FILOSOFIA E BAMBINI

FILOSOFIA COI BAMBINI
Intervista a PINA MONTESARCHIO

 

Pina Montesarchio, come è arrivata alla filosofia con i bambini?

Rintracciare un inizio?
È più facile quando l’inizio è rappresentato da un’informazione avuta da altri. In tal caso si risponde alla domanda: Come ne sei venuto a conoscenza? E da lì a ricostruire tempi, luoghi e persone.
Il mio inizio sta, invece, in una ribellione verso un fare scuola che mette a tacere la voce di chi –gli alunni sono quelli di una scuola a rischio di un quartiere ghetto della periferia di Napoli– grida forte il proprio rifiuto dinanzi alla scelta imposta di aderire ai “valori” della scuola e prendere le distanze da quelli ritenuti “devianti” sulla base del contesto socio-familiare.
Come si fa?
È come imparare una poesia a memoria di cui sfugge però il significato.
Ecco, il significato. E l’apertura a un tempo del dialogo che ne raccolga l’istanza.
Mio…tuo… accompagno i bambini a vivere sulla pelle la costruzione del concetto.
È mio ciò che riesco a prendere, dicono i bambini!
“Mi appartiene tutto quello che riesco a sottrarre agli altri”.
Ci vuole un “dialogare” intorno ai significati. Scopro così che anche noi insegnanti siamo imbrigliati nel pensare che mio è “l’armadietto”, mie le sedie, miei gli alunni. E che, seguendo lo stesso ragionamento, è la scuola stessa ad assumere questo significato di mio allorché dirà I miei alunni della scuola primaria, i miei alunni della scuola secondaria di I grado.
L’esplicitazione delle contraddizioni interne ai “sistemi di pensiero” porta necessariamente, bambini e adulti, a praticare la filosofia.

Nel corso delle sue esperienze ha modificato il modo di intenderla?

Il dialogo filosofico è pratica che consente di guardare a distanza ravvicinata le problematiche educative. L’incongruenza didattica non sa più celarsi dietro la maschera di una normalità che tutto mette a tacere. La maniera di dialogare aperta si scontra nel team docente con chi non accetta si possa vedere il mondo da punti di vista diversi. La relazione educativa ha bisogno di altri tempi e altri luoghi. Il filosofare porta nella scuola un altro tempo e un altro luogo, ovvero, più semplicemente, un altro modo di pensare il tempo e il luogo scolastico.

Quali pensa siano le abilità che dovrebbe avere un maestro di filosofia con i bambini?

Credo che nella formazione sia importante l’esercizio del pensiero, la riflessività, l'interrogarsi, la ricerca del senso, la problematicità, il continuo domandare proprio di ogni disciplina, soprattutto quando ci riferiamo a un ambito scolastico come quello della Scuola Primaria.
E tuttavia resta aperta una questione importante: può un insegnante filosofare con i bambini in assenza di una formazione specifica sulla pratica filosofica? Quanti insegnanti sanno cogliere il logos del confilosofare? Spesso ho assistito, a scuola, al censurare del parlare dei bambini perchè, si diceva, fuori luogo, non pertinente; invece quel parlare rappresentava una grande provocazione per il pensiero dell'adulto. Ma chi sa cogliere queste provocazioni? Chi saprà abitare le domande dei bambini? Penso che il nodo della questione stia tutto quì. Saper accogliere i pensieri dei bambini, saperne intravedere la forza: cartografie di terre a venire. Una scuola “che fa scuola” non può declinare questo compito, questa responsabilità. Dovrà, invece, assumersi la difesa del sapere come “cosa” che appartiene a tutti. Mi riferisco qui all'accessibilità di tutti al sapere, che sia dato non nell'eccezionalità dell'evento ma nell'ordinarietà della vita scolastica. Non è pensabile una filosofia con i bambini che si levi a segnare altre differenze, altre disuguaglianze, altre ingiustizie. Il maestro di filosofia allora, è colui che coltiva un senso autentico del “fare scuola”, nient’altro che questo.

La filosofia con i bambini è una nuova disciplina o un nuovo modo di apprendere tutte le discipline?

Dovremmo avere il coraggio di abbandonare alle ortiche le nostre certezze. Entrare in aula e dire ai nostri alunni “Non so di cosa vi parlerò oggi!”
Segnando così la linea di confine che separa il fare grammatica, il fare storia, il fare matematica dal filosofare, che sta lì nelle discipline, non ne è da parte.
Quel “Non so..” fa la differenza. Viviamo una realtà scolastica in cui la matematica non ha a che fare con i significati, dove la grammatica scalcia questioni di senso.
Si può smettere di filosofare?
Marco chiede: “Se lo zero è niente come fa ad esistere? Esiste il nulla?”
Problema di matematica: “Maria ha nel salvadanaio 2€. Vuole regalare alla sua amica, in occasione del suo compleanno, un borsello di colori che costa 10 €. Quanti € dovrà chiedere in prestito alla sua mamma?”.
Antonio risponde: La mamma regala a Maria 8 €. Non si possono prestare soldi a chi non li può restituire, deve essere un dono
I pensieri dei bambini impongono una seria riflessione, gettano luce, aprono orizzonti nuovi… tassi di interesse nella banca etica…
Nella risposta di Antonio leggiamo molto di più di quanto lui, nella semplicità del suo pensiero, abbia voluto intendere. È un di più che ci ispira.Questo chiamo fare “filosofia con i bambini”.

Secondo lei è importante sviluppare la creatività dei bambini come modo per reagire alla mercificazione della civiltà dei consumi. In che modo la filosofia con i bambini può sviluppare la creatività dei bambini?

Sono in classe con i “miei” alunni. Il discorso verte sui mille cambiamenti che ha vissuto l'uomo nella storia. D'improvviso un concetto si fa spazio e mi sorprende. Viene detto da un bambino che la linea del progresso non procede sempre in avanti. Una bambina, Alessia, si alza in piedi, prende a camminare, si ferma e dice “vedete, questo è il mio avanti”. Poi si gira su un lato, ancora qualche passo, si ferma e dice “se vado in questa direzione, questo è il mio avanti”. Diventa un gioco, altri bambini si alzano, prendono a camminare per guardare il loro “avanti”.
Cosa accade quando un concetto non è richiamato alla mente per rappresentare la conoscenza, ma la anticipa, ne stabilisce il corso, apre un varco, un altro, non immaginato, non ipotizzato, non conosciuto ancora?

Bambini che costruiscono concetti…si potrebbe dire questo della filosofia con i piccoli. Parlando di grammatica il concetto di infinito emerse, almeno in una delle tante sue accezioni, allorquando un'alunna rilevò che nella è sono comprese tante e. Il suo pensiero mi portò lontano...
Una molteplicità che dà ragione della dinamicità dell'essere. Siamo sempre sul piano della costruzione dei concetti. Una costruzione non imposta ma vissuta personalmente nella scoperta. Cartografare contrade a venire. Sperimentare concatenazioni semiotiche capaci di dar forma a ciò che non è ancora consapevole, a ciò che non esiste ancora, ma preme nell'esistente. Sperimentare concetti che istituiscono piani di consistenza, piani di percorribilità, piani di mondo.
Se mai è avvenuto che di un concetto non si sia avvertito il bisogno di de-territorializzarlo e ri-territorializzarlo.
Costruire concetti ha a che fare con il comprenderli, con il saperli abitare in una forma che ci appartiene, che è nostra, e di seguito subito il bisogno di superarli. Occorre saper porre le condizioni perchè questa “creazione” possa essere favorita.
E allora si tratterà di interrogarci sul nostro lavoro. Non certo per trovare ricette così da ritenerci poi al sicuro. Piuttosto di individuare "errori"... fare filosofia con i bambini è vivere un’altra relazione educativa ove siano consentite aperture, fughe, messe in discussione, dissequestrare le parole e i gesti, tutto. Questa penso sia la forza della filosofia come pratica.

Si può conciliare un’educazione comunitaria, democratica, spontanea con l’esigenza dei registri, dei programmi, della votazione?

Partirei da una domanda: “Ciò che ci diciamo come ce lo diciamo?”
Il modo non è estraneo, non lo è mai, e ciò che ci diciamo dipende dal modo. Come una moneta coniata da poco, della quale ancora si fa fatica a intendere il valore, la libertà non la si sa pensare, eppure ne pronunciamo il nome a voce alta: non sappiamo riconoscerle spazio nella relazione educativa che rimane estranea e nemica della libertà. Il dialogo filosofico educa alla resistenza, alla ribellione contro ogni forma di potere indiscusso. Se la scuola sia pronta a vivere queste risposte e a promuoverle… è un problema aperto. È possibile che un filosofare con simili caratteristiche abbia luogo in uno spazio di tipo scolastico? Non dovrebbe essere insuperabile l’incompatibilità tra la scuola, intesa come istituzione amministrata dall’ordine dominante, e il proposito di un filosofare dei bambini che rifiuti proprio quell’ordine? Non è la scuola la negazione di un pensare filosofico aperto, libero, rivoluzionario?
Sapersi pensare liberi è avere tempo in un mondo, in una scuola che tempo non ha. Tempo per i silenzi, tempo per le cose non dette che stanno in uno sguardo, in un pensiero che fatica a diventare parola. Tempo per chiedere ragioni di ogni potere indiscusso, di ogni posizione arbitraria, dei “Così è!” che non ammettono replica. È la gioia dell’adulto-insegnante che nella richiesta dell’alunno di avere voce nell’organizzazione della vita scolastica sa leggere non il fallimento del proprio lavoro ma parole di libertà. Una libertà che rifugge la violenza se nel dialogo trova lo spazio e il tempo per chiedere e dare ragioni.

Pensa che le esperienze di ‘filosofia con i bambini’ possano essere trasferibili in ogni contesto culturale e sociale?

Riporto una recente esperienza del Consiglio Comunale dei bambini. Vivere la prospettiva del bambino come un lasciarsi fermare/intrattenere, una battuta d’arresto per ripensare il mondo…con gli occhi di un bambino.
La Filosofia con i bambini è attività per avviare i bambini a vivere seriamente l’esperienza politica per:

  • “Pensare da se stessi” –che è cosa diversa dal pensare a se stessi–.
  • Pensare in profondità.
  • Prendere posizione autonoma e motivata nei confronti delle questioni considerate.
  • Fornire buone ragioni a sostegno delle opinioni espresse.

La parola ai bambini:

  • Anche se sono piccolo, posso pensare.
  • Anche se sono piccolo, posso insegnare qualcosa agli altri.

E noi adulti:

  • Siamo disposti a rivedere le nostre scelte alla luce dei pensieri dei bambini…
  • Di quale spirito si informa il nostro dialogare con i bambini?
  • Oppure crediamo che i bambini non abbiano nulla da dirci, nulla di così importante da cambiare la nostra prospettiva di adulti?
  • Pensiamo che l’infanzia sia una condizione di minorità?

Qualsiasi sia il contesto, è da incoraggiare sempre l’euristica del riconoscimento della non-conoscenza e dell’errore. E la pratica di un domandare umile, “non invasivo” e non dialettizzante. Direi che lo sforzo maggiore nelle esperienze di dialogo sta proprio nel dare vita a una comunicazione integrale ed autentica, non appiattita sul “dire”, nemica di ogni discussione di natura dialettica.

C’è qualcosa che vorrebbe dire ai maestri che tentano questa strada?

Per dirla con Feyerabend, ribadirei che “che tutte le metodologie, anche quelle più ovvie, hanno i loro limiti.” Le maggiori rivoluzioni sono avvenute “solo perché alcuni pensatori o decisero di non lasciarsi vincolare da certe norme metodologiche ‘ovvie’ o perché involontariamente le violarono”. Vorrei dire qui dell’inapplicabilità di qualsivoglia metodo senza quelle che io chiamo fughe. Inapplicabile, perché anche nel caso in cui i docenti si mostrassero disponibili e “sicuri” ad operare secondo direttive obbligate, i bambini non lo consentirebbero, salvo poi esserne costretti, ma in questo caso non potremmo più ritenerci maestri, saremmo altro. In realtà il lavoro scolastico con i bambini si apre a molte fughe che sembrano sfuggire a ragioni. Occorre riprendere ciò che si è vissuto per ripensarlo, per aggiungere senso. Fare filosofia con i bambini è condizione perché l’insegnante si riappropri del suo ruolo di teorico dell’educazione, consapevole che qualunque ipotesi di ricerca non può non essere esposta a discussioni, altrimenti rischia di diventare una prigione epistemologica. Ossia, il contrario di un’ipotesi. In questo caso la ricerca sarebbe nient’altro che superstizione e il maestro negherebbe, nel suo esercizio, il ruolo che più gli appartiene: di ricercatore. E la scuola perderebbe il suo essere da sempre luogo di ricerca.

Dovremmo forse auspicare una “filosofizzazione” della scuola e particolarmente dell’insegnamento’?

Qualche giorno fa un alunno di una quinta mi diceva: “Il dialogo è libertà, non ha un orario preciso, è come se io dovessi respirare due ore a settimana, non ce la farei”. Quali le modalità di tempo per un “tempo del dialogo”? Un’ora settimanale?
Questioni aperte, come un cantiere di lavoro …