FAMIGLIE, ENTI LOCALI E ASSOCIAZIONI

FAMIGLIA E SCUOLA
di Angela Rigamo

La relazionale disfunzionale scuola-famiglia

Un docente,notando un calo di apprendimento da parte di un alunno convoca i genitori chiedendo loro di seguire maggiormente il figlio a casa ,i genitori si irrigidiscono nelle loro posizioni e addossano alla scuola tutta la responsabilità dell’insuccesso scolastico del figlio:questa è una situazione abbastanza frequente in ambito scolastico e chiunque eserciti la nostra professione conosce bene.Da una parte l’insegnante sta cercando di coinvolgere i genitori maggiormente nella vita del figlio dall’altra i genitori proiettano tutte le responsabilità del fallimento sull’ Istituzione Scolastica.

Questa mancanza di condivisione e l’assenza di chiarezza tra la scuola e la famiglia ha l’effetto di disorientare e confondere.:rabbia,stress,delusione, senso di frustrazione ed impotenza, sono i sentimenti percepiti da entrambe le parti interessate.

Come può verificarsi in altre professioni di aiuto, infatti,anche per l’insegnante non sono da sottovalutare i rischi di stress, a causadell’ansia per la copertura diruolo che comporta grandi responsabilità, dell’eccessivo coinvolgimento nascente dalla delega educativa da parte della famiglia a fronte dell’assenza di genitori lavoratori,delsenso di frustrazione per il fallimento del proprioprogetto educativoche simanifestano spesso con un approccio troppo diretto e unilaterale con le famiglie degli alunni. Dall’altra parte,la famiglia,ove spesso oggi tutti e due i genitori lavorano (e ciò crea un ostacolo nel rapporto con i figli).,accusata dei problemi del figlio a causa della pochezza del tempo che gli dedicano,(cosa della quale si sentono, probabilmente, già colpevoli,anche incosciamente) provano sentimenti di rabbia verso la scuola,di disorientamento e di inadeguatezza di fronte al nuovo impegno che gli viene richiesto. In tale situazione èl’ alunno in difficoltà a soffrirne maggiormente: sentendosi privato dipunti di riferimento solidi e affidabili, necessari per sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti delle pratiche ordinarie dello studio,recependo anziun clima di tensione tra la scuola e la sua famiglia di origine, aumenterà la sua ansia e il suo disinteresse nei confronti del lavoro scolastico per il carico eccessivo di responsabilità che gli viene addossato.. La bocciatura,in l’assenza del miglioramento desiderato e dell’atteggiamento di chiusura della famiglia, come ultima spiaggia per permettere all’alunnodi recuperare e raggiungere,in tempi più distesi, le competenze richieste ,.creerà probabilmente :maggiore rabbia e frustrazione nel soggetto enella famiglia per la “punizione” ricevuta, ritenuta ingiusta conaumento dell’ indifferenzanei confronti delle attività scolastiche

Bisogna partire dall’assunto cheè normale che i genitori e gli insegnanti possano avere punti di vista diversi su certi problemi. Spesso infatti si possono verificare delle tensioni o degli attriti tra gli insegnanti ed i genitori degli alunni per vari motivi:l’affidamento alla scuola non solo dell’istruzione ma anche dell’educazione dei ragazzi, con conseguente confusione dei rispettivi ruoli e ambiti di intervento,malintesi e mancanza di accordo sul metodo più efficace di intervenire nei confronti di particolari comportamenti dei ragazzi,riguardo non solo all’impegno nello studio ma anche ai rapporti con gli altri insegnanti,i compagni… Sono timori e preoccupazioni che spesso si manifestano in modo indiretto,oppure attraverso un approccio concreto sbagliato o restano nascosti ma influenzano la genuinità della relazione.Riguardano spesso aspetti delicati,inerenti sentimenti e elementi valoriali degli insegnanti:la propria diversa identità di educatori che si teme non venga riconosciuta;l’equilibrio nel potere educativo;la possibilità di concretizzare il proprio progetto formativo trovando coerenza ed appoggio; i sensi di colpa o di responsabilità per la riuscita o per l’esito negativo di quanto intrapreso.Come gli insegnanti,però, anche i genitorisi pongono interrogativi sul proprio essere educatori,sulla relazione con ifigli,sulle scelte da compiere e sugli atteggiamenti adeguati da adottare.Il modo di vivere di oggi,con mille impegni quotidiani nel lavoro,in famiglia,nel contesto sociale, concede poco tempo per l’ascolto,per la ricerca di risposte e soluzioni alle domande che ci poniamo. Gli atteggiamenti prima descritti nascono da paure ed ansie che,in modo più o meno consapevole, possono provare,dunque, sia i genitori che gli insegnanti,gli uni verso gli altri. Quando si creano condizioni di incompatibilità, di competizione e di conflitto tra le due istituzioni,si sostiene l’errata separazione dell’autorità della scuola da quella della famiglia.

La correttarelazione tra scuola e famiglia è connessa alla realizzare tra le due parti di una “buona” comunicazione,cioè uno scambio comunicativo efficace ecostruttivo. La “buona” comunicazione ha bisogno di alcune condizioni o prerequisiti mentali perché possa svilupparsi e strutturarsi, quali assumere ed esprimere reciprocamente una comunicazione chiara e sincera:i sospetti e le incomprensioni costituiscono infatti una grave minaccia per la buona comunicazione. La cooperazione e la collaborazione tra scuola e famiglia renderà l’organizzazione scolastica più efficace.Una politica scolastica che sostiene la famiglia,d’altra parte, ridurrà lo stress dei genitori nell’interazione con i ragazzi per quanto riguarda l’impegno scolastico. Un livello maggiore di comunicazione,incontri più frequenti,condivisione di un progetto educativo ,avranno sugli alunni un effetto positivo sull‘ apprendimento e sullo sviluppo scolastico,personale,sociale ed emotivo.Naturalmente bisogna mettere in grado i genitori di aiutare i ragazzi in modo appropriato,accrescendo il loro repertorio di abilità su come aiutare i figli ed accrescendo il loro livello di competenza di educatori.Per proporsi alle famiglie in maniera adeguataè opportuno compiere ancheda parte dei docenti un lavorodi riflessione e valutazione sulla efficacia delle proprie capacità relazionali.

L’ipotesi corretta è quella di intraprendere quindiun processo di apprendimento anche per gli adulti, docenti e genitori insieme,attraverso l’attivazione di percorsi di formazione, di ricerca e di confronto su temi educativi di comune interesse,su modalità e strategie di interazione,provando a vivere esperienze concrete di collaborazione,nella propria realtà scolastica,imparando così, attraverso il fare insieme, a conoscersi meglio,ad esprimere le reciproche esigenze,a concordare scelte e interventi collegiali in favore degli alunni.

La soluzione scelta è quella di cercare un nuovo contatto con la famiglia,riconoscendosi e rispettandosi nei reciproci ruoli.E’ necessario che l’una e l’altra parte si impegnino a collaborare nella ricerca e nella verifica dei mezzi per soddisfare l’interesse del ragazzo, purnella distinzione dei ruoli e delle responsabilità che appartengono a ciascuna di esse. I genitori vanno incoraggiati ed aiutati ad esprimere le loro idee e opinioni,ma devono riconoscere che hanno molto da apprendere sul loro figlio dall’esperienza e dalla professionalità educativa dell’insegnante. Dall’altra parte il docente ,pur nella sua professionalità, ha molto da apprendere dal contesto e dalla storia entro la quale è cresciuto e cresce il ragazzo.Si tratta per gli uni e per gli altri di riconoscere e rispettare i rispettivi ruoli e i contributi di conoscenza della persona dello studente che possono derivare dallo svolgimento di tali ruoli.Condividere le responsabilità, certo, richiede un’intesa,un’alleanza, un’interdipendenza rispetto allo scopo che si intende conseguire alla quale non sempre si è preparati.Da qui l’ipotesi già citata di incontri tra genitori e e docenti,su temi di comune interesse, fondati sui vissuti e su questioni molto vicine alla realtà

Ritornando alla situazione iniziale ,un approccio positivo nei colloqui èefficace se affrontato senza ansia,ma con serenità, utilizzando con i genitori un metodo meno diretto,non colpevolizzandoli,anche inconsciamente, per le difficoltà del figliolo,ma evidenziandone ed esaltandone le buone capacità di educatori; parlando con frasi d’incoraggiamento e soprattutto accentuandolavolontà di risolvere il problema insieme,stilando magari un programma di azione in comune. I genitori sentendosi non colpevolizzati ma coinvolti nel programma educativo acquisteranno maggiore fiducia nell’interazione con i ragazzi sull’impegno scolastico,nella comunicazione essenziale con i figli e la scuola. E si dimostreranno più comunicativinon scaricandotutte le responsabilità sull’ istituto ma, rendendosi conto delle reali difficoltà del figlio,tenteranno di recuperarlo insieme.Questa pratica si rivelerebbescambievolmente utile: all’alunno per ritrovare fiducia in se stesso ,ai genitori per avere la possibilità di stare insieme al proprio figlio ed all’insegnante che riacquisterà la propria autostimasentendosi“autore” di questo processo di trasformazione e responsabilizzazionereciproca.

22 marzo 2010

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