|
FILOSOFIA E BAMBINI |
FILOSOFIA COI BAMBINI: LA COMPETENZA LINGUISTICA NEL FILOSOFARE
di Pina Montesarchio
Fare filosofia con i bambini non è fare qualcosa che sta fuori le discipline.
Ha a che fare con la relazione educativa, con lo sforzo di stabilire con i bambini un rapporto dialogico in cui non c’è sudditanza da parte di chi, si pensa non abbia nulla da dire. Rapporto di sudditanza imposto da chi si ritiene depositario di una cultura da trasmettere e non da negoziare nel dialogo.
Importa il punto di vista dei bambini, importa accoglierlo, in una relazione che fa del “non so e so di non sapere” dell’adulto insegnante, il suo punto di forza.
Il “non so” segna la linea di confine che separa il fare grammatica, il fare storia, il fare matematica dal filosofare, che sta lì nelle discipline, non ne è da parte.
Il "non so.." fa la differenza perché stabilisce un altro modo di stare insieme, un altro modo di fare scuola insieme.
Quali competenze promuove il filosofare?
Quali competenze potrà mai promuovere l’avvio di un lavoro che muove sui binari del “non so, so di non sapere”. I bambini hanno già questa consapevolezza e di tutto vogliono sapere perché. Al contrario, questa consapevolezza manca nell’adulto, manca come assunzione di responsabilità.
“…poi c’è Sofia. Non dà molte risposte, ma sa fare domande meravigliose!”(1)
Cosa accade quando le parole servono a fare domande anziché a dare risposte?
Il mio intervento vuole focalizzare l’attenzione sulle competenze linguistiche nel filosofare, quelle che si fanno visibili, quelle che danno testimonianza di se, che si fanno oggetto di osservazione.
Prendo a prestito quanto i miei alunni ebbero a dire allorchè si lavorava alla stesura di un testo teatrale. (2)
Maria: La pace è amore e gioia.
Maestra: Come sei arrivata ad affermare questo?
Maria: (Si alza, va verso la lavagna e disegna due cerchi grandi uniti da un altro cerchio, nei due grandi scrive PACE e AMORE, in quello che unisce i due scrive GIOIA, poi si rivolge ai compagni e spiega.) La pace e l'amore hanno in comune la gioia.
Salvatore: (Chiede la parola). Io riflettevo sulla bellezza. (Il suo viso esprime bene la fatica del pensare) Ma la bellezza è interiore o esteriore?
Maestra: (si rivolge al gruppo di alunni) Proviamo a dare, insieme, una risposta alla domanda di Salvatore? Prima, però, proviamo a spiegare "che cos'è" la bellezza.
![]() |
Luca: (esita, è evidente la sua difficoltà) Non so rispondere, è difficile. Come si fa a dire cos'è la bellezza? (Si arrende) Io non lo so! Marianna: (Con l'aria mortificata) Nemmeno io lo so. Maestra: (Si rivolge prima a Luca e poi a Marianna) Vuoi dire che non sai distinguere una cosa bella da una brutta? Per esempio, una strada asfaltata, bene illuminata, con una fila di alberi ai lati, ed una strada tutta rotta, non illuminata e che se piove si allaga, quale delle due è bella? Luca: La strada asfaltata e illuminata. Maestra: E' bella perché? Luca: Perché è sicura, mentre l'altra è pericolosa. Maestra: Allora possiamo dire che la bellezza è sicura mentre la bruttezza è pericolosa? Luca: (sorride) Si, possiamo! Maestra: (Si rivolge a Luca e nel contempo anche agli altri) Quindi tu…voi non sapete dire cos'è la bellezza ma la sapete riconoscere. Provate adesso a riportare altre immagini da cui possiamo ricavare aggettivi che ci dicono cos'è la bellezza. |
Simone: Un gelato, se è gustoso è bello, se è disgustoso è brutto.
Rocco: Un portapastelli, se è bene curato è bello, se è sciupato è brutto.
(Intanto che gli alunni riportano esempi, Salvatore ha scritto alla lavagna, su un lato bellezza, sull'altro bruttezza. Alla voce bellezza riferisce, scrivendoli, gli aggettivi SICURO, SAPORITO, CURATO…alla voce bruttezza gli aggettivi PERICOLOSO, DISGUSTOSO, SCIUPATO).
Marica: Due che si vogliono bene e due che si picchiano.
Maestra: Spiega chiaramente il tuo pensiero.
Marica: Due che si vogliono bene è l'amore e riguarda la bellezza, invece in due si picchiano c'è violenza, e questa è una cosa brutta.
Salvatore: E' vero, la bellezza è amore.
Con la costruzione di mappe siamo sul piano della metacognizione che ritengo sia "un sapersi accompagnare, un farsi compagnia nel mentre che...un saper dare spazio alla propria voce, saperla ascoltare".
Mappe che i bambini stessi costruiscono, tracciando linee che legano parole, che le allontanano e le stringono poi in un nodo di definizione più alta.
Spesso si ricorre a schemi con lo scopo di riassumere in maniera facilmente memorizzabile ciò che deve essere appreso.
Ma perché una mappa concettuale si collochi nello spirito di un apprendimento significativo occorre che siano gli stessi alunni a dire i concetti che vogliono evidenziare e i legami fra i concetti espressi, costruendo così il percorso del ragionamento non riconducibile ad altri ma personale, proprio della comunità di bambini che vive insieme il tempo del dialogo e della ricerca, nella consapevolezza deipropri processi mentali, tappa fondamentale per il raggiungimento di un apprendimento autonomo, in un ambiente collaborativo e cooperativo che rimanda l'apprendimento alla sua vera natura di processo sociale(3).
La scelta di chi lavora alla elaborazione delle prove dell’ INValSI(4)di abbandonare alcune esigenze di interrogazione esistenziale degli alunni forse è riconducibile alla difficoltà di tradurle in termini di comportamenti osservabili. Ecco il modo in cui gli alunni hanno integrato le domande proposte dalla scheda di italiano dell’INValSI, finalizzata a rilevare la comprensione del testo relativamente alla lettura di una favola di Rodari, Il pescatore di Cefalù(5).
Verrebbe da chiedersi: “Quando una risposta è esatta?”
Le domande in grassetto non potevano essere accolte perché di quelle domande non era stata prevista la risposta. Sull’importanza delle domande non previste dei bambini e sull’importanza di lasciare loro uno spazio adeguato, di non reprimerle, di non escluderle per eccesso di direttività, credo debba indirizzarsi tutta la nostra attenzione. Viviamo in una realtà scolastica in cui la matematica non può avere a che fare con i significati, dove la grammatica scalcia questioni di senso.
La valutazione deve fondarsi su prove che non restano chiuse ma consentono fughe, una valutazione che si apre ad accogliere altro.
Inciampiamo nei paradossi in continuazione ed è possibile che proprio questo incespicare e scivolare sulle bucce di banana dei paradossi sia la nostra parte nella commedia della vita. Di sicuro è nell’abisso dei paradossi che si riflette, come in uno specchio crepato, la complessità e inafferabilità del mondo.
Sono momenti di riflessione che attengono alla sfera dell'interrogazione esistenziale.
Il dialogo muove da una comprensione di base e mira ad una comprensione più alta. Il dialogo ha a che fare con l’ermeneutica. Un esercizio di traduzione che vuol dire innanzitutto reciproca comprensione. La nostra comunicazione è dunque una sorta di traduzione incessante. Talvolta capita che le parole stanno come paradossi a sfidare il pensiero che contro quelle urta nel tentativo di rintracciare in esse una logica che pure sembra non appartenervi.
«È un greco e parla greco?»(6)
Lo schiavo, comprende Socrate, ma il comprendersi rimanda a quella domanda inquietante da cui prende avvio la dimostrazione: parla greco?
Dunque c’è bisogno di un terreno comune perché si possa dialogare, non senza difficoltà; un terreno comune perché due possano davvero incontrarsi sia pure nello scontro.
La competenza linguistica si esprime nel dialogo. La competenza linguistica si esprime come testimonianza di un certo modo corretto/comprensibile di vivere le parole.
Il binomio "lavorare con la lingua-lavorare con il pensiero”, si è imposto da tempo alla mia attenzione e all'attenzione dei miei alunni. E quando il piccolo Vincenzo un giorno, in seguito a un ragionare sulle parole, capì che non gli era dato farlo nella lingua inglese, -seconda lingua di studio- ebbe a dire che "conosci la lingua quando in quella lingua ti puoi fare domande".
Vivere la grammatica
“Le parole non vivono isolate nella testa della gente, vivono di continui rimandi alle parole di altri esseri umani, ed è questa trama che fa senso”.(7)
Penso a una grammatica che non scalcia i significati. Dove il punto può chiamarsi anche svolta, e le concondanze, regola che unifica i generi maschile e femminile nel plurale maschile, può intendersi come quel tempo in cui –spiegò un bambino- le donne non avevano gli stessi diritti dell'uomo.
E che dire della virgola che, se spostata, cambia significato?
Ecco cosa un bambino ebbe a dire di certa punteggiatura: "E' come adesso, io sono seduto qui e dalla finestra vedo solo gli alberi nel cortile, Luigi sta in prima fila e vede il cancello".
Pietro: Io penso che al principio del mondo, quando gli uomini hanno cominciato a parlare, le prime parole che hanno detto erano i nomi perché sono le parole più facili da inventare. Gli uomini ogni cosa che vedevano gli davano un nome.
Massimo: Io penso che la prima lingua del mondo non aveva le altre parti della grammatica; aveva solo le parole per dire le cose, solo i nomi e basta.
Elisa: I nomi sono facili. Anche i bambini, quando cominciano a parlare, imparano prima i nomi. Dicono mamma e papà.
Federico: Il nome è la parola principale della frase, è l'energia che spinge il motore della lingua.
Giulio: Se dobbiamo dire con precisione, l'energia che spinge la lingua non è il nome, ma il verbo, perché il verbo significa il movimento, cioè il movimento che fa camminare la frase. Se vogliamo dire una metafora, possiamo dire anche che il nome è la base, senza i nomi la lingua se ne cade.
Armando: Possiamo dire anche che il nome è il pilastro che mantiene la lingua.
Angelo: Io sto pensando a quello che prima ha detto Pietro, che gli uomini hanno inventato prima i nomi e poi le altre parole. Io dico che ha ragione perché gli uomini stavano da poco tempo sulla terra e per prima cosa dovevano pensare a chiamare le cose che vedevano. Per ogni cosa un nome. Sennò quando dovevano parlare di una cosa la dovevano indicare con il dito e dire "Quella cosa là". Gli uomini, prima che inventavano i nomi, conoscevano solo la parola "cosa". Perciò si dovevano subito inventare i nomi. Questa era la cosa più urgente.
Giuseppina: "Cosa" è una parola che non significa niente perché è una parola che vale per tutte le cose. Non ha un significato suo, che vale soltanto per una cosa.
Giuseppe P.: Tutti quanti hanno un nome: le persone, gli animali, le cose.
Marco: Grazie al nome noi possiamo nominare e riconoscere le cose che ci sono nell'universo.
Cinzia: Con i nomi si possono fare un sacco di metafore di ogni tipo. Ogni nome può diventare una metafora. Basta che spostiamo il significato da una cosa all'altra.
Giuseppe P.: Io faccio la metafora "Pietro è una lumaca" Io paragono Pietro alla lumaca e così voglio dire che lui è lento, come è lenta la lumaca.
Erica: Con i nomi degli animali si possono fare mille metafore. Per esempio, un uomo può essere un leone, un coniglio, una pecora, un serpente, una lepre. Con la metafora lui prende il carattere di questi animali, e diventa coraggioso, pauroso, veloce, eccetera.
Mimmo: Nel vocabolario, quando il nome è una metafora è scritto fig. che vuol dire figurato, cioè vuol dire che la parola è in senso figurato, cioè metaforico.
Giulio: Con le metafore i significati aumentano in modo enorme.
Giulio: Con le metafore ci vengono pensieri nuovi nella mente che prima non ci avevamo pensato. Se io dico il sole ride, la mia mente si apre di più perché ci entra un'idea nuova dove ci sono due cose: il sorriso e il sole.
Patrizia: Perciò quando dipingono il sole, certi lo fanno con gli occhi e la bocca che ride come fosse una persona. Fanno la pittura di una
Mimmo: La metafora assomiglia a quando si fa un sogno. Quando sogniamo succedono dei fatti strani che si imbrogliano l'uno nell'altro. Oppure si vedono delle cose che si trasformano e diventano altre cose che non ci azzeccano per niente. Proprio come il sole che diventa uomo e si mette a ridere.
Il pronome
Teresa: Io credo che non servono tanto i pronomi perché ci sono già i nomi che lavorano.
Marco: Se non c'è il pronome, può capitare che dobbiamo ripetere sempre la stessa parola. Invece, se mettiamo egli, lui, non ripetiamo lo stesso nome.
Rosanna: Questo pronome è come se fosse il vicedirettore, che quando manca il direttore, lui si mette al suo posto.
Teresa: I pronomi non hanno bellezza, non hanno colore come i nomi e gli aggettivi. Non sanno di niente. Sono senza pepe e senza sale.
Marco: A me i pronomi personali mi danno le idee come le persone.
Luigi: Tu dici che sono come le persone. Però le persone hanno un nome, tu le puoi chiamare con il loro nome. Invece i pronomi personali non hanno nessun nome. Il tu lo puoi dare a qualunque persona. Anche egli, voi, essi. Solamente io non lo puoi dare a ogni persona, lo puoi dare solo a te. Perché io se lo prende chi parla, chi non parla no.
Rosanna: Cinzia ha ragione di difendere i pronomi perché ha fatto una bellissima poesia che mi piace molto. Comincia così "Tua è la villa in riva al mare". E' fatta con pronomi possessivi e indefiniti.
Mimmo: Te lo dico io perché è bella. Perché il pronome indefinito non specifica con precisione. E' come una cosa nella nebbia che non si vede bene, non si riesce a distinguere.
Armando: Come fosse nell'ombra, quando viene la sera.
Massimo: Non ci dà nessuna traccia sicura.
Giulio: Sapete perché il pronome indefinito è poetico? Quando io dico qualcuno, nessuno, non esprimo un'idea proprio chiara, sicura. Sono parole che non dicono di chi si tratta. E quindi il pronome indefinito se lo mettiamo nelle poesie, è come un mistero. E la poesia è più bella.
Rosanna: Si, è così, è questo che volevo dire. Ma non lo sapevo spiegare perché è difficile.
Giulio: Anche i pronomi dimostrativi possono dare le idee poetiche. Chi?, Quale?Cosa? Io ho fatto una poesia "Chi mai?" Quando l'ho letta, hanno detto tutti quanti che era bella.
Erica: Proviamo a fare domande con il pronome chi?
Federico: Che ci vuole a fare le domande con chi? Se ne possono fare tante. Tutte le cose che vuoi sapere fai le domande con chi?
Mimmo: Quando facciamo filosofia si fanno le domande sulla vita e sul mondo.
Giuseppe: Ieri ho fatto una riflessione con una domanda "Chi è il nemico dell'uomo?". Non è che volevo che qualcuno mi rispondesse. Era una domanda di dolore perché mi dispiace vedere che succedono tante brutte cose: la guerra, la droga, quelli che ammazzano i bambini.
L'aggettivo
Armando: L'aggettivo qualificativo è come un vestito che il nome si mette per diventare più elegante, più attraente.
Mimmo: Mi piace il paragone che ha fatto Armando. Io ne voglio fare un altro. Senza l'aggettivo qualificativo le frasi sembrano alberi senza foglie.
Anna: L'aggettivo qualificativo è capace di esprimere tutti i nostri sentimenti e chi lo ha inventato era sicuramente un poeta.
Cinzia: Io penso che l'aggettivo qualificativo dà una espressione più precisa ai nostri pensieri, e anche colorata.
Teresa: E' come un televisore a colori, perché ci fa vedere le immagini colorate. Invece il nome, quando sta solo è come i televisori che c'erano prima, dove si vedevano le figure bianche e nere.
Giulio: Cinzia ha detto che l'aggettivo dà precisione ai pensieri. Ha detto una cosa giusta perché ci specifica com'è una cosa, ci dice la qualità, il colore, se è grande, piccola, pulita, sporca, rossa, verde, eccetera.
Federico: Un bambino si fa una domanda per sapere una cosa com'è. Egli dice a se stesso "Com'è". E l'aggettivo gli dà la risposta precisa "E' così e così".
Marco: L'aggettivo non è che il nome lo abbellisce soltanto, lo fa anche distinguere meglio e gli dà qualche cosa di nuovo che non aveva quando era solo. Se dico la casa grande , l'aggettivo grande mi fa sapere una cosa nuova che prima non sapevo perché non c'era l'aggettivo.
Angela: Anche i bambini piccoli usano assai gli aggettivi quando dicono "la mamma è bella", "il lupo è cattivo", "la caramella è saporita" però non sanno che si chiamano aggettivi perché non conoscono ancora la grammatica.
Teresa: Il comparativo è una specialità dell’aggettivo qualificativo che aumenta la sua forza mettendo più. Invece il nome non può farlo, non può mettere più. Non possiamo dire più palazzo per dire un palazzo grande.
Giulio: L’aggettivo serve molto per fare le metafore. Per esempio possiamo dire: un sorriso splendido, una faccia scura.
Pietro: Con l’aggettivo qualificativo si possono fare molte cose: il comparativo. i paragoni, le metafore. Anche il superlativo. Nessuno ci ha pensato che si può fare anche i superlativo: bellissimo, grandissimo, fortissimo.
Il verbo
Elena: Se manca il verbo non possiamo neanche parlare. Imbrogliamo tutto. Il verbo è quello che lavora di più quando parliamo e perciò ha una grande responsabilità.
Pietro: Elena ha detto che il verbo nelle frasi ci deve stare per forza, non manca mai, invece ci sono delle frasi che non ce l’hanno. Quando la maestra dice “Chi ha fatto questo rumore?” e un bambino risponde “Antonio in prima fila”, qui il verbo non c’è.
Angela: Però è come se ci fosse. Solo che è nascosto e perciò non si vede. Lo dobbiamo immaginare noi. E’ facile. Si capisce subito che significa: “Il rumore lo ha fatto Antonio”.
Pietro: Si, però il verbo non c’è. Allora vuol dire che non è proprio necessario perché anche se non c’è la frase si capisce lo stesso. Invece il nome c’è sempre nella frase.
Giuseppina: No, alle volte non c’è. C’è il pronome.
Giulio: E il pronome non è anch’esso una specie di nome? Lo dice la parola stessa: pro-nome.
Francesco: Se il verbo era così importante, gli uomini primitivi inventavano prima i verbi. Invece hanno inventato i nomi. Io penso che al principio del mondo, quando gli uomini hanno cominciato a parlare, le prime parole che hanno dette erano i nomi perché sono le parole più facili da inventare. Gli uomini ogni cosa che vedevano gli davano un nome.
Antonio: E tu che ne sai? Chè ci stavi quando hanno inventato la lingua?. E se hanno fatto prima i verbi? I verbi sono più necessari dei nomi perchè sono loro che ci fanno sapere che cosa si dice nella frase.
Giulio: Il verbo ci dice quando è successa una cosa, ci fa sapere il tempo di una cosa.
Pietro: Chissà chi è stato il primo uomo a dividere il tempo in passato-presente-futuro. Dev’essere uno molto intelligente, un grande inventore.
Angela: E che ci voleva a inventarli i tempi? Quelli ci sono già, bisogna solo andarci a pensare. Anche un bambino piccolo, se si mette a pensare, scopre che il tempo si può dividere in tre parti: il periodo che è già finito, quello che ci sta in questo momento e quello che deve ancora venire.
Luigi: Per me il tempo più bello è il passato remoto perché è un ricordo che sta dentro di noi, non ce lo scordiamo mai.
Armando: Il passato significa una cosa bella che ora non c’è più e non torna più perché è finita in un tempo lontano. Queste cose che non tornano più sono molto tristi e perciò sono belle nella poesia. Se si fa una poesia scrivendo queste cose, viene una poesia piena di tristezza, però assai bella, che commuove.
Angela: Io dico che il tempo vero, quello che esiste veramente, è solo il presente. Il passato è finito, è morto. Una volta c’era ma adesso non c’è più. Il futuro non è venuto ancora, forse domani ci sarà, ma oggi non c’è. Perciò sono due tempi che non ci sono. Invece il presente c’è veramente, non è che lo abbiamo solo nella nostra mente.
Luigi: Angela dice che solo il presente è vero. Però il presente è presente solo per un poco, per un attimo, non per sempre perché poi diventa passato, se ne va nel passato e là aumenta le cose che sono finite. E anche il futuro, viene il tempo che anche lui se ne va nel passato. Però prima diventa presente per un attimo.
Marco: Il presente è scarso di tempo, finisce subito e arriva il futuro che ci sta vicino.
Teresa: Il futuro è come una porta aperta in campagna. Uno esce e si trova all’aria aperta, nello spazio dell’erba. Invece il passato è una porta chiusa. Ogni tanto si apre per farci entrare un po’ di presente che si è consumato, ma poi si chiude un’altra volta.
Cinzia: Nel modo infinito c’è dentro tutto il tempo che deve venire, c’è un futuro lunghissimo. Noi ogni giorno ne prendiamo una parte, ma quello non si consuma mai. Sta sempre là, non riusciamo mai a consumarlo, perché ce n’è sempre. Anche se consumiamo milioni di anni, restano sempre altri milioni di anni che aspettano, che devono ancora venire.
Armando: L’infinito è un tempo che non ha fine.
Antonio: Il futuro non è sicuro perché può capitare oppure no.
Martina: Può capitare un imprevisto
Vincenzo: La certezza si coniuga solo al presente.
Mario: Perché il futuro non fa accadere quello che si è stabilito nel presente?
Roberto: Perché il futuro non mantiene le promesse?
Stefania: Perché non realizza i nostri desideri?
Alessandro: Perché non c’è certezza?
Maria: Noi pensiamo che le cose sono certe invece sono incerte.
Il senso di precarietà è un sentire comune tra gli uomini, è importante scoprirsi, nel dialogo, in questa provvisorietà, importante rintracciare in questa dimensione la responsabilità morale di esserci come protagonisti attivi del proprio tempo.
Marco: Io preferisco il presente perché una cosa la voglio fare subito. Non voglio aspettare che arriva il futuro.
Luigi: Il presente non è tanto bello perché già lo sappiamo com’è, non ce lo possiamo immaginare perché già lo teniamo, lo conosciamo già. E poi passa subito, come un lampo. Invece il futuro è lungo, ci mette molto tempo per arrivare. Certe volte pare che non arriva mai. Però il bambino è tutto contento nel suo pensiero perché si mette a immaginare le cose belle che devono venire. E lui, aspettando aspettando, è felice.
Scrivo alla lavagna:
Gli alunni sono concordi nel ritenere che azione è pensiero, azione è volontà, è scegliere di... Azione è responsabilità.
Il 4° punto focalizza l'attenzione degli alunni su una domanda:
Chi è triste decide di esserlo?
Francesco: C'è una ragione.
Arcangelo: Lo sente lui che è triste, forse vede una cosa brutta. »
Enza: La bimba vuole un giocattolo, la mamma dice di no e la bimba diventa triste.
Francesco: Si diventa tristi quando gli altri dicono di no alle nostre richieste.
Leandro: Non è soltanto questo. Succede anche se un tuo amico si fa male.
Mario: Quando stai per prendere qualcosa e poi ti rendi conto di non poterla avere, come quando a scuola vuoi prendere la cioccolata alla macchinetta e ti accorgi di non avere i soldi.
Ilena: Diventiamo tristi anche quando ci preoccupiamo degli altri.
Antonio: Dipende se sei sensibile ai problemi degli altri.
Arcangelo: Si può anche fingere di essere tristi.
Mario: Stai scrivendo, vedi che il tuo banco si è dissaldato, pensi ai richiami del direttore e diventi triste.
Arcangelo: La tristezza viene dal pensiero, quando ti metti a pensare cose brutte successe davvero.
Leandro: Se tu stai giocando e qualcuno viene a darti una brutta notizia, tu diventi triste. Quindi lo decidono gli altri.
Vincenzo: Sono d'accordo con Leandro. Ma può dipendere anche da me, certe volte comincio a fare brutti pensieri su cose che possono accadere e divento triste.
Arcangelo: Io dico che deve prima accadere qualcosa di brutto e poi diventi triste.
Vincenzo: Non sempre è così, viene prima il pensare cose brutte, anche solo immaginate, e poi diventi triste. Spesso la sera, quando vado a letto nella mia cameretta, penso cose che mi fanno paura, certe volte corro dai miei genitori piangendo, voglio dormire con loro.
Arcangelo: Vero, hai ragione! Non ci avevo pensato.
Ritengo si debba ancora trovare un modo per coniugare insieme momenti che nella vita scolastica attuale risultano oggi così diametralmente lontani, direi di più, che si escludono l'un l'altro, nel senso che la matematica non può avere a che fare con i significati, che la grammatica è estranea a questioni di senso.
Penso a un'altra relazione educativa, inattuale. Perché non è di questo tempo, non lo è ancora.
Il nostro dialetto: non ce lo scordiamo
Il filosofare dei (con) i bambini apre lo sguardo su questioni che sembrano estranee al dialogo filosofico. Cosa c'entra una riflessione sul proprio dialetto con il filosofare?
Cosa c'entra il ragionare sulla grammatica della propria lingua con gli interrogativi nobili della filosofia?
Le riflessioni dei bambini, inserite in un quadro più ampio di approfondimento, danno l'idea di quanto l'interrogazione esistenziale consenta ai bambini di toccare lidi inesplorati e di fare (vivere sulla pelle) grandi scoperte sul piano del linguaggio.
Occorre saper riconoscere i confini di una lingua, senza restarne prigionieri, senza rigettarla o disconoscerla.
Obiettivo
Attività
Raffaele: Se dialogo è parlare con gli altri, allora...
Miriam: Allora dialetto è parlare con gli altri nella lingua del luogo dove sta il tuo letto, la tua casa.
Anna: Mi piace il dialetto perchè è più facile. Io sono abituta a parlare in dialetto. Invece in italiano ci sono certe parole che non conosco. Però mi piace pure l'italiano, ma non lo so parlare perchè è difficile.
Massimo: Il dialetto mi piace di più perchè io così so parlare. Le parole italiane anche se me le imparo, poi me le scordo.
Mattia: Il diletto lo conosco bene, invece l'italiano non lo capisco perchè non è come il dialetto. Io dico a' serenga, invece in italiano si dice l'iniezione.
Antonio: Vi ricordate quando Anna ha spiegato la rivoluzione francese? Lei diceva "presero la capsula" ma la Maestra non capiva, nessuno di noi capiva. Poi la Maestra si è ricordata che in dialetto capsula e pastiglia significano uguale e ha capito che capsula era la Bastiglia. Anna quando ha detto "presero la capsula", voleva dire "la presa della Bastiglia".
Carolina: Io quando parlo italiano mi imbroglio con la lingua, invece quando parlo in dialetto, mi sento più sicura e non mi imbroglio.
Pasquale: Io riesco meglio a parlare in dialetto perchè ci sono abituato. Quando parlo italiano ho paura di sbagliare. Se devo parlare un poco va bene, ma se devo parlare assai faccio gli sbagli perchè non conosco tutte le parole italiane.
Antonio: A casa mia mi vergogno di parlare italiano. Invece non mi vergogno di parlare in dialetto perchè dove abito io parlano tutti così.
Pasquale: Vado meglio con il dialetto perchè non devo pensare quando parlo, perchè conosco le parole e subito le dico. Invece, quando parlo italiano, mi devo mettere a pensare per trovare le parole e vedere come devo dire.
Antonio: Io se parlo in dialetto posso dire tutto quello che voglio perchè lo so dire bene. Invece se parlo italiano, so dire solo qualche cosa.
Anna: Il dialetto non è uguale all'italiano. In italiano si dice il braccio, la testa, il soldato. In dialetto, invece, diciamo: o' raccio, a' capa, o' surdato .
Carolina: Però l'italiano è più bello, è più pulito. E' più bello a dire il bambino che o' criaturo.
Maestra: Perchè l'italiano è più pulito?
Carolina: Perchè se uno dice il bambino è più bello.
Maestra: Perchè è più bello?
Carolina: Non so come devo dire. Non mi so spiegare.
Wittgenstein avrebbe affermato che quel che si può pensare si può anche dire e quel che non si può dire, in senso stretto, non si può neppure pensare, salvo poi restare chiusi dentro la propria lingua, quando i pensieri faticano a tradursi in parole, perchè non se ne conoscono di adatte ad accogliere i significati che vogliamo dire e dare al nostro pensiero.
Pasquale: Se uno parla in dialetto, lo chiamano asino.
Maestra: Chi è che dice così?
Pasquale: Quelli che parlano italiano.
Antonio: Chi parla in dialetto veramente è un asino.
Maestra: Tu parli in dialetto, allora sei un asino?
Antonio: No, non sono un asino!
Carolina. Chi parla in dialetto fa una brutta figura perchè non parla bello.
Stefano: E' bella la lingua che uno parla. Se parla italiano, è bello l'italiano, se parla il dialetto, è bello il dialetto.
Pasquale: Però quelli che parlano italiano parlano chiaro, spiegato. Non dicono o' curtiello, ma il coltello.
Carmela: L'italiano è più corretto.
Benito: Chi parla in dialetto, sbaglia.
Maestra: Quando io parlo in dialetto con voi, mi capite?
Tutti: Siiii.
Maestra: E allora perchè sbaglio?
Benito: Non lo so...
Giovanni: Noi possiamo parlare in dialetto e in italiano perchè tutt'e due sono lingue buone per parlare.
Domenico: Così ci possiamo capire tutti quanti.
Pasquale: Il nostro dialetto non è come l'italiano, perchè ci sono tante parole che non sono come le parole italiane.
Mattia: Però ci sono anche assai parole che somigliano un poco alle parole italiane.
Filomena: Quando noi parliamo in dialetto, non diciamo tutte le lettere come quelli che parlano in italiano. Certe lettere le diciamo in un'altra maniera, per esempio o’ ciuccio in italiano si dice l'asino.
Anna: Poi, quando parliamo, non si capisce la vocale finale delle parole, perchè non la diciamo bene.
Carmela: Ho capito, il nostro dialetto è un po' uguale all'italiano.
Pasquale: Frateme significa mio fratello e soreme significa mia sorella.
Benito: Noi quando parliano italiano diciamo due parole: mio fratello. In dialetto, invece, diciamo una sola parola: frateme.
Carmela: Me significa mio e si deve attaccare a frate che significa fratello.
Saverio: In italiano, quando scriviamo scuola, ci vuole anche la u. Invece diciamo scola quando parliamo in dialetto. Non ci mettiamo la u.
Filomena: Noi in dialetto diciamo pecchè. In italiano ci vuole la r perchè si dice perchè.
Carolina: In dialetto diciamo nu (poco). In italiano diciamo un (poco). E' tutto il contrario.
Pasquale: Noi quando parliamo, diciamo 'e libbri; 'e significa i.
Enzo: 'A significa la : 'a vasca=la vasca.
Carmela: I' vuol dire andare.
Pasquale: In italiano se dobbiamo dire andare ci vuole una parola lunga. In dialetto, invece, si fa presto: i', La parola è piccola piccola. Nuie imma i' a casa = noi dobbiamo andare a casa.
Anna: E' vero. Pure quando diciamo 'na casa, 'na penna, la parola è più corta. In italiano, invece, dobbiamo mettere la u: una casa, una penna. In italiano le parole sono più lunghe.
Giuseppe: Non è vero. Certe parole sono più lunghe in italiano e certe sono più lunghe in dialetto. Ranogna è più lunga. Invece rana è più corta.
Ilena scrive alla lavagna: Ieri un bambino correva velocemente nel parco.
Leandro: Correva velocemente si dice fuieva. L'avverbio va via perchè è compreso nella parola fuieva.
Alessia scrive alla lavagna: La sera la mamma cucina perché ho fame.
Arcangelo: Ho fame = tengo famma. Tengo significa ho. Tengo vuol dire anche me moro, che ho desiderio, sento la mancanza.
Tenere in italiano indica possesso, in dialetto invece si colora di questa tensione verso l'oggetto del desiderio.
Chiedo agli alunni di costruire una rete di parole che si richiamano, in quanto a significato alla voce italiana avere e a quella dialettale me moro.
Resto a parlarne con i bambini.
![]()
Hopossiedotengo
![]()
![]()
me’ morovurriaaspettme manc
(mi sento morire – vorrei - attendo con ansia - mi manca
Sembrerebbe che le strutture linguistiche e la “grammatica” di una lingua determinino le forme del pensiero e dell’esperienza umana. Le stesse parole in lingue diverse, portano verso spazi di pensiero diversi.
Raffaele scrive alla lavagna: Oggi la maestra ci insegna a scrivere in corsivo.
Maria: La parola insegna non c'è in dialetto, diciamo ce fa mparà.
Il dialetto recupera il ruolo attivo di chi apprende, concetto spesso smarrito nei luoghi della scuola.
Chiedo ai bambini: Costringe?
Maria: Pure se costringe sempre noi dobbiamo imparare, non può imparare lei per noi.
Vincenzo: Il bambino gioca a pallone. Gioco si dice joco,però quando il gioco è un lavoro. Se invece diciamo pazzej, allora vuol dire che si diverte, perchè pazzej viene da pazzia , non è una fatica ma solo un divertimento.
In un clima avvelenato dai recenti scandali di un calcio corrotto, a’pazzia (giocare per divertirsi) muove un che di nostalgico nel mio cuore. Cerco il termine corrispettivo nella lingua italiana ma non ne trovo. Chi conosce più lingue capisce meglio le cose, ne ha una visione più piena; un modo ricco. Forse il valore di un lingua sta proprio nella capacità espressiva degli orizzonti di significato
Il nostro ragionare continua, piace ai bambini, piace a me.
E' il dialogo che conduce alla riflessione e non l'inverso.
Carolina: E' più facile leggere l'italiano che il dialetto.
Pasquale: Non siamo abituati a leggere il dialetto, perciò è difficile. Noi il dialetto lo parliamo soltanto ma non lo leggiamo e non lo scriviamo.
Stefano: Io il dialetto non lo so leggere.
Carmelina: Non siamo abituati a leggerlo.
Sara: Noi leggiamo e scriviamo sempre italiano, mai il dialetto. Allora può essere anche che quando ci facciamo grandi ce lo scordiamo.
Saverio: Se ci abituiamo a leggerlo e a scriverlo, non ce lo scordiamo.
Sul valore dello stare a discutere insieme su questioni la cui soluzione appare lontana, gli alunni ricordano il motivo di una vecchia canzone:
Chillo o' fatto è niro niro ma dice o' parularo "Embè parlammo,
pecchè si raggiunammo chistu fatto ce 'o spiegammo.
----------
(1)M.lipman, Elfie, Liguori Editore, Napoli 2004, p.17
(2)www.filoeduc.org/childphilo/n2/PinaMontesarchio.pdf www.edscuola.it/archivio/ped/amore.htm
(3) L’educazione linguistica non può che essere democratica.
(4) Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Gruppo di lavoro per la predisposizione degli indirizzi per l’attuazione delle disposizioni concernenti la valutazione del servizio scolastico. Progetto Pilota. Valutazione della scuola italiana.
(5) Prova di Italiano, Scuola Elementare, Classe Quarta, II C.D. “G.Mazzini” Frattamaggiore, A.S.2003/’04
(6) MENONE: O Socrate, tu dici che noi non apprendiamo, ma che ciò che noi chiamiamo apprendimento è reminiscenza? Sapresti insegnarmi che è veramente così?
SOCRATE: Già prima dicevo, o Menone, che sei un furbacchione [82 A] ora mi domandi se so insegnarti proprio mentre sto dicendo che non c’è insegnamento ma reminiscenza evidentemente per farmi subito apparire in contraddizione con me stesso.
MENONE: No, per Zeus, o Socrate, non l’ho detto con questo scopo, ma solo per l’abitudine. Se, però, in qualche modo mi puoi dimostrare che la cosa sta così come dici, dimostramelo.
(7) V. Cosentino, Un’altra possibilità alla vita, in Ead. (cur.), Lingua bene comune, Troina (En), 2006, p. 19 ss., p. 26-27.
(8) La discussione viene dopo aver coinvolto i bambini in esercizi orali e/o scritti circa l'utilizzo dei pronomi-aggettivi-verbi. Alunni di quarta Scuola Primaria, II C.D. Frattamaggiore.
(9) Alunni di quinta Scuola Primaria, I.C. “E.Unita” Afragola.
(10) Antonio Spartani, Relatività quante storie, un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pag.267