FILOSOFIA E BAMBINI


FILOSOFIA E FIABE NELLA SCUOLA PRIMARIA di Pina Montesarchio

Ossorio A., Il magico anello di Bastet, Mirò, Chiaravalle, 2005 - Fiera del libro – Frattamaggiore(NA) - 27-29 maggio 2005 - Presentazione di Pina Montesarchio

 

Esmeralda è una bambina che già conoscevo, dove l’ho incontrata ve lo dirò poi. …Era una splendida giornata ed Esmeralda se ne stava seduta in giardino, sotto un grande albero di ciliegio, a godersi l’aria tiepida e il profumo dei fiori.
Chiunque avrebbe scommesso che la bambina non avesse nessuna preoccupazione. Ma quel tale si sarebbe sbagliato…
I pensieri di Esmeralda erano tanti. - Perché gli elefanti anziché trascinarsi la proboscide nella polvere non se la annodano in un bel fiocco? - Alle fragole secca essere mangiate? E ancora… - Di cosa sarà mai piena la luna piena?
Ancorché presentavo il libro a bambini di 4 elementare, (II Circolo Didattico "G. Mazzini" Frattamaggiore) apparve chiaro da subito che per scrivere un libro così, occorre che l’autore sia ancora un po’ bambino, capace di vivere la meraviglia e le domande, e che la sua fantasia sia invenzione buona, di quella che fa ridere, che rende curiosi…altra è la menzogna, osservava un bambino, "Perché la menzogna fa male”. Perché scegliere di fare del male?, chiedeva Silvana, soltanto 9 anni. E io, forse contrariamente a quanto lei s’aspettava, le dico: Chi deve dare questa risposta? Il suo compagno di banco, Pietro, risponde: I grandi, gli adulti.
No, interviene Antonio, “La risposta ce l’hanno quelli che fanno del male, sono loro che devono spiegare perché lo fanno”.
Soltanto 9 anni, ho ripetuto la loro età ad alta voce, perché mi sembrava di smarrirla mentre li ascoltavo. La mia pratica quotidiana con i bambini è interamente calata nella promozione e nell’ascolto delle loro domande e possibili risposte e conosce bene le insidie che nasconde il ruolo di facilitatore, allorché si corre il rischio di imporre al discorso una certa direzione, talvolta estranea al pensiero dei bambini. Un dirottare che non sempre si riesce ad evitare, prenderne coscienza è già un passo avanti. La mia provocazione continua: Perché non ci riescono? Maria Teresa, che era rimasta in silenzio, dice “Perché gli manca una domanda, gli manca un perché”. Vedete di quanta potenza filosofica vive la domanda di Silvana e la risposta di Maria Teresa.
Cosa sono le domande, quelle di Esmeralda o anche quella di Silvana, che si chiede come mai alcuni scelgono di fare del male? Mi riferisco a quelle domande che hanno a che fare con questioni di senso e di significato. Cosa rappresentano le domande? La prospettiva di chi vive il dialogo filosofico con i bambini dovrebbe essere: ti ascolto, bambino, perché ti riconosco che hai delle verità da comunicarmi attraverso le tue domande. Nikolaj Berdjaev ebbe a dire di Dostoevski "forse la filosofia ha insegnato poco, ma la filosofia ha molto da imparare da lui". Parafrasando il pensiero di Berdjaev, potremmo dire che “la filosofia ha insegnato poco ai bambini, ma la filosofia ha molto da imparare dai bambini”. Suggestive le parole di Luca, un giorno in cui a scuola si discuteva di bellezza: “L’immagine di un bimbo che piange è bella perché sta a provare che lui davvero soffre”. “Dipende da come lo guardi”, osservava Simone. “Una cosa è bella se dice la verità”, aggiungeva Valeria. Non è facile sostenere la capacità del bello di rivelare la verità, soprattutto in una società che tende sempre più all’omologazione, dove il significato è intralcio. Il mondo di oggi rifiuta di riconoscere questa pretesa, rifiuta di riconoscere la bellezza come possibilità di scoperta delle cose e si accontenta di consumare tutto abituandosi al brutto.
Dentro di me fanno eco le parole di Simone “dipende da come lo guardi”. Si tratta allora di accettare la prospettiva di un bambino e il suo invito a riconvertire lo sguardo dell'uomo sul mondo, perché la bellezza non è nelle cose, ma nello sguardo di chi le guarda amandole.
Ovvero, da uno sguardo di dominio ad uno sguardo di meraviglia.
Parlo di un ascolto di noi grandi che sia capace di rintracciare nel pensiero dei piccoli, piccole verità per gli adulti. Parlo di un'attenzione per ciò che il bambino ha da dire, per le sue ipotesi sul mondo, per le possibili soluzioni che egli dà. Sguardo pulito, non ancora calati nelle logiche interessate degli adulti e dei potenti, i bambini, come i poveri, hanno da dire qualcosa di importante su questa nostra vita in questo mondo.
Walter Omar Kohan afferma: “E se ascoltassimo un po’ di più coloro che pensiamo che non hanno niente da dirci?”
Da qualche anno, dal 1999 mi occupo di filosofia con i bambini, e nei miei libri vado raccogliendo le tracce di questo interrogarsi che noi adulti qualche volta censuriamo invece che promuovere. “Maestra, ma quando non c'era nulla nulla... che c'era?”, mi chiese diversi anni fa un bimbo di 5 anni. Il problema vero non è insegnare ai bambini a porre domande, ma saperle accogliere rispondendovi in modo non definitivo. In realtà il problema è degli adulti e della loro metafisica. I bambini sollevano il problema, e gli adulti non sanno cosa dire, perché da tempo hanno scansato le domande per se stessi. Le hanno lasciate al prete oppure alla scienza, poiché anche la fede si alimenta e cresce nel dubbio. Altro è il fanatismo ideologico. La domanda è un atteggiamento rivoluzionario, di grande ribellione verso il già dato, verso l’ovvio, i luoghi comuni. Fare filosofia coi i bambini suppone ed esige che si affermi che un altro mondo è possibile, come scrive Walter Kohan.
Il solo fatto di pensare controcorrente già è affermazione di un altro mondo. Dal pensiero nasce un altro mondo: non un mondo ideale, ma un mondo nel quale già siamo in altro modo.
“Perché sul pacchetto di sigarette c’è scritto “Nocivo alla salute” e poi le vendono?” “Perché le fabbriche di armi e poi si scende in piazza a gridare “pace…?” Queste sono domande di bambini, cariche meraviglia, quella che sembra non appartenere più agli adulti.
Chi deve dare una risposta?
Di nuovo, “La risposta ce l’hanno quelli che nonostante si grida PACE continuano a costruire armi”,  dicono i bambini. La domanda, contrariamente a chi vorrebbe contestare il filosofare nella scuola primaria, è più a casa sua nei pensieri dei bambini piuttosto che negli adulti.
La domanda vuole che ci si fermi, sia pure un attimo, a pensare. Socrate era in cammino verso la casa di Agatone, (ne parla Platone nel Simposio) era insieme a Aristodemo, poi si fermò a pensare e l’altro si avviò da solo. Ecco, questo fermarsi trattenuti dalle domande, così familiare a Esmeralda seduta sotto l’albero di ciliegio, familiare a tutti i bambini, questo fermarsi è intralcio, è poco economico, ci fa ribelli e forse a qualcuno (quelli fanno televisione e/o anche a quelli che fanno politica) la cosa non piace.
Poiché una moltitudine che non capisce è il bene più prezioso di cui può disporre chi ha interesse a manipolare le folle. Le frasi fatte sono modi di sottrarsi alla realtà, di dire no agli avvenimenti. Interrogarsi, pensare è porsi continuamente di fronte alla scelta fra il giusto e l’ingiusto, fra i bello e il brutto.
Chi pensa si dissocia, dissente, apre lo spazio a un luogo “dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. Dunque, bisognerebbe essere sempre in compagnia di una domanda… La domanda ci impone di riflettere, è una pausa… E non vogliamo domande importate, o peggio, pacchetti di verità confezionate, vogliamo un tempo e uno spazio per i nostri perché.
Vogliamo un tempo e un luogo per dire, insieme ai bambini, delle nostre domande e ancora un tempo e un luogo per cercare insieme di dare a quelle domande una risposta che sia condivisa, che sia espressione alta di uno stare insieme secondo uno spirito democratico, di vera partecipazione.
Ritorniamo al libro…Un magico intruglio di una strega cattiva trasforma Esmeralda in un gatto. Che dire delle nostre trasformazioni quotidiane? Un diventare altro che non sempre è diventare ciò che già si è, delle volte è tradire quella che è la nostra intima, profonda vocazione. La domanda…solo la domanda, l’interrogazione esistenziale, la domanda filosofica “sostiene la vita che si è, restituisce la vita che non si è…” come afferma Pino Ferraro. Esmeralda diventa gatto…non perde di vista il suo essere bambina…perché non perde di vista le sue domande. Scrive Antonella Ossorio nella sua bella favola: "Il fatto di essersi trasformata in micia, non le aveva fatto perdere la sua curiosità, nè l'abitudine a porsi domande. Adesso però erano domande di un genere un po' diverso... - Se la gatta, a furia di andare al lardo. ci lascia lo zampino, non potrebbe lasciar perdere e andarsene a fare una scampagnata? - La maggior parte del suo tempo, però, la impiegava lambiccandosi il cervello sul modo di tornare a essere una bambina. Un giorno, ne era certa, ci sarebbe riuscita. ma quel giorno non arrivava mai". La domanda è ricerca e la ricerca è fatica. Esmeralda aveva notato che la farfalla aveva puntini sulle ali, “…Si fa presto a dire puntini, ma quanti saranno?”
Era arrivata a contare a 399, quando la farfalla, senza alcun riguardo per la fatica di Esmeralda, si alzò in volo e andò a posarsi su una corolla di un fiore che si trovava poco distante.
Antonio, un bambino di 8 anni, III elementare, coinvolto nella lettura del libro, suggeriva a Esmeralda di non perdersi d’animo, di inseguirla e continuare a contare i puntini. “Se mette un segno là dove è arrivata a contare, poi può riprendere, altrimenti come fa?”, osservava Arcangelo. In quell’avventura che si chiama vita, si può non iniziare daccapo, è possibile che altri ci lascino un segno e noi da lì a riprendere la fatica…?
Quantunque altri abbiano a lasciarci segni e noi a continuare in questa avventura che si chiama vita, quei segni dobbiamo fare nostri, attraversarli con le nostre domande.
Esmeralda, la protagonista del libro di Antonella Ossorio, l’avevo già incontrata, nei volti carichi di meraviglia dei bambini che ho conosciuto in questi anni, volti apparentemente assenti, raccolti nelle tante, infinite domande che il mondo dei grandi spesso rifiuta di ascoltare.