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FAMIGLIE,ENTI LOCALI E ASSOCIAZIONI |
GENITORI: RUOLO DIFFICILE di Antonella Pusateri
La valenza educativa di un no
Essere genitori è sempre stato un compito molto difficile.
La difficoltà in tal senso è intrisa nel dover sempre scegliere e perciò sforzarsi di capire in maniera responsabile cosa sia giusto o meno per un figlio.
Ma se il ruolo genitoriale era già di per sè gravoso in epoche passate, quando le società erano più semplici, quando i beni di consumo erano notevolmente inferiori e si riducevano al puro bisogno di sussistenza, quando le pretese dei figli erano quasi nulle poiché la prole più facilmente si piegava ai “voleri” o, se più ci piace, ai suggerimenti del capofamiglia, oggi lo è ancora di più, in virtù di una società complessa, che non si accontenta: la società del consumismo, la società del “ tutto e subito”.
Più di ogni altro momento del passato oggi si è riconosciuto quale bene prezioso siano i figli, i minori.
Quella odierna è l’“era del bambino”, tutto ruota intorno a lui.
La mobilitazione a favore dell’infanzia va dalla difesa dei diritti degli stessi ai cibi, ai vestiti, ai giocattoli studiati su misura.
Io per prima affermo: “meno male che sia così”; io per prima grido: “giù le mani dai bambini”.
Ma sull’altro fronte, quello che attiene al momento educativo, temo che gli adulti, ed in particolare mi rivolgo ai genitori, si siano un attimo lasciati prendere la mano dalle richieste pressanti, spesso capricciose dei loro figli.
Temo che la consapevolezza da parte di tutti che il bambino non è una “tabula rasa”, che non è “un piccolo uomo”, abbia dato luogo ad un permissivismo delle figure genitoriali nei confronti del figlio che non può assurgere assolutamente a principio educativo.
Credo che ci siamo talmente riempiti la testa di determinati concetti, quali “preservare dai traumi l’infanzia”, che alcuni di noi hanno paura di provocare un trauma al proprio figlio se questi dovesse essere mandato a scuola (ed intendo la scuola media, se non addirittura quella elementare ) senza il telefono cellulare.
Certamente compito di un genitore è garantire al figlio un sostegno emotivo e materiale, garantire un’esistenza priva di disagi, ma può essere interpretato come “causa di disagio” il fatto di non poter comprare al figlio lo stesso zaino che porterà in classe l’intero gruppo dei compagni?
E’ giusto, ma fondamentalmente è educativo per un figlio sentir dire dai propri genitori “devo dare a mio figlio tutto ciò che non ho avuto io”?
Non si arriva così a causare maggiori disagi più tardi, quando, crescendo e aumentando i bisogni dell’individuo, il ragazzo si rende conto che nella vita poi non tutto arriva servito su un piatto d’argento?
Se un bambino non ha mai sperimentato una “crisi” che un “no” di un genitore può causare, se non ha mai imparato che nella vita spesso ci si trova a fare delle rinunce, seppur banali, come riuscirà a districarsi nella società da adulto quando dovrà contare unicamente sulle sue forze e dovrà fare meno affidamento, o non dovrà farne per niente, sulle spalle dei genitori?
Siamo davvero cosi sicuri che, una volta cresciuti, i nostri figli ci ringrazieranno per averli assecondati in tutto, per averli forse anche viziati un po’?
Il compito della figura genitoriale è anche quello di insegnare ai figli a gestire la “ crisi”, muovendo dall’assunto che ogni crisi promuove essa stessa la messa in atto di quei meccanismi di esplorazione interiore del sé e dell’ambiente tutt’intorno, che consentono di vincere la frustrazione.
Il disagio che una determinata situazione crea durante la primissima infanzia (l’allontanamento temporaneo di un genitore, il mancato soddisfacimento immediato di un desiderio) permette il rafforzamento dell’io, attraverso la ricerca in se stessi e nell’ambiente esterno di una fonte di appagamento, attraverso la scoperta delle proprie capacità e limiti.
E se quanto sostenuto finora è vero durante l’infanzia, diventa legge negli anni adolescenziali.
A questa età è direi “fisiologico” lo scontro con la figura adulta, sia esso il genitore o l’insegnate.
Vengono a cadere tutti gli ideali che il figlio si era fatto sul genitore, che a sua volta non è visto più come l’essere perfetto che era fino a poco tempo prima.
L’adolescente non condivide nulla di ciò che il genitore gli suggerisce, lo contrasta in tutto e per tutto, è avverso a regole di ogni tipo; eppure è in tale avversità che dimora, paradossalmente, la ricerca della stessa regola, di una legge.
Nell’età che va dai 14 ai 18 anni si sogna di vivere liberi da qualsiasi imposizione, e fa male la consapevolezza di dover comunque sottostare alla figura adulta per ovvie ragioni, ma inconsciamente, nella parte più profonda di sé, l’adolescente sa di aver bisogno della regola, di un freno da parte dell’adulto e lo pretende.
In realtà è più che altro un bisogno di rifugiarsi presso qualcuno nei suoi momenti di difficoltà, è un bisogno di essere protetto che il ragazzo avverte nei genitori solo quando questi si mostrano non molto permissivi nei suoi confronti, perché è cosi che egli capisce che qualcuno si preoccupa per lui, che non è solo al mondo con le sue paure, dettate dal corpo che cambia, dalla continua ricerca di se stesso, dal raggiungimento dei suoi sogni.
Ecco perché un “no”possiede una forte valenza educativa ed aiuta a crescere.
Con questo non si vuole incoraggiare nessun autoritarismo; non perdiamo mai di vista il concetto che le battaglie con i nostri figli si vincono in genere con l’autorevolezza, perché è solo ragionando, è solo attraverso il confronto e lo scambio delle diverse opinioni nella relazione genitori – figli, che si può far comprendere il punto di vista di chi, per esperienza, vuole mettere dei paletti nella libertà dei più inesperti, anche attraverso un “no”.
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