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FILOSOFIA E BAMBINI

FILOSOFIA E BAMBINI:PICCOLE RIGHE PER UNA GRANDE IDEA
di Giuseppe Limone(1)

Ad Angelo e Fenicia,
miei bambini e maestri –
ai miei nipoti Angelo e Raffaella,
per i bambini che furono, sono e saranno.

 

 

 

Il bambino è un soggetto filosofico. Non nel senso che possa essere suscettibile di discorso filosofico (ogni cosa è tale), ma nel senso che il bambino, ne sia consapevole o no, genera discorsi filosofici. Egli è il vivente rovesciamento del discorso socratico sulla sapienza. Perché per Socrate il sapiente è chi sa di non sapere. Mentre il bambino è un sapiente che non sa di sapere.
Egli domanda, osserva, afferma, racconta cose paradossali e stranianti che ci aprono mondi impensati o a cui avevamo cessato di pensare. La condizione di adulto si raggiunge al prezzo di una grave mutilazione necessaria, che è quella per cui ci abituiamo a non domandarci più certe cose. La consuetudine al consueto c’ingessa in una condizione mentale che è capace di concentrare grandi energie mentali sulle cose a condizione di risparmiarne la dissipazione su altre.
Il bambino rompe in modo irrimediabile questa consuetudine mentale al risparmio. Rompe con un filo d’erba il cemento armato. Squarcia con un dito ogni solitudine blindata nel mondo del possibile. Egli fa erompere un geyser di domande originarie a cui avevamo perso l’abitudine e nelle quali ci sentiremmo di perdere anche il pudore.
Il bambino è un soggetto filosofico perché fa l’azione: domanda. E, domandando, rompe la crosta dell’ovvio: spaesa. La sua domanda ci arriva da un mondo che l’abita nel fondo – e che è il mondo del possibile, da cui è mosso, di cui è il custode inconsapevole e che lo spingerà nella vita come un’energia invisibile che tende a un polo magnetico di cui è l’ago, il suo, e che mai avrà tutto il tempo e i modi per rivelarsi nella sua storia futura.
Del bambino, soggetto filosofico, l’adulto deve saper stare in ascolto. Perché non solo dobbiamo insegnare ai bambini, ma imparare dai bambini. Perché ci sono cose che noi possiamo fare per i bambini, ma ci sono cose che i bambini possono fare per noi.
Stare in ascolto del bambino è riscoprire il possibile che avevamo dimenticato. Stare in ascolto delle domande del bambino è far entrare aria fresca nelle stanze chiuse delle nostre risposte senza domande. Stare in ascolto del bambino è farsi curare dalle domande grazie alle quali le nostre risposte erano le malattie. Stare in ascolto del bambino è scoprire la parte di noi che avevamo perduto e di cui abbiamo bisogno per salvarci. Stare in ascolto del bambino è la rivelazione del nostro partner invisibile, come in un desiderio sognato. Stare in ascolto del bambino è scoprire di che cosa sentivamo il bisogno senza sapergli dare il nome. Stare in ascolto del bambino è scoprire l’eros originario del rapporto col sé che è nell’altro e con l’altro che è in sé. Stare in ascolto del bambino è darsi alibi onorevoli per superare il pudore di essere ciò che dentro siamo restati. Stare in ascolto del bambino è riscoprire le domande che avremmo vergogna a riporci, se il bambino non ce ne restituisse il coraggio. Stare in ascolto del bambino è seguire con gli occhi un’eruzione originaria di cui avevamo perso la memoria e la forza. Stare in ascolto del bambino è scoprire la prossimità primitiva di emozione e pensiero. Stare in ascolto del bambino è fare filosofia.
E non è solo filosofia coi bambini, ma filosofia dei bambini. E dai bambini. In una situazione di doppia ostetricia. In cui noi diventiamo ostetrici del possibile che è nel bambino e il bambino diventa ostetrico del possibile in noi. Mentre noi diventiamo ostetrici di noi attraverso chi si fa ostetrico di noi.
E’ come diventare Alice nel Paese delle meraviglie nelle strisce di Schulz.
Non a caso il bambino è il padre della metafora, il re del presente e il primogenito dell’infinito. Perché nel bambino lavora come forza reale il possibile. Che non ha volto, ma azione. E che si mostra nel parlare e nel fare come si mostrano le linee di forza nelle limature di ferro esposte a una calamita. Perché la metafora è il possibile del concetto, perché il reale del bambino è il primo nato del possibile, perché l’infinito è il possibile del finito. In questo senso, il bambino è, in significato alto e forte, persona, poeta, filosofo.
Stare in ascolto del bambino è fare filosofia.
Ed è filosofia che non serve solo al rapporto fra il bambino e l’adulto, ma a tutta la scuola, e alle scienze, e alle arti, e ai saperi, e alla società, e alla stessa filosofia. Perché mette in questione tutte le separazioni fra i saperi e perché mette in questione tutte le separazioni fra le scienze e i valori.
Stare in ascolto del bambino è scoprire un soggetto filosofico. E’ riscoprire l’originario. E’ ritrovare ciò che ci mancava da sempre, perché ci era più vicino che mai. E’ vergognarsi di essersi vergognati e non vergognarsi più di raccontare la propria vergogna. E’ capire l’incredibile complessità del semplice e l’incredibile semplicità del complesso. E’ fare filosofia. E’ farsi aiutare da chi, con una sola domanda, sa mettere in questione l’assetto dei saperi e della scuola.
Il bambino può fare una sola domanda, e intere biblioteche di epistemologia vanno al macero. Per sopravvenuta carenza di senso. Per scoperta di viltà. Per inedia di fantasia. Per improvvisa vergogna di fronte a una verità semplice e a una semplice complessità.

Tre fasi:

(Saggio già pubblicato nella rivista AMICA SOFIA, aprile 2007, MORLACCHI EDITORE, PERUGIA)

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(1) Giuseppe Limone è ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica presso la Seconda Università degli Studi di Napoli

 

21 maggio 2007

 

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