FILOSOFIA E BAMBINI

NOTTE DI FINE MILLENNIO
di Giuseppe Limone

E’ dolce e testardo questo capo
verde a dirotto che trapassa il mare
a proteggerne un lembo
in un arco d’aiuto, nel cavo d’una mano
come un costone del mondo, come un tronco di titano.
Si retìcola in fuochi, in accensioni
mobili e s’infiorda
qui la passione della luna
bianca nei fondali delle luci, nei gorghi ardui, nei filtri
degli sguardi naufragati. Dicono che un dio
un giorno fissò l’anima a presidio
in questa rupe, anello di vertebra
su un mare
che risponde all’abbraccio
istituendone i confini. Qui non c’è memoria
dei trucidati del mondo. Questa fine millennio
è una bizzarra invenzione del calcolo
nostro del tempo, irresistibile e falsa, che sprigiona
stalattiti di lampi, ma niente ha del tempo se non la nostra
illusione immortale.
Il leggendario esistere dei nostri anni
in questa incendiaria quiete si fa rupe
a crinale nel millennio che si apre,
che ci prende sul serio e ci dissolve
e salpa al largo nei corpi delle barche,
dei natanti, dei gozzi, delle vele,
delle lampare, delle aspettazioni di fontane
e si trasforma
nel correre d’un putto appena nato ora che scende
a raccogliere il tempo ereditato
nei calzari delle lucciole del mare. Qui
Posillipo s’avvera
in un tripudio di fiàmmule,
anime controluce
nella notte
a un sole bianco unico destato. Qui,
in quest’anello del tempo reso d’aria,
aperto e chiuso fra la terra e il mare,
riappaiamo a noi stessi
nello specchio del millennio che si chiude. Tutta la Pasqua
delle nostre scoperte
è miseria all’occhio del creato,
che ci scruta, solo
l’anima è vera, e il dolore, e questo nostro
non essere che noi, irrimediabili e noi, il friabile
conato di passare
per la cruna del mondo – ciascuno
con le sue impronte digitali. Tutto l’infinito dei numeri
è esiguo a questo varco, il nostro nome
soffiato
su ala di farfalla
resiste al martello del conio, non può e non sa esser digitale. Non
il millennio ci apre, ma noi inconsapevoli l’apriamo
consegnandoci a noi, senza fede, senza l’ultima gioia
che in un punto
un’innocenza senza meriti ci salvi. Perché la vita
è un sogno
scattato al vero
dalla memoria fotografica d’un dio. Solo una testarda
follia forse da qui ora ci lega
al sangue irresistibile del mondo, a chi ci segue. Graníto
è la tenerezza nella sera
di questi giorni, nel corale silenzio, questa speranza di trasecolare
in pòsteri migliori, in bimbi
d’oro e grano. Qui
nell’uovo del mondo
di questa rupe ci lascia a meditare
questo capo di terra
tardo e tenace,
come una parola ancora in volo
come un azzardo nella luce.

(Da Giuseppe Limone, Notte di fine milllennio, Bastogi, Foggia, 2004).

22 maggio 2007