FILOSOFIA E BAMBINI

TEATRO E BAMBINI
di Giuseppe Limone

Lo specchio del tempo rallentato come sisma dell’anima

Il teatro è – fin dall’ètimo antico – spazio aperto in cui si guarda, in cui si contempla, in cui si vive il tempo degli occhi, per immergersi in una vicenda che si svolge alla nostra presenza – per calarsi nel durare di un’azione, in un climax di toni del vissuto: un durare in cui può sentirsi urgere, talvolta, la necessità di una forza altra, di un dio, di un ‘theós’. Di un ‘possibile’ quasi coercitivamente invocato. Qui il teatro –luogo di sguardo– si mostra, in quanto tale, spettacolo: ma speciale spettacolo, in cui, nel guardare, si è scossi e coinvolti in un’interezza di vita a tutto tondo. Immersi come un ramo nell’acqua. Che appare spezzato, agli altri e a se stesso, non perché non lo sia ma perché, non essendolo, lo è.
Il teatro è, perciò, spazio magnetico, seminato di curve e buche gravitazionali, in cui si vive lo scorrere dello sguardo e dell’ascolto: coinvolti in un mondo possibile, in un luogo presente eppur altro, in un tempo rallentato e incantato. Sempre il teatro istituisce, pertanto, un tempo in cui il vissuto risuona, proprio mentre la mente lavora, in segreto e nel buio, zone di profondità.
Ma che cosa accade quando proprio in questo spazio entrano e operano bambini? L’esperienza dello sguardo e del tempo sembra diventare, allora, più ricca di toni, più complessa, più fine, più inafferrabile, più disseminata di angoli nascosti. Nella sommersa palingenesi del momento teatrale, infatti, s’incontra una falda più profonda e sottile, forse più antica. Perché?
Perché il teatro ha, senza saperlo, una straordinaria affinità strutturale col mondo del bambino, anche se, soprattutto nelle sue forme più cerebrali e sofisticate, mai lo riconoscerebbe. Il bambino è il mondo del possibile che non si è ancora compromesso con le mutilazioni del reale; il bambino è il mondo del presente passato a un gradiente alto dell’ingranditore; il bambino è il mondo del tempo rallentato e incantato. E, d’altra parte, un teatro in cui entrano bambini non è mai spazio in cui operino solo bambini, perché, fin dalla nascita stessa dell’azione teatrale fatta spettacolo, il bambino –ogni bambino– opera in team con un adulto che lo guida. Qui viene a costituirsi, perciò, uno spazio preliminare, permanente e segreto in cui un adulto si prende cura di un bambino, senza accorgersi che, nello stesso momento, è un bambino a prendersi cura d’un adulto, in quanto è quello stesso bambino a prendersi cura dell’adulto che si prende cura di lui. Qui, un abisso di relazioni si apre, incalcolabile e insondato. Qui, l’adulto, nel prendersi cura del bambino, deve necessariamente calarsi in quel mondo possibile, in quel presente ingigantito, in quel tempo rallentato e incantato che è il mondo bambino. Ed è in questo specifico mondo che il bambino, ospitando l’adulto, stando nella casa sua propria, si prenderà cura di lui. Qui, nella liquidità di occhi dilatati che maturano al gioco serio del presente, si fa possibile, s’ingrandisce, si rallenta e si abbàcina il tempo dell’anima. Come una bolla d’acqua iridescente, come un allargarsi di pupilla, come una farfalla nella luce.
Se il bambino si rivela il giacimento straordinario di domande che si erano perdute e, al tempo stesso, il custode di un possibile di cui l’adulto va scoprendo in se stesso una salutare fame segreta, il bambino diventa per l’adulto, in quel momento, un terremoto psichico, un crepaccio nel mondo, un sisma del vissuto. Perché l’adulto è spinto in segreto a vivere il salto ─meraviglioso e inquietante─ dal presente mondo reale a un possibile scordato. Un salto strutturale nel luogo del proprio vissuto che, al contatto col bambino, rivela al suo interno una frattura geologica dimenticata. Un salto di energia potenziale a effetti creativi, come una cascata nell’anima.
Tutto ciò non lascia il teatro com’era. Un teatro coi bambini, infatti, è un teatro speciale, in cui risuonano contemporaneamente più teatri. Perché sotto il mondo teatrale ordinario –che è pur sempre un ‘possibile’ emerso per maschere alla luce– sotto questo mondo teatrale ordinario si aprono e risuonano altri teatri: e, fra questi, il teatro dei bambini che guardano agli adulti perché adulti e il teatro degli adulti che guardano ai bambini perché bambini –e tutto ciò proprio mentre ognuno di essi– adulto e bambino – non solo guarda all’altro, ma guarda, guardandolo, dentro gli abissi di sé.
L’applauso scrosciante e liberatorio che, sempre, conclude con speciale calore, alla fine, uno spettacolo di bambini non è solo esito di ordinaria catarsi: è il risarcimento tributato –attraverso i bambini– dagli spettatori a se stessi: per l’inquietudine e per la meraviglia patite, per la gioia e per la paura, per il brivido e per la tenerezza, per l’ansia protratta, per i mille turbamenti lungo i quali ognuno dei plaudenti ha sentito oscuramente in gioco, all’interno di sé ─teatro segreto nel teatro pubblico─– una parte profonda di sé.
Il bambino e l’adulto che lavorano insieme all’evento teatrale aprono e sprigionano straordinari effetti di luce nell’inconscio in sé medesimi arato: simili forse agli effetti dei colpi di remi che, affondando nelle acque, destano meraviglie di colori nell’aria e nei fondali di una grotta nota e bellissima: la grotta amalfitana dello smeraldo.
Il laboratorio teatrale degli adulti e dei bambini congiunti potrà dare alla luce, così, un frutto prezioso. Quando l’evento teatrale sarà maturo, infatti, l’adulto e il bambino potranno scoprire, forse, di aver lavorato per far emergere dai propri fondali lampi antichi, inquietudini intense, turbamenti salutari. Tramutando antiche energie in lacrime di creazione.
Qui la catarsi si fa multipla, come in una frantumazione di specchi che diventi nuova salvifica sintesi di folgorazione. Il bambino e l’adulto, consorti nella preparazione teatrale, e i bambini e gli adulti del pubblico, complici segreti nella fruizione spettacolare, potranno, forse, a questo punto, scoprire di essere gli uni di fronte agli altri come il pozzo e la luna. L’adulto può vedere infatti, talvolta, nel fondo del suo pozzo il folgorare pieno della luna; proprio mentre il bambino può vedere, talvolta, dal fondo del suo pozzo, l’anello-guida di un mondo in cui si disegna la luna. Un pozzo di luce scenica e una luna di sguardi dicono forse, da sempre, il teatro. Pozzo e luna non immaginari ma reali. Perché ogni uomo ha dentro se stesso un pozzo e una luna. E perché il bambino è solo il custode e il catalizzatore di questa antica verità.
Il teatro dei bambini, coi bambini, per i bambini è un teatro di teatri, del quale quello per adulti è solo una provincia di espressione. Nel teatro dei bambini possiamo, certo, scoprire noi stessi nei bambini e i bambini in noi stessi, ma lo faremo non potendo mai rinunciare a essere ancora e sempre noi stessi – irrimediabilmente noi stessi.Guardando il fondo del nostro mondo dall’alto di noi stessi cresciuti.
Noi riusciremo a esser bambini –nella misura in cui potremo ancora esser tali– non semplicemente se potremo ancora imparare a meravigliarci nella nuova condizione ed età, ma soprattutto se potremo ancora imparare a vivere ciò che facciamo come un fine in sé, che non serve ad altro fineche a sé. Perché, più ancora della meraviglia e della gaiezza, è proprio questo ciò che sanno, nel loro profondo, senza saperlo, i bambini: che il fine di ciò che fanno vale in se stesso e non serve ad altro fine che a sé. È una sapienza inconsapevole che l’intero mondo d’oggi ha scordato. Eppure non c’è abbastanza grandezza di mondo che valga quanto questo filo di sapienza, che rasenta l’infinito. Perché è nella gratuità il segno vero del dio. Perché i valori sommi sono nella costellazione dell’inutile. E perché di tutto questo è viatico il rapporto fra l’adulto e il bambino, nel suo inaugurare la rinascita del tempo rallentato e del tempo del sacro.
Cercheremo perciò sempre i bambini, perché essi, non sapendo quello che fanno, lo sanno meglio di noi e possono salvarci. Perché sono i custodi della nostra tenerezza e la scintilla possibile della nostra fede nella vita. Perché sono l’inutilità necessaria che interroga le nostre grevi utilità. E perché sono restati, forse, gli ultimi ministri del tempo del sacro.
Ma ciò nel teatro si vede meglio che altrove, e alla seconda potenza. Perché gli occhi e le voci dei bambini sono, nello spazio del teatro, i fenomeni carsici del possibile che avevamo dimenticato – e che ci rimette in gioco interamente, senza sconti e senza dilazioni. Gli occhi e le voci che si accendono nel luogo del teatro, nel suo pozzo di luce, sono fiumi di emozioni e pensieri che scorrono muti negli sguardi di chi vive il profondo del presente. Perché sono il nostro passato post-datato. Perché sono il nostro futuro ritornato. Perché sono la nostra possibile rinascita a una possibile vita che scintilla sotto la luna: la luna che ci è dentro da sempre e che mai avevamo perduto.

(Napoli, 31.3.2007)

22 maggio 2007