FILOSOFIA E BAMBINI

FILOSOFIA COI BAMBINI… FILOSOFIA COI RAGAZZI
di Elisabetta Sabatino

Vecchio… rinnovato amore!

Quando per la prima volta la mia amica Licia Vallone, nonché collega di Università, mi ha parlato di Filosofia per bambini, sono stata subito emotivamente coinvolta., perché, come già mi è tante volte accaduto, mi è sembrato di sentir parlare di qualcosa che io avevo già sperimentato nella mia azione didattica, forse inconsapevolmente, ma non senza averne i presupposti teorici ela formazione.
In questi anni, fin dal primo giorno di insegnamento ho incontrato situazioni di alunni e spesso diintere classi di scolarità difficile. Ma è a questi alunni, ad ognuno di loro che io tante volte vorrei dire “grazie”, perché mi hanno dato la possibilità di diventare una docente che in modo creativo vive la propria professione.
Non credo che in tutti i docenti le situazioni difficili sortiscano tali effetti. E’ più facile trovare docenti che si arrendono di fronte alle difficoltà e, in quanto impiegati statali, attendono lo stipendio a fine mese. Ma la scuola fortunatamente pullula di persone che invece, continuamente si mettono in gioco…
E così è stato per me.
E se non fosse stato così…sarebbe stato davvero triste…perché ciò che dà sapore e colore alle mie azioniè la motivazione,
Ricordo il mio primo giorno d’insegnamento, la classe…in due ore non riuscii a terminare l’appello, perché ogni nome divenne motivo di derisione, insulto, soprannomi, volgarità….
Mi scoraggiai, ma quell’inizio così burrascosofu il pretesto per sperimentare se fosse davvero possibile attuare il tanto nobile e pretenzioso art. 3 della Costituzione italiana, che tanto bene avevo enunciato durante la prova del Concorso. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
La Scuola Media opera con ragazzi che cominciano ad entrare nel mondo dell’adolescenza, pertanto essa ha il compito di “rimuovere gli ostacoli” che impediscono la piena realizzazione del diritto sociale all’istruzione agendo non solo con i contenuti e le didattiche ma con i processi, con le relazioni, con i significati, con le motivazioni da cui dipendono il successo o l’insuccesso scolastico, la gioia, la tristezza, la voglia di vivere e di lavorare o la rinuncia, la disistima di sé, il rifiuto più o meno esplicito della vita, nelle diverse forme di dipendenza o di devianza
Cominciai a leggere tutto Rodari, Bettehleim, Propp.
I soprannomi degli alunni divennero il pretesto per inventare una fiaba, che vedeva loro, proprio loro protagonisti. Tante altre volte mi son trovata in situazioni in cui il soprannome diveniva occasione di litigio, di improperi, ma avevo imparato a gestire la situazione, e da allora in poi tutte le situazioni, anche le più difficili….e ce ne sono state di situazioni difficili!!!!, sono divenute occasioni per creare una comunità che si mette in discussione, che si interroga…senza trovare risposte univoche…ma soprattutto senza voler dare soluzioni e risposte univoche e preconfezionate.
Da quel momento al centro del processo di insegnamento e apprendimento ho sempre posto gli alunni, in quanto persone in relazione. Dare valore alla differenza significa infatti non omologare, non spersonalizzare, non categorizzare, ma personalizzare
Capii , fin da subito, che per insegnare non bastava possedere buone conoscenze disciplinari. E nella mia professione, ho sentito sempre l’esigenza di partire da me, per mettermi in gioco, per mettermi in discussione, ho continuamente ritenuto indispensabile autoformarmi, perimpossessarmi di strumenti didattici, nella convinzioneche ogni processo di formazione non arricchisce solo la mente, ma anche la propria identità, la propria identitàprofessionale
In realtà a determinare l’atteggiamento di chi progetta il proprio operare come educatore e insegnante è la concezione che si ha dell’intelligenza. E’ stato per me sorprendente constatare come alla fine degli anni ’80 da una ricerca si evince che la maggior parte dei docenti concepivano l’intelligenza come dono, come eredità familiare. Tale concezione si è tradotto per anni in soluzioni didattiche caratterizzate da una propensione per un certo attendismo, per l’inutilità di interventi idonei a superare difficoltà.
La situazione oggi è sicuramente cambiata, vi è una sempre più larga attenzione ai processi di insegnamento - apprendimento declinati nelle varie componenti, dagli aspetti comunicativi a quelli metodologici e i diversiapprocci teorici, tutti afferenti allo specifico della didattica metacognitiva: centralità del soggetto apprendente, sua attiva costruzione del sapere, superamento dei saperi disciplinari ed avvicinamento ad una conoscenza "olistica" del mondo.
La conduzione della classe è stata centrata sulle risorse degli alunni e come è proprio delle tecniche a mediazione sociale ho imparato a porre l’accento fortemente sul valore del rapporto interpersonale.
Il racconto di sè, il lavoro autobiografico, permette ai soggetti dalle incerte identità di porsi attivamente come ricercatori e interpreti dell’esperienza e di raggiungere livelli di astrazione sempre più elevati. La mente racconta di sé, rendendo cosciente bisogni, desideri, paure. Bruner sottolineala dimensione sociale e culturale del narrare: “l’invenzione narrativa stimola l’immaginazione e…trovare il proprio posto nel mondo esige immaginazione. La "cura di sé", intesa nel senso greco, come conoscenza e disciplina di se stessi per progredire e migliorarsi, comincia ad occupare l'interesse di alcuni ricercatori (in campo psicologico, pedagogico e filosofico). Da anni ormai D. Demetrio, professore di Pedagogia all'Università di Milano, si interessa di "cura di sé".
Il ragazzo che parla ed esprime “chi è” narrando, impara a interpretare se stesso e il mondo, diventa soggetto della comunicazione e attore sociale a pieno titolo. Usando la tecnica dell’empowerment ogni persona è considerata una risorsa, pertanto a ognuno viene offerta la possibilità di sviluppare appieno le potenzialità. Lo strumento da utilizzare è il tempo del cerchio (circle time).Cosa è il tempo del cerchio? È un tempo di ascolto privilegiato in cui ognuno ha uno spazio per raccontarsi e ciascuno ha il diritto di essere ascoltato. Ciòpermette di conoscere meglio noi stessi e gli altri confrontandosi su domande stimolo proposte dall’insegnante. Lo scopo è quello di migliorare le relazioni e il clima permettendo alla classe di diventare gruppo. L’insegnante ha il ruolo di facilitare, favorisce la comunicazione, guida gli interventi, fa rispettare semplici regole, garantisce a tutti lo spazio di ascolto, incoraggia chi parla, fa da specchio nella comunicazione con un atteggiamento di accettazione e di empatia. Il tempo del cerchio ha poche regole ma molto importanti che vanno rispettate da tutti per garantire il significato stesso dell’attività. Non si giudica l’altro, quello che ciascuno esprime gli appartiene, è parte della sua storia personale, del suo modo di essere, di sentire e quindi non è possibile dare giudizi di valore su quanto dice. Si ascolta l’altro cercando di non "invadere" il suo spazio di espressione. Ciò che viene raccontato non è segreto ma appartiene al cerchio e quindi non va portato all’esterno.
Nel cerchio ci si conosce, si esprimono le emozioni, ci si affida…la circolarità è stata sempre simbolo di condivisione, da sempre infatti per narrarsi, per raccontarsi, per contrattare ci si siede intorno a…, per potersi guardare in faccia. Solo a scuola si è creduto possibile crescere, mettendosi in fila. Ma negli ultimi anni sempre più diffusamente il tempo del cerchio viene effettuato a scuola; esso è propedeutico e trasversale a tutte le attività didattiche ma non viene né valutato, né sottoposto a verifiche o votazioni scolastiche. La disposizione delle sedie in cerchio permette una comunicazione circolare fra tutti i partecipanti ed evita la creazione di barriere che possono ostacolare la comunicazione stessa.

(Già pubblicato sulla Newsletter di AMICASOFIA)

(6 maggio 2008)

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