FILOSOFIA E BAMBINI


ESTETICA L’esperienza estetica nel dialogo filosofico con i bambini  di Pina Montesarchio

 

- Forme del filosofare con i bambini -

 

Comunicazione dell’Autrice al Convegno di Villa Montesca di Città di Castello (PG)

- 31 marzo-3 aprile 2005 -

 

Non è facile parlare del bello e del brutto.

Soprattutto per bambini di Scuola Primaria[1], dove il dialogo filosofico conserva di filosofico solo il tentativo di spiegare il "cos'è" il bello e il brutto attraverso le immagini, poiché i bambini fanno uso spontaneo della metafora nel loro ragionamento intorno ai concetti astratti. La metafora, infatti, si rivela come attrezzo importante per il ragionamento concettuale.

"Non esiste pensiero senza immagini", afferma De la Garanderie[2], "l’immagine mentale è la materia della comprensione e della memorizzazione". Le immagini, siano esse auditive o visive, influenzano i nostri processi di pensiero, la nostra capacità di comprendere, di apprendere, di memorizzare, e via dicendo[3].

E, tuttavia, perché le immagini possano costituire strumenti efficaci di comunicazione e di ricerca filosofica (coadiuvando il rigore di un corretto e fecondo metodo di esercizio del proprio spirito) è necessario che esse permettano a ciascuno di elevarsi dalla particolarità del proprio vissuto ed allargare il proprio io. Le proprie immagini devono dunque costituirsi in modo da potere interagire con le immagini degli altri: farsi dialogo.

Le immagini devono divenire i luoghi dello scambio.

L'obiettivo del lavoro filosofico è raggiungere una forma autentica di dialogo. E perché questo accada, ciascuno degli attori deve essere chiamato in causa dalle parole dell'altro. Le immagini devono potersi agganciare alla rete carica di significati in modo da poter costituire il punto di incontro, e di snodo, tra le reti che veicolano i flussi del pensiero di più attori.

E poiché la filosofia non ha verità da insegnare, ma ricerche da compiere, le immagini si rivelano feconde.

Nessuna commistione con la letteratura, tuttavia. Il campo rimane distinto, perché la filosofia ha come obiettivo l'esercizio critico del pensiero: le immagini possono essere gli snodi del pensiero, i suoi strumenti di coagulo e di scambio. Ma devono essere gettate via, quando la vita del pensiero le supera. Le immagini della filosofia non aspirano all'eternità. Esse devono passare, perché la vita del pensiero, fissatasi in esse, non si arresti.

L'immaginazione non è quindi l'arte di immaginare qualcosa che non c'è o che non so, qualcosa che posso "soltanto immaginare", ma più semplicemente l'arte di produrre immagini, siano esse immagini della realtà presente, o passata (conservate presenti in modo virtuale nella memoria), o immagini create dalla nostra mente con l'intervento più o meno chiaro della memoria (per esempio quando, vedendo un armadio ben chiuso, proviamo a immaginarne il contenuto o a indovinarne il colore delle pareti interne).

Ecco allora una possibile interpretazione dell'immaginazione: non una facoltà creativa in senso proprio, ma un continuo lavorio della mente che acquisisce informazioni dal mondo esterno e le rielabora nel mondo interno. Un continuo scambio tra immagini presenti, attuali, e immagini virtuali, memorizzate, un continuo flusso avanti e indietro tra la realtà vissuta momento per momento e la sua traccia virtuale nella memoria, che tuttavia è anch'essa vissuta nel presente, non certo nel passato, in una sorta di mondo parallelo, vivo e presente come l'altro, ma appartenente solo alla nostra coscienza, legato alla nostra soggettività individuale.

“La nostra eredità razionalista ha condannato l’immagine mentale”.[4]

Nella tradizione del pensiero filosofico si incontra spesso la tendenza ad ignorare ed emarginare ciò che non è "logico", inteso come il ristretto territorio "razionale" nell’uso stesso della parola.

I bambini, nel filosofare, vivono un ragionare sofferto, che li costringe a rivedere conclusioni affrettate, luoghi comuni, a scavare dentro, oltre la superficie, che trova soccorso nelle immagini. E concludere, infine, che “è bello ciò che sa ritrarre la sofferenza”, la bellezza come testimonianza del dolore. Bello è ciò che testimonia il dolore.

I bambini hanno da insegnare molto agli adulti, più di quanto gli adulti pretendono di insegnare loro.

Educare all’ascolto, educare chi, i bambini?

Non solo, l’adulto anche e soprattutto ha da saper ascoltare il bambino, laddove l’ascolto è qualcosa di più del semplice prestare attenzione.

La prospettiva dovrebbe essere: ti ascolto, bambino, perché ti riconosco che hai delle verità da comunicarmi.

Nikolaj Berdjaev ebbe a dire di Dostoevski "forse la filosofia ha insegnato poco, ma la filosofia ha molto da imparare da lui".

Parafrasando il pensiero di Berdjaev, potremmo dire che “la filosofia ha insegnato poco ai bambini, ma la filosofia ha molto da imparare dai bambini”.

Gli alunni avevano ragionato sulla bellezza, quella interiore ed esteriore.

E poi, servendosi di immagini, della bellezza avevano saputo trarre gli aggettivi che meglio potevano chiarire il che cos’è.

E dunque, una strada asfaltata è bella rispetto a quella rotta perché sicura.

La bellezza è sicura.

E ancora, l’immagine di un portapastelli, se sciupato è brutto, la bellezza, dicono i bambini, è cura.

E poi, la violenza contrapposta a un abbraccio.

I bambini sono molto coinvolti nel riportare immagini che così semplicemente chiariscono concetti complessi.

La violenza è il brutto, l’amore è la bellezza.

Chiedo agli alunni, (perché anch’io coinvolta in questo ragionare e adesso davvero vorrei capire perché risposte non ne ho), “E una foresta distrutta è qualcosa di bello o di brutto?”

“Brutta è l’azione dell’uomo se interviene ad uccidere quell’albero e la natura, è una bella cosa se la difende”, rispondono.

E l’immagine di un bimbo che piange?, chiedo ancora.

E’ bello ciò che è accogliente o ciò che riteniamo val la pena di essere conservato?

“L’immagine di un bimbo che piange è bello perché sta a provare che lui davvero soffre”, dicono i bambini.

“Dipende da come lo guardi”, osserva uno di loro.

In altre parole, bello è ciò che testimonia il dolore!

Dostoevskijanamente, "la bellezza salverà il mondo" solo nel farsi memoria della vita offesa.

“Una cosa è bella se dice la verità”, aggiunge una bambina.

Non è facile sostenere la capacità del bello di rivelare la verità, soprattutto in una società che tende sempre più all’omologazione, dove la ricerca di significato è intralcio.

Il mondo di oggi rifiuta di riconoscere questa pretesa, rifiuta di riconoscere la bellezza come possibilità di scoperta delle cose e si accontenta di consumare tutto abituandosi al brutto.

Si tratta, invece, di recuperare il senso di partecipazione alle sofferenze di ogni uomo, di "sentire dentro di sé il dolore e la fragilità dell'altro.

E sentirli come propri. Anzi, sperimentare una sorta di assurda volontà di sostituzione, un bisogno apparentemente irragionevole di risarcire l'altro per il nostro essere risparmiati.

La bellezza sostiene la speranza dell'uomo e indirizza il suo sguardo all'orizzonte del proprio riscatto.

Ma, allora, la bellezza che salverà il mondo è quella stessa bellezza tanto antica e sempre nuova di cui parla Agostino. Così che il silenzio del principe Myskin di fronte alla domanda di Ippolit "Quale bellezza salverà il mondo?" si ricollega al silenzio di Cristo di fronte alla domanda di Pilato "Che cos'è la verità?" Come Gesù non risponde a questa domanda se non con la sua stessa presenza, così Myskin (che rimane affettuosamente vicino al giovane, ormai prossimo alla morte per via della tisi) sembra indicare, con la propria silenziosa presenza, che la bellezza che salverà il mondo è lo stesso amore che condivide il dolore.

Il protagonista di Dostoevskij nel suo romanzo L'Idiota, Ippolit, dice: «Verrà la Bellezza e salverà il mondo». Perché mai la Bellezza avrebbe la possibilità di salvare il mondo?

Come potrebbe farlo la bellezza se in questi tempi bui di guerra e sequestri sembrano non poterlo neppure il coraggio o la generosità?

"Si disse: quando un giorno l’assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta – quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino – sarebbe uscita in strada e, tenendolo davanti al viso, l’avrebbe fissato spasmodicamente per vedere solo quello, per vederlo come fosse l’ultima cosa che voleva conservare, per se stessa e per i suoi occhi, di un mondo che aveva ormai smesso di amare. Sarebbe andata così per le strade di Parigi, la gente presto avrebbe cominciato a conoscerla, i bambini l’avrebbero rincorsa, derisa, le avrebbero tirato oggetti addosso e tutta Parigi l’avrebbe chiamata: la pazza con la violetta”[5].

Allorché un mio alunno ebbe a dire che l’immagine di un bambino che piange è bella perché dice della sua sofferenza, aggiunse, “ma dipende da come guardi l’immagine, se vuoi capire perché lui soffre”.

Il suo sguardo era luminoso mentre mi parlava.

La bellezza è brivido.

La capacità di rabbrividire di fronte a ciò che ci sta davanti, è nient'altro che lo stupore e la gioia esplosiva di fronte alla bellezza che vedo, che rintraccio nell’altro, sia esso persona, o immagine, o cosa.

Le emozioni...[6]

Dove trae origine l'emozione nel volto del mio piccolo alunno?

Da un ragionare severo intorno a un problema serio come il maltrattamento dei bambini?

O c'è dell'altro?

E perchè questo "altro" non sempre viene fuori?

Cosa lo esclude...cosa lo censura?

Talvolta parlo ai miei alunni dei "Tranelli del pensiero", così li chiamo.

C'è un uomo in maglietta a maniche corte e pantaloncini, allora fa caldo. Non è detto, la logica segue un suo corso, sorda talvolta alle eccezioni, tutto generalizza, tutto appiattisce.

Si avverte la necessità di superare il pregiudizio che oppone l'intellettuale all'affettivo, la parola che dice la verità a quella che suscita gli affetti.

I miei alunni sorridono commossi alla vista delle piccole piantine che, appena sbocciate dai semi di fagioli, delicate, si sollevano dall'ovatta imbevuta d'acqua.

La nascita ha da commuovere sempre.

E noi educatori dovremmo più frequentemente ricordarlo.

La nascita di una piantina, oppure di un bimbo o di un sorriso, o anche di un'emozione, ha da commuovere.

Si tratta, allora, di favorire la domanda e l’emozione, quell’emozione che si carica di stupore e di domanda, che non ha una natura patologica, ma, anzi, serve a convertire lo sguardo.

Dunque, la bellezza ha la possibilità di salvare il mondo perché la bellezza ha la possibilità di riconvertire lo sguardo dell'uomo sul mondo, perché la bellezza non è nelle cose, ma nello sguardo di chi le guarda amandole.

Agnes, afflitta dall’incapacità di amare le persone (perché sente che con loro non ha niente in comune), non riesce neppure a vederne la bellezza, quel tipo di bellezza che, come un miracolo, fa ciascuno diverso da ogni altro; per questo immagina di doversi ridurre un giorno a fissare una violetta, uno stelo delicato col suo minuscolo fiorellino.

"L’occhio è il lume del corpo", scrive S. Paolo, e S. Agostino osserva che "L’amore rende belli": solo quando amiamo vediamo la vera bellezza, con una capacità che è insieme ottica ed etica.

Ovvero, da uno sguardo di dominio ad uno sguardo di meraviglia. E la possibilità di questa riconversione operata dalla bellezza è la medesima riconversione da cui si origina la domanda di Filosofia. Infatti, Filosofia nasce dalla meraviglia; solo la meraviglia fa nascere a sua volta la possibilità interrogante. Arrivare all’idea di una bellezza che suscitando stupore e meraviglia svela le cose, e perciò va ricercata come mezzo di conoscenza. E da lì non potrà che avere inizio sia la sua dimensione etica che la sua dimensione interrogante. In questo senso, allora, Estetica, che chiede di bellezza, che riconverte lo sguardo, non potrà che essere all'origine della dimensione etica. Estetica dunque, come madre dell'Etica.

Lenin ebbe una volta a dire: «È l’ora in cui non è più possibile sentire la musica, perché la musica fa venire desiderio di accarezzare la testa ai bambini, mentre è venuto il momento di tagliargliela».

Dal suo punto di vista aveva indubbiamente ragione. Tra il bello e il bene esiste un legame misterioso, inafferrabile, ma indistruttibile. È evidentemente per questo che i regimi totalitari hanno spesso gettato il sospetto sullo sguardo rivolto alla bellezza, accusato volta a volta di distrarsi dalle ingiustizie umane o di “reificare” l’oggetto contemplato.

E’ opinione comune che la filosofia non serva a nulla. L’estetica, trattando filosoficamente di realtà del tutto inutili se non immaginarie, come le opere d’arte o il bello naturale, dovrebbe servire ancora meno. Ma come la filosofia, pur nella sua inutilità o, meglio, inutilizzabilità, a differenza di altri saperi è capace di indagare i presupposti e i confini del proprio orizzonte comprensivo, così l’estetica, pur occupandosi di immagini e sensazioni, priva quindi persino di certezza conoscitiva, non solo di utilizzabilità pratica, rivela addirittura l’orizzonte veritativo, il senso sovrasensibile delle cose.

 11 aprile 2005


[1] Le esperienze qui richiamate fanno riferimento al progetto “Filosofare con le bambine e i bambini” Alunni delle classi III del II Circolo Didattico “G. Mazzini” Frattamaggiore –Napoli-

[2] De la Garanderie A., I profili pedagogici. Scoprire le atittudini scolastiche, La Nuova Italia, Firenze, 1991, p.55.

[3] "L’essere umano ha l’abitudine di alimentare il suo atto di riflessione tramite una categoria determinata di immagini di cui si può dire che finiscono per essere utilizzate in modo esclusivo. Dopo un concerto, chi utilizza il metodo visivo evoca le immagini visive che la musica gli ha fatto riecheggiare. Dopo la visita ad un museo, chi utilizza il metodo auditivo evoca ciò che si è detto guardando le cose". ibidem, p.53,

[4] De La Garanderie A., I profili pedagogici, La Nuova Italia, Firenze, 1991 p.54.

[5] Kundera M., L’immortalità, RL libri, Milano, 1999.

[6] Avvertiamo emozioni ogni volta che dobbiamo fare scelte e prendere decisioni, e queste scelte e decisioni sono i confini principali del giudizio. In realtà, il ruolo dell’emozione è così importante per il pensiero –sia per quello che conduce al giudizio che per quello che porta lontano da esso- che sarebbe difficile separare l’una dall’altro. Infatti, essi possono essere completamente indisgiungibili; possono benissimo essere identici, nel qual caso sarebbe perfettamente sensato affermare che l’emozione è la scelta, è la decisione, è il giudizio. E’ questo tipo di pensiero che chiamiamo “orientamento al valore” (caring), quando esso ha a che fare con ciò che è importante. (Casentino A.,  Filosofia e Formazione, 10 anni di philosophy for children in Italia 1991-2001, Liguori Editore, Napoli, 2002).