FAMIGLIE,ENTI LOCALI E ASSOCIAZIONI


Genitori e  scuola di Antonella Pusateri
L’esigenza di cooperare 

 
Durante un piacevolissimo quanto inaspettato incontro con Umberto Tenuta, si discuteva sul ruolo che la famiglia e, in particolare, i genitori sono chiamati ad assumere nell’educazione dei figli.
Ad una mia lamentata ipotesi che i genitori oggi non sappiano più fare i “genitori”, che non vogliano più assumersi la responsabilità dell’educazione della propria prole, delegando di continuo  ad altre agenzie formative la funzione primaria che invece, proprio in quanto genitori, spetta loro, Umberto Tenuta  mi rispondeva con un tono che mascherava una certa indignazione.
Dal suo punto di vista dagli anni ’70 ad oggi si è assistito ad una lenta seppur continua distruzione della famiglia, portatrice di valori e punto di riferimento indispensabile ed essenziale per la formazione dei giovani.
La scuola dovrebbe garantire la cooperazione con le famiglie sostenendole nell’assunzione  matura e responsabile del ruolo genitoriale, ma in realtà poco o nulla si preoccupa di orientarle nella gestione dei momenti educativi, dando quasi l’impressione di rifiutare qualsiasi “intrusione” da parte delle famiglie stesse all’interno di essa.
A causa della mancanza di tale sinergia, si perde la possibilità di giungere ad una visione integrata del bambino, visione fatta di scambi, confronti ed arricchimenti reciproci tra le due più importanti agenzie formative, che si occupano della presa in carico del bambino negli anni più importanti per lui dal punto di vista formativo e della costruzione della sua identità.
Molti non sanno, o si rifiutano di credere,  che il bambino può assumere atteggiamenti diversi ed a volte molto in contrasto tra essi, a seconda dei luoghi in cui si trova.
Un bambino può essere buonissimo in famiglia ed un vero “monello”invece a scuola, e cosi è vero anche il contrario.
Queste dinamiche comportamentali in un soggetto in età evolutiva possono accendere diatribe tra genitori ed insegnanti, portare a delle prese di posizioni reciproche, nelle quali si rimane convinti ognuno della propria malsana idea che l’uno non capisca l’altro e tanto meno conosce e comprende i bisogni del  bambino, oggetto di discussione.
Da un lato gli insegnanti lamentano la difficoltà di tenere a bada un bambino che disturba in classe e non rispetta le regole, dall’altro i genitori si sentono offesi, poiché non possono credere che il loro bambino, a casa ubbidiente e maturo, abbia a scuola comportamenti da piccolo “bullo”.
La conseguenza diretta di ciò è l’avere due visioni diverse riguardo allo stesso bambino. L’incapacità di accettare che le due visioni  altro non siano che le due facce di una stessa medaglia porta ad una rottura nei rapporti tra la scuola e la famiglia, con conseguente allontanamento dell’una dall’altra.
Tutto ciò lede poi gli interessi della scuola, e ancor più  quelli della famiglia nel suo complesso, provocando una lesione profonda nel piccolo in oggetto.
Saranno infatti lesi i diritti all’istruzione del piccolo, in quanto non saranno disposte a suo favore tutte le strategie atte a portare ad una visione univoca, integrata e completa del suo essere soggetto di educazione.
La scuola e la famiglia saranno da lui viste come due mondi distinti e abbastanza lontani l’uno dall’altro e sarà perciò incapace di pensarle come facenti parte di una stessa linea, in quel continuo
rimandarsi l’una all’altra, così come dovrebbero, in quanto ambedue agenzie educative per eccellenza.
Non è certo questo il clima nel quale gli operatori scolastici dovrebbero stilare un Progetto Educativo Individualizzato, (o, meglio, Piano Educativo Personalizzato) che, in quanto tale, è da intendersi “a misura” del bambino cui si riferisce, onnicomprensivo di tutte le realtà del macro e del micro sistema nelle quali il bambino agisce e dalle quali è sostenuto.
Dal momento che la famiglia e la scuola rimagono confinate ognuno nelle proprie posizioni,  finiscono per perdere di vista quella che è la loro vera ed unica funzione, cioè assicurare, raggiungere e mantenere il benessere psico-fisico dell’educando. I docenti molte volte non predispongono alcuna azione volta a far andare i genitori a scuola.
A volte tra gli stessi insegnanti viene meno il principio della collegialità, per cui meglio si comprende, partendo da tale situazione, come la cooperazione con la  famiglia non goda  a scuola della considerazione che merita.
Spesso i docenti allontanano le famiglie anche attraverso quell’atteggiamento non esplicitato chiaramente di coloro che si pongono su di un piano di superiorità rispetto ai genitori, come se essi fossero gli unici detentori della capacità di educare, per cui non accettano critiche e suggerimenti che invece potrebbero rivelarsi estremamente costruttivi. Questo gioca maggiormente a scapito di quelle famiglie che, non possedendo un  titolo di studio elevato, soffrono della consapevolezza di non poter competere con gli insegnanti su di un piano culturale “orizzontale”.
Allora, è davvero giunto il momento che  la scuola accetti i suoi limiti e muova i primi passi verso la cooperazione con le famiglie, impegnandosi affinché i genitori comprendano che  sono loro i primi educatori dei loro bambini e sono anche gli unici ad avere la possibilità di seguirli costantemente per tutta la vita.
Non c’è nella famiglia, intesa come agenzia formativa,  quell’alternanza di educatori  che invece è naturale esista  nelle altre agenzie educative, per il riciclo del personale, per i trasferimenti etc.
Se la scuola per prima farà il gesto di riconoscere ai genitori la responsabilità dell’educazione dei figli e, insieme ad essa, la comprensione dell’importanza del ruolo loro spettante nel momento in cui mettono al mondo un bambino, avremo sicuramente dei genitori più attivi nella sua educazione.
Infatti, il genitore prenderà coscienza del suo diritto/dovere, riconosciuto dall’art. 30 della Costituzione, di garantire per i propri figli la migliore istruzione possibile, e questo significherà anche avere parte attiva in tutti quei contesti che a diverso titolo se ne occupano.