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FILOSOFIA E BAMBINI |
FILOSOFIA CON I BAMBINI PROPOSTA DA PINA MONTESARCHIO di Umberto Tenuta
MONTESARCHIO P., Il simposio – Un pretesto per ragionar d’amore, Edizioni PHOEBUS, Castelnuovo (NA), 2000.
MONTESARCHIO P., La metafisica dei bambini paragonata a quella degli adulti, Morlacchi Editore, Perugia, 2003.
RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004.
Tre saggi, un solo intento: guidare i bambini a fare filosofia.
Esperienza non nuova[1], ma questa particolarmente significativa per diversi motivi.
Innanzitutto, le competenze dell'Autrice[2], la quale dimostra di possedere approfondita conoscenza, non solo della disciplina filosofica, ma anche della metodologia del suo insegnamento o, meglio, del suo apprendimento.
Se la competenza filosofica le consente di muoversi con disinvoltura nelle tematiche affrontate, la competenza socio-psico-pedagogica e metodologico-didattica dà alla sua esperienza un carattere del tutto originale, ben diverso da tutte le altre iniziative in atto su questa tematica.
È forse questo l'aspetto più significativo dell’esperienza e della proposta didattica che l'Autrice presenta e motiva con l'esigenza di quella formazione critica che è compito specifico della scuola, sin dalla scuola dell'infanzia, unitamente alla coltivazione della meraviglia, dello stupore, della curiosità che purtroppo la scuola spesso, non solo non coltiva, ma distrugge.
<<Lo stupore per il mondo, ciascuno lo ha conosciuto in una fase della prima infanzia. Ciò che per un adulto è già diventato abitudine e normalità, per il bambino è fonte di meraviglia. Il domandare radicale è proprio del bambino, così come della filosofia>>[3].
Scrive Platone nel Teeteto: <<Ed è proprio del filosofo essere pieno di meraviglia, né altro cominciamento ha il filosofare che questo essere pieno di meraviglia>>[4].
Tuttavia, questa meraviglia, che è innata nei bambini[5], viene presto distrutta e non si ritrova più né in essi né negli adulti.
<<I bambini crescono e imparano a… non trarre più domande>>[6].
Primo compito della filosofia coi bambini, quindi, è l'esigenza di coltivare la curiosità dei bambini.
<<Già da piccolo il bambino si pone tutte le questioni filosofiche che sono dotate di senso: intorno alla vita, alla morte, all'amore, al tempo, al pensiero[7]. I bambini interrogano il mondo molto precocemente, ed è qui il punto di partenza della pratica filosofica. Il metodo della filosofia con i bambini prende le mosse da questo interrogare per iniziare con loro questo percorso. Si tratta, quindi, di non scansare queste domande. La filosofia è intesa qui come questione, e non come sapere, che accompagna la meraviglia e lo stupore di fronte al mondo>>[8].
E allora, il docente non è più dispensatore di un sapere già fatto (<<retorica delle conclusioni>>, dice lo Schwab[9]).
Ma il docente si configura come facilitatore: <<Soltanto il docente, nel suo ruolo di facilitatore del processo dialogico, può aprire un varco e mettere a fuoco questioni e problematiche che appaiono indistinte o confuse, sollecitare chiarificazioni, esempi, argomentazioni, definire criteri, favorire l'autonomia di pensiero e l’impowerment delle risorse personali e del gruppo... Il docente facilitatore, simile a Caronte, accompagna i naviganti in un luogo dove non c'è appagamento bensì inquietudine, quella sana inquietudine del vivere che mai ci rende sazi ma sempre ci spinge sul cammino della ricerca>>[10].
Basterebbe questo compito formativo per giustificare l'impegno della filosofia con i bambini.
La scuola è troppo spesso luogo dove si danno risposte a domande che nessuno ha mai posto[11]: <<Noi non rispondiamo ai problemi che i bambini ci pongono e tergiversiamo attraverso un percorso scolastico che fornisce risposte a domande che egli non si è mai posto. Queste risposta egli deve memorizzare anche se lo interessano poco>>[12].
Ma la proposta della Montesarchio non si limita a questa rivoluzione copernicana che pur basterebbe a giustificarla.
Va oltre.
Indica la strada da percorrere, la metodologia[13] del fare filosofia con i bambini.
La strada è quella di non insegnare la filosofia, così come non si insegnano le scienze, la matematica, la storia ecc., ma di farle fare: fare filosofia, fare matematica, fare storia…
Riferendosi a Kant, la Montesarchio scrive: <<Egli raccomandò esplicitamente che i bambini fossero coinvolti nella ricerca filosofica. Essi non dovrebbero imparare la filosofia ma proprio farla. Dovrebbero “imparare a fare filosofia”>>[14].
E, quasi raccogliendo l’invito di Kant, la Montesarchio precisa: <<Mi impegno a definire un percorso formativo per alunni di V elementare e di I media>>[15].
Fare filosofia, così come fare matematica, fare scienza, fare storia…
Questo fare nasce da un pathos (<<un pathos, una passione comune per la ricerca della verità>>)[16].
<<Essere bambini significa essere filosofi, ossia saper osservare il mondo con occhi gioiosi e spensierati, ma anche essere spontanei, autentici, liberi dalle regole, consuetudini che opprimono l'adulto e spesso lo rendono infelice. Per il bambino, la realtà è colma di novità sorprendenti, per l'adulto è resa scontata dall'abitudine. L'adulto è irrequieto e malcontento perché ha interrotto il contatto con il proprio bambino interiore. Il neonato non sa di essere l'ambiente che lo circonda, non sa di esistere, non sa lo scorrere fra il “prima” e il “dopo”. È un socratico>>[17].
<<I bambini interrogano il mondo precocemente, ed è qui il punto di partenza della pratica filosofica>>[18].
Ma il bambino non può essere abbandonato a se stesso. Ha bisogno di una guida.
Ecco, allora il nuovo compito del docente!
Non più il docente che espone le conoscenze, che le presenta più o meno bene, con la pretesa che esse vadano a imprimersi nella mente degli alunni[19].
Ma il docente che dialoga, perché la verità è una ricerca continua, mai esausta: <<L'uomo misura di tutte le cose. Quale conoscenza se non esiste una verità uguale per tutti? Quale moralità se quel che per uno è bene per un altro è male? Raffaele ha intuito, sulle tracce di Protagora che le cose non hanno una verità di per sé, ma è ciascuno di noi che le rende più o meno vere, più o meno buone>>[20].
Ed allora, il docente facilitatore.
<<Soltanto il docente, nel suo ruolo di facilitatore del processo dialogico, può aprire un varco e mettere a fuoco questioni e problematiche che appaiono indistinte o confuse, sollecitare chiarificazioni, esempi, argomentazioni, definire criteri, favorire l'autonomia del pensiero e l’impowerment delle risorse personali e di gruppo…Il docente facilitatore, simile a Caronte, accompagna i naviganti in un luogo dove non c'è appagamento bensì inquietudine, quella sana inquietudine del vivere che mai ci rende saggi ma sempre ci spinge sul cammino della ricerca>>[21].
Parafrasando il Laeng, la Montesarchio scrive: <<Noi non rispondiamo ai problemi che i bambini ci pongono e tergiversiamo attraverso un percorso scolastico che fornisce risposte domande che… (il bambino) non si è mai posto. Queste risposte egli deve memorizzare anche se lo interessano poco>>[22].
Riassumendo il pensiero di Walter Kohan, la Montesarchio elenca alcuni criteri metodologico-didattici:
<< Della conoscenza occorre un approccio euristico.
<< La conoscenza costruita come un processo euristico implica un’attività di problematizzazione del mondo e di elaborazione di ipotesi e teorie.
<< Partire da una iniziale condizione di dubbio e di problematizzazione per giungere alla formulazione di possibili ipotesi interpretative risolutive.
<< Il cammino nel viaggio della costruzione filosofica non è separato dalla realtà ma estendibile al quotidiano, diventa strumento per orientarci.
<< Conoscenze approcciate essenzialmente come prodotti finiti non costruiscono il sapere.
<< Filosofia con i bambini: questa la grossa scommessa pedagogica in un tempo in cui non si ha più tempo per il dialogo, perché il pensiero riflessivo esige tempo e calma e non è economico>>.
E, allora, una nuova disciplina?
No, ma un nuovo modo di apprendere tutte le discipline, nella prospettiva della formazione di uomini e di cittadini, non sudditi ma liberi.
Come ieri i programmi didattici, oggi le indicazione nazionali prevedono l'Educazione alla convivenza democratica seppure definendola Educazione alla convivenza civile.
Ma l'educazione alla convivenza democratica non è una disciplina a sé stante, bensì il risultato di un'impostazione metodologico-didattica da dare a tutte le discipline, da far costruire ai bambini, sin dalla scuola dell'infanzia, e non da insegnare.
È questa la grande attualità della proposta della Montesarchio che non prevede una nuova disciplina fra le tante della scuola, la filosofia, ma un modo nuovo di essere della scuola, un modo nuovo non dell’insegnare dei docenti, ma dell’apprendere degli alunni, che nei filosofi, come Socrate e Platone, si ritrova come metodo del filosofare.
Un metodo che peraltro dovrebbe essere previsto dalle unità di apprendimento di tutte le discipline di studio.
Questa pervasività della proposta metodologico-didattica della Montesarchio sembra una delle sue valenze più significative che nessun docente dovrebbe trascurare nell’impegnare gli alunni ad apprendere le diverse discipline, ma ponendosi sempre nella prospettiva che è propria del fare filosofia.
In questo impegno, la Montesarchio, con le sue pubblicazioni e con la sua viva, calda, illuminata parola, può costituire un sicuro punto di riferimento.
7 marzo 2005
[1] In particolare, cfr. Philosophy for children di m. Lipman. Vedi peraltro il sito del CRIF.
[2] Come si è visto, una delle sue pubblicazioni è in collaborazione con Michelangelo Riemma: RIEMMA M., MONTESCARHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004
[3] MONTESARCHIO P., La metafisica dei bambini paragonata a quella degli adulti, Morlacchi Editore, Perugia, 2003, p. 7. Le evidenziazioni sono nostre, in tutto i testi citati.
[4] Ivi, p. 9.
[5] HODGKIN R.A., La curiosità innata - Nuove prospettive dell'educazione, Armando, Roma, 1978.
[6] MONTESARCHIO P., Ivi, p. 17.
[7]Come si precisava nei PROGRAMMI DIDATTICI del1985,<<Il programma, necessariamente articolato al suo interno, mira ad aiutare l'alunno, impegnato a soddisfare il suo bisogno di conoscere e di comprendere, a possedere unitariamente la cultura che apprende ed elabora>>.
[8] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, p. 31.
[9] SChwab J.J., Brandwein p.F., L’insegnamento della scienza, Armando, Roma, 1965
[10] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, pp. 31 e 34.
[11] <<L'istruzione non dà risposte senza domande>> (Relazione Fassino del 1982, Par. XXVI). Scrive il Laeng che <<La domanda, in effetto, costituisce formalmente il discepolo: egli è colui che non sa e vuole sapere, e che pone i suoi interrogativi a chi sa, o almeno sa come si può sapere>> (LAENG M., L'educazione nella civiltà tecnologica, Armando, Roma, 1970, p. 100).
[12] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, p. 36.
[13] Il metodo (méthodos ¾dal greco meta (lungo) e hodós (strada)¾ <<la strada che si percorre>>) è il cammino da percorrere per raggiungere una meta. Scrive il Vergnano che il metodo <<è l'insieme di principi, regole, operazioni, pratiche che si adottano e seguono consapevolmente in vista del conseguimento di un fine>>(VERGNANO I., Il problema della società educativa, Paravia, 1975, 92.1).
[14] MONTESARCHIO P., La metafisica dei bambini paragonata a quella degli adulti, Morlacchi Editore, Perugia, 2003, p. 14.
[15] Ibidem.
[16] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, p. 11.
[17] Ivi, ma tratto da: Bernardi M., Scarparo F., La vita segreta del bambino, Salani editore, Firenze, 2004, pagg. 16-31.
[18] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, p. 31.
[19] <<Il maestro>>, si diceva nei Programmi didattici del 1867, <<si astenga dal dare dimostrazioni che in quella tenera età non sarebbero intese. Si limiti ad imprimer bene nelle menti degli scolari le definizioni e le regole…>>(LOMBARDI F.M., I Programmi per la scuola elementare dal 1850 al 1985, La Scuola, Brescia, 1987, pp. 49-50).
[20] RIEMMA M., MONTESARCHIO P., Vedi alla voce “dialogo”, Morlacchi Editore, Perugia, 2004, p. 44.
[21] Ivi, p. 34.
[22] Ivi, p. 36.