nell’adolescente sono rappresentati dalla capacità di pensare ed esprimersi in forma elaborata, complessa, critica, creativa.

La maggior parte degli avvenimenti mostrati in televisione è privo di una continuità storica: essi si succedono in maniera così rapida e frammentaria che difficilmente si può stabilire un nesso tra principio e fine o formulare pensieri ed elaborare sensazioni sulle informazioni ascoltate.

Gli input della televisione nonostante un’esposizione ininterrotta non riescono a sedimentarsi come la esperienze dirette poiché risulta difficile ordinarli e ricollegarli alle esperienze precedenti. Ma la rielaborazione cosciente e la ristrutturazione cognitiva sono alla base del cosiddetto apprendimento profondo.

Invece l’eccesso di esposizione televisiva promuove un atteggiamento passivo ed acritico, generando un appiattimento delle capacità di analisi critica, innovazione ed originalità .

L’essere abituati a ricevere informazioni con modalità estremamente attraenti genera una passività cognitiva che si manifesta nella disaffezione e nel rifiuto di impegnarsi in attività mentalmente più impegnative quali la lettura, la scrittura, lo studio. Incidendo sui processi cognitivi ed emotivi con una lenta e progressiva sollecitazione dove la presentazione di pseudo-realtà canalizza gusti, conoscenze e scelte, la televisione influenza il modo di rapportarsi alla realtà vera ed agli altri, indirizzando i comportamenti verso un conformismo di massa.

Oltretutto spessissimo la televisione deforma la realtà, esponendo il più delle volte per questioni di audience solo la parte che interessa e stupisce. Tale corsa all’audience ha contribuito notevolmente all’omologazione del pubblico, determinando uno scadimento della qualità dei programmi poiché, allo scopo di interessare il maggior numero di persone e dunque anche quelle che non hanno voglia di pensare si propongono attraenti insulsaggini.

Si tratta di un mondo, almeno per i soggetti in crescita, estremamente caotico, affollato di esempi di comportamenti denotati da valori opposti, in cui tra finzione e realtà è difficile trovare una linea di demarcazione. Inoltre la fruizione frequente di programmi con alto contenuto di violenza influenza in maniera negativa non solo inducendo comportamenti violenti e/o insensibilità alla violenza, ma anche l’acquisizione di credenze secondo le quali il mondo è un luogo malvagio e pericoloso in cui non c’è altro da aspettarsi se non violenza fisica o psicologica.

La mancanza di filtri rende impossibile proteggere i minori dalla rivelazione più completa ed impietosa di un mondo adulto caratterizzato da stoltezza, conflitto ed inquietitudine.

L’eccesso di esposizione televisiva modifica inoltre la sfera emotiva:gioia, paura, orrore si generano non più in relazione ad un individuo o in risposta ad un evento ma in conseguenza ad immagini che si possono, se si vuole, interrompere a piacimento, con le quali non si interagisce, ma ci riabbandona inermi alla suggestione. Tale distacco dalla realtà, se non è regolato dalla capacità critica rende privi di quel rapporto emotivo alla base del senso di responsabilità verso sé stessi ed il prossimo.

Guardare la televisione può essere paragonato al partecipare ad una festa popolata di gente sconosciuta: si viene continuamente presentati a persone nuove, il che produce una certa eccitazione. Ma alla fine difficilmente si riesce a ricordare i nomi degli ospiti, ciò che hanno detto e a quale titolo erano presenti: non importa, la festa si ripeterà domani. Ci si sente obbligati a tornarvici: poiché può essere che qualcuno dei nuovi ospiti riveli qualche interessante “segreto”.

Il fenomeno della teledipendenza è più frequente di quanto si creda perché, non immediatamente evidente, si presenta in maniera subdola e strisciante: all’improvviso si scopre che senza televisione si è pervasi da un senso di vuoto e tristezza e dall’incapacità o dalla riluttanza a dedicarsi ad altre attività, per cui ci si piega a vedere anche cose banali pur di non spegnerla e di privarsi di quel sottofondo.

Che rende sempre più rarefatti i rapporti interpersonali. Che distrugge anche la sacralità propria delle ore dei pasti, spesso le uniche nelle quali la famiglia si incontra le quali, da occasione di comunicazione, diventano un desinare muto ed ipnotizzato dalla TV.

Inoltre la virtualizzazione, intesa come “eccesso” di comunicazione elettronica rispetto alla comunicazione umana, porta con sé il rischio della dipendenza da una protesi psichica per cui si è capaci di dialogare solo attraverso il mezzo tecnico, sostituendo l’esperienza e la comunicazione nel mondo reale con una sorta di dialogo virtuale in cui, sia da un punto di vista cognitivo che emotivo, si “gioca” molto ma non ci si mette mai realmente “in gioco”.

6. La problematicità del sistema scolastico

Secondo i rapporti IARD la scuola non è considerata dai ragazzi un luogo motivante né rilevante per la propria esistenza, esce perdente dalla sfida con la galassia elettronica sul versante della comunicazione-istruzione, rispetto alla quale è obsoleta e poco desiderabile in termini di velocità e completezza, non riesce a formulare proposte le quali, sul piano della significatività espressa dalla cultura mediata dai rapporti umani, si pongano come alternativa valida all’abuso dell’elettronica.

Si assiste ad una singolare retorica dell’utopia della qualità a fronte di una scuola di massa livellata in modo egualitarista verso il basso (fare il meno possibile: chi fa di più viene escluso e deriso) non competitiva, non selettiva, non collaborativa, non motivante, neppure stressante (per la maggior parte dei casi). L’esito complessivo dell’istruzione scolastica presenta i caratteri dell’esteriorità, dell’occasionalità, della nozionistica: non favorisce la formazione quale strumento per una presenza significativa nella vita, nella società, nella storia.

Tutto ciò porta all’indifferenza che è peggio della ribellione; per i ragazzi la scuola è fastidio necessario e non eccessivo, passaggio obbligato da attraversare e da cui uscire il prima possibile, luogo inutile, noioso e ripetitivo che non mobilita passioni, sentimenti, motivazioni, aspirazioni, non significativa né efficace nemmeno per la loro futura vita professionale. A questo si aggiunge la sofferenza di rimanere troppo a lungo lontani dal proprio futuro e dalle responsabilità della vita adulta, anche se privi di ostacoli rappresentati da necessità materiali, deresponsabilizzati da una famiglia infantilizzante, più propensi ad attendere il futuro che a lottare per costruirlo.

  • Da questa molteplicità di fattori derivano la crescente fragilità ed i problemi di identità degli adolescenti attuali. Gli adolescenti di un tempo erano meno vulnerabili perché il loro problema era prevalentemente la reazione conflittuale con la norma e non, come oggi, la conferma del proprio valore, un desiderio continuo ed incessante di rispecchiamento unito ad una scarsissima tolleranza per qualsiasi tipo di frustrazione.
  • L’adolescente postmoderno apparentemente non ha più gerarchie da rispettare ma stili di massa da imitare, ha una forte nostalgia di modelli etici in cui identificarsi, sperimenta una perdita di senso rispetto alle sue stesse scelte, diviso tra genitori resi deboli o impotenti da un contesto difficile e da una scuola troppo facile, mimetizzato in una società adulta rassegnata a vivere senza valori, priva di ogni narrazione educativa, senza memorie né orizzonti.

I rischi maggiori consistono nello sviluppo di pseudo-identità “disperate”, preferibili all’assenza di qualsiasi identità (che porta con sé il rischio della disgregazione psicotica), caratterizzate dall’aggancio alla rilevanza protagonistica della violenza dove si rischia fino a sfidare la morte propria o altrui, dalla sottomissione a gruppi configurati come “branchi”, da un’espressione emotiva spropositata canalizzata nello sport, nella musica, od in altre passioni-ossessioni, dallo sviluppo di dipendenze di varia natura.

Espressioni queste della disperata ricerca di qualcosa che sostituisca un calore ed una comprensione negate o inadeguate, di un senso, anche orrido o diabolico, capace di “riempire” il vuoto infinito che sperimenta chi si sente “nessuno per nessuno”, spettatore della vita di altri lontani anni luce, in un mondo frenetico ed incomprensibile che per nascondere le tentazioni depressive si appiccica addosso la risata grottesca del clown, trascinandosi in una vita percepita come priva di un reale significato. Il vuoto esistenziale, che denuncia il ribaltamento della gerarchia dei valori ed un adeguamento passivo a livelli conformistici, è un’esperienza “abissale” di assurdità ed insignificanza.

L’analisi fin qui redatta ha i toni del catastrofico: eppure, bisogna prendere atto della problematicità estrema del fenomeno adolescenza, nulla togliendo ai contesti in cui il positivo prevale e vince sul negativo.

7. L’identità sulle montagne russe: iperattività, impulsività e disattenzione in adolescenza

Prenderemo ora in considerazione un tipo particolare di adolescenza difficile, connotata dall’etichetta diagnostica di disturbo da deficit di attenzione/iperattività.

Essa fa riferimento ad un quadro con un ventaglio sintomatologico piuttosto ampio all’interno del quale i comportamenti caratterizzati da impulsività, iperattività, disattenzione sono presenti in quantità e qualità variabili.

In realtà, al di fuori dei – pochissimi – ufficialmente diagnosticati, moltissimi adolescenti esibiscono comportamenti del genere, ai quali si associano una serie di problematice secondarie (legate all’apprendimento, all’emotività, alle relazioni interpersonali), che sono il risultato dell’interazione con l’ambiente. La costruzione del sè di questi adolescenti, che definiremo “difficili”, si presenta come un percorso sulle montagne russe: un’alternarsi di picchi e cadute verticali da un punto di vista bio-psico-sociale, in cui assumono un peso rilevante i patterns cognitivi e relazionali che vengono a determinarsi. La cui disfunzionalità rende questi adolescenti una categoria particolarmente a rischio.

Numerose ricerche hanno evidenziato come le strategie cognitivo-comportamentali risultano essere particolarmente efficaci nel contenere i comportamenti disfunzionali e nello sviluppare le abilità nelle cosiddette funzioni esecutive, di cui questi soggetti sono carenti, a patto che l’intervento avvenga in maniera multimodale , ossia proveniente da scuola e famiglia, contesti nei quali emergono in maniera evidente le difficoltà, ma per lo stesso motivo anche terreno fertile per prevenirle o ridurle.

La predisposizione di un ambiente facilitante, atto a guidare gradualmente questi adolescenti ad un’acquisizione interiorizzata delle capacità autoregolative, presuppone la formazione adeguata di tutte le figure che ruotano loro attorno, richiedendo il coinvolgimento attivo e sinergico delle componenti della complessa organizzazione del sistema scuola e dei rapporti scuola-famiglia.

Anche in base a quanto precedentemente esposto, affrontare tutti i problemi della pubertà saturata dall’enorme numero di stimoli della nostra società, e in più fare i conti con difficoltà di attenzione, controllo degli impulsi ed iperattività può essere particolarmente gravoso per un adolescente che potrebbe “non farcela”. Il rischio di una compromissione significativa del processo di crescita e del raggiungimento di una buona qualità di vita, derivanti dal mancato sviluppo delle proprie potenzialità causato dalle problematiche suddette, sembra essere piuttosto elevato, soprattutto in coloro che vivono in ambienti carenti da un punto di vista socio-educativo.

Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare una parte del nostro lavoro a questi adolescenti, dei quali tenteremo una descrizione e la messa in evidenza di percorsi e strategie didattico-educative atte, se non a risolvere, quantomeno a contenere possibili conseguenze negative sullo sviluppo di un adeguato senso di sè.

Abbiamo visto che i cambiamenti ormonali della pubertà causano labilità emotiva in ogni adolescente e per tutti gli adolescenti questo percorso si svolge in maniera simile: il comportamento sembra diventare sempre più sfrontato ed insolente e si chiedono maggiori libertà. A questo si aggiunge il forte ascendente, dovuto al bisogno di identificazione, del gruppo di riferimento dei coetanei, che esercita un influsso decisivo sul modo di pensare , sentire ed agire dei ragazzi: quando gli educatori non comprendono appieno l’importanza di questo fenomeno gli scontri si moltiplicano . Inoltre l’adolescente tende ad essere intollerante ed egocentrico , difficilmente disposto a scendere a compromessi , a diventare velocemente geloso ed invidioso e a valutare ogni divieto come estremamente ingiusto.

E’ stato però sottolineato che l’adolescente è anche già in grado di controllare uno spazio temporale relativamente ampio, immaginare come gli altri possano valutare le sue azioni, prevedere come l’altro reagirà al suo modo di agire: dagli 11 anni in poi è già in grado di pensare in modo logico formale , ovvero ipotetico-riflessivo circa i possibili modi di agire. Lo sviluppo cognitivo-intellettuale diventa più differenziato e maturano l’ autocontrollo e la regolazione degli impulsi .

L’adolescenza dei ragazzi che soffrono di disturbi relativi a deficit attentivi, impulsività ed iperattività (i quali, pur avendo un’intelligenza nella norma od addirittura superiore alla media, presentano particolari difficoltà già ben evidenti nell’infanzia e nella fanciullezza, che nell’adolescenza letteralmente “esplodono”) si presenta , oltre che come categoria particolarmente a rischio che, secondo recenti statistiche, è anche in aumento.

Il fenomeno è già visibile nell’età della scuola primaria dove si è passati negli ultimi anni da un’incidenza dell’1-2% al 4-5% di tali comportamenti ( e spesso anche superiore) negli alunni, anche se a diversi livelli di gravità.

Sebbene molte delle ipotesi circa l’origine di questo disturbo lo riconducano ad un sostrato genetico o comunque relativo alla bio-fisiologia cerebrale, l’aumento della percentuale farebbe pensare ad una sua connessione con gli stili di vita familiari, educativi ed in generale sociali tipici della postmodernità , che abbiamo evidenziato nella prima parte di questo lavoro e che potremmo definire caratterizzati da tre “F”: freneticità, frammentarietà e fragilità.

Insieme all’incessante stimolazione elettronica (cellulari, televisione, computer), tali fattori, a nostro avviso, potrebbero essere all’origine dell’aumentata incidenza delle difficoltà di concentrazione ed autocontrollo che si configurerebbero come incapacità generalizzata di “mantenere la calma” o riflettere ogni qualvolta questo si renda necessario.

Il particolare rilievo che ciò assume rispetto all’eventuale sviluppo di psicopatologie o sociopatie in età adulta rende particolarmente urgente sottolineare quanto sia per questi soggetti ancora più difficoltoso vivere e superare il già di per sè delicato periodo adolescenziale, e come essi necessitino di particolari attenzioni di natura psicoeducativa in grado di contenere la talora abnorme portata di comportamenti che, per la totale assenza di responsabilità, spesso rappresentano un pericolo per la vita propria o altrui.

Si può affermare che nei soggetti i quali già dall’infanzia sono affetti da disturbi connessi all’impulsività, all’iperattività ed alla mancanza di attenzione le manifestazioni tipiche dell’adolescenza si presentino in forme oltremodo esasperate, che spesso rendono di difficilissima gestione anche la quotidianità, soprattutto in famiglia e a scuola.

Questi adolescenti, al pari dei coetanei, sviluppano la capacità di pensare in modo logico formale ma, a causa dello scarso controllo automatico del comportamento non sono assolutamente in grado di mutare la prospettiva.

Autocontrollo ed autoregolazione non sembrano essere possibili: si svilupperanno , se mai si svilupperanno , solamente tra i 18 e i 24 anni.

L’osservazione psicopedagogica rileva che, a partire dai 16 anni nell’adolescente “normale”, anche se si lascia controllare mal volentieri e diventa sempre più indipendente nel modo di pensare e decidere, si assiste ad una diminuzione dell’egocentrismo: egli appare più rilassato ed anche più tollerante nei confronti di un’opinione che diverge dalla sua.

Gli adolescenti che presentano i disturbi suddetti invece continuano sempre a vedere tutto solo dalla propria prospettiva: si sentono osservati e criticati intensamente essendo contemporaneamente nella piena convinzione di poter in realtà già decidere completamente tutte le proprie azioni e di sapere meglio di qualunque altro quello che è giusto per loro. In mancanza di una capacità sufficientemente ampia di confrontarsi con la realtà essi effettuano le valutazioni in modo ingenuo, pur essendo coscienti del fatto di essere notevolmente diversi dai propri coetanei.

Data la crescente insicurezza che si sviluppa nel profondo del loro essere , sono disposti ad aggregarsi a ragazzi che avvertono simili ossia “esseri stravaganti”: spesso sperimentano insieme l’uso di alcool e droghe e , sempre con la consapevolezza di essere totalmente diversi dagli altri , vanno alla ricerca del rischio estremo. Anche l’adolescente normodotato prima o poi prova la nicotina , l’alcool e le droghe leggere ed è attratto dal rischio ma mai in misura cosi estrema come l’adolescente iperattivo e/o impulsivo.

Dai 16 anni in su il ragazzo normodotato sembra essere in grado di evolversi in misura sempre maggiore grazie allo sviluppo di comportamenti razionali e all’adesione a valori, quasi sempre non rispecchianti in alcun modo quelli familiari ma comunque indici di capacità di pensiero autonomo e critico. In questo momento di transizione verso l’età adulta , sviluppa interessi sempre più specifici e diventa sempre più consapevole del suo funzionamento in questo mondo. Sta scoprendo i punti di forza delle sue doti e le cose che gli piacciono di più , vorrebbe conquistare da solo il suo mondo e comincia a costruirsi una buona coscienza di sé che comprende anche la coscienza dei propri limiti. In tal modo tenta di orientarsi con sempre maggiore autonomia ed anche fuori dalla sua famiglia e vuole essere considerato una persona che rispetta gli obblighi ma gode degli stessi diritti degli altri adulti.

Diversamente, l’adolescente iperattivo/impulsivo nel suo modo di percepire il mondo e di reagire ad esso sembra sempre convinto , al pari di un bambino piccolo , di potersi comportare in maniera spontanea e del tutto naturale cosi come fanno quelle persone che vivono intorno a lui e che appaiono interessanti ai suoi occhi. Per nessun motivo pensa che il suo modo di fare potrebbe non essere adeguato alla situazione. Il cosiddetto animismo infantile , per il quale il bambino piccolo ha la percezione che tutto quello che è vivo e si muove sia sottoposto come lui alle stesse leggi , sembra permanere ancora a lungo in tali adolescenti , addirittura fino alla giovane età adulta. La combinazione di egocentrismo , cioè scarsa capacità di mutare prospettiva , e animismo determina situazioni problematiche.

Da un punto di vista evolutivo la permanenza di tali caratteristiche unite all’impulsività emotiva fa sì che tali adolescenti non siano in grado definire e controllare i propri comportamenti né tantomeno di prestare attenzione alle indicazioni altrui. Spesso inoltre perdura a lungo la fase eidetica dello sviluppo, ovvero la sovrapposizione di realtà e fantasia ( presente normalmente tra il 5° e l’8° anno di vita ). Il fatto che queste fasi di sviluppo perdurino fino alla tarda adolescenza fa sì, ad esempio, che questi soggetti si servano con la massima naturalezza di oggetti altrui senza chiederne il permesso , o che esprimano a voce alta qualsiasi opinione venga loro in mente senza tener conto del contesto. Generalmente alla domanda “ma non potevi chiedermelo prima?” o “come ti sei permesso?” rispondono con un “me ne sono dimenticato!”oppure “non ci ho pensato!”.

C’è da aggiungere che questi ragazzi hanno “antenne” estremamente sensibili, tipiche della sindrome, sono in grado di captare ogni stato d’animo nell’ambiente circostante e registrano quasi automaticamente i dettagli più piccoli.

Hanno poi un senso della giustizia che si è sviluppato già molto presto a causa delle difficoltà di apprendimento e una disponibilità spontanea ed empatica: quando si accorgono che gli altri hanno bisogno d’aiuto, nasce in loro il desiderio di intervenire immediatamente prestando soccorso.

Paradossalmente in alcune situazioni sembra che sappiano esattamente quello che vogliono e sono capaci di dare valutazioni spontanee e rapide: il che li fa apparire “onnipotenti”. Purtroppo però l’incapacità di valutare in modo riflessivo, tramite un’analisi sufficientemente approfondita, il percorso dei pensieri, impedisce di rimanere aderenti all’argomento in discussione: saltano repentinamente da un argomento all’altro reagendo spontaneamente con una risposta oppositiva o con una argomentazione contraria, non riuscendo in realtà mai ad accettare o a ricordare tutto quello che non sembra loro logico o convincente.

Reagiscono aggressivamente o deprimendosi, dando sfogo immediato al proprio malumore indipendentemente dall’ambiente in cui si trovano. L’egocentrismo adolescenziale, che normalmente si evidenzia a 13-14 anni, è caratterizzato dalla percezione che l’attenzione di tutti sia centrata soltanto sulla propria persona e sui suoi difetti, contemporaneamente alla convinzione di essere unico, di vedere il mondo nel modo più giusto e credere di doverlo rendere migliore. I ragazzi appaiono completamente convinti di sé stessi e saccenti, evidenziando però contemporaneamente una tendenza estrema ad attribuire importanza all’esteriorità, a sottovalutarsi totalmente, a mettere in atto comportamenti eccessivi anche di tipo auto od etero-lesionistico.

Nell’adolescente impulsivo-iperattivo, che ha un senso di percezione ed un modo di agire animistico ed egocentrico, scarsa capacità di usare i freni interni, controllarsi ed osservarsi, queste problematiche si acuiscono notevolmente, unendosi alla difficoltà di prendere decisioni, causate dal perdere continuamente di vista le questioni oppure dal desiderio di accontentare gli altri. Essi hanno e danno un’immagine estremamente contraddittoria di sè stessi: hanno bisogno di sperimentare tutto ma sembrano non imparare dalle proprie esperienze. Anzi, quando queste hanno esiti negativi aumenta in loro, in modo drammatico, la sensibilità nei confronti delle critiche.

Avere la capacità di imparare dalle proprie esperienze permette un sano sviluppo della capacità di autoregolazione, di prevedere avvenimenti futuri in modo adeguato e di confrontarsi in maniera sempre più abile col mondo .

Pur tendendo molto a vivere nel “qui ed ora”, l’adolescente normale affina progressivamente la capacità di intuire il futuro “rovesciando in avanti” il passato. Lo stile percettivo dell’adolescente impulsivo-iperattivo lo porta invece a vivere solamente nel “qui ed ora”: dibattuto e sempre in crisi perché ogni cosa è per lui continuamente nuova.

Un'altra caratteristica di tali adolescenti è la sensazione costante di essere trattati ingiustamente, derivata dall’incapacità di valutare le situazioni e le circostanze che le determinano nella loro interezza, e dunque nell’impossibilità di vedere in cosa consista la propria colpa. Essi notano soltanto di essere oggetto di forti critiche ed hanno molta difficoltà ad accettare l’autorità e le consegne date.

Eppure contemporaneamente essi esprimono anche un forte desiderio di essere normali, scossi da un lato dalla sensazione continua di essere trattati ingiustamente rimettendoci sempre, dall’altro di sbagliare comunque facciano.

Pertanto, pur in presenza di interesse ed apertura per tutto ciò che è nuovo, appassionante e stimolante, essi hanno la crescente consapevolezza di riuscire a capire tante cose solo in parte e maturano la convinzione di fondo di star perdendo sempre qualche cosa. Si comprende bene che su queste basi malferme lo sviluppo dell’identità può venire seriamente compromesso.

8. Aspetti relazionali dell’adolescenza difficile

Nonostante il grande desiderio di totale autonomia ed indipendenza, l’adolescente impulsivo-iperattivo, il cui comportamento appare sempre irritante, tende a rendersi dipendente da quelle persone che costituiscono il suo modello, le uniche capaci di farlo riflettere sul suo comportamento e di frenarlo se necessario.

Tali soggetti però sono angosciati dal timore di perderle a causa dei dispiaceri che si rendono conto di provocare loro quando non riescono a frenarsi. In seguito a situazioni difficili, questi ragazzi spesso si scusano afflitti e con gli “occhioni lucidi”, a volte anche con bigliettini commoventi. Il normale bisogno di punti di riferimento che gli adolescenti manifestano è, nel caso degli adolescenti problematici, enorme.

Essi vanno costantemente alla ricerca di queste persone stabilendo con loro rapporti stretti ma turbolenti: hanno infatti una concezione molto personale di fedeltà e provano una gelosia morbosa tendente all’ipercontrollo. Quando vengono delusi soffrono in modo estremo, non di rado fino a giungere al desiderio di suicidarsi ma, per lo più, sono troppo attaccati alla vita per volersene liberare: particolarmente esposti a questo pericolo sono i sognatori, i quali possiedono discrete doti ma possono cadere in profonde depressioni.

Un altro comportamento tipico è l’aggregazione per qualche tempo a gruppi di estremisti che cercano il piacere in attività oltremodo rischiose. In questi casi è indispensabile individuare persone che, al di fuori dell’ambiente familiare, possano distoglierli e fungere da bussola, trascorrendo del tempo con loro ed offrendo occasioni di riflessione, amicizia e sostegno.

Per ciò che riguarda le relazioni amorose, se questi adolescenti hanno simpatia per un'altra persona e se ne innamorano percepiscono anche questo stato in modo estremo. Desiderano una fusione assoluta di corpo e anima con la persona amata, tendendo ad accessi di gelosia e “ sequestro “ del partner. Tali sentimenti estremi possono andar bene solo per un breve periodo perché è come se il fallimento fosse già programmato, e poi la delusione è tanto più forte. Frequentemente essi sviluppano la convinzione di non lasciarsi mai più andare con nessuno, per non essere mai più delusi.

Se queste esperienze si sommano nel periodo critico tra i 13 e i 18 anni e se non c’è nessuno che con empatia, attendibilità e affetto assuma la funzione di contenimento, si può giungere all’estrema indifferenza o a cercare di farsi accettare ad ogni costo.

Dietro a ciò si cela la supposizione di venir rifiutati perché non si è fisicamente perfetti ( soprattutto nelle femmine ) e si arriva ad attribuire importanza unicamente all’aspetto esteriore: da ciò possono nascere sia disturbi dell’alimentazione che la tendenza a procurarsi lesioni sul corpo per ridurre la tensione.

Inoltre, per venire accettati e far parte del gruppo nasce spesso una precoce disponibilità ai contatti sessuali: spesso l’appetito sessuale particolarmente forte negli adolescenti impulsivi-iperattivi rende tanto più difficile il rapporto di coppia in sè già complicato.

C’è, contemporaneamente ad un desiderio estremo di armonia, la tendenza a vedere solo il proprio punto di vista senza considerare le esigenze dell’altro, cosa che rende certi sin dall’inizio gli “incidenti di comunicazione”: il tono della voce che diventa più pesante, il ritenere che l’altro non “la debba fare troppo lunga”.

Per questi motivi le relazioni degli adolescenti difficili siano problematiche: dal loro punto di vista vengono costantemente delusi e rifiutati e, fin quando non sono in grado di riconoscere nel comportamento degli altri la propria parte di responsabilità, non riescono a costruire relazioni alla pari. Più passa il tempo e più delusioni subiscono, arrivando, in taluni casi, alla fobia sociale, ovvero alla totale chiusura in sè stessi per non dover sopportare più reazioni negative.

Affrontando il mondo che li circonda, tali adolescenti si trovano, per ciò che riguarda le loro sensazioni, tutti i giorni “sulle montagne russe”.

Nelle odierne condizioni di vita appaiono tesi ed irritati in età sempre più giovane e spesso sviluppano tendenze alla somatizzazione che vengono descritte sempre in modo esagerato.

A intervalli più o meno regolari, cadono in fasi di esaurimento nelle quali non riescono più a gestire il quotidiano ed hanno bisogno di ritirarsi in se stessi, bloccati da una strana ed inspiegabile debolezza che impedisce di fare alcunché senza uno sforzo estremo. L’interruzione di qualsiasi attività o il rilassamento (es.un giorno a letto o sul divano) sembra essere in questi casi l’unica strada: l’importante è non lasciar protrarre la situazione per più giorni, per evitare che la cronicizzazione dei comportamenti di chiusura in sé stessi dia luogo a modalità permanenti di evitamento di situazioni impegnative.

9. L’adolescente difficile e il mondo giovanile

Per capire dove risiedono oggi i maggiori pericoli per gli adolescenti impulsivi-iperattivi è importante riflettere sullo stile e sull’atteggiamento di vita dei giovani di oggi. Attualmente si preferiscono quegli stili di vita collettivi che recano divertimento, offrono distrazione e intrattenimento, consentono un contatto immediato con gli altri senza sentirsi obbligati a impegni di lunga durata.

Sono sempre meno i giovani che si identificano contemporaneamente con più stili di vita, ma piuttosto assumono la posizione dello spettatore, dell’utente temporaneo con la facoltà di poter provare e sperimentare. Questo sperimentare serve come una sorta di “vaccino anti-frustrazione” e testimonia la necessità di doversi orientare sempre più velocemente nelle società moderna.

Di solito gli adolescenti con problemi di impulsività-iperattività, già disorientati per conto loro, anche nella tarda adolescenza e nella giovane età adulta non appaiono ancora integrati. A causa del loro ritardo nello sviluppo psichico hanno una lunga pubertà e rimangono intrappolati in un violento contrasto generazionale.

Spesso nasce in loro la sensazione che non ci sia niente per cui valga la pena di impegnarsi,danno giudizi affrettati e reagiscono in maniera esagerata.

Negli ultimi tempi si lamenta in maniera sempre più forte la predisposizione alla violenza da parte degli adolescenti. Spesso i responsabili di reati sono adolescenti con problemi non riconosciuti come tali ma presto etichettati come “delinquenti”, emarginati e molte volte sottoposti a trattamenti sbagliati.

Aperti nei confronti di tutto ciò che è nuovo, appassionante, interessante, questi adolescenti registrano con estrema esattezza anche il comportamento problematico dei loro modelli. Inoltre, coloro che vivono in condizioni di disagio sono i più esposti al pericolo di appropriarsi impulsivamente di qualche oggetto oppure a diventare subito violenti in caso di ferita subita.

Nella loro quotidiana lotta con l’ambiente circostante, a casa o a scuola, ricorrono volentieri alla droga per dimostrare di essere coraggiosi e pronti a qualsiasi tipo di esperienza e spesso la curiosità li porta a mescolare le varie droghe rendendoli “politossicomani”.

La totale disponibilità nei confronti degli stimoli esterni e lo scarso controllo degli impulsi li rende facilmente influenzabili, per cui si lasciano coinvolgere facilmente; la scarsa prudenza e la tendenza ad avere comportamenti eccessivi fanno sì che essi siano spesso i primi ad essere “beccati”.

A livello internazionale tutti gli esperti sono d’accordo sul fatto che, anche se ci si trova davanti un adolescente difficile o addirittura con diagnosi di disturbo da deficit dell’attenzione ed iperattività, ciò non può determinare una non imputabilità ma può eventualmente condurre a una revisione della pena.

Non soltanto il rischio elevato di una tossicodipendenza o la predisposizione alla violenza possono contraddistinguere i tentativi degli adolescenti impulsivi-iperattivi di affermare la propria autonomia: ci sono anche altri comportamenti devianti come i disturbi dell’alimentazione. Tali comportamenti, devianti in senso autolesionistico, sono in aumento: è infatti facile che una ragazza, in seguito ad una serie di insuccessi sentimentali dovuti a serie difficoltà di relazione, arrivi alla conclusione che il fatto che venga respinta da tutti possa essere collegato con il suo aspetto esteriore.

Questi adolescenti sentono di avere uno scarsissimo controllo sul mondo esterno: ecco perché un disturbo dell’alimentazione può conferir loro la sensazione grandiosa di controllare per lo meno una situazione, di sentirsi altamente stimolati.

Gli eccessi comportamentali sono con tali adolescenti all’ordine del giorno e a volte si può giungere a crisi estreme. Le loro sensazioni si esprimono sempre al superlativo: una situazione viene avvertita come insopportabile, un desiderio diviene travolgente e cosi si reagisce di conseguenza: essi subiscono una superpubertà che si contraddistingue per un’estrema labilità emotiva ed una grande difficoltà di comprensione di sé stessi e del mondo.

Se chi li circonda non ha una profonda comprensione del disturbo può reagire in modo sbagliato aggravando la situazione: quando invece l’ambiente è adeguatamente preparato e favorevolmente predisposto i problemi possono essere adeguatamente contenuti. Diversamente, alla fine dell’adolescenza o all’inizio dell’età adulta, a causa del mancato raggiungimento delle aspettative nei propri confronti, o perché si registrano in maniera sempre più consapevole gli effetti dello scarso autocontrollo, questi adolescenti avranno un’identità carente ed incompleta, caratterizzata da disistima, demotivazione, indecisione.

L’incoscienza e la spensieratezza sono sostituite dalla consapevolezza che molte cose che non vanno come dovrebbero, dando luogo a forti emozioni e a sentimenti di solitudine ed abbandono.

Paradossalmente tali soggetti hanno anche un desiderio di libertà particolarmente intenso, vogliono sempre decidere da soli cosa fare e dove andare. Generalmente, invece, i genitori vogliono proteggere in modo particolare e tener stretti a sé questi ragazzi imprevedibili ed irragionevoli, cosa che conduce inevitabilmente a reazioni esagerate.

Nella sindrome degli estremi, a un desiderio di libertà intenso e irresponsabile si

associa un bisogno incontenibile di armonia. Così, se le condizioni ambientali sono difficili, il ragazzo è esposto a diversi pericoli, come ad esempio quello che finisca per insorgere un definitivo disturbo della personalità. Affinché ciò non avvenga è indispensabile che l’adolescente iperattivo-impulsivo si senta accettato e che chi è a stretto contatto con lui sia a conoscenza del suo modo di pensare, di sentire e comportarsi.

Naturalmente occorre considerare la possibilità di errori educativi a volte anche necessari ma, se si mantiene un atteggiamento educativo lineare, si comprende il tipo di disturbo e si accompagna il proprio figlio con amore, esiste effettivamente la possibilità che egli possa trovare la propria personale strada per riuscire nella vita.

10. Adolescenze problematiche e vita familiare : indicazioni concrete

I genitori degli adolescenti difficili sono quotidianamente feriti: coloro che riescono a restare consci della loro responsabilità, si chiedono come potrà il loro figlio gestire il suo futuro. E non solo: non di rado si sviluppa una autentica paura del ragazzo, là dove i conflitti diventano sempre più duri. Essi si chiedono se debbano ingoiare tutto: il tono provocatorio, l’essere costantemente messi alle strette, il continuo spudorato questionare.

Nella tensione provocata dalle preoccupazioni per lo sviluppo personale, scolastico e successivamente anche professionale del ragazzo, nonché dai violenti conflitti nella comunicazione con lui, si manifestano nei genitori sempre maggiori dubbi, sensi di colpa e anche paura che giungono fino alla delusione e al rifiuto, alla perdita di fiducia o anche alla più completa rassegnazione nella convinzione di dover rinunciare a tutta la propria vita a causa di quel “bambino cresciuto”.

Pur senza averle stabilite intenzionalmente, i genitori spesso sviluppano strategie comunicative inadeguate alle quali l’adolescente reagisce in maniera esplosiva oppure chiudendosi del tutto. Con questi adolescenti, regolarmente criticati e costantemente controllati, se si reagisce rifiutando o giudicando negativamente i tentativi spontanei di formulare un’ opinione o se si manifesta subito apprensione si scatena una vera e propria guerra: il ragazzo si mostra ipersensibile, sente che lo si guarda sempre con uno scetticismo di fondo e non si pensa bene di lui.

Nessun adolescente sopporta un interlocutore adulto che sta sempre male o si lamenta e fa confronti con la sua giovinezza: non serve a niente spiegare ogni volta che se avesse ascoltato il consiglio dei genitori non gli sarebbe capitata questa o quella brutta esperienza. Tutto ciò vale in modo particolare per gli adolescenti difficili. Nella routine di tutti i giorni, le situazioni che spesso degenerano portano i genitori ad esprimere le classiche critiche in toni sempre più pesanti.

Sebbene spesso le difficoltà degli adolescenti non siano in relazione di causalità lineare con metodi educativi sbagliati o disturbi relazionali familiari, le reazioni dei genitori hanno un effetto immediato sullo sviluppo del bambino e dell’adolescente. Le strategie adottate che derivano da uno specifico atteggiamento di fondo, lo stile comunicativo, i sistemi di punizione influiscono chiaramente sul comportamento di un adolescente cosi ipersensibile ed estremo.

L’estrema apprensione, i provvedimenti punitivi eccessivi, ironia e sarcasmo possono rendere la situazione più pesante di quanto non sia. Ciò vale allo stesso modo per i metodi che cambiano di continuo o per un lassismo rassegnato dovuto alla convinzione che il ragazzo non si possa educare in alcun modo: egli necessita invece di una guida coerente e chiara, capace di fare da modello. Ma come reagire davanti al comportamento insostenibile del figlio? Ignorarlo o punirlo? E in che modo?

Le minacce prive di conseguenze vengono ignorate e il genitore non viene preso sul serio: altresì, punizioni ingiuste agli occhi del ragazzo o provvedimenti esagerati producono violente reazioni di difesa o addirittura un rifiuto totale.

Le punizioni inflitte alla psiche, cosi come la disperazione e la rassegnazione dei genitori o il lasciar perdere tutto negando la relazione affettiva, sono devastanti e non di rado forniscono il pretesto per altri eccessi comportamentali. Ma non ha nemmeno senso cercare di convivere accettando ogni comportamento anzi, cedere su tutto rafforza inconsciamente il disorientamento e l’oppositività.

La migliore reazione ad un comportamento sbagliato è intervenire in modo deciso e pacato, dando eventualmente al ragazzo un time out affinché possa tornare in sé.

In un tempo in cui per gli adolescenti la vita è sempre più difficile, i genitori possono influire positivamente sul corso delle cose tramite un’autorevolezza pacata, amichevole, comprensibile e chiara, tramite conseguenze adeguate e rinforzi positivi, ma devono anche accettare le difficoltà e procurarsi un aiuto positivo per poter gestire la situazione.

Nell’attuale società, nella quale i bambini cosi come i ragazzi devono essere quanto prima autonomi e capaci di relazionarsi con il gruppo, mostrare spirito di adattamento e capacità di rendimento, l’essere impulsivi crea problemi sempre più grandi che mettono in evidenza molto presto la propria diversità.

Giustificare tale comportamento non serve, come non serve dare punizioni “esemplari”: occorre capire ed aiutare questi ragazzi ad imparare a controllarsi, riconoscendo comportamenti problematici e pensando a provvedimenti commisurati alle azioni commesse, applicandoli senza inutili tentennamenti.

11. Per un’efficace gestione delle relazioni

L’adolescente difficile dipende completamente dalla comprensione delle persone che gli stanno attorno, dalle quali ha fondamentalmente bisogno di sentirsi accettato, e che siano capaci ogni tanto di sorvolare su qualcosa senza mostrare ostilità: chiarezza, gentilezza e tranquillità predispongono i ragazzi ad accettare consigli, giungere a compromessi e recepire aiuti.

Ciò vale per la vita in casa, come a scuola o nell’ambiente lavorativo: questi adolescenti, che vivono nel “qui ed ora” hanno bisogno ancora a lungo di regole chiare e strutturate e non vanno in alcun modo lasciati troppo presto alla completa indipendenza; aspettare che “maturino” spontaneamente, nella speranza che possano imparare dalle conseguenze naturali delle proprie azioni, può avere conseguenze disastrose.

La predisposizione, a scuola come a casa, di setting strutturati (che prevedano con esattezza quali compiti essi debbano svolgere con l’indicazione del quando e del come) e l’affiancamento ad una persona capace di sostegno e guida insieme amorevole ed autoritaria, che dia una grande disponibilità di tempo soprattutto nelle fasi “critiche”, sono le condizioni ottimali per porre le basi di un positivo inserimento nella società.

Si è detto che atteggiamenti di apparente disinteresse sono invece reazioni tipiche della sindrome la cui gestione efficace prevede, ad esempio, regole “ferree” (mettendo in conto che comunque il ragazzo opporrà una iniziale resistenza, generalmente espressa con un rifiuto verbale, alla quale occorre reagire con pacata fermezza) come le seguenti: stabilire chiaramente qual è il comportamento richiesto con un tono pacato, fermo ma fondamentalmente gentile (mai sdolcinato, aggressivo, supplichevole o rassegnato); annunciare quali sono le attività da svolgere (es., una breve lista con i diversi lavoretti da fare, fornita al mattino, da’ modo di prepararsi ad eseguirli); non dare spazio a discussioni o a rifiuti verbali ed affrontare i malumori fin dall’inizio; in una critica o nella discussione di un problema restare assolutamente aderenti alla situazione senza prenderla “alla larga” o debordare; non lamentarsi delle piccole cose, ma esigere solo ciò che è essenziale; non lodare né punire esageratamente, perchè ciò provoca nuovamente reazioni estreme; quando la tensione sale interrompere il contatto visivo ed abbassare la voce (la forte sensibilità di questi soggetti alla mimica, ai gesti e al tono di voce può provocare reazioni immediate di contrasto o difesa); ricorrere spesso a correzioni non verbali o molto concise, magari con contatto fisico che costituiscono per loro un punto di riferimento (evitare prescrizioni comportamentali e appelli morali generici); provare con comunicazioni scritte (ad es., tenuto conto che il mattino è meno carico di conflittualità, mettere un biglietto con l’attività da svolgere sul piatto della colazione); coinvolgerlo nei problemi come interlocutore stimato; tirar fuori quanto più humor è possibile (non sarcasmo!) sui comportamenti ricorrenti.

Il mettere in ordine e l’ aiutare costituiscono argomenti incresciosi. Prima di prendere con il ragazzo decisioni di principio, i genitori dovrebbero valutare innanzitutto a che livello si collochino le loro esigenze: per i soggetti “difficili” organizzare le proprie cose è un tema particolarmente spinoso.

Nel corso dello sviluppo un bambino inizia ad avere un primo concetto di ordine a due anni , imparando ad assemblare in modo logico elementi simili.

In una fase successiva dello sviluppo tende comunque a crearsi attorno una confusione creativa quando, ad esempio, ha bisogno di questo o di quell’oggetto per un determinato gioco oppure quando gli viene una nuova idea; più avanti e nell’adolescenza si manifesta la necessità di creare spazio prima di cominciare qualcosa di nuovo: cosa che va sostenuta sul piano educativo.

Il fatto che oggi non venga riconosciuta una grande importanza all’ educazione all’ordine non è certo un vantaggio per gli adolescenti difficili: solo se i genitori si attengono essi stessi all’ordine , alla puntualità e fanno attenzione che l’adolescente rispetti certe regole basilari con rigore , sono possibili progressi.

Se si comincia presto a fare osservare le regole , a renderle cioè note , a chiederne il rispetto e ad esercitare un controllo , ne consegue che nel corso del tempo si giungerà ad automatizzarle: non serve a nulla esigere l’ordine solo in un ambito, poiché cosi non si automatizza l’autoregolazione deliberata.

Gli adolescenti difficili, di fronte ad una stanza o ad una scrivania nel caos , con montagne di cose da selezionare o da sbrigare , spesso vengono sopraffatti da un’improvvisa stanchezza e sentono il desiderio urgente di fare qualcos’altro.

In considerazione di tale stress è importante dare istruzioni per riuscire ad organizzarsi: es. predisporre una lista delle cose da fare , tenendo conto del fatto che il lavoro da svolgere deve essere frazionato a seconda dell’importanza e della quantità di energie richieste, distribuendo le cose da fare nei giorni della settimana e mai per più di due ore. Inoltre andrebbero insegnate le strategie per mettere in ordine, sotto forma di suggerimenti e trucchi che permettano di rigirarsi meglio nella confusione.

Occorre inoltre tener conto del fatto che questi adolescenti hanno difficoltà nel saper ripartire e calcolare il tempo: la carente capacità di autocontrollo e automotivazione e i ripetuti fallimenti hanno spesso come conseguenza che il ragazzo non voglia più confrontarsi con il problema di cosa debba fare e quando, oppure l’estremo opposto: l’attribuzione di un’importanza esagerata ad una determinata organizzazione dei tempi.

Al ragazzo va dato un esempio tangibile dell’organizzazione del tempo fornendogli una spiegazione esplicita: es., visualizzandolo in un’agenda o in un calendario senza incalzarlo, per evitare che si senta troppo sotto pressione e si difenda facendo le cose con una lentezza ancora maggiore.

Un’altra difficoltà di questi ragazzi riguarda l’amministrazione dei soldi: a causa di urgenti desideri che nascono improvvisamente o per l’incapacità di calcolare quanto duri in realtà un mese , le somme che hanno a disposizione vengono spese in un batter d’occhio. Per questo motivo è opportuno non consegnare al soggetto somme di denaro cospicue nella speranza che prima o poi impari ad amministrarsele , poiché questo è un traguardo che raggiungerà solo se adeguatamente guidato.

In caso di furti è indispensabile intervenire in maniera dura e coerente: in ogni caso, in tutti gli eccessi comportamentali, è importante lasciare al ragazzo la possibilità di ricominciare da capo senza fargli avvertire il peso di eventuali pregiudizi.

Un problema relazionale è rappresentato anche dai rapporti tra fratelli, notevolmente compromessi nel caso di adolescenti iperattivi-impulsivi, i quali, crescendo, avvertono sempre più nettamente la discrepanza tra il proprio comportamento e quello dei fratelli.

Non riuscendo a mutare la prospettiva , a giudicare cioè un comportamento dal punto di vista degli altri, individuano assai bene i difetti del fratello o della sorella , cercando in continuazione di spiegarli ai genitori , senza riconoscere i propri, e spesso i genitori reagiscono con il fratello, provocando una rapida degenerazione della situazione.

In questa situazione, sperare nell’armonia e in una spontanea pacifica soluzione dei conflitti tra fratelli vuol dire vivere tra l’autoinganno e la delusione: quando è necessario, occorre intervenire senza timori , in modo deciso e chiaro.

Una soluzione a molti conflitti potrebbe consistere nel fatto di modificare le condizioni in cui emergono i problemi, ad esempio, stabilendo delle regole riguardo a tempi e luoghi. Nella fase acuta di un conflitto è importante evitare di discutere o cercare un accordo, posponendone la discussione in momento e posto adeguati.

12. Affrontare la situazione scolastica

Spesso tali adolescenti pur essendo coscienti dei propri obiettivi , rivolti ad ottenere un risultato sono incapaci di lavorare con determinazione.

Non riescono a differenziare ciò che è importante da ciò che non lo è, non riconoscono il livello di difficoltà di un compito, sono poco tolleranti a frustrazioni e sbagli ed hanno poca resistenza allo sforzo intellettuale costante.

L’insuccesso scolastico, quasi scontato, è la conseguenza di uno stile percettivo superficiale , saltellante , da “avvoltoio che si getta in volo” e che, nella lettura, ad esempio, riesce ad afferrare solo un determinato punto: una parola , l’inizio di una frase , cercando di mettere insieme il resto indovinando. Il senso di solito non viene compreso ed i problemi dovuti a questa comprensione localizzata emergono allo stesso modo nella matematica: il ragazzo inverte i numeri , dimentica uno zero , non riesce ad addizionare in modo corretto e soprattutto ha bisogno di molte ripetizioni per comprendere il testo dei problemi. In generale gli è più difficile appropriarsi dei contenuti. Leggere a voce alta , scrivere testi al computer e ripetere un argomento a voce alta sono i metodi migliori, così come il coinvolgere tutti i sensi nell’apprendimento.

Per favorire l’attenzione l’argomento andrebbe cambiato ogni mezz’ora : all’occorrenza, andrebbe data la possibilità di leggere scorrendo il testo con il dito; in compiti o problemi complessi dovrebbero essere sottolineati i dati importanti.

Il luogo di studio deve avere un numero minimo di fattori distraenti e dev’esservi presente solamente il materiale necessario per svolgere i compiti. Le condizioni di lavoro vanno strutturate con chiarezza , stabilendo l’ora di inizio dei compiti prima della fine dei quali non vanno svolte altre attività.

Questi ragazzi fanno notevoli progressi se si insegnano loro strategie di apprendimento, mostrando come si esegue un compito mirando ad ottenere un risultato, es. pianificando il lavoro. Inoltre essi vanno spronati a non mollare troppo in fretta, incoraggiati e rinforzati con segnali positivi. L’esperienza insegna che solo la prima fase dell’applicazione risulta pesante: una volta che il ragazzo si immerge nelle materie , le cose vanno molto meglio. Se la loro attenzione viene guidata e ricevono direttive tranquille , gentili e pacate , la maggioranza di essi riesce a padroneggiare la materia e a restare concentrata.

Una strategia di apprendimento molto importante è l’elaborazione visiva dei contenuti i quali vanno sintetizzati sottoforma di appunti e glossati con colori, inoltre, l’utilizzo del computer risulta molto efficace poiché lo schermo ritaglia il campo della percezione e i programmi hanno una sistematicità metodologico-didattica che favorisce il pensiero ordinato e sequenziale.

E’ innegabile che la scuola debba adoperarsi per educare adeguatamente questi ragazzi i cui genitori, che già hanno vita difficile, spesso vengono inondati di lamentele da parte degli insegnanti sul conto del loro figlio e al tempo stesso si rendono conto delle carenze didattiche e delle ragioni che rendono invisa la scuola al ragazzo. D’altronde la situazione non è di facile gestione neanche per gli insegnanti i quali, per essere in grado di pianificare ed attuare strategie adeguate, devono anzitutto essere informati sulla tipologia delle difficoltà degli adolescenti con i quali hanno a che fare ed accettare il fatto di aver bisogno di consulenza ed aiuto.

Genitori ed insegnanti devono essere consapevoli del fatto che, in linea di principio, tali adolescenti non sono insofferenti nei confronti della scuola ma lo diventano poco a poco nel circolo vizioso di reciproci malintesi ed interpretazioni errate. Compito dei genitori è interromperlo mostrando comprensione e fermezza affrontando direttamente gli argomenti spinosi e facendo da avvocati ai loro figli, senza comunque giustificarne il comportamento.

Il diritto ad una formazione appropriata , in linea con le predisposizioni personali , non può realizzarsi se non attraverso una stretta collaborazione scuola-famiglia entro la quale in ragazzo viene capito, accettato, sostenuto, stimolato ed aiutato, in primis mediante la messa in evidenza ed il proficuo utilizzo dei punti di forza del ragazzo.

13. Uno sguardo al futuro

Aver vissuto un’adolescenza caratterizzata da problemi di impulsività, iperattività e mancanza di concentrazione può essere una condizione squalificante , con serie conseguenze nell’età adulta?

Non è facile rispondere a questa domanda. In presenza di una socializzazione problematica o nel caso di gravi disturbi specifici dell’apprendimento, può verificarsi una chiara compromissione dello sviluppo personale e professionale e possono presentarsi disturbi psichici costanti.

Non è però detto che vengano compromesse in modo marcato le opportunità che si possono presentare nella vita. I casi che si sono evoluti in modo positivo sono caratterizzati dai cosiddetti “fattori di protezione” ovvero una buona predisposizione e la presenza di persone che hanno assunto la funzione di guida nelle varie fasi dello sviluppo.

In molti di questi giovani sono state evidenziate nel corso della prima età adulta numerose caratteristiche positive : alta motivazione nel perseguimento di uno scopo, iperfocalizzazione, estremo senso della giustizia per sé e per gli altri, assenza di rancore in caso di conflitti, tenacia nel superamento delle difficoltà dell’esistenza, fantasia e creatività, amore intenso per gli animali e per la natura, spontanea disponibilità a prestare aiuto, memoria da elefante per particolari della vita passata. Sembra inoltre che essi dispongano di una notevole resistenza che permette loro di sviluppare abilità anche a livelli elevati con conseguenze ottime sul rendimento nel settore scelto.

L’ago della bilancia è, lo si ripete ancora una volta, il contesto socio-educativo determinante nella creazione delle condizioni per un pieno sviluppo delle potenzialità o, viceversa, attraverso gli atteggiamenti del rifiuto e dello stigma, delle condizioni/ presupposti di un disadattamento.

14. Percorsi nel labirinto. La solitudine: problema o opportunità?

“Vorrei scappare in un deserto e gridare…” sono le parole di un adolescente difficile il cui sconforto, conseguente alle difficoltà di autocontrollo e di relazione, porta a non vedere altra soluzione se non quella, desiderando di fuggire da tutto e da tutti, di scappare in un deserto.

Luogo di solitudine ma non per chi la sperimenta quotidianamente sulla propria pelle perché non compreso e accettato: ad un soggetto che, pur apparendo normalissimo, non riesce ad adempiere i compiti evolutivi e le richieste sociali perché privo delle capacità fondamentali di autoregolazione cognitiva e comportamentale, rimanere solo può apparire davvero l’unica via di uscita.

Nel deserto, almeno, non ci sarebbe nessun adulto pronto a richiamarlo per i suoi comportamenti inadeguati, nessun insegnante a decretarne il fallimento scolastico perchè non riesce a prestare attenzione o a portare a termine un compito; non dovrebbero esserci nemmeno i compagni in quanto anche loro lo rifiutano, trovandolo maldestro e irritante, incapace di rispettare le regole nei giochi o di accettare la sconfitta in una partita.

In un deserto di sabbia il soggetto iperattivo e impulsivo potrebbe, inoltre, dare sfogo alla propria irruenza motoria senza farsi male e senza essere considerato maleducato o scapestrato, potrebbe gridare forte la sua frustrazione e la rabbia di sentirsi sempre inadeguato, diverso dagli altri, e di non sapere come fare per riuscire a controllarsi.

Questo riferimento alla solitudine innesca alcune riflessioni. Partiamo da un interrogativo cruciale: può la solitudine in adolescenza essere spazio evolutivo di crescita e scoperta del senso dell’esistenza? Stare da soli è un problema o può configurarsi come opportunità per l’adolescente contemporaneo?

Abbiamo visto che, nella condizione adolescenziale la parola chiave è “cambiamento”. Tale fase è infatti caratterizzata da dinamismo estremo: cambiamenti nella dimensione bio-psico-fisica-relazionale e rottura degli equilibri che sono all’origine di tempeste emotive, crisi, disorientamento, disadattamento. Si assiste al passaggio da legami di attaccamento infantili a legami nuovi e più intensi: ciò conduce ad una irrequietezza emozionale “fisiologica”.

Questa fase “cruciale” di crescita è contraddistinta da un alto grado di indeterminatezza (anche costruttivamente intesa). In questo processo la solitudine adolescenziale sembra essere condizione inevitabile per l’esito positivo del processo di individuazione di sé, presupponente il distacco/separazione dalle figure di riferimento. Naturalmente è innegabile che fattori importanti quali le esperienze passate, il clima relazionale ed emozionale di riferimento e modalità con cui è vissuta la solitudine siano di fondamentale importanza.

La solitudine spesso è un problema: lo testimoniano le segnalazioni numerosissime da parte di adolescenti nella difficoltà di trovare persone per condividere esperienze di vita, confidarsi, su cui poter contare.

E’ da notare che essi assegnano un ruolo di primo piano all’amicizia: non è certo una novità ma è comunque un dato su cui riflettere. Ciò che comunque emerge maniera preponderante è il disagio relazionale, caratterizzato da comportamenti autodistruttivi, narcisismo esasperato, ricerca di legami immediatamente fruibili e facilmente modificabili, impulsività aggressiva, uso di stupefacenti, isolamento (es. uso eccessivo di cellulare o internet).Del resto, l’immagine mediatica dell’adolescente indugia spesso in un’enfasi spropositata su fatti di cronaca riguardanti adolescenti estremamente problematici che si sofferma su dettagli violenti da “audience”, inducendo un allarmismo esasperato.

Contemporaneamente si assiste ad una minimizzazione, da parte del mercato del consumo, dei possibili effetti negativi dello show-business multimediale il quale porta ad una vera e propria alterazione del rapporto virtuale-reale nella cultura contemporanea, fattore estremamente negativo per la maturazione di relazioni stabili ed unitarie.

L’adolescenza appare sempre più come età di crisi, tormento, noia, solitudine, tristezza, angoscia, aggressività, instabilità, superficialità conformismo, insicurezza, narcisismo: l’adolescenza è davvero solo questo? Se così fosse, non sarebbe altro che lo specchio del nostro tempo il quale, se fa vacillare i forti, devasta i deboli.

15. La difficile conquista dell’autonomia

Se riflettiamo sul fenomeno, notiamo che il prolungamento della dipendenza economica ed affettiva non facilita l’uscita dal “nido” protetto e l’inserimento nel mondo adulto. Ciò comporta un ritardo evolutivo nelle scelte e nelle decisioni (l’indeterminatezza dura, nella maggior parte dei casi, fino ai 24-25 anni) ed il mancato sviluppo di progetti che diano senso e realizzazione all’esistenza. Inoltre gli adolescenti si sentono e realmente spesso sono soli nelle scelte: vivono infatti in un clima culturale, il nostro, segnato da instabilità, incertezza e timore per il futuro sui piani sociale, istituzionale, psicologico.

Si assiste oggi ad una esasperazione delle possibilitàdi scelta ma tale dilatazione della opzionalità porta con sé anche il rischio dell’indifferenza. Le reazioni tipiche degli adolescenti a questa situazione sono dettate spesso dalla dominanza del presente (vivere nel “qui ed ora”), da scelte dettate da spinte emozionali o interessi transitori e dalla continua procrastinazione delle decisioni.

Nella logica dello “scegli ciò che ti pare” è sottesa un’idea di falsa libertà, un specie di lasciar “andare alla deriva”, in assenza di orientamenti o rassicurazioni sulle conseguenze per sé e per altri delle proprie azioni. Tale assenza si configura come mancanza di “spazi di sicurezza”, appartenenze e riferimenti stabili che sostengano il peso delle scelte e ciò porta alla difficoltà di compiere scelte durature, significative, di orientamento valoriale.

Questa è sicuramente una conseguenza del processo di orizzontalizzazione della famiglia nella quale tendono a scomparire le gerarchie genitori-figli nella direzione di relazioni sempre più simmetriche apparentemente caratterizzate da rapporti più amichevoli e pacifici, in realtà veri e propri fenomeni di de-responsabilizzazione educativa che evita lo scontro su temi cruciali perché faticoso e stressante ( è così facile dire sempre di sì…si diventa anche genitori più “simpatici”) forieri di un disinteresse mascherato da condiscendenza che, anche se sembra piacere ai ragazzi, fa letteralmente mancar loro il terreno sotto i piedi quando hanno bisogno di figure “forti” che li sostengano nei momenti cruciali della loro esistenza.

Gli adolescenti, inoltre, forse sono meno superficiali di quanto appaiano. Molte volte ostentano una falsa indifferenza perché associano la profondità di pensiero all’essere pesanti, vecchi , e lo fanno per essere accettati dal gruppo dei pari, tra i quali è d’obbligo apparire leggeri, frivoli, disimpegnati, disincantati.

Ma quando possono esprimersi senza timore di essere giudicati alcune delle loro frasi, riguardanti ad esempio, l’autopercezione, sono indici di un evidente processo di maturazione in corso: “Mi percepisco diverso da qualche anno fa perché rifletto di più dentro di me”, “Sto pensando realisticamente al mio futuro”, “Mi interrogo sul perché delle cose”, “Analizzo i miei sentimenti ed il mio modo di essere e di fare e li metto in discussione”, sono frasi che lo testimoniano.

Non dimentichiamo che, oltre che di tempeste emotive ed ormonali, l’adolescenza è anche un’età di evoluzione ed ampliamento dell’orizzontecognitivo e di acquisizione dell’autocoscienza, che parte dal processo di oggettivazione di sé per arrivare alla consapevolezza di sé come centro di attribuzione delle proprie esperienze. Per far questo, l’esperire momenti di solitudine costruttiva è assolutamente auspicabile ai fini della maturazione dell’identità.

Cosa si intende per solitudine costruttiva? Quella solitudine introspettiva che parte dall’ esigenza di esplorazione di sé funzionale alla crescita dell’autonomia dell’io e diventa spazio di autoscoperta della propria identità.

Un percorso, insomma, di autosservazione, autointerrogazione, autoanalisi: via per arrivare ad un sistema di sé unificato che consenta di riconoscere i diversi aspetti del proprio sé passato, presente, prospettico e di acquisire l’identità in continuità con sé stesso, pur nella diversità di aspetti e relazioni.

Ciò dovrebbe comportare il passaggio da una definizione di sé basata sulla valutazione-considerazione altrui ad una definizione più autonoma e personale, scoperta e rielaborata sul proprio mondo interiore. La solitudine costruttiva potrebbe dunque costituire un momento evolutivo di “rientro in sé stessi” per guardarsi dentro e confrontarsi in un dialogo interiore contemporaneamente ricercato e temuto, un viaggio verso l’esplorazione di sé che richiede necessariamente la solitudine.

Quest’ultima diviene dunque spazio in cui muoversi liberamente, laboratorio dove costruire, a partire dall’immagine ancora confusa di sé, dipendente dagli altri e dall’ambiente, una personale e consistente immagine di sé, in una consapevolezza rafforzata dalla capacità di stabilire un confine tra sé e gli altri.

Una presa di distanza, insomma , dagli altri e dal mondo per sperimentare e ripensare il proprio vissuto interiore fino a sviluppare un sentimento di sè autonomo.

Lo star solo dell’adolescente, pur comportando dei rischi, rappresenta anche una grande opportunità: star bene con sé stessi (autoconsapevolezza delle proprie potenzialità e limiti) e star bene con gli altri (percezione realistica dell’altro, integrazione, cooperazione, socialità come servizio disinteressato per amore) sono condizioni necessariamente complementari.

Solitudine, dunque, può significare ampliamento dello spazio evolutivo di crescita, via “obbligata” per scoprire la propria identità ed il proprio posto nella vita e luogo di incontro del senso della propria esistenza.

Conclusione

Per concludere in maniera propositiva, accenniamo brevemente al pensiero dello psichiatra viennese Viktor E. Frankl, fondatore della logoterapia (psicoterapia basata sulla scoperta e realizzazione del significato). Uscito indenne, di corpo e di mente, da quattro lager nazisti (in cui la sua intera famiglia venne sterminata) è uno degli studiosi più ottimisti e fiduciosi nella positività della natura umana mai esistiti.

Frankl sostiene che le risposte al male dell’uomo moderno, che è la mancanza di senso nella vita, sono l’appello alla libertà dinanzi alle provocazioni cui si è costantemente sottoposti, la consapevolezza di una responsabilità che fonde passato, presente, futuro; la ricerca del compito unico ed originale che ciascuno di noi come essere irripetibile è chiamato a realizzare per dare significato alla propria esistenza.

Esistenza che si realizza in pienezza solo nella misura in cui è orientata verso qualcosa o verso qualcuno che è al di là di sé stesso e che rappresenta un valore, un ideale, un progetto carico di senso.

Dal punto di vista psicologico, la pienezza esistenziale si raggiunge attraverso percorsi che vanno dal percepirsi e riconoscersi come esseri unici nella storia, interiormente liberi e responsabili di scelte come di errori, all’avvertire la transitorietà del momento presente evitando di danneggiarsi rimandando inutilmente ciò che potrebbe essere fatto subito, allo scoprire attraverso le piccole e grandi decisioni di ogni giorno qual è il progetto che si sta cercando di realizzare nella propria unica ed originale esistenza.

Potrebbero essere questi i valori alla base degli itinerari educativi, a carattere sia preventivo che curativo, che aiutino i ragazzi a guardare con fiducia davanti a sé, a superare le facili tentazioni della fuga e dell’annegamento nel vuoto esistenziale e a scoprire il compito che ognuno di essi è chiamato a portare a termine quotidianamente, nel confronto sistematico con le sfide che la vita pone di continuo.

Il maternage protratto e l’iperprotezionismo di molti educatori, genitori compresi, che vorrebbero il più possibile evitare ai ragazzi dolori e frustrazioni derivanti dallo scontro con le difficoltà della vita adulta non fa altro che renderli deboli ed impreparati.

L’adolescente postmoderno, per mettere le ali e volare verso i compiti e le sfide che la vita adulta pone, ha bisogno di radici: forti, salde, sicure, che lo trattengano e lo sostengano salvandolo anche da sé stesso quando ce n’è bisogno (non che sia facile!) e che al momento opportuno sappiano anche lanciarlo e infondergli fiducia nella propria capacità di farcela da solo.

Perchè solo nell’affrontare coraggiosamente la vita come compito e sfida, non facile e non priva di dolore, si può trovare la fonte di un’autentica, inesauribile gioia.

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Ricercatrice, Università degli Studi di Salerno, cattedre di Psicopedagogia e Pedagogia Sociale, Facoltà di Scienze della Formazione.

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