EDITORIALI


UNA SCUOLA SENZA  di Umberto Tenuta

Lettera della madre di un alunno “poco invogliato”

 

Non ho capito il significato del titolo  una scuola senza di Umberto Galimberti  nella Repubblica delle donne  del 19 marzo 2005.

 

Una scuola senza che cosa? 

 

Galimberti schematizza: una scuola dell'infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di primo grado, una università, tutte facili. 

Ma una scuola secondaria di secondo grado: difficile! 

E, amaramente, aggiunge:

<<Io ormai ho perso ogni speranza, E quando vedo un adolescente avvicinarsi alla scuola superiore, tremo per lui>>.

 

Ma lasciamo Galimberti al suo pessimismo e domandiamoci:

Che cosa significa difficile? 

Che i suoi programmi sono più impegnativi di quelli delle altre scuole? E non sembra. 

Oppure  che la scuola secondaria di secondo grado utilizza ancora la valutazione nella sua funzione meramente selettiva?

 

<<Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia>>.

(Dante, Inferno, V, 1-3)

 Forse il problema merita di essere approfondito per dare una risposta a tutte le mamme che come Laura Pogliani si fanno carico della formazione dei loro figli. 

Certo, sembrerebbe che il figlio di Laura Pogliani presenti delle difficoltà. La mamma scrive che il ragazzo <<è immaturo, superficiale e poco invogliato, ha affrontato la scuola superiore con leggerezza ed è di conseguenza colpevole di un inizio d'anno catastrofico: gli inclassificabili, uno, due, uno meno (!) si sono susseguiti con un piacere sadico da parte dei
professori, quasi non aver studiato latino alle medie, non aver avuto basi di italiano degne di essere chiamate tali,far fatica insomma, fosse una colpa personale da espiare>>.

 

Non sappiamo che cosa significa immaturo  e  superficiale e non comprendiamo bene quel poco invogliato.

Dovremo approfondire perché è immaturo e superficiale, ma soprattutto dovremmo capire quel poco invogliato. 

 

È  poco invogliato, perché svogliato o perché nessuno lo ha invogliato? 

 

E, allora, una prima domanda ci viene spontanea. 

La scuola, la secondaria  superiore, la secondaria  inferiore, la primaria e la stessa scuola dell'infanzia invogliano gli alunni a studiare? 

 

Tra gli obiettivi che le scuole di ogni ordine e grado si pongono vi è, primariamente, come vi dovrebbe essere, quello di invogliare gli alunni allo studio? 

Si diceva nei Programmi del 1955 che <<scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia ed il gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita>>.

 

Questa finalità è venuta meno con l’abrogazione di quei Programmi e comunque valeva o vale per ogni ordine di scuola?

 

Si deve cominciare dalla scuola dell'infanzia, dalla scuola primaria, e continuare nella scuola secondaria di primo e di secondo grado:  la scuola deve essere sempre il luogo della gioia di imparare o l’imparare è una obbligo, una pena, una condanna? 

 

Sembrerà strana questa domanda, abituati come siamo a pensare all'apprendimento come ad una pena.

 

La scuola è stata vista sempre come luogo della pena di imparare. 

Il plagosus Orbilius di Ovidio[1] la dice lunga su questo aspetto della scuola!

D’altra parte già gli antichi Egiziani non erano meno teneri quando affermavano che le orecchie degli alunni  sono sulle loro schiena. 

 

Eppure, sappiamo che i bambini nascono con una voglia di apprendere[2] pari a quella di nutrirsi e, tant'è, le due cose sono state unificate nell'alere, che, se da una parte significa alimentarsi di sostanze per far crescere il corpo e farlo diventare adulto (alimentato e quindi cresciuto, adulto), dall'altro significa alimentarsi di cultura (alunno)[3]? 

E quindi diventare adulti sul piano culturale.

 

Ma di questa innata voglia di apprendere[4]  chi si prende cura? 

 

Majora premunt! La disciplina, l'ordine, i programmi, pardon, gli obiettivi specifici di apprendimento delle indicazionI nazionali!

 

In effetti, anche tra gli obiettivi specifici di apprendimento delle indicazione nazionali mancano gli atteggiamenti. 

Si dice, sì, che gli alunni debbano acquisire, non solo conoscenze, ma anche capacità. 

Ma non si dice affatto che debbano acquisire anche la gioia di imparare[5]  ovvero la debbono solo conservare, coltivare, accrescere. 

Tra gli obiettivi formativi vi sono anche gli atteggiamenti[6].

 

Imparare è un obbligo, non può essere una gioia.

 

Che poi ci siano degli uomini (filosofi e scienziati) che dell’apprendere fanno la ragione della loro vita ha poca importanza. 

Che poi, fuori della scuola, gli alunni, gli stessi alunni poco invogliati imparino tantissime altre cose ha poca importanza. 

 

A scuola l'imparare deve essere una pena! 

 

Oddio, non vogliamo fare torto a quei pochi o molti docenti che riescono a rispettare, conservare, coltivare, incentivare, accrescere la gioia di imparare con la quale i bambini nascono. 

Ce ne sono e sono tanti!

Ma bisogna essere fortunati per trovarli nelle scuole dei nostri figli.

 

Una madre, forse non pedagogista, forse non psicologa, forse non sociologa, ma certamente madre, si chiede:

<<Mi domando: ma noi, persone diverse, cosa possiamo fare, come dobbiamo fare per aiutare questi giovani a costruirsi?
Come?>>.

 

Anche io mi domando: 

<<Non sarebbe il caso che questa domanda se la ponesse ognuno di quei pochi docenti che non se la pongono?>>.

11 MAGGIO 2005


[1] "Plagosus" Orbilio Pompilio, maestro di Orazio (Epistole, II, 1, 2).

[2] HODGKIN R.A., La curiosità innata - Nuove prospettive dell'educazione, Armando, Roma, 1978

[3] Alunno deriva da alere, alimentarsi, e quindi significa crescere,: chi si alimenta (alunno) cresce, diventa adulto (Participio passato di alere, cioè alimentato, e quindi cresciuto).

[4] Scrive C. Rubbia[4], <<La ricerca e la conoscenza che ne deriva sono l’espressione concreta di uno degli istinti più profondi dell’essere umano: la «curiosità». È la «curiosità» che ha guidato tutto il processo di evoluzione, che ha portato l’uomo a uscire dalle caverne e a conquistare la Luna. Per l’ homo sapiens, il bisogno di ricercare per conoscere è quindi irrinunciabile. Ogni passata civilizzazione umana ha avuto una sua «scienza»>>( Il Corriere della sera, 19 settembre 2002.)

[5] In merito cfr.: TENUTA U., La gioia di imparare, in RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA: www.rivistadidattica.com. Ma vedi anche: TENUTA U., Gioia di Imparare; TENUTA U.,  Gioia di imparare / Gioia di insegnare ; TENUTA U., Gioia e Gusto di Imparare, in METODOLOGIA E DIDATTICA: http://www.edscuola.com/archivio/didattica/ . Ma vedi anche: De closets F., La bonheur d’apprendre (et comment on l’assassine), Ed. du Seuil, Paris, 1996.

[6] In merito cfr.: TENUTA U., I contenuti essenziali per la formazione di base: homo patiens, habilis, sapiens, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 1998, N. 5; Cresson, E., Insegnare ad apprendere. Verso la società conoscitiva, Libro bianco su istruzione e formazione, Lussemburgo, Commissione Europea. 1995; TENUTA U.,  Verificare le conoscenze essenziali, ma soprattutto le capacità ed anche gli atteggiamenti, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 2002, n. 4; TENUTA U., Atteggiamenti: non solo conoscenze, non solo capacità, Il Dirigente scolastico, ScuolaSNALS, Roma, gennaio 2002; TENUTA U.,  Conoscenze Capacità Atteggiamenti; TENUTA U.,  Obiettivi Formativi da Raggiungere; TENUTA U., Obiettivi Formativi e Competenze; TENUTA U.,  Obiettivi Specifici di Apprendimento; TENUTA U.,  Obiettivi: come districarsi?;  TENUTA U. , Atteggiamenti Capacità Conoscenze, nel sito http://www.edscuola.it/archivio/didattica/index.html; TENUTA U., Atteggiamenti, capacità e conoscenze , in RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA: http://www.rivistadidattica.com/

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