FILOSOFIA E BAMBINI

TI AFFERRAI AL CULMINE DI UN SOGNO
di Giuseppe Limone

Ad Angelo Giuseppe
perché impari a leggere presto.

Ti afferrai al culmine d’un sogno
quando l’ultima stria d’una voce
si perde nell’alba, ti afferrai come quando
ti svegli all’improvviso una notte
smagrito d’anni, derubato
d’ogni memoria, povero di te
e rincorri con la mano il tuo viso – perché manca –,
ti afferrai
quando il sole della mia giovinezza calava
carico di promesse irredente,
allucinato di spine
clamorose e mute, ti afferrai
ed eri l’alba al mio volto non nato,
caldo come un fuoco su una spiaggia
rauca di luce, bello come una pioggia insaziabile
e buona, lucente come mille filari di stelle al tramonto
giurati sul mare, ti afferrai ed eri al mio fianco
improvviso,
tenero d’informe tenerezza, bambino,
accecante come la potenza d’un buio che sappiamo essere luce
che nulla dice allo sguardo salvo un ardore
bruto
come la forza del sangue, ripido, tenace,
longilineo come i miei giorni inauditi ad attendere il mare.
Ti afferrai
per farti uscire dal sogno e deporti
sull’esistenza della mia mano, per estrarti
dal possibile al vero
lungo i miei morsi nel tempo, lungo le mie forze scoscese,
ti afferrai
con dirupo crudo e cattivo, fatto innocente al travaglio
d’un respiro senza fuga, che s’inchiostra di fate, che non cede
alla infermità della sorte e in un sussulto residuo si confessa
nel verde delle cose, ti afferrai
ed era un febbraio
venuto in punta di piedi per timore di svegliarmi,
vecchio come un anniversario troppo vecchio,
nuovo come una favola d’amore
bimbo come un petalo rinato,
era febbraio e un lampo mi soccorse, ti afferrai
guerriero,
piccolo pirata invisibile della mia peregrinazione senza stelle,
come in una giostra bizzarra in cui ne va della vita
di entrambi i giostratori,
dove lo sgomento è coraggio, e perché un cavo di mano
piccolo come il tuo
mi contenesse in sé tutt’intero e perché nel pericolo maturo
mi salvasse prendendomi a volo per ricoverarmi dal male.
Lungo
fu l’attimo in cui nel trànsito di carne,
nel cordone ombelicale del sogno a volo mi cogliesti
tuo fiore
come un dono clandestino e un corallo e una preda e una
refurtiva d’amore,
perché io fossi tuo figlio – s’inverte il tempo, lo sai?, al punto
più alto e gràvita a partire dal futuro –
tuo figlio, eletto per caso
da un residuo di calendario
al grado zero del silenzio,
gemma sbocciata per sbaglio nell’ora più felice, –
perché io fossi tuo figlio
e perché tu fragile e duro come un dardo nuovo
continuassi la mia corsa, riprendessi
il mio volo,
ora che avevi sposato il pericolo mio al valico del tuo
con testarda tenerezza,
ora che senza tregua correndo eri incinto di me.

(Da: Giuseppe Limone, Notte di fine millennio, Bastogi, Foggia, 2004).

22 maggio 2007